150 anni dall'Unità d'Italia: Tutti assetati di verità, giustizia e dignità

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On mercoledì 29 settembre 2010 at 10:53 AM

Giusto 150 anni fa, il 7 settembre, Giuseppe Garibaldi è entrato trionfalmente a Napoli, dopo aver risalito e conquistato (con i suoi "Mille" appoggiati e moltiplicati dalla popolazioni locali) le regioni meridionali che costituivano il Regno delle Due Sicilie. A distanza di qualche mese, il 17 marzo 1861, i Savoia furono proclamati re d'Italia, convinti che fu realizzata, in tal modo, la prima fase dell'unità nazionale, conclusasi poi il 4 novembre 1918 con la vittoria nella prima guerra mondiale che, per noi, significò la quarta e ultima guerra d'indipendenza. Ma, purtroppo, non fu così in realtà, poiché il nuovo regno fu fatto tutto a spese delle regioni del Sud, con un ingente costo di sangue, razzie e desolazione. Lo stesso Molise pagò con migliaia di vite umane e con inaudito dispregio territoriale, ancora peggio di quanto fecero gli antichi Romani dopo aver sconfitto i Sanniti.
A dimostrare come e quanto il Sud Italia venne ingannato e addirittura totalmente spogliato, massacrato e più ancora perseguitato, ci pensano adesso numerosi autori, esponenti di quella "storiografia del risveglio meridionale" che cerca di indagare per cercare la verità sul drammatico e, spesso, raccapricciante periodo post-unitario. Verità finora negate o nascoste ma che, via via, appaiono nella loro più cruda tragicità. Basta leggere libri come "Terroni" di Pino Aprile, "Storia del brigantaggio dopo l'Unità" di Franco Molfese, "La conquista del Sud" di Carlo Alianello, "Il saccheggio del Sud" di Vincenzo Gulì, "Alla riscossa terroni" di Lino Patruno, "I Savoia e il massacro del Sud" di Antonio Ciano, ecc. per cominciare a capire l'immane disastro post-unitario.
Ne descrive pure Antonio Grano (www.antoniograno.it), calabro-molisano (come ama definirsi), nel libro "La chiamarono unità d'Italia…" pubblicato dal Gruppo Editoriale L'Espresso di Roma, consultabile anche sul sito www.ilmiolibro.it gratuitamente. Nella conclusione, Grano non vuole andare contro la Storia che fu (pur descrivendola nei suoi massacri umani, sociali ed economici), ma auspica che la Verità sia restituita totalmente almeno alle giovani generazioni e invoca Giustizia e Dignità per il Sud così ingiustamente e lungamente depredato e ancora oggi deriso e discriminato nel contesto nazionale.
Alla stessa conclusione di esigere "verità, giustizia e dignità" giunge un altro autore di casa nostra, il giornalista Francesco Bottone (fondatore e direttore del sito www.altomolise.net e redattore del quotidiano "Il Nuovo Molise") con il suo recente libro "La fine della Monarchia in Italia" (Marco editore, Lungro di Cosenza). Da autentico saggista e grande ragionatore, Bottone descrive nelle 142 fittissime pagine ciò che viene ritenuto il grande imbroglio elettorale del referendum istituzionale del 2 giugno 1946. E', infatti, convinzione di Bottone e dei monarchici che non abbia affatto vinto la Repubblica bensì la Monarchia sabauda e cerca di darne le prove. Ma ormai è fatta ed è quasi impossibile adesso tornare indietro o riparare in tutto o in parte. La Storia va avanti, nonostante le ingiustizie. A questo punto verrebbe spontaneo asserire che il Meridione italiano, la Libia, l'Etiopia, l'Eritrea, la Somalia, la Grecia e l'Albania (popolazioni e territori massacrati dal regime dei Savoia) abbiano così avuto la loro "vendetta" storica: Casa Savoia è scomparsa, dopo parecchi secoli, dalla scena italiana ed europea. La Storia (sempre con la S maiuscola) presenta immancabilmente il suo implacabile conto, le sue "nemesi" con rivincite o vendette, anche a distanza di parecchio tempo.
Tuttavia, anche qui, Francesco Bottone come Antonio Grano e come innumerevoli altri scrittori, storici, storiografi e memorialisti o polemisti, ma pure le stesse vittime dei massacri, generalmente non chiedono niente altro (a parte la Libia che ha preteso un plurimiliardario risarcimento), ad irreparabile danno subìto, se non Verità, Giustizia e Dignità. Lo chiedono a gran voce, con le ferite ancora aperte, profonde e sanguinanti, tutti i familiari delle vittime e i sopravvissuti alle tante stragi (più o meno di Stato) sofferte dall'Italia in questi 150 anni e specialmente nell'ultimo settantennio. E in parecchi c'è persino un lodevole desiderio di completa e definitiva "riconciliazione nazionale" in particolare a Sud, nonostante quanto sofferto … mentre a Nord tuona imperterrita la Lega di Bossi, altra ennesima incognita italiana.
L'Università delle Generazioni di Agnone è sempre stata e sempre resterà favorevole non soltanto alla riconciliazione delle due Italie, ma lavora perché questo possa avvenire nel migliore dei modi e al più presto, per preparare un futuro degno di una popolo veramente unito e civile, invidiato ed ammirato nel mondo. Perciò, invita tutti a riflettere bene sulla nostra Storia nazionale per cercare onorevoli vie di uscita che portino all'armonia e alla pace sociale.
Dott. Domenico Lanciano

