Vigilia di Natale, a Potenzoni si apre la "grotta dei mille presepi" di Casa Calzone

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , | Posted On martedì 23 dicembre 2008 at 11:42 AM

Briatico - Potenzoni, la piccola frazione di Briatico, è, oggi, luogo che ospita la "Tenda" di padre Lorenzo, è il paese dalle tante risorse agricole e culturali. Dopo essere stata denominata "il paese dell'Infiorata", dopo essere stata, nei lontani anni Quaranta, patria incontrastata dei giganti processionali, diventa, da oggi, anche il paese del presepe artistico. Si apre questa mattina, alle ore 10.30, presso il giardino di casa Calzone, la grotta che ospita, in modo temporaneo, centinaia di piccoli presepi costruiti con occhi di canne e in altri mille altri modi. Sono presepi costruiti, esclusivamente in modo artigianale dalla stessa famiglia, Antonella, Franca e Daniela Calzone, Caterina e Concetta Anile, con una tecnica che è diventata, in questi anni, un vero e proprio inconfondibile stile presepistico, preparano bellissimi allestimenti scenografici. Sono davvero tanti, ogni anno, coloro i quali, da tutta la provincia ma anche dal resto della regione, arrivano a Potenzoni non solo per visitare la mostra ma anche per cercare di portare a casa un piccolo esclusivo presepe firmato Calzone. Quello che colpisce di questi piccoli grandi capolavori è che sono realmente dei pezzi unici sapientemente elaborati con una fantasia compositiva senza precedenti. I paesaggi presepe dei Calzone oggi si offrono alla vista, si lasciano insinuare dallo sguardo più attento, creando profondità di rupi e timpe, si inerpicano viuzze tra case arrampicate lasciando continue e infinite sorprese di scorci e visioni. I presepi di Potenzoni rappresentano i nostri paesi del Sud, paesi aggrappati, paesi conchiglia, un mucchio di case e di chiese abbracciate alla montagna. Sono i nostri paesini abbandonati, con ruderi di templi antichi, colonne e altri reperti che convivono con le povere case dai lucidi tetti rossi, grandi castelli abbandonati che sovrastano piccoli paesi antichi fumanti di comignoli e povertà, e poi ancora stretti vicoli, scalinate inerpicate e profonde grotte. In questi scenari da fiaba dove ognuno di noi si potrà, per qualche momento, immergere o rifugiare, tanta vita si sviluppa e converge, come da tradizione millenaria, alla grotta della natività. Oggi, in uno scenario quasi magico, a Potenzoni si apre "la grotta dei mille presepi" e le pergamene istoriate guideranno il visitatore dalla strada del paese alla grotta-ipogeo decorata di tutto punto da arbusti di rossi corbezzoli e inondata da paglia e da una luce tutta speciale.
Franco Vallone

Dopo il successo del “Banco Alimentare” l’associazione Francesco Pugliesi di Favelloni organizza un evento tutto natalizio

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On at 11:18 AM

I volontari dell' Associazione Onlus "Francesco Pugliesi" di Favelloni, anche questo anno si sono impegnati nell'iniziativa promossa dal Banco Alimentrare per la raccolta davanti ai supermercati di derrate a favore di poveri e indigenti. La raccolta è stata effettuata dalla onlus favellonese con i propri volontari presso il centro commerciale Conad di Briatico, nell'iniziativa sono stati coinvolti anche l'istituto comprensivo di Briatico e quello di Cessaniti. In totale sono stati raccolti 730 chili di derrate alimentari con un incremento del 5% in confronto all'anno precedente, tenendo conto del momento difficile, a livello economico, che stiamo attraversando il risultato si deve ritenere eccezionale. Il presidente dell'associazione Filippo Pugliesi è visibilmente soddisfatto per l'obbiettivo raggiunto: "Il tutto è stato possibile grazie alla partecipazione di tantissime persone che si sono recate al centro commerciale Conad a fare la spesa e a donare al banco allestito davanti al supermercato anche parte delle derrate, al grande impegno da parte di tutti i volontari della Onlus, con in testa il suo presidente, al coinvolgimento degli istituti scolastici". Il presidente dell'associazione ha poi aggiunto:"è molto importante educare i ragazzi alla solidarietà verso le per persone bisognose e ammalate, tutto questo aiuta a costruire un mondo migliore". Il presidente ha poi ringraziato i dirigenti dei due istituti coinvolti: Rocco Cantafio per Briatico e Giuseppe Bianco per Cessaniti, le insegnati della scuola primaria di Briatico, che hanno accompagnato i ragazzi presso il banco a portare il loro piccolo grande contributo, Boragina Rosaria, Ivaso Elisbetta, Bonaccurso Isabella, Melluso Antonia, Scordamaglia Elisabetta, Prostamo Francesca e tutti i bambini. Gli insegnati della scuola dell'infanzia, della scuola elementare della scuola media e tutti i bambini e ragazzi di Cessaniti. Infine un grazie dal profondo del cuore è stato espresso ai volontari dell'associazione che anche in questa occasione hanno dimostrato, con la loro presenza, di avere a cuore il bene comune.
Gli stessi volontari si stanno organizzando per trascorrere la consueta giornata natalizia in compagnia degli utenti del centro per anziani dell'Asl di Vibo per far vivere loro qualche momento di gioia per la festa di Natale. Come ogni anno anche questo anno ci saranno momenti speciali per gli sfortunati ospiti del Centro sanitario vibonese: oltre al rinfresco, offerto dalla Onlus Pugliesi, agli anziani e agli ospiti, sarà centrale la bella e lieta presenza dei bambini della Scuola paritaria dell'infanzia "La Fantascuola", che canteranno canzoni natalizie e reciteranno poesie, imparando in questo modo, già alla loro età il valore della solidarietà e del dono. Inoltre all'appuntamento sarà presente il cantante Filippo Nicolino, un bravo artista che si esibisce nei migliori locali milanesi e partecipa a note trasmissioni televisive, che allieterà la giornata, esibendosi in alcune delle più belle canzoni italiane.
Franco Vallone

Briatico nella Storia, la presentazione del volume

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On lunedì 22 dicembre 2008 at 10:02 AM

Briatico - Oggi, (VENERDI’ 19 DICEMBRE), alle ore 17.30 presso la sala congressi del Centro di formazione professionale Anap Calabria di Briatico verrà presentato il volume di padre Maffeo Pretto dal titolo “Briatico nella Storia” pubblicato da Editoriale progetto 2000 di Cosenza. Interverranno ai lavori l’editore Demetrio Guzzardi e Giuseppe Costanzo, del Centro Studi Scalabrini della Calabria. Presente l’autore del libro, Padre Maffeo Pretto con le conclusioni dei lavori affidati al vescovo della diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea, monsignor Luigi Renzo. Padre Maffeo Pretto, scalabriniano, missionario per i migranti, responsabile del “Centro Scalabrini”, direttore della fornitissima biblioteca del centro, svolge attività di insegnamento semestrale di Antropologia culturale e religiosa presso l’Università Urbaniana di Roma. È fondatore degli “Amici della Calabria” che si sono costituiti Laici Scalabriniani alcuni anni fa.
Oggi l’Associazione continua con ricerche sul campo ed ha l’esigenza di pubblicare e far conoscere le ricerche fatte nel passato che toccano i settori dell’antropologia culturale, dello studio dei fenomeni malavitosi, dell’economia, della devianza sociale, della religiosità popolare, del folklore e della superstizione, delle migrazioni. Per quanto riguarda il prezioso lavoro di Padre Maffeo c’è da dire che non è stata opera facile “sono, infatti, pochissimi ed occasionali gli accenni a Briatico che si possono trovare nelle fonti storiche letterarie, cioè nei resti scritti che il passato ha lasciato di se stesso e che ci permettono di ricostruirlo. Ernesto Pontieri, un grande storico del medio Evo, nel 1954, in occasione del I Congresso storico calabrese, affermava: <>.Questi limiti sono molto più gravi per le fonti riguardanti la storia locale e particolarmente per il periodo più antico di un piccolo paese come Briatico. I monumenti sono stati inghiottiti dai molteplici e rovinosi terremoti. Tanti resti del passato di Briatico sono sepolti dalla sterpaglia che copre il pianoro sul quale è sorto e si è sviluppato Briatico vecchio. Esistono però alcuni frammenti di fonti storiche scritte che ci permettono di intravedere, anche se in maniera incompleta, i primi tempi del nostro Briatico; sono documenti scritti in greco che trattano di altre cose e incidentalmente fanno qualche riferimento al nostro paese. Sono frammenti preziosissimi che vanno attentamente studiati per spremere ogni loro contenuto che deve essere inquadrato nel contesto storico a cui si riferiscono”.
Franco Vallone

È nata Esperide, rivista della Cultura artistica in Calabria

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , | Posted On martedì 9 dicembre 2008 at 7:52 PM

