Comunità Montana Alto Crotonese Casabona: Passato e presente a portata di mano

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On giovedì 23 dicembre 2010 at 11:17 AM

Chi arriva, vuole vedere i sassi.
Quali? Non siamo a Matera, né Mel Gibson è stato qui a girare Passion. Magari avesse scelto Casabona per gli esterni del suo film! Ora non si saprebbe dove mettere turisti e curiosi, giapponesi in testa, presenti e frequenti nella città lucana. La Film Commission della Calabria dovrebbe fare un pensierino per fiction, documentari, film d’epoca. Il paese ha tanto da raccontare. Esiste da sempre. Conserva tracce di età del ferro e neolitica. Il pezzo forte è l’arredo funerario di un sepolcreto del IX-VII secolo a.C. visibile nel Museo archeologico di Crotone. Non mancano testimonianze di epoca romana nelle frazioni Gabelluccia di Cuccumasso e Zinga. Qui il discorso diventa ampio, perché l’antica Cinga degli albanesi di rito latino, dispone a sua volta di insediamenti in alture arenarie, interessanti dal punto di vista storico e antropologico. Il fenomeno, diventato altrove attrattiva turistica, non fu segno di miseria estrema o necessità bellica, ma scelta urbanistica non casuale, ordinata su terrazze parallele, espansa sui crinali e con uscite in un’unica via di fondo. Vedi il caso di Valle Cupa. Tutto questo dall’età della pietra al tempo dei bizantini. Solo successivamente le grotte furono stalle di asini e muli, concesse in affitto dal Comune fino al 1940. Oggi prevale l’aspetto considerevole di civiltà rupestre, con lo stesso concetto di urbanistica ambientale, estesa a igloo eschimesi, tipi indiani, nuraghi sardi e trulli pugliesi. Il fatto di essere “ricovero accogliente”, ha dato a Casabona il nome che porta. C’è anche chi fa riferimento a casu bonu, ottimo formaggio, essendo stata la pastorizia attività locale prevalente. Ma come la mettiamo con stemma e gonfalone, che propongono una casetta rurale con porta e finestre, rispettivamente con omonima scritta e stella sopra? Vuol dire che ognuno sceglie a casu la definizione bona, così è garantito il doppio significato.