Janari e Kosmi

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On lunedì 27 settembre 2010 at 9:59 AM

Për gnë mikë i tates…….. puru ai, si u, nëngh path përh shumë mot vleserë

Gli arbëreshë, per lungo tempo hanno affidato il loro sostentamento primario alla pastorizia, ritenendo a ragione, che fosse il modo più sicuro per mirare a modelli di vita migliore supportati dalla donna che avesse condiviso la stessa scelta.
Questa che vi racconto è la storia di due di loro Gennaro e Cosimo, giovani pastori arbëreshë, che nelle lunghe giornate trascorsi nei pascoli con i loro greggi, sognavano futuri solari assieme alle loro amate.
Due giovani, che oggi si descriverebbero, di bella presenza, forti, robusti e fisicamente perfetti, chi non li conosceva, li avrebbero scambiati come fratelli e tali loro stessi si sentivano, anche perché le vicende della vita a entrambi avevano sottratto i fratelli.
Era consuetudine dei due pastori, pur essendo vicini di casa, concordarsi appuntamento con i propri greggi, nei pressi della Cona di San Francesco per poi scendere verso la Contrada Kazamitë, attraversare il torrente detto Votetë e giungere in località Tumbarino luogo ideale per pascolare e abbeverare le pecore in tutta tranquillità.
Risiedevano in paese in quello che era detto Scesci zì Francisches, mentre le loro gregge erano ricoverate in due zone distinte del paese, quello di Cosimo nella parte più alta, non distante dall'abitazione della giovane e bella Nina, la sua amata, questa come di consuetudine ogni mattina dall'uscio di casa lo salutava con un sorriso, attenta a non farsi scoprire da suo padre e i suoi fratelli, persone poco socievoli e di dubbia moralità.
Il gregge di Gennaro era ricoverato invece nella zona a est del paese, ma lui non aveva bisogno di ricorrere al gregge per vedere la sua amata Lina, poiché essa abitava non lontano da casa sua; ella era figlia unica del signor Antonio, persona mite, laboriosa e ricca di principi morali.
Ogni mattina recuperate le pecore dai loro ricoveri, i due pastori percorrevano via Morea e passavano innanzi al piantone a guardia della caserma dei Carabinieri; il piantone si divertiva a mettere i due giovani pastori in competizione, segnalando loro, chi fosse passato per primo col proprio gregge dalla sua postazione, ma dei due Gennaro, per quanto fosse rapido, ogni mattina si sentiva dire: Jana je i diti.
Gli anni passavano e le intenzioni tra Gennaro e Lina, Cosimo e Nina diventavano sempre più serie, quindi come succede nei piccoli centri, anche sulla bocca di tutti e di conseguenza anche nelle orecchie dei familiari di Nina, i quali non trovando idoneo, vista la sua posizione sociale, Cosimo ad ambire alla mano della bellissima Nina.
Le stagioni si susseguivano l'una all'altra e Gennaro con un fastidioso sarcasmo si sentiva ripetere dal piantone di turno, quell'odiata frase che ormai per lui era diventata un incubo: Jana je i diti e lo stesso Cosimo faceva di tutto, per non farsi superare in quella divertente e innocente competizione.
Le conversazioni che riempivano di sogni le giornate dei due pastori nei pascoli, erano sempre dedicate a racconti, immaginando futuri assieme alle loro rispettive amate, ma, da un po'di tempo Cosimo tendeva a parlare meno e spesso restava taciturno, nonostante Gennaro lo esortasse ad esternare il motivo di tale atteggiamento, pur conoscendone gli ovvi motivi.