Vibo Valentia - È nata. Si chiama Esperide ed è la nuova rivista, freschissima di stampa, della "Cultura Artistica in Calabria", che si vuole occupare di storia, documenti e restauro. Nel suo primo numero, nelle sue 140 pagine in bianco e nero, numerose tavole a colori e circa duecento illustrazioni, tanti scritti, tutti molto interessanti e approfonditi. Direttore responsabile della neonata rivista è Mario Panarello mentre la redazione, coordinata da Monica De Marco, risulta composta da Dario Pontieri, Michele Romano, Umberto Romano e Antonio Tripodi. La rivista, come presentato nell'editoriale, "nasce all'interno del Centro Studi Esperide Onlus, con sede a Pizzo, un centro nato grazie agli sforzi congiunti di un gruppo di studiosi con alle spalle una consolidata esperienza di ricerca, spinta sino ad investire l'intero territorio regionale con l'intento di promuovere lo studio, la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale della Calabria". Esperide vuole essere un utile strumento messo a disposizione di quanti portano avanti studi e ricerche relative alla cultura artistica espressa dalla regione o in essa innestata tramite i canali dell'importazione di opere e dalla circolazione di maestranze. Il taglio dei contributi è di tipo strettamente scientifico, rigoroso, unito però a chiarezza espositiva e di un ricco corredo iconografico per una fruibilità più immediata anche ai non addetti ai lavori. La cadenza della pubblicazione è semestrale, ciascun numero sarà articolato in tre sezioni: la prima dedicata all'approfondimento di tematiche di storia delle arti figurative e dell'architettura, la seconda alle indagini documentarie e la terza a problematiche di tutela e di restauro, con particolare riguardo ad esperienze ed interventi già portati a compimento. Nel primo numero in libreria, tra i vari approfondimenti pubblicati, quello su "L'inventario di palazzo Peronaci a Serra San Bruno" di Mario Panarello; "Scalpellini di Calabria" di Antonio Tripodi; "Gli affreschi della cappella di Sant'Agostino nel castello di Corigliano" di Maria Grazia Roperto; "Il recupero del palazzo marchionale di Aieta" di Olivia Bruno; "Lo zodiaco della cappella del Purgatorio in Tortora" di Monica De Marco e Biagio Moliterni; "I Marincola di Petrizzi: una piccola corte ducale alla periferia del Regno" di Dario Pontieri;" Fonti e documenti per una biografia di Girolamo Varni"della stessa Monica De Marco A completare il numero una serie di recensioni e segnalazioni di volumi, opere pubblicate in Calabria su tematiche riguardanti l'archeologia, l'architettura, l'arte e la cultura più in generale.
Franco Vallone

"Buone Notizie e Pronta Risposta"

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On venerdì 5 dicembre 2008 at 2:02 PM

Il libro di Vincenzo Davoli Domenica presentazione alla Tonnara di Pizzo

Quando spedivano a casa una cartolina o una lettera, alla fine, anche i soldati francavillesi, come tutti i soldati, scrivevano una frase: "Buone Notizie e Pronta Risposta". Un uso ritualizzato realizzato con evidente calligrafia incerta, che rinviava a tutto un universo di significati. Ed è a questo mondo che Vincenzo Davoli ha orientato il sensibile sguardo con la profondità dello studioso e con tanto rispetto umano. "Buone Notizie e Pronta Risposta", proprio questa frase è diventata il titolo dell'opera di Vincenzo Davoli, evocativa di tante storie personali e drammatiche vissute in un contesto tragico quale fu quello della prima Guerra Mondiale con le tante vicende amare e dolorose. Il volume ricostruisce e presenta le biografie dei militari segnati sulla lapide del monumento ai caduti di Francavilla Angitola, ma ricorda e commemora anche altri dieci caduti francavillesi, morti nel tragico periodo del primo conflitto Mondiale. Oltre ai caduti di Francavilla nel volume vengono poi ricordati alcuni ufficiali e soldati originari di altri paesi, di Pizzo, Filadelfia, Serra San Bruno, Monteleone e Sambiase, tutti legati da un sottile filo rosso. Il libro, dedicato alla memoria del Caporale Francesco Maria Porchia, caduto il 2 ottobre 1918 in Francia, nonno materno dell'autore, è un'indagine metodica e meticolosa di Davoli che ha effettuato un vero e proprio scavo tra atti, documenti d'archivio, testi, ma prima di tutto ha voluto visionare lettere e cartoline, le testimonianze epistolari che sono sopravvissute al tempo e si è avvalso di tanti racconti orali, di memorie personali di antichi parenti che si stanno purtroppo sfuocando nelle nuove generazioni che ne detengono oggi i ricordi tramandati.
Da questa ricerca ne viene fuori un lavoro inedito, storico, documentario ed esaustivo. La Grande Guerra è lo sfondo centrale da cui partono le piccole storie, sempre uniche e irripetibili, che sono quelle dei tanti soldati caduti nell'anonimato, nel silenzio. Davoli ricostruisce le piccole grandi esperienze che sono state vite umane, storie di sedici francavillesi, storie di un paese che agli inizi del 900 rispecchiava le condizioni sociali italiane che rinviavano a disagi e sofferenza, con i contadini analfabeti, con la terra, la famiglia, e gli altri più fortunati, più ricchi e agiati. Le differenze si notavano anche sulle divise. Su alcuni si cucivano i gradi di ufficiali di complemento, gli altri andavano ad essere uccisi nelle prime linee senza comprendere il perché di quella assurda mattanza. I primi ebbero il conforto della corrispondenza epistolare mentre i secondi morirono in silenzio, in modo anonimo e mai celebrati con odi e solennità. L'opera del Davoli è una sintesi di elementi la quale consente per alcuni dei suoi protagonisti un'indagine introspettiva che ne svela tutta la sensibilità umana, l'amore e il sentire e percepire la vita. Ma poi c'è anche la morte, il sacrificio, la drammaticità dei fatti, la tenerezza del ricordo sulle lapidi dalle lucide scritte dorate e argentate. Tante sono le vicende che commuovono il lettore, come le tante sono le storie raccontate che parlano di arrivederci e di addii, come la partenza per l'America della vedova del soldato Buccinnà assieme al figlio o la morte dovuta al gas del soldato Antonino Condello. Il prossimo 7 dicembre, alle ore 10.30, presso la sala conferenze della Tonnara di Pizzo, il volume verrà presentato a cura della Pro loco e da Arcipesca F.I.S.A. di Pizzo in collaborazone con la rivista Monteleone e il Centro Sistema Bibliotecario di Vibo Valentia. Presente l'autore, relazionerà Felice Muscaglione con gli interventi di Gilberto Floriani e Giuseppe Cinquegrana.

Biografia dell'autore
Vincenzo Davoli è nato a Sambiase (Lamezia Terme) nel 1943. Ha studiato nel Liceo-Ginnasío presso il Real Collegio "Carlo Alberto" di Moncalieri (Torino). Si è laureato in Ingegneria Civile al Politecnico di Torino, dove per alcuni anni è stato assistente di Topografia. Ingegnere libero professionista nell'ambito di opere edili, idrauliche e stradali. Docente di Topografia negli Istituti Tecnici Statali per Geometri. Appassionato studioso delle tradizioni culturali, religiose e popolari. Presidente del Comitato organizzatore della Festa della Gente di mare del Sud, in onore di San Francesco di Paola. Redattore storico e culturale dei siti Internet: www.francavillaangitola.com e www.francescodapaola.it. Collabora a "Monteleone", mensile di arte, cultura e memorie storiche che si pubblica a Vibo Valentia.
Franco Vallone

Maria Gabriella Capparelli, una cosentina di successo al TG1 di Unomattina

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On mercoledì 3 dicembre 2008 at 10:56 AM

Lei si chiama Maria Gabriella Capparelli, è nata a Cosenza nel 1974, parla italiano, inglese, spagnolo, tedesco e calabrese ed oggi è uno dei televolti più nuovi e più interessanti del panorama televisivo e della redazione Rai del TG1 di Unomattina. Bella, affascinante, tutta calabrese e, anche e soprattutto, molto brava. Con i suoi servizi giornalistici, sempre più acuti, interessanti e carichi di un inedito mix di umanità e passionalità, la cosentina Maria Gabriella si è fatta più volte notare in ambito nazionale ed internazionale. Dopo aver lavorato nel 2004 e 2005 nella redazione di "Dossier" del Tg2 è passata nella redazione della fortunata rubrica, dello stesso Tg2, "Costume e Società" e alla redazione Esteri della stessa testata. Nel 2006 e 2007 ha lavorato nella redazione cronaca ed economia del TG1 poi Maria Gabriella viene chiamata nella redazione del Tg1 della trasmissione, contenitore quotidiano, "Uno mattina". Ma al di là della sua interessante e brillante carriera giornalistica e televisiva la storia di Maria Gabriella Capparelli nasce qualche anno prima, proprio in Calabria, con tanto serio studio alle spalle e un susseguirsi di impegni e successi culturali.
La sua, sin dall'inizio, è prima di tutto passione. Una vera e propria passione per le lingue estere, per quelle dei detentori delle diversità, degli ultimi, di chi è stato costretto ad emigrare o immigrare per necessità, e per quelle della sua Calabria, per i dialetti. È stata docente a contratto alla Ssis (Modulo Analisi contrastiva), indirizzo Lingue straniere, all'Università della Calabria. Dopo aver vinto una borsa di studio sulla lingua e la storia del popolo Rom la Capparelli ha successivamente collaborato alla redazione del Dizionario dialettale calabrese, edito dalla Casa Editrice Laterza di Bari, a cura di John Trumper ed ha tenuto un ciclo di venti conferenze sul dialetto calabrese con una brochure sulla mappa dei dialetti calabresi. È una delle autrici del libro "Sulle orme di Attanasio Calceopulo" a cura di Gian Piero Givigliano, edito da Due Emme, Cosenza. Si è occupata delle fonti e degli indici tematici del libro "Alarico", Le nuvole, Cosenza. Ha pubblicato tra l'altro la "Carta geostorica dei fitotoponimi nell'Alto Jonio cosentino" (indagine storico-linguistica), su "I Quaderni di linguistica"di Herder di Roma. Quando risiedeva in Calabria ha svolto una intensa attività giornalistica presso l'emittente televisiva regionale "Teleuropa network". Ha collaborato anche con "Il TrovaLavoro" (settimanale di economia e lavoro), "Il Quotidiano della Calabria", "La Provincia" e l'Agenzia di stampa Giordanelli di Cosenza. È stata una delle cinque autrici della prima "Enciclopedia dei paesi della Calabria", in dieci volumi, 5000 pagine, di Chelone editore di Cosenza. È autrice del supplemento a "Il Quotidiano della Calabria", "I Sentieri del gusto" ed è curatrice del libro sul tema dell'emigrazione "Bastimenti", pubblicato da Editoriale Progetto 2000 di Cosenza, presentato in prima nazionale alla Fiera del libro di Torino nel 2002 e alla Pace University di New York.
Franco Vallone

Qui Maria Gabriella Capparelli in occasione di una conferenza presso il Centro Studi "Amici della Calabria" a Briatico

Il Gruppo "Calabria Logos" riparte dalla ricerca

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On venerdì 28 novembre 2008 at 9:38 AM