Per gli itinerari, la scelta è varia e personale. Si può cominciare dalle sciolle, strapiombi di rocce in bilico su terrazzamenti, soggetti a terremoti e piogge alluvionali. La disposizione fino a otto piani, ognuno con decine di antri, è uno spettacolo della natura. Le abitazioni, scavate in rocce di argilla, mista ad arenaria, hanno vano giorno e vano notte, con nicchie per riporre oggetti e viveri. Nei lunghi pendii senza vegetazione, si trovano grotte più o meno ampie e profonde, dalle volte di tufo e affacciate su terrazze parallele, con prospettive di un certo effetto. Altro spettacolo naturale si gode a Montagna Piana, dove la mano dell’uomo non ha lasciato traccia. In compenso, però, hanno lavorato le forze della natura con erosioni, acque dilaganti e smottamenti nel corso dei secoli, a tutto vantaggio del panorama, aperto verso il mare. Il centro abitato sorge a 51 km di distanza da Crotone. Vi si giunge attraverso la statale 107, lasciandosi alle spalle Rocca di Neto.
Nel percorso religioso, conviene fare tappa almeno in tre chiese, ugualmente interessanti. La prima risale al 1765 ed è dedicata a san Nicola vescovo. Pregevoli i dipinti dell’Annunciazione e dei santi Tommaso, Francesco, Antonio, Domenico e Nicola, il venerato protettore. Fanno parte dell’arredo: la Croce d’altare in bronzo a fusione, su anima di legno interna e labili tracce d’argentatura sui puntali lavorati a giorno; la Croce d’altare a tre candelabri in ottone e bronzo argentato, con nodo e base a testine di angeli aggettanti e anima in ferro; il Calice dorato, lavorato a sbalzo su appoggio circolare con cartigli e volute in foglie d’acanto; l’Altare maggiore, di cui resta il fastigio con tarsie di marmi policromi; la Madonna col Bambino in marmo bianco, con evidenti influssi della Bottega del Gagini. La Torre campanaria è a due piani. Il Crocifisso e la Madonna con Gesù, sono del XV secolo. Una nota di merito va al pulpito in muratura, con fascia d’appoggio in legno intagliato a modanature semplici.
Il secondo appuntamento è con il Santuario di san Francesco, in aperta campagna. La Chiesa è semplice, con facciata a capanna e tetto spiovente. L’interno è ad aula unica e cappella dell’Ecce Homo sulla sinistra, con tre nicchie. L’altare, con fastigio a colonne e teca in vetri, segue lo stile scultoreo di ’700 e ’800. Insolito il dipinto di Maria santissima con scettro (o clava?) nella mano destra, alzato contro il demonio atterrato, e due angioletti reggenti la corona sul suo capo, mentre san Giovanni Battista e sant’Antonio Abate le stanno ai lati. La tela, restaurata di recente, si apprezza per la discreta fattura nella Chiesa del Battista di Zinga, dove nel 1343 esisteva già un tempio, ricordato in atti di Federico II. Nella stessa frazione, si trova il Santuario dell’Immacolata del 1400, a pianta trapezoidale, con dipinti ormai semidistrutti e un piccolo coro, che segnala, in una epigrafe del 1864, la devozione degli emigrati d’ America. La statua della Vergine è di legno, in puro stile settecentesco, con tre angioletti in basso, falce di luna sotto i piedi e corona bombata in testa. L’opera è custodita in una nicchia a vetri in fastigio d’altare, ricostruito in muratura. La Chiesa dell’Annunziata è quanto resta del Convento del 1300, voluto da Bona, regina di Polonia e duchessa di Bari, discendente degli Sforza di Milano. La Chiesa bizantina, originale espressione d’arte, presa a modello per altri luoghi di culto, è definitivamente perduta.
La Torre di guardia del ’500 fa parte del percorso storico-architettonico, dal passato nobile e fulgido, con dimore fastose, circondate da parchi e orti botanici. Villa Tallarico fu cenacolo cosmopolita, frequentato da Umberto Zanotti Bianco, Paolo Orsi, Teodoro Brenson e Guglielmo Marconi. Teresa Liguori, consigliera nazionale di Italia Nostra, chiede che sia posta sotto la tutela della Soprintendenza ai Beni culturali, non solo per la bellezza della costruzione in stile moresco, ma anche per la varietà del giardino botanico, e per l’archivio storico-scientifico del professore Tallarico, insigne medico e biologo, direttore sanitario dell’Ospedale italiano a Londra sin dal 1913. A Crotone, fu un evento l’arrivo dell’Elettra, panfilo dei Marconi, salpato da Londra nel 1925, con a bordo l’illustre calabrese, deciso a rientrare in patria, dopo aver curato personaggi di fama mondiale: Leoncavallo, Picasso, Diaz, Stravinski, ecc.
Nella splendida residenza di campagna, i grandi del ’900 erano affascinati dal panorama a perdita d’occhio su Jonio, Sila e Valle del Vitravo , ma anche e soprattutto dalla rarità di alberi importati da Asia, Africa e America. Pini marittimi di superba altezza gareggiano in bellezza con piante ultracentenarie. Una hedea brasiliensis, piantata nel 1880 per la nascita del futuro senatore Giuseppe, resiste, mentre sono sparite le araucarie. Il lungo viale di cipressi, tuje e folti cespugli di macchia mediterranea, conduce all’ingresso caratterizzato dalla presenza di un glicine giapponese dall’altezza considerevole e dai fiori enormi. Mimose, granati, lillà, spiracee e cactacee sono diffuse in ogni angolo del giardino incantato, con siepi di rosmarino dall’odore acuto e penetrante, attorno al perimetro.