Gennaro era convinto che alla fine le cose si sarebbero sistemate per il meglio, sicuro che l'amore avrebbe prevalso su ogni cosa, rassicurandolo l'amico che comunque avrebbe potuto sempre contare del suo appoggio e se ce ne fosse stato bisogno, contare della sua riconosciuta forza.
Era il due di Aprile, la festa di San Francesco le luminarie, il mercato, la giostra, era l'occasione nella quale tutti gli innamorati potevano fare qualche passo assieme alle proprie amate e scambiarsi poche parole, fu così anche per Cosimo e Nina, infatti e nel corso della processione essi poterono scambiare poche parole.
Ciò aveva fatto tornare Cosimo quello di prima, sicuro di se, sognava futuri radiosi assieme alla sua amata, come sarebbe stata la sua casa, i loro figli e tutto quello che sarebbero stati in grado di dare a loro; ma Gennaro pur intuendo i motivi, chiese spiegazioni a Cosimo il quale riferì che i fratelli di Nina avrebbero consentito alla loro unione, previo un appuntamento chiarificatore, fuori dalla portata di orecchie indiscrete, che potevano mettere in dubbio l'onorabilità di Nina, precisamente nei pressi della grossa quercia a caposaldo del confine della loro proprietà.
Il giovane Gennaro che conosceva bene le vicissitudini del paese e quindi anche la famiglia in questione, esternò tutte le sue perplessità offrendosi di accompagnare il suo amico fraterno, ma questi ebbe ragione ad andare da solo, rassicurando il suo amico, che comunque con la sua prestanza andava ben oltre le possibilità fisiche dei fratelli di Anna e comunque la richiesta dell'incontro, a suo dire era partita da un'idea dalla stessa amata.
Arrivo il giorno dell'incontro e al ritorno dai pascoli di Tumbarino, a Cosimo la giornata era sembrato più lunga della sua stessa vita; si salutarono, era ormai l'imbrunire e fissarono l'appuntamento come solito alla Cona di San Francesco la mattina seguente, dopo di ciò, Gennaro si diresse verso casa sua a cenare, impaziente delle novità che avrebbe portato il giorno dopo, quel caro e fraterno amico; mentre Cosimo si diresse verso il luogo del fatidico appuntamento, che gli avrebbe permesso di legarsi per sempre alla sua amata.
Era mattina, il sole sorgeva di un rosso intenso, spezzava in due l'orizzonte, il cielo era di un azzurro intenso, quale presupposto migliore per quella giornata che avrebbe segnato per sempre la vita dei due amici.
Gennaro come sempre pronto con il suo gregge, è già nei pressi di via Morea, pronto a ricevere la solita frase idiota dal militare ma oggi non gli importava, c'era in gioco la felicità del suo amico e niente lo poteva colpire, tanto meno quella frase.
Quando gli si presenta innanzi, su via Morea un drappello di Carabinieri, il Maresciallo, accompagnato da due militari armati di tutto punto, banderuola di servizio fucile in spalla, e il scenografico cappello con pennacchio; quando i due militari furono prossimi al giovane pastore, quello di sinistra, fece un cenno con la testa in modo che egli gli passasse accanto, lui lo fece, sicuro di ricevere la solita e tanto odiata frase; invece si senti bisbigliare: Janà sot e për sempre je ti i pari.
Arch. Atanasio Pizzi

Il futuro dei centri storici albanofoni

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On at 9:54 AM

Mëma e sërith çimiter ……….e kisë lëk!