Cosenza - Anche quest'anno è ripartita l'attività dell'Associazione Culturale "CALABRIA LOGOS" di Cosenza, all'interno della quale opera l'omonimo gruppo di musica etnica.
Reduce da una stagione estiva abbastanza soddisfacente, avvenuta grazie all'interessamento di tanti comuni calabresi, il Gruppo si propone ora di ripartire dalla ricerca. Ricordiamo sommariamente alcune località che hanno ospitato la formazione musicale cosentina con il lavoro "Ancora Sud", scritto e diretto da Carlo Grillo.
Tra le prime tappe c'è Polistena (RC) in una Rassegna etnica dall'eloquente titolo "Abballàti abballàti" che la dice lunga sul tipo della Manifestazione. Poi è stata la volta di Nocera Terinese (CZ) nel Festival etnico "La notte della tarantola" sulla scia della più fortunata "Notte della Taranta" che si organizza ogni anno a Melpignano. A seguire Campana (CS), Savelli (KR), Bocchigliero (CS), e Cariati (CS) in una Rassegna ancora una volta di stampo etnico dal titolo "Luna e lumera". Ancora serate in lungo e in largo nel territorio calabrese tra cui Carfizzi (KR), Crucoli (KR), Pazzano (RC). Merita una sottolineatura a parte la felice partecipazione alla Rassegna Itinerante dal titolo "La battente nei luoghi della memoria" organizzata dal Comune di Cariati e che ha coinvolto diversi comuni partners del progetto tra cui: Campana, Cirò Marina, Crucoli, Bisignano, Calopezzati, Cirò Superiore.
Come si diceva sopra il gruppo tornato in sede ha ripreso il proprio lavoro che si esplica attraverso diversi campi di azione. E' attivo da qualche anno un Laboratorio artigianale per la costruzione di tamburelli e tammorre. Il costruttore è Antonio Grillo, che è anche la voce solista del gruppo. Inoltre all'interno dell'Associazione è sorta una sala di incisione per la realizzazione di prodotti musicali di chiara radice etnica e popolare. Vi è poi la gestione di un sito internet che richiede senz'altro tanta applicazione a giudicare dalle innumerevoli pagine ospitate all'interno di esso in cui ci sono informazioni di tipo musicale, ambientale, monumentale, turistico, gastronomico .. insomma "di tutto e di più" sulla Calabria. Vi consigliamo di visitarlo all'indirizzo www.calabrialogos.it
E, dulcis in fundo, la ricerca. "Il nostro lavoro - ci spiega Carlo Grillo - si articola in due fasi ben distinte ed una fase intermedia. La prima è di riscoperta delle tradizioni popolari calabresi, la seconda di rivalutazione. Nella prima fase svolgiamo opera di ricerca sul campo cercando di raccogliere più informazioni possibili dalla viva voce di persone appartenenti al mondo contadino e a quello agro-pastorale. Forniti di materiale audio-visivo registriamo canti eseguiti con strumenti tipici calabresi quali la chitarra battente, l'organetto, la zampogna o con le sole voci, come nel caso di quei canti processionali che ancora sono presenti in molte manifestazioni religiose. Inoltre - continua Grillo - raccogliamo ogni tipo di testimonianza che ci sembra valida ai fini di una spettacolarizzazione: da quei racconti di vita paesana, che hanno per protagonisti personaggi caratteristici in cui è possibile scorgere una inconsapevole teatralità, alle vere e proprie farse carnevalesche. Nella fase intermedia cerchiamo di rielaborare tutti i dati raccolti a tavolino con l'intento di costruire un programma in cui ci siano molti echi del passato ma anche l'impronta della nostra personale esperienza che è la stessa di molti musicisti contemporanei. Nella seconda fase detta di "rivalutazione" - conclude il rappresentante del gruppo - proponiamo al pubblico uno spettacolo di tipo ricreativo-culturale che fa indubbiamente divertire ma vuole anche far riflettere". Chi ha già assistito ad una esibizione dei Calabria Logos ha potuto gustare un tipo di repertorio misto: canti tradizionali che si mescolano a brani inediti dove il testo dialettale è la componente fissa a voler testimoniare che, laddove i canti non fossero tradizionali sono sicuramente di ispirazione popolare.
Fanno parte del gruppo oltre a Carlo Grillo (chitarra classica, battente e voce), Antonio Grillo (voce solista e tammorre), Carlo Mercuri (flauto e sax), Fausto Guido (fisarmonica), Gennaro Sciarrotta (tamburelli e tammorre), Christian Beraldi (basso), Elena Tosi (corista), Carmela Ciardullo (voce narrante). Con la partecipazione delle danzatrici Rosalba e Francesca che si cimentano nelle tarantelle, tammurriate e pizziche.

Tracce della Calabria nella fede dei migranti

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , , | Posted On mercoledì 26 novembre 2008 at 10:52 AM

Da "Il Quotidiano della Calabria" Sabato 22 Novembre 2008 pag. 54

Il superiore generale degli scalabriniani in visita a Briatico racconta le esperienze nel mondo e la sua idea di missione.


SUDAMERICA, 1974. Sergio Olivo Geremia è appena stato ordinato sacerdote quando dal suo Brasile lo inviano in Argentina, a Buenos Aires. «Ricordo che trovai tantissimi italiani, ma soprattutto fui colpito da quanti di loro fossero calabresi» racconta 34 anni dopo il religioso scalabriniano nella casa dei suoi confratelli a Briatico, nel Vibonese. Padre Sergio, nel frattempo, è diventato superiore generale della congregazione che Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza alla fine del XIX secolo e oggi venerato come beato, volle dedicare all'assistenza degli emigranti. Una storia, quella degli scalabriniani, che parte da un’intuizione lungimirante: quando gli italiani a frotte lasciavano la loro terra in cerca di fortune lontane, Scalabrini fu tra i pochi a rendersi conto che quel fenomeno avrebbe caratterizzato anche i secoli successivi. Insieme a lui, per sua fortuna, c'era il papa dell'epoca, Leone XIII, autore dell'enciclica Rerum novarum e molto sensibile alle questioni sociali. Fu proprio il pontefice a legittimare la vocazione di Scalabrini, che aveva capito che quella povera gente che nel nuovo mondo perdeva tutte le tradizioni a cui era legata avrebbe avuto bisogno almeno della fede. E così i sacerdoti di monsignor Scalabrini cominciarono a partire insieme agli emigranti, ad assisterli durante i lunghi viaggi, a consigliar loro come evitare di essere derubati o truffati da quelli che possono essere considerati gli antenati degli scafisti. Arrivati con gli italiani nel nuovo mondo, gli scalabriniani restavano in mezzo a loro per creare chiese e comunità religiose. Poi tornavano indietro e si accodavano a una nuova carovana. Scalabrini, intanto, attraversava l'Italia: i bastimenti per l'America partivano in continuazione e i religiosi non bastavano. Papa Leone aveva suggerito di reclutare sacerdoti da tutte le diocesi, in attesa di formare i novizi di quella che il fondatore chiamava “congregazione di San Carlo”, ma che tutti conoscevano come famiglia scalabriniana. Anche perché il vescovo di Piacenza non si limitava a chiedere di accompagnare chi emigrava: nella sua idea di apostolato, c'era la convinzione che per capire la gente con la quale ci si metteva in viaggio bisognava conoscere le loro origini, la cultura e gli usi della terra dalla quale partivano. Le comunità scalabriniane sorsero così in tutta Italia e insieme alla spiritualità divennero luoghi in cui si coltivava lo studio e si raccoglievano dati statistici, frammenti di storia e di sociologia. In Calabria arrivarono tardi, gli eredi di monsignor Scalabrini. Intorno al 1960 dal Centro Studi di Roma, padre Sisto avviò una serie di campi scuola estivi. I gruppi scalabriniani si fermavano nei paesi per alcune settimane e organizzavano incontri, dibattiti e feste coinvolgendo in particolare i ragazzi nei progetti di ricerca che servivano ad esaminare la situazione socioculturale e religiosa del luogo. In seguito, alle missioni si aggiunsero i teologi, poi i liceisti e i seminaristi del ginnasio e delle medie: d'estate, insomma, i paesini del Vibonese pullulavano di vivacità spirituale e intellettuale. Tanto da indurre il vescovo di Mileto, Domenico Tarcisio Cortese, a richiedere alla congregazione una presenza più stabile. Nel 1977 vennero affidate “ad experimentum” ai padri scalabriniani le parrocchie di Favelloni e di Conidoni e nel 1979 padre Luigi Favero e padre Graziano Tassello presentarono a nome del Centro Studi di Roma un progetto di documentazione e animazione.Trent'anni dopo, quel progetto è nelle mani di padre Maffeo Pretto, un veneto che ormai si ritiene calabrese d'adozione e che vive sommerso dai libri. Insieme a lui, a Briatico, ci sono padre Luigi Fusco e padre Salvatore Monte. Il superiore generale della congregazione, padre Sergio Olivo Geremia, è venuto a incontrarli in questi giorni. Tra i suoi compiti c'è quello di visitare tutte le comunità scalabriniane sparse nel mondo: «Siamo in 5 continenti e 31 Paesi con più di 600 missioni» spiega. Ma soprattutto, padre Sergio era incuriosito dalla Calabria. Si è fermato per ore a discutere con padre Maffeo: «Ho incontrato calabresi ovunque, mi chiedevo perché partissero dalla loro terra» racconta il superiore generale. Dopo il suo primo incontro con la comunità di Buenos Aires, le tracce di Calabria le ha trovate a Porto Alegre, nel Brasile: «Ricordo ancora che erano originari di Morano e di Castrovillari, erano il nucleo più numeroso insieme ai veneti». Ma i calabresi si presentarono a padre Sergio anche in Australia, a Melbourne e a Sydney. E poi in Germania, in Belgio: «A Marcinelle ancora si vive nel ricordo della tragedia nelle miniere» rivela il religioso. Adesso anche lui si è fatto un'idea della Calabria: «Una terra bella ma difficile, con tante zone montuose e isolate e fenomeni sociali che ne limitano lo sviluppo». La missione scalabriniana riparte proprio da questo, secondo il superiore generale: «Si dice che non basta dare il pesce a chi non sa pescare perché bisogna piuttosto insegnare a pescare. Ma io dico di più: se non basta nemmeno insegnare a pescare, bisogna prendere la canna da pesca e andare a pescare insieme».
Andrea Gualtieri

I Calabria Logos a Radiomondo

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On giovedì 13 novembre 2008 at 9:23 AM

Martedì 18 novembre 2008 il gruppo calabrese di musica etnica Calabria Logos ed uno dei suo fondatori, Carlo Grillo, saranno ospiti di Radio Mondo Rieti nella trasmissione "Astrolabio" condotta da Egidio Fiori.
Potrai seguire l'evento alle 21:30 in live-streaming su radiomondorieti.