Il patrimonio della Villa, comprende una ricca collezione archeologica, custodita a Genova, in attesa di essere collocata nel Museo civico cittadino, che sarà allestito a Palazzo Liguori, sottoposto a restauro e donato al Comune dagli illuminati proprietari. Ruderi del vecchio Borgo si trovano in contrada Foresta. Altri siti interessanti sono lungo le rive del Vitravo.
Emma Viscomi

Greccio, Betlemme e Gerusalemme... le note del calabrese Fabio Conocchiella (19 anni appena compiuti) in mondovisione il giorno di Natale

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , | Posted On at 8:01 AM

Si chiama Fabio Conocchiella è calabrese di Briatico, in provincia di Vibo Valentia, e sin dall’età di sette anni si è avvicinato al mondo della musica, quasi per gioco, imparando giorno per giorno a suonare il pianoforte e l’organo, ad orecchio e ascoltando moltissima musica, specialmente quella barocca che influenzerà le sue prime, vere, composizioni. All’età di dieci anni Fabio inizia lo studio del violino, proseguito poi con i maestri Antonella Curcio e Cristiano Brunella. Contemporaneamente Conocchiella scopre di avere un'affascinazione, la grande passione per la composizione, passione che successivamente diventerà la sua principale attività e che lo ha portato allo studio accademico della materia. Ad oggi ha all’attivo numerose composizioni per i più svariati ensamble strumentali, dalla musica da camera a quella sinfonica e prepara arrangiamenti e orchestrazioni per importanti orchestre nazionali e estere. Il prossimo 22 dicembre Fabio Conocchiella festeggerà il suo compleanno. Diciannove anni, è giovanissimo Fabio ed è già un compositore e direttore d’orchestra di quelli importanti, tanto grande e importante che le sono state commissionate opere di orchestrazione di Violentango, Oblivion e Libertango di Astor Piazzolla e l’arrangiamento e l’orchestrazione del famoso brano “Somewhere” tratto da “West Side Story” di Leonard Bernstein, il tutto per un evento altrettanto speciale, il tradizionale Concerto di Natale per la Vita e la Pace da Betlemme e Gerusalemme, al quale partecipano artisti e orchestre di fama internazionale. L’orchestra che quest’anno terrà il concerto è l’Orchestra Giovanile Italiana di Fiesole, che è stata diretta da direttori d’orchestra come Muti, Abbado, Sinopoli, e in quest’occasione sarà diretta dal M° Nicola Paszkowski. Le orchestrazioni di Fabio Conocchiella, per quanto riguarda i brani di Piazzolla, vedranno, come solista al bandoneon, Mario Stefano Pietrodarchi, artista affermato in campo nazionale ed internazionale, che ha anche eseguito nel febbraio di quest’anno la Prima assoluta del concerto per bandoneon e orchestra - a lui dedicato - dal titolo “Dentro”, composto e diretto dallo stesso Conocchiella e successivamente replicato a Yerevan, capitale dell’Armenia, con l’Orchestra di Stato. L’arrangiamento e l’orchestrazione di “Somewhere”, invece, vedrà affiancare l’orchestra da due grandissimi artisti della Palestina: la cantante Mira Awad e il suo vocalist Amiram Eini che chiuderanno l’intero concerto con questo inno alla Pace e alla Fratellanza tra i popoli, temi chiave di questo evento di respiro internazionale. Il Concerto di Natale per la Vita e per la Pace è stato eseguito il 19 dicembre a Greccio (RI), concerto d’inaugurazione presso l’Abbazia di San Pastore; verrà riproposto il 21 dicembre a Betlemme, presso la Basilica di S. Caterina e il 22 dicembre a Gerusalemme, presso l’Auditorium Binyanei Hauma; Un vero e proprio meritato regalo di compleanno per Conocchiella, tutto il concerto con l'opera di Fabio verrà trasmesso in mondovisione e sarà possibile seguirlo, in Italia, il giorno di Natale, il 25 dicembre 2010, alle ore 15.30 su Rai 3 o in streaming o su Radio 3. L’Orchestra Giovanile Italiana diretta sempre dal M° Paszkowski presenterà le orchestrazioni e gli arrangiamenti di Conocchiella anche per il Concerto di Capodanno al Teatro Comunale (del Maggio Musicale) di Firenze, il 1 gennaio 2011 alle ore 11.00. Questo importante progetto che vede coinvolto Fabio Conocchiella rappresenta uno dei tanti riconoscimenti che sta avendo come compositore e musicista a livello non solo italiano, ma internazionale, ricordiamo, infatti, che Conocchiella sta già lavorando a diversi progetti per il 2011 che lo vedranno nuovamente all’opera come compositore e direttore d’orchestra all’estero, anche affiancato da grandi nomi del concertismo internazionale.
Franco Vallone