Il nucleo consolidato nei secoli di luoghi ove gli uomini si riducono a stare insieme, costituisce la componente essenziale del patrimonio culturale dei nostri paesi e ad essi si deve il contributo più determinante, all'identità dei centri albanofoni.
Questa consapevolezza generalmente diffusa, così come la conseguente esigenza di tutela degli insediamenti storici, conservati perché lì si vuole ancora stare insieme oggi.
In linea di principio la richiesta conservativa si pone con le medesime ragioni così per il centro storico della grande città come per i centri minori, stretto dentro le espansioni, invaso dall'edilizia di brutta periferia, che gli fa perdere la sua forma e non consente più di ridisegnarne i vecchi confini.
Nello specifico dei paesi albanofoni non mantengono intatto il rapporto con il circostante ambiente, ne conserva il ruolo di caposaldo paesaggistico nelle molteplici prospettive; soffrono dell'abbandono indotto dalle radicali trasformazioni dell'economia agricola di cui era stata per secoli la diretta espressione.
Animare il dibattito sul senso del centro storico come organismo insediativo unitario, come unico monumento appunto, che è sede di vita collettiva e al mantenimento delle condizioni di vita, è legata la sua conservazione e la sua sopravvivenza.
Restauro e risanamento conservativo delle strutture fisiche edili e della morfologia urbana assieme al recupero delle tradizionali funzioni che alimentavano la loro sopravivenza.
Negare all'architettura moderna l'idoneità a intervenire nei contesti storici non implica un pregiudizio nei suoi confronti, ma al contrario, quella negazione si fonda sul riconoscimento dei più autentici valori dell'architettura di oggi che sono di rottura della tradizione e che la rendono perciò incompatibile con il principio di spazialità prospettica al quale obbediva l'architettura del passato.
È la coscienza storica del passato, che ci impone di rispettare la spazialità dei centri storici e di rifiutare la reciproca contaminazione tra i modi tradizionali di costruire e gli stilemi dell'architettura contemporanea.
Insomma la conservazione dei centri storici è la vera innovazione, siamo moderni perché rifiutiamo di comportarci come era legittimo nel passato.
E' moderna la concezione del centro storico come organismo complesso che non è fatto soltanto della successione delle singole architetture e deve la sua unità all'integrazione degli elementi compositivi di diversa natura, valendo gli spazi inedificati (siano strade, piazze orti e giardini) quanto le strutture costruite.
Ed è moderna la conservazione, del risanamento conservativo, non solo del singolo edificio ma del complessivo organismo urbano.
Il rapporto tra antico e moderno nella città si pone per incompatibili accostamenti, perché il risanamento dei centri storici e la costruzione della città moderna sono operazioni diverse nel metodo, essendo la vitalità dell'insediamento storico direttamente condizionata dalla corretta organizzazione e delle rispettive funzioni, con i relativi servizi e le funzioni della centralità tradizionale, agli architetti di oggi è affidato il compito arduo, che ancora attende di essere adempiuto e di riscattare i più recenti insediamenti urbani.
Perché è nell'urbanistica la condizione essenziale della tutela dei centri storici che la legge del 1967 (la prima incisiva riforma della legge urbanistica del 1942) prescrive di registrare e perimetrare nei piani regolatori e di disciplinare secondo criteri prevalentemente conservativi che si adegui ai materiali e sistemi costruttivi che li caratterizzano.
Il Codice dei beni culturali e del paesaggio (approvato nel 2004 e vagliato in due consecutive ripassi 2006 e 2008) conferma quanto già era acquisito nel vigore della precedente normativa e cioè che il centro storico può essere oggetto di tutela paesaggistica nel rapporto con il contesto ambientale di cui costituisce un polo visivo, ma essi esigono una tutela ben penetrante, oltre il profilo paesaggistico, che recuperi funzioni analoghe, innanzitutto di stabile residenza, a quelle per le quali quei centri furono costituiti.
Indicazioni specifiche nel percorso dell'autostrada A3, relativo al tratto che attraversa i paesi albanofoni di Calabria Citra.
Indicazioni di quattro itinerari etnici ben definiti, con appropriata cartellonistica stradale.
Realizzare punti di accoglienza mirata, quali: l'albergo diffuso, museo delle tradizioni e dei mestieri, musei multimediali interattivi, reti wireless all'interno del centro storico, nominativi della gjitonie, tali che possano invogliare i visitatori a intrattenersi negli scenari dalle innumerevoli leggende che avvolgono ogni gjitonia albanofona.
Sia dichiarato l'interesse culturale all'intero centro storico dei paesi minoritari arbërëshe, il cui recupero, associato a sistemi itineranti multimediali, possano interagire con il visitatore che, fornito di PC, apprende la storia di quella determinata gjitonia, le eccellenze che la distinguevano in campo artistico, conserviero gastronomico, enologico, tessile, sartoriale etnico e culinario; allargando il sistema ai paesi della comunità albanofona dei quattro itinerari, fornendo così in tempo reale comparazioni e informazioni storiografiche, delle innumerevoli eccellenze.
Arch. Atanasio Pizzi