Le ritualità in bianco e nero della zucca sdentata di color arancio

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On martedì 28 ottobre 2008 at 6:02 PM


Le nuove mode dettate dal mercato tra antiche tradizioni celtiche, tra arcaicità calabrese e tradizione americana

Questi sono i giorni dell’arancio e i giorni della fine di ottobre si colorano del colore della zucca sdentata presa in prestito dai bisogni dettati dal mercato per creare altri giorni che fruttano soldi con la scusa degli eventi da ritualizzare, anno dopo anno. È facile vedere in questi giorni d’arancio, anche per le strade della nostra Calabria, negozi e negozietti, ipermercati, bar e pasticcerie con le vetrine allestite di tutto punto e stracolme di gadget, giocattoli, oggetti e dolci tutti rigorosamente di colore arancio o anche nero e bianco. Tutti richiami aventi come tematica halloween, la festa americana dello “scherzetto dolcetto”, esportata da alcuni anni dagli Stati Uniti ma che invece pone le sue antiche radici nel mondo e nella civiltà celtica. Proprio in questo periodo di soglia tra ottobre e novembre, alcuni anni fa, vi erano, anche nella nostra regione, tradizioni simili per la ricorrenza della festa di Ognissanti e per la commemorazione dei defunti. Elementi rituali e liturgici straordinariamente simili a quelli della famosa ricorrenza festiva di oltreoceano. Ultimi giorni di ottobre, uno e due di novembre, un periodo a cavallo tra due mesi per ricordare nella nostra tradizione Cattolica, nel nostro calendario, che è festa dedicata a tutti i Santi e a tutti i nostri predecessori che oggi non ci sono più. In Calabria, abbiamo dimenticato, da anni, molte abitudini, tradizioni e usanze, legate certamente alla antichissima festa di halloween originaria che ha sicuramente riferimenti diretti con la giornata di Ognissanti e con quella dei morti del 2 novembre. Halloween ritorna. È solo un ritorno culturale che prende la strada più lunga per ritornare. Riattraversa l’Oceano Atlantico e ritorna nei nostri paesi, nelle nostre città. Tutti cercano di recuperare l’antica festa che è, oggi, in America, uno degli eventi folkloristici più seguiti. È un riappropriarsi di uno dei più antichi riti celebrativi la cui origine risale a tempi lontanissimi. La sua crescente popolarità, anche in Italia e in tutta Europa, deriva dalla tradizione americana della notte dei travestimenti e del “trick or treat (scherzetto o dolcetto). Nella nostra tradizione Cattolica, nel nostro calendario, a tutti i Santi viene dedicato il giorno del primo novembre, mentre il giorno successivo è dedicato alla commemorazione dei defunti. Il giorno dedicato ad Ogni Santi (in inglese All Saints’Day) aveva una denominazione arcaica: All Hallws’Day. Presso i popoli antichi la celebrazione della festa di tutti i Santi iniziava al tramonto del 31 ottobre e pertanto la sera precedente al 1° novembre era denominato proprio “All Hallows Even” che venne presto abbreviato in “Hallows’Even”, poi in epoche più recenti in “Hallow-e’en” ed infine in “Halloween”. In Calabria abbiamo dimenticato da anni questa celebrazione che aveva sicuramente riferimenti con la giornata di Ognissanti e con quella dei morti, con il 2 novembre. In provincia di Reggio Calabria, in Aspromonte, per tutto un mese, in autunno, ogni sera si usava mettere sul tavolo di casa un piatto ricolmo di cibo, con pane e una bottiglia di vino, un boccale d’acqua e anche un mazzo di carte da gioco. Una antica usanza, un arcaico modo per rifocillare i defunti che, proprio in questo periodo, secondo la credenza popolare, di notte, vagano nel mondo dei vivi. A Rosarno, sempre n provincia di Reggio Calabria, ma anche a Filandari ed altri paesi della provincia di Vibo Valentia, si usava raccogliere la cera che si scioglieva sulle lapidi dei cimiteri dai lumini votivi. Questa cera recuperata viene fusa in delle forme, costruite con la canna, o in contenitori vegetali, cipolle, peperoni o piccole zucche, con un nuovo stoppino posizionato all’interno. Queste nuove candele riciclate venivano poi utilizzate nelle sere dei morti, tra ottobre e novembre. Si girava per le strade del paese, si bussava alle case dei compaesani per chiedere qualcosa per “i beniditti morti”. Si ricevevano dolciumi o qualche monetina, molto più spesso fichi secchi, corbezzoli, zinzuli - giuggiole, castagne, sorbi, castagne bollite, noci e nocciole. Altra usanza era quella di andare in giro con delle grosse zucche svuotate e intagliate a forma di cranio sdentato, illuminate da una candela posizionata all’interno. Le zucche sdentate dette “teste di morto” legano perfettamente e simbolicamente la nostra tradizione a quella di halloween. Si andava in strada a raccogliere piccoli regali di parenti, amici e conoscenti, sempre in nome dei benedetti morti e successivamente si posizionavano le “zucche-teste di morti” sulla finestra della propria casa, per illuminare, con la loro luce fioca, le notti più buie dell’anno. Sempre in Calabria, in questo periodo, vi è l’usanza di consumare un particolare dolce bicolore dall’intenso profumo di cannella denominato “ossa di morti”, molto vago come forma estetica, ricorda lontanamente un osso. A Villa San Giovanni, invece, l’anatomia di questi dolci viene curata molto, i dolci dei morti assumono una forma realistica di scheletro completo di teschio. Sono i dolci della devozione e del ricordo, sono elementi di una vera e propria alimentazione della memoria e dell’anima che ci permettono di recuperare le tradizioni più arcaiche, quelle che detengono la nostra identità culturale. Secondo alcuni studiosi la celebrazione di Halloween ha origine molto più remote di quanto possiamo pensare e pone le sue radici nel periodo della civiltà Celtica. Gli antichi Celti, che abitavano in Irlanda, Francia e Gran Bretagna, festeggiavano l’inizio dell’anno nuovo il 1° di novembre, proprio il giorno in cui si celebrava la fine della stagione calda e l’inizio della stagione fredda, del buio e delle tenebre. La notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre era una soglia molto importante, un momento solenne che rappresentava, per i Celti, la più importante celebrazione del loro calendario. Tutte le leggende più antiche ci narrano cicli epici, antiche saghe, grandi battaglie che si svolgevano in questa notte particolare. Molte leggende riguardavano proprio la fertilità della terra, il terrore e il panico per l’inizio semestrale del Dio delle Tenebre (dell’Inverno). La ricorrenza segnava per i Celti la fine dei raccolti e l’inizio dell’inverno e assumeva una rilevanza particolare. Le persone si chiudevano in casa per ripararsi dal freddo, i greggi venivano riportati a valle. I Celti credevano che alla vigilia di ogni nuovo anno (31 ottobre) il Signore della Morte, Samhain, Principe delle Tenebre, chiamasse a sé tutti gli spiriti dei morti. In questa soglia per loro tutte le leggi del tempo e dello spazio venivano sospese permettendo al mondo degli spiriti di unirsi al mondo dei viventi. Nei villaggi si spegnevano i focolai per evitare che gli spiriti maligni venissero a soggiornarvi. Questo antico rito consisteva nello spegnere il fuoco sacro sull’altare e riaccendere il nuovo fuoco il mattino seguente. Un rito evidente di purificazione, rinnovamento e propiziazione per salutare il nuovo anno. Una rappresentazione ciclica, del Tempo e della vita stessa, dove veniva celebrata la speranza del ritorno alla vita. L’usanza americana di travestirsi la notte di Halloween nasce dalla stessa tradizione dei Celti. Si ritrovavano nella notte del 31 ottobre a festeggiare mascherandosi con le pelli degli animali uccisi per esorcizzare e spaventare gli spiriti. Questi personaggi grotteschi rientravano nei loro villaggi illuminando il loro cammino con lanterne costruite con delle cipolle intagliate e riempite dal fuoco sacro. I Celti offrivano alle fate del cibo o del latte che veniva lasciato sui gradini delle loro case. Il trick or treat si fa risalire a quando i primi cristiani elemosinavano per un pezzo di dolce dell’anima che era quasi sempre un pezzo di pane. Più dolci dell’anima una persona riceveva, più preghiere si promettevano a favore di defunti della famiglia che aveva donato il pane. In America i ragazzini travestiti con maschere mostruose e costumi terrificanti vanno in giro a chiedere, dolcetti o scherzetti. Se non ricevono niente rispondono con qualche brutto scherzo. Durante il I° secolo i Romani invasero la Bretagna e vennero a contatto con questi antichi riti e celebrazioni. La Chiesa Cattolica non riusciva a sradicare questi antichi culti pagani che prevedevano la presenza, nell’immaginario collettivo, di streghe, demoni e fantasmi. Nel 835 Papa Gregorio spostò la festa di tutti i Santi dal 13 Maggio al 1° Novembre e diede così un nuovo significato ai culti pagani. Tuttavia l’influenza nefasta del culto di Samhain non fu sradicata e per questo la Chiesa aggiunse, nel X° secolo, la festa del giorno dei morti, il 2 Novembre, in memoria delle anime dei defunti che venivano ricordati e commemorati dai loro cari.
Franco Vallone