I mosaici di Villa Romana a Casignana

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On mercoledì 22 dicembre 2010 at 2:44 PM

La scoperta risale a 47 anni fa. Si stava scavando per la costruzione di un acquedotto quando vennero alla luce i primi elementi del complesso monumentale diventato nel tempo una meravigliosa realtà, grazie all’impegno del Comune di Casignana, della Regione Calabria e della Soprintendenza ai Beni culturali.
I risultati ottenuti sono sotto gli occhi di tutti, con il vantaggio indiscusso di aver posto al centro dell’attenzione un sito archeologico di eccellenza, destinato ad aumentare sui 10 ettari limitrofi acquistati dall’Amministrazione comunale, con il contributo della Comunità montana dell’Aspromonte orientale.
La necessità di proseguire con indagini sistematiche era stata avvertita sin dal 1968. L’avvedutezza degli amministratori locali ha fatto il resto. Ed eccoci, dunque, ai meravigliosi mosaici, che oggi si possono ammirare, sia pure in parte, in attesa di pronto recupero e restauro definitivo, lungo il percorso reso possibile da piani di interventi mirati, su pedane agevoli e sotto tettoie di protezione.
La località in cui si trovano è conosciuta con il nome di Contrada Palazzi, lungo il tratto della strada ferrata e della statale 106, compreso tra Bovalino e Bianco. La villa, alla quale appartengono, ha un nucleo centrale originario del I secolo d.C. Presenta una grande ristrutturazione effettuata nel IV. Rivela infine tracce evidenti di frequentazione fino al VII.
I ruderi da ammirare sono imponenti. L’ala residenziale dovette avere aspetti sfarzosi, adatti alla dimora di un personaggio importante, console, magistrato o patrizio, che volle edificare accanto ad essa due impianti termali di uso privato, con pavimenti a mosaico di grande interesse. Uno bellissimo con thiasos ( figure celebranti il culto di un dio) si ammira in un ambiente del frigidarium, nella Sala delle Nereidi delle Terme orientali. L’effetto scenico è dato dall’incastro di tessere marmoree bianche e verdi. Le ninfe marine rappresentate sono quattro, ciascuna in groppa a un animale (toro, leone, tigre e cavallo) con coda a forma di pinna. In un'altra pavimentazione si riconosce nel personaggio centrale Bacco, con accanto un satiro, che ha il compito di sorreggere il dio ebbro.

A ovest delle Terme occidentali è posizionata una fontana monumentale con cisterna. I vari ambienti dell’ala abitativa si affacciano su un unico grande spazio, un tempo giardino, abbellito da porticato, aperto sull’ingresso principale.
Nel lato mare, tra strada e ferrovia, esistono altre pavimentazioni di notevole pregio. In una sala, utilizzata per banchetto e detta delle Quattro stagioni, sono raffigurati i volti personificati di autunno, inverno, primavera ed estate in forma allegorica. Mosaici a disegni geometrici caratterizzano aree abitative e di passaggio. Anche il più grande ambiente finora ritrovato, ribattezzato Sala absidata, presenta scene di grande interesse archeologico e artistico. Il sito di Casignana è considerato il più vasto fra quelli scoperti finora in Calabria. La sua importanza è rilevante in tutta l’Italia meridionale.

In origine, l’enorme ed elegante edificio non ebbe la divisione attuale. Forse fu stazione di posta ai margini del collegamento tra Locri e Reggio. Al complesso termale si accedeva attraverso un porticato. Il frigidarium è del III secolo d.C. Ha pianta ottagonale con 4 lati absidati e 2 vasche per la raccolta di acqua fredda. Il calidarium, dotato di impianto di riscaldamento a ipocausto e tubi fittili sulle pareti, è del IV. Ha pianta ottagonale, pavimenti a mosaico costituito di piccole tessere, mentre quello della sala, di forma rettangolare, è formato da lastre di marmo colorate. La grandiosità storica della struttura è indiscutibile. Per rendere fruibile l’area oltre la 106, è stato necessario costruire un sottopassaggio con il finanziamento della Regione, impegnata anche nelle opere di copertura, scavi e restauro. L’aspetto culturale è diventato di grande respiro con promozione e interventi andati di pari passo. La canalizzazione delle acque segue progetti rigorosi, inalienabili nel recupero totale dei mosaici policromi di 20 ambienti, 4 dei quali figurati. Video-sorveglianza, stazione di monitoraggio delle condizioni micro-climatiche e uffici vari servono a preservare quanto scoperto da eventuali danni umani e temporali.