Baarìa...anche le pietre sanno... parola di Tornatore

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On mercoledì 8 settembre 2010 at 10:25 AM

"scoprire di essermi potuto ispirare ad un libro che non conosco neanche per raccontare la mia autobiografia, mi sembra una cosa veramente bizzarra"

Più che una conferenza stampa è stata una vera e propria lezione di cinema quella tenuta dal grande maestro Giuseppe Tornatore che questa sera (lunedì 23 agosto) riceverà la prestigiosa Statuetta del Premio Tropea Film Festival 2010. Con accanto il presidente dell'organizzazione, Bruno Cimino e Bruna Fiorentino, dell'Ufficio stampa del Festival, Tornatore, durante le due ore a disposizione, ha risposto alle numerose domande dei giornalisti ed ha mostrato più volte il suo forte carattere, ma prima di tutto la sua poetica, la sua grande cultura, il regista è un profondo conoscitore del Sud che non ha bisogno di studiare il meridionalismo perché lo vive dall'interno come innata esperienza di vita. Il regista siciliano di Bagheria è l'autore delle grandi opere cinematografiche, da Nuovo cinema paradiso, del 1988 a Stanno tutti bene, del '90, a La domenica specialmente, del 1991, a Una pura formalità, ed ancora L'uomo delle stelle, del '95, La leggenda del pianista sull'oceano, Malena, La sconosciuta e il recente Baarìa del 2009. Ogni film di Tornatore è un capolavoro della settima arte. Al termine della conferenza stampa, tra tanti autografi, foto di rito e saluti, abbiamo mostrato a Tornatore la copia di Calabria Ora di ieri con l'articolo del collega Maurizio Cacia, pubblicato sulle pagine di Macondo, e dal titolo "Legali contro Baarìa per plagio rossanese". Nell'articolo si scrive tra l'altro che "Tornatore sarà chiamato a rispondere legalmente delle corrispondenze tra la sceneggiatura di "Baarìa" e l'opera "Il romanzo del casale" di Giovanni Sapia scrittore rossanese". Questa la risposta di Tornatore: "Non conoscevo l'esistenza di questo signore prima di ricevere questo suo atto giudiziario, non conosco il suo libro, non l'ho mai letto, non ne conosco l'esistenza. Baarìa, anche le pietre sanno quanto sia, non fortemente, totalmente autobiografico. Quindi per me scoprire di essermi potuto ispirare ad un libro che non conosco neanche per raccontare la mia autobiografia, mi sembra una cosa veramente bizzarra. Naturalmente la vicenda sta in mano al mio avvocato al quale ho dato incarico di querelare questo signore per diffamazione. Non sono molto sorpreso, perché queste cose sono accadute per tutti i miei film. Non c'è un film per il quale non venga fuori sempre qualcuno che dica questo è il mio libro.. ...Quando ho fatto L'uomo delle stelle venne fuori uno che disse: mi ha rubato questa storia dalla mia vita... io lavoro a Baarìa da almeno trent'anni... ".
Franco Vallone