Furto di dieci piante per siepi appena piantate al Cimitero di Briatico

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On at 5:50 PM

Briatico - In attesa della giornata commemorativa dedicata ai defunti del 2 Novembre e dopo vari reclami rivolti al comune per lo stato d'abbandono in cui versava il cimitero, da giorni si sta provvedendo ad un intensivo intervento di bonifica, un lavoro di riqualificazione e abbellimento con attivazione di servizi, pulizia straordinaria, ripristino d'aree e bitumazione del parcheggio antistante il luogo sacro.
Al di là di queste positive notizie bisogna, però, registrare che al Cimitero di Briatico la scorsa notte ignoti hanno perpetrato un gesto inqualificabile. Il furto di tutti gli arbusti per le siepi, piante di Lauroceraso, messe a dimora appena la sera prima dalla ditta di Giuseppe Mazzitelli che, per conto dell'Amministrazione comunale di Briatico, sta effettuando i lavori di manutenzione dell'area cimiteriale con allestimenti floreali, installazione di alcune panchine in legno, abbellimenti del viale d'accesso e del parcheggio antistante. Gli ignoti, secondo quanto dichiarato dallo stesso sindaco di Briatico, Andrea Niglia, oltre a rubare le dieci piante, per un valore di circa seicento euro, hanno pure provveduto a danneggiare un muretto nelle adiacenze dell'area interessata dal furto. Lo stesso Ufficio tecnico del Comune ha prontamente provveduto ad effettuare le denunce del caso alle autorità competenti. I lavori proseguono… ladri permettendo.
Franco Vallone

Il Maestro del cinema Andrea Frezza aiuto regista di Radiografia di un paese

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On at 5:46 PM

Il film documento, a colori e in 35 mm, proprietà dell'archivio filmico di Giuseppe Imineo, si intitola "Radiografia di un paese" e porta la prestigiosa firma del maestro Andrea A. Frezza nella veste di aiuto regista e di autore del commento dell'opera, mentre il regista è Angelo D'Alessandro. Il film, ad osservare bene il taglio delle immagini e delle inquadrature, è una vera e propria opera d'arte satura di modernità se si pensa che è una pellicola del 1961. Girato a Vibo Valentia, Triparni, Vibo Marina e in tutto l'interland vibonese, il film inizia con una breve didascalia, sempre scritta da Frezza: "poco prima di arrivare a Vibo Marina in Calabria il treno proveniente dal Nord entra in una galleria e rallenta…". Una frase, una buia galleria - soglia, per entrare in un mondo solare e per iniziare una storia fatta da parallelismi e un leggero sfiorarsi di storie diverse, tra il lavoro del cementificio della piana di Vibo Marina, il mercato settimanale di Vibo Valentia che allora si faceva di Domenica, la costruzione dell'asilo e della Snam a Triparni e il circolo del cinema di Vibo. La fotografia, firmata da Dino De Angeli, e il montaggio di Alba Orti sono veramente particolari con continui primissimi piani dei marchingegni industriali della fabbrica del cemento, con forni e ciminiere fumanti, con ingranaggi, pistoni, stantuffi e veloci movimenti rotatori, sintomo di una vorace industrializzazione che prendeva terra e terreno ai contadini dai ritmi lenti e millenari. Vi è poi l'immagine del grande orologio della stazione che compare improvviso molte volte tra le scene e scandisce, anch'esso voracemente, il passare del tempo che fugge e traccia i ritmi naturali della campagna e quelli industriali dei turni di fabbrica. Tanta gente in cammino, a piedi, per le strade che portano a Vibo, gente con curuna e cofana in testa, che porta fardelli e mercanzia al secolare mercato della domenica che chiude tutti i negozi compresa la farmacia, il lunedì. Contadini con frutta, ortaggi e altri prodotti della terra, allevatori con mucche e maiali al seguito, campagnoli con conigli, uova, galline, polli e galli, gente carica di tutto e che ritorna a casa, dopo il mercato, con ciò che serve, barattato o comprato. "Un raro esempio, rimasuglio dell'antica economia chiusa medievale, commenta Andrea Frezza, la campagna dà alla città quello che la città non ha, e viceversa". Le belle e originali musiche sono di Sandro Brugnolini e solcano un ritmo classico per quel tempo e per quel sud del tempo, un suono di scacciapensieri, ritmato e ripetitivo, che ricorda tanto i suoni utilizzati da registi come Luigi Di Gianni, Vittorio De Seta o Virgilio Sabel per i loro film e documentari girati nel meridione d'Italia. Nel film vi è anche un continuo richiamo alla cultura del luogo, si vede più volte il professore Albanese, prete e studioso della memoria storica vibonese, mentre, dopo aver detto messa, effettua con il suo fotografo delle riprese fotografiche per il suo libro alle chiese vibonesi e alle mura greche di Hipponion e poi c'è il fermento frizzante e intellettuale del circolo del cinema di Vibo Valentia, fondato dallo stesso Andrea Frezza nel 1959. Nel film si vedono tanti stranieri, francesi, israeliani, brasile, americani, svedesi ed ogni altrove arrivati a Triparni per un campo di lavoro e diretti da un certo Samuele, di una associazione assistenziale americana. Seguono veloci tanti piccoli frammenti di vita quotidiana che si incrociano continuamente e costruiscono un prezioso documento, uno spaccato antropologico di quel lontano 1961 a Vibo Valentia.
Franco Vallone

I Gigantari di Ella Pugliese al Roma Film Festival

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On giovedì 23 ottobre 2008 at 9:38 AM

Ugo Gregoretti: "…la singolare ricostruzione degli antichissimi riti popolari correlati alla leggenda della "gigantesca" coppia primordiale"


Nel film di Ella Pugliese c'è anche una scena dove la testata "Calabria Ora" compare in primissimo piano tra le mani dell'artista Reginaldo D'Agostino sdraiato su un divano, poi ci sono un gigante e una gigantessa, tantissima gente e tanti luoghi che vivono in Calabria e raccontano continuamente vita e memoria. Il film di Ella si intitola "I Gigantari" e domenica prossima, 26 ottobre, verrà presentato a Roma, all'interno del Roma Film Festival, nella rassegna "Extra d'essai" che raccoglie la migliore produzione documentaria indipendente degli ultimi due anni. Tra l'altro Ugo Gregoretti, presidente della giuria della 15a rassegna del documentario "Premio Libero Bizzarri", ha voluto premiare il film con una menzione speciale e con la seguente motivazione: "Per l'alto livello della ricerca formale che ha aiutato, in maniera altamente sofisticata, la singolare ricostruzione degli antichissimi riti popolari correlati alla leggenda della "gigantesca" coppia primordiale". I Gigantari, il bellissimo film di Ella, racconta prima di tutto di un re e una regina. Sono loro i personaggi centrali e gli attori principali, alti simulacri di cartapesta, dai tratti orientali e dai colori scuri. Potrebbero essere di qui o venire da molto lontano, il gigante e la gigantessa ballano al suono minaccioso e ripetitivo dei tamburi, dei rullanti e della grancassa, sulle spiagge e nelle piazze di paese attraendo e mettendo in fuga adulti e bambini. A memoria di anziano non c'è festa che si apre senza giganti in questo lembo di terra calabrese propizio agli sbarchi di popolazioni amiche e barbari invasori. I Giganti rappresentano il legame con la tradizione, ballati dai 'gigantari' di professione, costruiti dalle mani sapienti di artigiani e artisti locali, ricostruiti per gioco e per sfida dai bambini. La vita della gente scorre parallela, tra gesti e abitudini millenari che scandiscono lo scorrere lento del tempo, vecchie e nuove strategie di sopravvivenza ed esercizi di memoria. E poi c'è tanto lavoro in questo spaccato, c'è un sorprendente rigoglio di arte e artigianato in questa Calabria che si racconta con dignità e umore. Intanto, in uno scantinato buio o nel sottoscala umido di un garage, i giganti sonnecchiano aspettando il prossimo ballo, la prossima vita. Il film racconta, con raffinatezza non comune e senza traccia di retorica, attraversando le strade del vibonese come in una sorta di viaggio, tra memoria e realtà attuale, con molti incroci, soglie e fermate effettuate con il supporto della preziosa e silenziosa collaborazione dell'artista Pino Pontoriero che ha fornito molti suoi schizzi ed ha disegnato alcune scene per la realizzazione delle animazioni. La regista, donna con una ricchissima interiorità, per questo lavoro è stata affiancata da una meravigliosa e appassionata collaborazione di tutti i ragazzi della troupe, sia sul set che durante la lunga e laboriosa fase di post produzione. La troupe, durante la lavorazione di I Gigantari, ha parlato italiano e tedesco ma ha interagito con personaggi che parlavano il dialetto calabrese ma anche l'arabo, il francese o l'inglese, dietro la videocamera Luca Bellino e Jens Joester, di Berlino, assistente alla regia e fonico, Michele Russo, montatore, Andrea Ciacci, che, al di là del lavoro di montaggio, è stato anche sempre pronto ad occuparsi di ogni nuovo problema tecnico che si presentava sul set. Ella Pugliese è nata a Roma nel 1974 da madre siciliana e padre calabrese originario di Lampazone di Ricadi, in provincia di Vibo Valentia. Ella si è trasferita giovanissima in Germania, a Berlino, dove ha effettuato studi specialistici nel campo della germanistica e della letteratura tedesca, con laurea in lingue e specializzazione in antropologia della migrazione ma la sua formazione si è ampliata nel contempo anche nel resto d'Europa e nel Sud-Est del mondo. Dopo qualche corso di sceneggiatura e montaggio ha iniziato a lavorare sul campo con la produzione di interessanti documentari.
Franco Vallone

La grande tela di San Nicola dipinta da Thomas De Florius, un bambino di undici anni

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On giovedì 16 ottobre 2008 at 10:21 AM