La presenza della Villa mira alla valorizzazione diretta di nuovi itinerari, passando attraverso voci precise dell’area geografica jonica, da considerare non solo sotto il profilo storico e archeologico, ma anche dal punto di vista agro-alimentare. Vitigni autoctoni, ai limiti della Costa dei Gelsomini, danno prodotti unici nel panorama internazionale, con Greco di Bianco e Mantonico posti in primo piano.
Emma Viscomi

Soverato: Ritorno al passato

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On lunedì 20 dicembre 2010 at 10:13 AM

Michele Repice è un tecnico dal cuore tenero.
Non per nulla è architetto di professione ed archeologo mancato di elezione
Risale a parecchi anni fa, l’intenzione di ricostruire, documenti alla mano, vita, morte e miracoli degli abitanti di Soverato Vecchia, insieme di mura e case diroccate sul crinale d’una modesta collina, bagnata alla base dal Beltrame, fiumara secca in estate, travolgente in periodo di piogge, in provincia di Catanzaro.
Per la sua posizione, riporta alla mente Hissarlik la magica altura turca dove Schielmann scavò, convinto di poter dimostrare l’esistenza dei luoghi cantati da Omero.
La collina calabrese non ha mai, o se preferite ancora rivelato, la presenza di reperti risalenti all’ età della pietra o della Magna Grecia, tuttavia nasconde in sé il fascino di un passato abbastanza recente di vite vissute e documentabili ai nostri giorni, come ha, in effetti, dimostrato Repice con la sua ricerca.
Nel 1783 Soverato Vecchia fu colpita da un terremoto, che produsse più danni alle cose che alle persone. Numerose le scosse avvertite: la prima agitò gli animi e diffuse il panico; la seconda mise in fuga gli spauriti e sparuti abitanti; l’ultima ebbe ragione di 25 case, mura di cinta e Palazzo baronale “intraperto”. Unica vittima: Caterina Piperata, bimbetta colta nel sonno innocente dei suoi primi due anni di vita.
A esodo ultimato, nuova dimora divenne la collina prospiciente, superiore in altitudine ma sicuramente inferiore nel numero di abitanti. I fuggiaschi, 302 anime in tutto, tornarono a recuperare cose ed effetti personali nelle case abbandonate, forse anche materiale di risulta ma non poterono riappropriarsi di documenti importanti dei quali furono trovati, anni dopo, pochi frammenti, salvati miracolosamente tra” putrefatte scritture”, alla cui ricerca si era posto un sacerdote di buona volontà. Non rimane, dunque, alcuna traccia di tanti manoscritti che dovevano essere, ma anche essere stati fondamentali per la storia della piccola comunità. Per fortuna, sussiste la Platea, inventario di beni, giurisdizione, censi ed entrate della terra di Soverato del 1650; la Lista di Carico, riguardante i beni della Chiesa del 1784; la Bibliografia dei Baroni Marincola; il Catasto onciario del 1743 e del 1761, fonte principale della ricostruzione scientifica, datata 2006, del tessuto urbano e sociale del sito terremotato.
Si deve a quest’ultimo documento la definizione esatta dell’assetto fisico e comunitario nella realtà virtuale, tracciata, con dovizia di particolari, da Michele Repice nel libro intitolato Soverato Vecchia.