Favelloni, "il paese dei murales dove i muri parlano"

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , | Posted On martedì 7 settembre 2010 at 1:15 PM

Favelloni, frazione del comune di Cessaniti, è denominato il "paese dei murales". Dal 1985 un dinamico imprenditore del luogo, Demetrio Rosace, ha prima ideato e poi realizzato questo bel progetto artistico. Da allora a Favelloni, su invito dello stesso Rosace e dell'associazione della quale è presidente, arrivano artisti da tutto il mondo per realizzare splendide opere sui muri delle case. Questa settimana l'evento si ripete. Fino al 22 agosto Favelloni verrà letteralmente invaso da pittori che arricchiranno il paese di nuovi murales con scene di vita contadina e agropastorali, folkloriche e di mestieri ormai scomparsi. Il cosiddetto Muralismo si definisce come arte pittorica figurativa che esprime sullo spazio pubblico un contenuto ideologico popolare e a Favelloni questo concetto è ormai di casa. Con i suoi "Murales" oggi il paese è da considerarsi un importante centro d'arte che avverte da alcuni anni, grazie anche a questa operazione di ampio respiro culturale, l'impulso turistico. Favelloni attende ed accoglie migliaia di visitatori ed intenditori d'arte, turisti, intere scolaresche, ma anche semplici curiosi attratti dalla "Galleria all'aperto", forse inizialmente increduli che un tale miracolo abbia potuto dare risonanza e dignità non soltanto artisticamente ad un piccolo paese della Calabria. Tanti i pittori affermati, famosi e sconosciuti che in questi anni hanno lasciato il segno, dipingendo sulle facciate delle case, lungo i muri, sotto i porticati, dallo svedese Mats Rysbers a Evylin Van Der Wielen, dal bozzettista di francobolli delle Poste Italiane, Giuseppe Ascari, al vibonese Pietro Fantasia, dal naif di Taurianova, Cialì a Salvatore Russo, Roberto Bonino, Armando Cutrì, Filippo Costanzo, Francesco Vitetta e Giuseppe Di Costanzo, dal compianto Saverio Scullari al tedesco Manfred Krieger e a Giulio Pettinato. Artisti a cui si aggiungono in queste ore la veneziana Ambra Miglioranzi, Giuseppe Monterosso, il catanzarese Jeso Marinaro, Alberto Pirrone, Amedeo Lamberto, il vibonese Ercole Fortebraccio, Loredana Remolo, Assunta Guidi, Antonio Guerrera, Franco Paonessa, Pino Greco, Rosanna Castagna, Erminia Fioti, Giovanni Martino, Giuseppe Zicari, Flavio Sposato ed altri. Tanti nomi, tante opere, tanti fotogrammi pittorici di un racconto figurato di storia, tradizione e folklore. Come si ricorderà uno dei murales, raffigurante "l'Ultima Cena", nel 2006 è approdato in Vaticano, su iniziativa dello stesso Rosace che ne ha fatto omaggio al papa, Benedetto XVI. Appuntamento a tutti il 22 Agosto, ultimo giorno della manifestazione, dalle ore 18,00 con la giostra equestre medievale presso il Ristorante Pueblo Espanol, seguirà la visita ai murales da parte del comitato d'onore e la sfilata di cavalieri in costume medievale per le vie del paese. Subito dopo tanta musica per le strade dei murales.
Franco Vallone