Briatico - La notizia è freschissima eppure è datata 15 settembre 1892, a firma del giornalista di "L'Avvenire Vibonese" Eugenio Scalfari, avo del giornalista Eugenio Scalfari, già direttore e fondatore de "la Repubblica". La notizia è tratta dal settimanale che si pubblicava a Monteleone, alla fine dell'Ottocento, e riguarda un antico quadro che si trova nella chiesa parrocchiale di Briatico. Si tratta di una grande tela raffigurante San Nicola di Bari che, secondo le ricerche di Scalfari, sarebbe stata dipinta nel 1624 da un… bambino di undici anni. Ma ecco i fatti: un quadro, raffigurante San Giuseppe, venne trasportato nella chiesa di Sant'Ignazio a Monteleone, "che da teatro, in cui era stata trasformata da dopo la fuga de' Gesuiti, fu poi ribattezzata a chiesa di San Giuseppe". Il quadro in questione è firmato "Thomas di Florio 1675". Scalfari viene a sapere, in quegli anni, da un certo Antonio De Rito, che un altro quadro dello stesso autore si trovava nelle vicinanze, nella chiesa matrice di Briatico. Ecco come Scalfari racconta: "Amici Briaticoti ed altri, a cui ho chieste notizie in proposito, mi hanno affermato che il S. Nicola, del quale non ricordano il nome dell'autore, è un bellissimo quadro, proveniente da Briatico vecchio. Dopo quest'affermazione è quella del De Rito, andai, come ognun può supporre, pieno d'ansietà a Briatico, e vidi il quadro, ch'è un….. quadraccio. È una gran tela, mal disegnata, peggio colorita e senza alcuna invenzione, chiusa in una cornice dorata. Come non è facile cosa giudicare d'un quadro; sicché spesso si dice di esso ch'è bello mentre è brutto e viceversa! Facce inespressive, pennelli intinti nella calce, balle di bambagia per nubi, una vera impiastricciatura d'un cattivo pittore, ritratta forse da una pessima stampa, come quelle che fa l'Apicella a Napoli. Restai disilluso, e più che disilluso, sconfortato, poscia ch'ebbi letto la leggenda dell'autore: Thomas De Florius P. 1624. Quanta differenza tra il quadro di Briatico e quello di S. Giuseppe (…) l'autore è il medesimo, e costui avrebbe dipinto il quadro di Briatico a soli undici anni, essendo egli nato, como ho già scoperto, nel 1613. (…) ma a undici anni chi è che può dipingere un quadro di grandi proporzioni per quanto cattivo possa questo essere? Stando Tommaso, artista noto, nell'età di undici anni a studio presso qualche imbrattatele di Monteleone, non essendoci allora in questa città artisti di valore il maestro avrà lasciato lavorare il piccolo e promettente discepolo intorno al quadro commessogli, riserbandosi di ritoccarlo egli all'ultimo: e probabilmente il piccolo discepolo avrà copiato qualcuna di quelle stampe che vanno per le mani del popolo nella festa del Santo non mancando, nella tela, come nelle stampe di questo genere, tutti gli accessori de' miracoli del Santo operati a scopo d'ingagliardire la fede, come il barile coi tre fanciulli, il libro colle tre palle. Ecc. la niuna espressione delle facce, la tavolozza impiastricciata di calce, gli accessori de' miracoli, l'incertezza del disegno, ecc. indicano chiaramente che l'autore del quadro dovette essere un ragazzo, già capace del resto a quell'età di ritrarre col pennello da una stampa. A questa riflessione mi consolai non poco, avendo sorpreso il di Florio a undici anni attorno a una tela di grandi proporzioni. (…) Cosa curiosa, abbiamo ormai di Tommaso due quadri, che rappresentano la sua fanciullezza e la sua vecchiaia: undici e sessantadue anni: lo inizio e lo sviluppo completo, cioè, delle sue facoltà pittoriche". Fin qui la cronaca del tempo. Il quadro in questione intorno al 1975 è stato malamente restaurato con incollaggio sul retro della tela di pezzi di plastica e sovrapposizioni pittoriche in vaste aree dell'opera. Successivamente il quadro è stato ri-restaurato, questa volta con tutti i criteri di recupero e conservazione, nei laboratori della sovrintendenza a Cosenza ed adesso è esposto nella navata laterale destra della chiesta di San Nicola di Briatico.

Franco Vallone

Convegno sul tema "MUSICHE, CANTI E DANZE POPOLARI: TRA SACRO E PROFANO"

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , | Posted On domenica 12 ottobre 2008 at 1:21 PM

A Torre Ruggiero (CZ) si è svolto il convegno sul tema "Musiche, canti e danze popolari: tra sacro e profano" che ha visto la partecipazione di:

CARLO LUCARELLI (Scrittore/giornalista. Conduttore del programma televisivo 'Blu Notte');
ROSARIO CARELLO (Giornalista. Conduttore del programma 'A Sua Immagine' su RAI1);
PINO SILVESTRE (Teologo);
GIANFRANCO DONADIO (Documentarista/etnografo dell'Università della Calabria);
CARLO GRILLO (Autore/musicista dei Calabria Logos);
MIMMO MARTINO (Autore/musicista dei Mattanza):
SALVATORE GERACE (Ricercatore. Musicista degli Arangara);
MARISTELLA MARTELLA (Danzatrice e Direttrice della Scuola Taranta Power);
CECILIA CASIELLO (Danzatrice. Progetto Satyria).

Su YouTube una fase del convegno!

Il mistero della sagra della castagna che non c’è

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On mercoledì 8 ottobre 2008 at 10:26 AM

Parghelia - Qualche giorno fa, lunedì 29 settembre, Parghelia ha visto una numerosa partecipazione di degustatori appassionati per una delle ultime sagre del 2008, quella della Castagna. Tanta, dicevamo, la gente accorsa in paese ma rimasta a bocca asciutta in quanto, per quella data, non era prevista nessuna sagra della castagna. Il mistero è da ricercarsi nell'effetto copia incolla effettuato da alcuni giornali quotidiani e da una miriade di siti internet che hanno amplificato all'origine l'errore di qualcuno. Basta inserire su google la chiave "Sagra della castagna di Parghelia 29 settembre 2008" per vedersi aprire decine di pagine internet di siti che annunciano l'evento. A dire il vero a più di uno è balenato il dubbio di come si poteva fare una sagra della castagna a Parghelia visto che sul suo territorio non vi sono vasti castagneti. Il secondo dubbio era sulla data, il 29 settembre si trovano ancora poche castagne sul mercato come si può pensare ad una sagra?... il terzo dubbio è arrivato alle ore 17.00 del 29 settembre girando invano per le strade deserte del paese frequentato a quell'ora soltanto da automobilisti, non del posto, in cerca del luogo preciso della sagra, automobilisti che si chiedevano informazioni sull'evento a vicenda, l'uno con l'altro. Alla fine l'arcano mistero delle castagne scomparse è stato svelato da alcune signore del luogo che hanno riferito "le uniche castagne che si distribuiscono a Parghelia sono quelle lanciate dal campanile della chiesa per la festa di Sant'Andrea che si festeggia alla fine del mese di novembre di ogni anno".
Franco Vallone

Ritrovamento archeologico a Vibo Valentia

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On at 10:16 AM

Ancora un ritrovamento archeologico a Vibo Valentia, uno dei tanti. Viale Affaccio, ore 14.50 di ieri, la zona antistante l’ex autostello è strapiena di gente che fa capannello attorno ad uno scavo appena aperto da una piccola ruspa. Si stanno eseguendo i lavori di scavo per gli impianti di video sorveglianza che, vista l’area di grande rilevanza storica archeologica, sono strettamente e costantemente seguiti da tecnici della sovrintendenza archeologica. Sotto la buca un’archeologa effettua lo scavo e i rilievi con competenza e velocità. È una tomba di epoca magno greca, numerosi frammenti di embrici di copertura in terracotta, uno scheletro parzialmente conservato, si rileva un femore, una clavicola, il teschio con mandibola e alcuni denti e l’omero di un braccio. Vi è poi, accanto alla testa e vicino a dove si dovevano trovare i piedi, il corredo funerario con vasetti ed altro materiale manufatto in ceramica nera che indica, senza ombra di dubbio, la datazione generica al periodo della Vibo Valentia Magno Greca. L’archeologa, coadiuvata dai tecnici della stessa Sovrintendenza, continua nello scavo, mentre un tecnico effettua i rilievi grafici e fotografici, poi tutto il materiale recuperato, ossa e reperti, verranno portati al museo archeologico per essere ripuliti, studiati, restaurati e forse esposti.

Mentre nella buca, nemmeno tanto profonda, si lavora, la gente attorno fotografa voracemente con i telefonini e prima di tutto commenta il ritrovamento. Si sente di tutto attorno a questo scavo, c’è chi dice: “forse è San Leoluca…, ma non lo avevano già trovato a Santa Ruba San Leoluca?”, altri vedendo lo scheletro pensano ad “una lupara bianca ad un morto sotterrato dopo una esecuzione”, altri ancora esternano sepolture di “cavalieri medievali” o di “soldati delle ultime due Guerre”… si sente davvero di tutto e di improbabile attorno alla buca.

Lo scavo prosegue tra giornalisti che prendono appunti, altri che preparano il servizio video per le varie televisioni, direttamente dalla scena del ritrovamento, tra la terra che si vede spalare, dal di sotto direttamente fra i piedi. I numerosi automobilisti che passano vedendo il capannello di gente rallentano, sono tutti incuriositi, pensano ad un incidente, molti abbassano il vetro del finestrino e chiedono preoccupati cosa è successo, chiedono informazioni: qualcuno risponde: “hanno trovato un morto” – ed alla risposta di un automobilista: “e quando u levanu?” non possiamo che pensare che forse nella Vibo Valentia del 2008 non vi è poi tanta sensibilità e rispetto verso la propria memoria storica di tanti anni fa, e che forse tutti i vibonesi dovrebbero effettuare una visita al loro museo che si trova nel loro castello, sopra la loro città.