Il nucleo non era casale, ma comune con competenze proprie, nonostante la presenza del Feudatario. Aveva le sue mura di cinta, necessario baluardo di difesa in quella confusione totale e ripetuta che dovette essere, sin dalla notte dei tempi, la litoranea jonica. Un teatro di scontri, scambi, spostamenti e passaggi obbligati di esploratori, avventurieri, eremiti, colonizzatori, pellegrini, uomini in fuga dalla madre patria, navigatori in cerca di pace, sole e civiltà, orde avide di bottino e sangue. Fenici, greci, romani, normanni, albanesi, di tutto e di più, senza dimenticare i saraceni, le cui gesta esecrande rivivono nelle leggende popolari del luogo. La Chioccia dalle uova d’oro, la Campana smarrita, il Fabbro fantasma fanno parte del patrimonio trasmesso oralmente da una generazione all’altra nel valore della tradizione, che fa del concetto d’identità un punto d’orgoglio nel percorso dell’anima sul territorio d’appartenenza, quando si va alla ricerca delle proprie radici.
Il futuro ha un cuore antico, perciò scoprire il passato è fondamentale nella coscienza di ognuno. In clima di globalizzazione, la ricerca condotta tra confini ristretti, diventa espressione di fede, passione e coesione. Ecco i tre elementi dei quali Michele Repice si è servito per la riconquista di una terra conosciuta: fede per trovare; passione per coltivare adeguatamente, con cognizione di causa, con partecipazione attiva, con estremo piacere, il sogno della ricostruzione; coesione per integrazione nel progetto che collega predecessori e posteri nel comune senso della vita.
C’è un motivo per il quale il vecchio nucleo non è definito antico: semplice, non è morto veramente, ma continua a vivere negli interessi, nelle curiosità, nelle frequentazioni, non propriamente ortodosse che lo riguardano strettamente da vicino. Vecchio perché è ancora vivo, perché aspetta una sua proiezione ed è quanto dire presso un popolo che usa verbi senza futuro. Tempo, invece, che si sdoppia, in semplice e anteriore, nell’indicativo, modo della certezza, nella coniugazione dei verbi della grammatica della lingua italiana.
L’autore, con la sua ricerca, rigorosa eppure amorevole, ha localizzato case e chiese, identificato soveratani censiti come cittadini e religiosi, forestieri residenti e non residenti, con fedeltà assoluta rispetto alla trascrizione dei documenti originali.

Ed ecco tornare alla ribalta nomi e cognomi, possedimenti, qualifiche e mestieri, dopo 223 anni passati sotto silenzio. Informazioni preziose ed esatte per un mosaico curato nei minimi particolari. Persone singole e nuclei familiari affiorano dalle pagine del libro per tornare al numero civico di case edificate al computer, in base a rilievi trigonometrici, tuttora possibili su fondamenta, mura e muri in piedi e pericolanti.
E pare di vedere uomini piegati dalla fatica e donne dalle vesti lunghe, intenti al riordino di orti e giardini poco distanti dall’originario focolare. La ricostruzione è in planimetria, con rilievi in altezza e proiezione tridimensionale. Una realtà virtuale perfettamente inserita in quel che rimane del vecchio sito, danneggiato dal terremoto sicuramente, ma ancor di più da ragazzi camuffati da Indiana Jones negli anni successivi al disastro. Non dagli adulti che avevano inaugurato, in tempi non sospetti, la stagione delle escursioni archeologiche sotto la guida di don Giorgio Pascolo, parroco sensibile ed illuminato di Soverato Superiore anche ai nostri giorni.
Correva l’anno 1977 quando si verificò il primo ritorno alla casa del padre sotto impulsi religiosi, cioè la celebrazione di messe in suffragio dei defunti sepolti a SoveratoVecchia.
In quell’occasione era stata presa d’assalto la Chiesa di Santa Caterina, resa “agibile” dall’entusiasmo dei partecipanti al grande rientro. Di anno in anno, tra un’escursione e l’altra, è cresciuto, nel tempo, il varo di un progetto esteso alla zona di Poliporto, Vigne Nuove, San Nicola, Trento e Trieste e naturalmente anche alla Necropoli sulla strada bloccata dai romani al tempo delle Guerre puniche, per impedire che Annibale ricevesse approvvigionamenti e rinforzi per il suo esercito, accampato poco lontano in un luogo detto Piana sanguinaria, in ricordo di battaglie cruente. Il selciato romano è visibile in alcuni tratti sempre, in altri solo quando la sabbia dell’arenile è asportata dalle mareggiate.
Provenienti da Soverato Vecchia: una pala d’altare con marmi policromi, un fonte battesimale, un crocifisso d’argento dorato e un crocifisso ligneo, oggi custoditi nella Chiesa Matrice dell’Addolorata di Soverato Superiore. C’è anche chi parla di corredi funerari, corone di madreperla, finimenti di vestiari e oggetti femminili vari finiti tra le mani di collezionisti privati.
Il problema di tutelare ciò che è pubblico, compresi eventuali rinvenimenti in tombe dentro e fuori le mura, esiste. Gli scavi sono, allo stato attuale, in fase di progetto. Scontato l’interesse dell’Amministrazione comunale, guidata da Raffaele Mancini. Per il Sindaco rappresentano una causa da sposare per ovvi motivi di carattere storico-archeologico, nel respiro più ampio della odierna politica economica che riconosce alla zona forte connotazione e vocazione turistica, nonostante il limite obiettivamente riconosciuto della strutture alberghiere con pochi posti letto, ai quali si aggiungono, per fortuna, seconde case, appartamenti in affitto e residence nel territorio che si apre a ventaglio lungo il Mare Jonio. Si tratta di saper utilizzare al meglio uomini e risorse, compatibilmente con gli oneri finanziari necessari alla realizzazione del progetto di cui si discute da anni.
Il testo, edito da Rubettino, Calabria Letteraria Editrice, nella sezione Ora et Labora, è una bellissima sintesi storico-sociale, condotta come si accennava prima, con il rigore tipico di chi è abituato a far quadrare calcoli matematici su volte, travi e pilastri, ma anche con la speranza di aver creato un ponte ideale fra presente e passato per dare nuovi impulsi al futuro.
Il senso della vita, del resto, è tutto un continuo divenire dove noi siamo perché altri prima di noi sono stati: padri, nonni, antenati. Il coinvolgimento è totale. Forse siamo al primo esempio letterario del genere nel Bacino del Mediterraneo.