Franco Vallone

Primo raduno di Giganti e tamburi a Sciconi di Briatico

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On mercoledì 1 ottobre 2008 at 10:30 AM

Briatico - Sciconi di Briatico sembrava proprio essere diventato, all’improvviso, un paese della Spagna. Una sorta di Pamplona o di Barcellona, con decine di giganti processionali che sfilavano per le strade tra tanta gente adulta e una miriade di bambini. Una vera e propria marea umana tra le strette vie principali, tra i vicoli e la piazza del paese. Dieci coppie di grandi, giganteschi simulacri di legno, pezza e cartapesta colorata più un gigante più piccolo costruito per il divertimento di alcuni bambini del luogo che lo accompagnano con due piccoli tamburi. Tutti hanno sfilato assieme sotto lo stesso frenetico ritmo di tamburi, piatti, grancasse e rullanti, davanti alla giuria presieduta dal sindaco di Briatico, Andrea Niglia, affiancato dalla competenza, in fatto d’arte, del maestro Michele Licata, preside della Scuola d’Arte di Vibo Valentia e di altri giurati. Al primo raduno di giganti e tamburi, organizzato dall’A.I.C.S. di Sciconi, hanno voluto partecipare tanti giganti, c’erano quelli di Felice Napoleone di Porto Salvo, dei Papandrea di Laureana di Borrello, di Biagio Famà di San Leo di Briatico, dei Lo Preiato di Porto Salvo, dei Giancotta di Polistena e poi ancora quelli di Mesiano, di Cessaniti, di Pannaconi, di Zio Totò di Sciconi, e quelli denominati Sciconidoni, un mix collaborativo tra Sciconi e Conidoni. Dopo la sfilata generale le coppie sono state chiamate ad esibirsi singolarmente per tre minuti davanti al tavolo dei giurati per dimostrare e per mostrare costumi, ritmo, balli, personalizzazione dei volti, allestimento e coreografia. Dalle 17.00 alle 19.00 due ore di frenetica danza, fino al buio, fino ai fumi profumati della salcicciata in piazza e fino ai fumi pungenti della polvere da sparo incendiata e purificatrice del “camejuzzu i focu” ballato alla fine dell’incontro per chiudere al meglio la grande festa di Sciconi. Il gigante e la gigantessa anche a Sciconi escono in coppia. Iniziano a rullare i tamburi, le alte e inquietanti figure danzano vorticosamente, in un rituale antichissimo tracciano per le strade di Sciconi un itinerario magico simbolico. La festa è il loro mondo, il ritmo la loro vita, la strada e la piazza il loro libero movimento. I giganti fanno parte di una un'antica tradizione calabrese, sfilano per le strade durante le feste di paese per allietare con i loro balli e per "segnare" di festa il percorso del paese. La strada diviene, così, un luogo rituale ricco di simbolica magia e religiosità. Dalla testa di cartapesta, abiti a fiori e strisce di colori sgargianti e mani viscide, incutono terrore a tutti, una paura profonda, mista al piacere della sfida. Una forte emozione solca il divertimento dei bambini, esorcizza e supera una paura innata e collettiva. La tradizione dei giganti è molto radicata in Calabria e in molti paesi sono stati costruiti esemplari del gigante e della gigantessa che sono vere e proprie opere d'arte popolare. Molte volte il ballo dei giganti è accompagnato dal ballo del cameju, del cavaju o del ciucciu. Fantocci di cammelli, cavalli o asini, simboli di animali arcaici che nel finale di una festa si esibiscono in un pirotecnico ballo di fuoco purificatore. I tamburi suonano, i giganti e la gigantessa si corteggiano, si abbracciano e si baciano, ballano e spaventano la gente, i cammelli si infuocano e la tradizione continua.

Alla fine della serata sono stati consegnati i premi: 1° Classificato: i Fratelli Monteleone di Mesiano; 2° Classificato: Famà il re dei giganti di San Leo di Briatico; 3° Classificato Ex aequo: Giancotta di Polistena e i Giganti di Sciconi di Zio Totò Carnevale; 4° Classificato Ex aequo: Guerrera di Pannaconi di Cessaniti e Papandrea di Laureana di Borrello; 5° Classificato: Lopreiato di Porto Salvo; 6° Classificato: Felice Napoleone di Porto Salvo; 7° Classificato: i Giganti “Sciconidoni” di Melluso; 8° Classificato: i Giganti di Mazzitelli di Cessaniti.

Franco Vallone

La musica e la filosofia di Francesco Riggio… Fog per gli amici

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On martedì 30 settembre 2008 at 5:26 PM

Fog, all'anagrafe Francesco Riggio, è un ragazzo con un sacco d'idee che da anni porta avanti grazie al suo talento musicale e alla sua fede. Francesco nasce a Tropea ed oggi vive e lavora a Briatico dove ha cominciato a studiare batteria e successivamente ha formato il gruppo musicale havy metal, denominato "No Code", nel quale è stato batterista. Le cose inizialmente non vanno secondo le aspettative e così Francesco decide così di cavarsela da solo imparando la chitarra, il basso, il piano e naturalmente a cantare. Passa anni a suonare tutti i giorni e a comporre le prime canzoni Rap e Rock. Alla fine ha tra le mani una trilogia crossover_rap e molte altre canzoni di rock atmosferico (il suo genere preferito). Decide di pubblicare degli album e quindi si dedica per primo al Rap. Oggi Francesco Riggio ha pubblicato già il suo quinto lavoro da solista (Line Out) e si prefigge di andare avanti con questo metodo. Il suo personalissimo obiettivo è quello di liberare la musica dalle catene che la legano al conformismo e al mercato, diffondendo un genere di musica anticonformista e senza fini di lucro.
"Suonare deve essere prima di tutto una passione che va esercitata liberamente permettendo cosi all'artista di esprimere il proprio talento senza alcun vincolo dovuto ad un resoconto economico". Questa è la filosofia di FOG e della Nebbia Records. Un altro obiettivo importante è il Progetto Oasi nel Deserto il quale vuole evangelizzare e diffondere la fede in Cristo, in particolare ai giovani attraverso la musica. Fog è cresciuto in un ambiente in cui l'arte e la cultura in genere, non vengono valorizzati a dovere, sia per la mancanza di investimenti e quindi di strutture idonee, sia per la mentalità della gente, chiusa alle novità. Crescere in un ambiente lacerato dalla mafia e dalla mancanza di stimoli è veramente difficile per un ragazzo, soprattutto se non si conoscono le persone giuste e non si è capaci di auto finanziarsi. Un po' alla volta Fog crea il suo piccolo studio di registrazione, la scelta del nome (Fog = Nebbia) è un'allusione allo stile Rock Atmosferico e Psichedelico. Per Fog non esiste né un gruppo ideale, né una musica preferita. Essendo in grado di suonare svariati strumenti musicali, crea la musica che più gli piace, ha naturalmente le sue influenze, ma tende ad essere se stesso in modo particolare. Afferma di non prediligere un solo tipo di musica, ma molti generi che vanno: dal Rap al Rock, dal Blues al Folk, dal Jazz all'elettronica, il tutto unito ad un pizzico di Psichedelia, uno stile di Musica Atmosferica tutto personale e inedito. Per quanto riguarda il Rap, si tratta di una trilogia di album, e il disco JHS rappresenta l'inizio di un nuovo cammino musicale caratterizzato dal Rock Atmosferico. Fog ci dice di avere tanto da esprimere e di voler mettere alla prova la sua capacità di comporre sperimentando vari stili musicali. La Religione e il rapporto con Dio sono molto importanti per Fog, anche se i testi dei primi due dischi possono far discutere su questo argomento. Ma l'incontro tra Fog e Dio matura nel tempo, JHS è il disco più cristiano. I testi cambiano man mano che si va avanti e da una situazione iniziale quasi di scetticismo, si va pian piano affermando la fede che col passare del tempo si rafforzerà. Fog ha moltissimi Hobby e ce ne parla come "un modo per sentirsi vivo in questo mondo morto spiritualmente". Oltre alla passione per la musica ha quella per l'arte, la natura, la preghiera, la storia... Ha un forte dissenso per la televisione che considera ormai solo come "uno strumento di commercio, senza più contenuti educativi, la quale potrebbe essere molto utile per la diffusione della cultura e invece non fa altro che plagiare la mente delle persone con programmi scandalistici e privi di pudore". Fog dedica parecchio tempo ai suoi hobby, tirando fuori idee sempre nuove, tutto ciò lo fa per portare avanti i suoi ideali e i suoi Progetti. La sua è una corsa controcorrente, in un mondo artistico permeato da materialismo e scetticismo nei confronti di Dio: "si crede solo a ciò che si vede, ma infondo si vede solo ciò che si vuol vedere!". Fog ama questo genere in quanto dà all' artista la possibilità d'esprimersi e di spaziare nel campo della musica alternativa. Il Crossover di Fog è un mix di generi e di atmosfere, in modo particolare Rap, Rock, Blues, Folk, Elettronica, Psichedelia, Tribal, Reggae, Metal, Progressive... Lo stile inconfondibile di Fog sta comunque nel creare atmosfere, le canzoni dell'artista sono molto psichedeliche ed avvolgenti, coinvolgono l'ascoltatore e lo immergono in un mondo fatto di melodie e ritmo, voci basse e calde, dolci e allo stesso tempo graffianti. I testi di Fog sono prevalentemente cristiani, trattano di tematiche scottanti e personali, come il dolore, la fede, il male nel mondo, la guerra, l'amore, la ribellione al conformismo e alle mode del peccato... Chiunque ascolta Fog, non può restare indifferente al suo messaggio unico al mondo, si tratta di un cammino che và controcorrente, ovvero che risale il fiume del conformismo mondano della musica fatta solo per denaro, priva di contenuti e dannosa per gli ascoltatori. Fog mette a disposizione la propria musica gratis in formato mp3, è possibile infatti scaricare i dischi sul computer oppure acquistarli originali a prezzo davvero irrisorio.
Franco Vallone

Un viaggio dall’Argentina per riportare a casa il passaporto del nonno

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On domenica 21 settembre 2008 at 5:59 PM

Briatico - Lui si chiama Francisco Alberto Lopez Limardo ed è un argentino nato a Buenos Aires. Francisco è voluto ritornare a Briatico, nella Calabria e per le strade dei suoi avi, per poter guardare, sentire, odorare, vedere per un attimo i luoghi della memoria che si porta dentro da sempre. Suo nonno materno, Francesco Limardo, contadino, figlio di Raffaele e di Lombardo Maria Rosa, era nato a Briatico il 13 novembre del 1907. Il suo passaporto, rilasciato a Monteleone di Calabria il 24 aprile del 1926, testimonia anche la partenza senza ritorno dal porto di Genova datata 20 maggio 1926. Francesco Limardo a Buenos Aires si sposa, poi ha una figlia che chiama Maria Rosa come l'anziana madre rimasta a Briatico. Oggi il nipote argentino, Francisco Alberto Lopez Limardo, è voluto venire nella Briatico di suo nonno per riportare indietro, in un simbolico viaggio di ritorno sull'oceano, il vecchio passaporto ingiallito del suo avo, completo di fotografia e i timbri d'imbarco delle visite mediche e del visto consolare argentino. Francisco a Briatico oggi è arrivato con sua moglie, una signora irlandese dai capelli rossi, testimone di altre culture ed altre antiche emigrazioni, ha effettuato un percorso fatto di strade mai percorse, ha voluto incontrare i Limardo delle nuove generazioni, con loro ha voluto parlare a lungo, ricordare assieme, incrociare rapporti, genealogie e parentele. Francisco Alberto, poi, ha consegnato il documento originale al museo dell'emigrazione calabrese ed ha espresso il desiderio di voler lavorare assieme per poter portare in Argentina una mostra che possa illustrare ai tantissimi calabresi di Buenos Aires la storia dell'emigrazione calabrese nelle Americhe. Lui stesso ha spiegato come "a Buenos Aires stia cercando la possibilità da fare qualcosa per la cultura di Calabria e, prima di tutto, per la difesa della ´´Calabresita´´". Poi aggiunge: "a Briatico mia moglie ha scattato una foto. Sono io quando scendo dal treno, l´ha fatto all'improvviso. Da questa piccola stazione ferroviaria nel 1926 mio nonno e partito da Briatico per l'America, e non è mai tornato. Dopo giusto ottantadue anni torno io e chiudo il circolo. Molti anni fa, leggevo che alcuni abitanti dell'Africa pensavano che le persone che scattavano loro le fotografie rubavano con le immagini anche le anime. Adesso mi sono reso conto che tutto questo è vero, dopo questa foto un pezzo del mio cuore rimane a Briatico assieme a tutti voi, per sempre".

Franco Vallone

Concluso con successo il Progetto Azzurro della Pugliesi Onlus di Favelloni

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On mercoledì 17 settembre 2008 at 9:36 AM

Briatico - Si è concluso il Progetto Azzurro, riservato ad anziani e disabili, voluto dall'Associazione Onlus "Francesco Pugliesi" di Favelloni. Il progetto, durato due settimane, ha visto la partecipazione di circa venti persone dei territori di Cessaniti e Briatico, assistiti e accompagnati da dieci volontari della Onlus. L'iniziativa estiva ha avuto una buona affermazione e tanto consenso, ma soprattutto è riuscita a rendere felici persone, che spesso non riescono ad esserlo.
Come ha riferito il presidente dell'associazione, Filippo Pugliesi, "anche in questa occasione l'Associazione Pugliesi Onlus si è ricordata delle persone sole e ammalate, facendole godere del mare e la gioia della compagnia. Gli utenti sono stati accompagnati, per due settimane, dalle ore 9.00 alle 13.00, sulla spiaggia di Briatico, davanti al chiosco dei signori Vita, dove hanno vissuto momenti davvero felici: i volontari li accompagnavano a fare il bagno, con giochi, canti e balli sulla spiaggia". Ai partecipati la "Francesco Pugliesi" ha regalato un canotto con mascherina posta sul fondo per permettere la visita dei fondali. Poi il pranzo preparato e servito presso la sala ristorazione del Sacro Cuore dei Padri Dehoniani. Tutti i servizi offerti nelle due settimane ai partecipanti sono stati assolutamente gratuiti.
Viva soddisfazione è stata espressa dal presidente dell'associazione, Filippo Pugliesi, il quale ha ringraziato tutti coloro che hanno reso possibile l'iniziativa, innanzitutto i volontari della Onlus, il bravo animatore, Stefano Scrugli, che, essendo infermiere, si preoccupava di somministrare le medicine agli utenti che seguivano una particolare terapia; il dottor Franco Prestia, che vigilava sullo stato di salute dei disabili e degli anziani durante lo svolgimento delle attività ludiche; la famiglia Vita, che ha messo a disposizione dell'iniziativa i servizi del chiosco. L'impegno finanziario per la realizzazione del Progetto Azzurro è stato importante ed è stato reso possibile grazie al Patrocinio dell'Assessorato ai Servizi Sociali del Comune di Cessaniti, nella persona dell'Assessore Rosa Valenti e del Comune di Zambrone; il Progetto è stato altresì sponsorizzato dalle aziende Ferwall di Vibo Valentia, dalla Edil Scavi di Zambrone, dalle compagnie assicurative Fondiaria SAI di Modafferi Giovanni Luca, la Milano Assicurazioni di Barba Vincenzo, la Zurich Assicurazioni Fauth s.n.c. di Rosario Espositi e Fondiaria Sai di Pugliesi Filippo e Giuseppe.
A tutti il presidente Pugliesi, il direttivo e i soci della Onlus di Favelloni rivolgono un grazie di cuore. Anche loro hanno reso allegre e spensierate poche giornate a persone che solitamente vivono nell'angoscia del dolore, della solitudine e della malattia. Anche stavolta nel nome di "Francesco Pugliesi", il ragazzo di Favelloni, cui è intitolata l'Associazione Onlus, scomparso a soli 24 anni per un male incurabile, si è voluto portare un raggio di luce, un sorriso, una speranza in un mondo di sofferenza.
I soci e il presidente della Onlus si ripromettono di promuovere anche per gli anni futuri il Progetto Azzurro, sperando che l'iniziativa venga accolta con meno diffidenza e veda la partecipazione sempre più numerosa di anziani e disabili e il maggiore coinvolgimento delle istituzioni. C'è da sottolineare, ha concluso Filippo Pugliesi, che uno dei partecipanti costretto sulla sedia a rotelle, Filippo Zucco di Favelloni, grazie al Progetto Azzurro ha visto il mare per la prima volta, con grande meraviglia nei propri occhi e tanta soddisfazione negli sguardi di noi organizzatori".
Franco Vallone

La Campagna di Celestina

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On lunedì 15 settembre 2008 at 11:14 AM

"La Campagna di Celestina", opera prima di Maria Rosaria Vallone, è un libro particolare per la tematica trattata e, prima di tutto, per la tipologia di scrittura. Il ricordo, la memoria di quei fantastici, mitici anni Sessanta vissuti in provincia, a Parghelia, in uno dei tanti paesi di mare della Calabria, diventano una chiave per aprire tutti i cassetti delle nostre mille memorie personali. L'autrice del volume affronta i suoi ricordi in modo fortemente estemporaneo, li apre, li squarcia profondamente mostrando gli aspetti interni più vari e inediti. Maria Rosaria mostra al lettore, senza remore e senza timidezze, uno spaccato antropologico continuamente in tensione, un mondo passato, ma sempre attuale e reale, saturo di quegli elementi di riferimento coerenti con il tempo dell'accadimento. Parlare e trattare il ricordo e la memoria senza cadere in quella sorta di retorica da "Mulino Bianco", e non pensare e descrivere a tutti i costi un passato dove tutto era bello, interessante, pulito e candido, non è operazione affatto facile. Maria Rosaria Vallone riesce invece a percepire il tempo andato senza nostalgie e pentimenti di alcun non vissuto, raccontando, descrivendo con l'anima ed il cuore e riuscendo così a scrivere, a distanza di tempo da quel tempo, un diario dove è lo stesso paese a muoversi con i suoi personaggi dentro, un paese fatto da mille storie che si toccano e si sfiorano più volte e da tanta umanità che scivola con i giorni che passano e sono passati. Quello che colpisce nel racconto di Maria Rosaria è la tipologia caratteriale della sua scrittura che assomiglia a quella di una sceneggiatura filmica dove ogni racconto, ogni storia può immediatamente essere tradotta in linguaggio cinematografico tanto la particolarità del racconto si fa percepire, riga dopo riga, pagina dopo pagina, attraverso vere e proprie immagini, visioni, particolari illustrati solo dallo scrivere. I titoli dei diversi capitoli, le tracce de lle testatine, sono veri e propri binari che conducono a storie sempre definite e dai contorni vivi: l'albero dei fichi affittato dalla bisnonna, la realtà di una ricchezza solo percepita, la descrizione magica della campagna di Celestina, la borsa contenitore-tesoro del padre e poi l'asilo e la scuola, l'arciprete, la Pasqua, la camera da letto, la festa della Madonna, quella di Sant'Andrea con il lancio delle castagne dal campanile della chiesa, il bar di Pepè e il momento ludico del gioco. Dal libro escono fuori dalla memoria di quegli anni, figure, personaggi e interpreti della vita, con una loro caratterizzazione sempre forte e prorompente: Santino, zia Mariuzza, Miranda, la signorina Stellina, la vicina di casa, don Mimì e il suo pulmino, zio Pasquale ma anche il tempo speciale delle bottiglie di pomodoro e di quando a Parghelia arrivava il colorato magico mondo del circo Zavatta che per mesi si insediava e si insinuava tra le pieghe della quotidianità silenziosa di Parghelia. Ed anche qui, quando racconta di personaggi locali, Maria Rosaria Vallone li amplifica nella sua scrittura e li carica attraverso il ricordo di luce speciale, li fa diventare personaggi universali, globali. Un vero e proprio volume diario quasi personale che però recupera ed apre i meandri memorici di ogni singolo lettore e li completa con il ricordo di ognuno, un racconto che si attacca al ricordo madre della stessa scrittrice. Un lavoro di completamento della ricerca che avviene nei cassetti della memoria delle proprie esperienze personali e collettive di ognuno. A questo punto ogni lettura diviene personalizzazione di ogni singolo volume. Persone e personaggi si affacciano dal passato di Parghelia, si rivitalizzano sul palcoscenico della memoria ed il ricordo diventa, ancora una volta, vita. Maria Rosaria Vallone, nata a Parghelia, vive e lavora da anni a Messina ed è proprio la lontananza dal suo luogo natio la chiave di lettura per capire questo suo sguardo straordinario sul suo paese, uno sguardo mai banale sempre carico di simbologie profonde incarnate in una scrittura racconto forte come non mai.
Franco Vallone