Soverato ha una sua storia che va dall’anno Mille ai nostri giorni. Niente male per una realtà salita alla ribalta dopo secoli passati sotto silenzio e custoditi in archivi palpitanti di umanità. Merita di venire alla luce. Magari con un progetto di natura scolastica, dal momento che siamo tutti propensi alla rivalutazione del territorio d’appartenenza. La scuola per prima, evoca a sé il diritto alla scoperta ed informazione. Come da copione, in fatto di programmi riconosciuti dal Ministero della Pubblica Istruzione.
Non solo elenchi e rilievi catastali, ma anche episodi toccanti di amicizia e fedeltà nel testo. Come il caso di Ilario Crasà, che in mancanza di bara, si caricò sulle spalle le spoglie di Caterina Tropea, figlia di un suo amico e la trasportò dalla collina Superiore alla Vecchia, per farla riposare per sempre accanto alla casa dov’era nata.
Altro particolare inedito: la messa in vendita del paese per ben due volte avanzata e respinta, grazie al buon senso dimostrato dai consiglieri quasi all’unanimità ( 9 su 10 ), apertamente contrari all’insano progetto.
E siccome tutto il mondo è paese, ecco un punto di contatto tra le vergini soveratane in Capilly e le vergini fiamminghe in Beghinoff, per nulla propense al matrimonio ma votate esclusivamente alla vita monacale.
E se si pensasse anche al gemellaggio con Bruges, dove le beghine si specchiavano sulla superficie delle acque del Lago dell’Amore? Un controsenso, certo, per loro. Non per chi si reca in Belgio, ogni anno a marzo, per partecipare al Reismarket, Borsa definita il passaparola del turismo internazionale.
Soverato, da una eventuale e auspicabile partecipazione, avrebbe tanto da guadagnare.
Emma Viscomi

Zampogna e pipita calabrese non solo a Natale

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , | Posted On at 10:02 AM

É un gesto antico e popolare, sinuoso e carnale, il modo tutto calabrese di abbracciare la zampogna, di avvinghiarla in un tutt'uno e di suonarla divinamente. "Prima faceva soltanto bee, adesso invece canta" questa la frase che ci colpisce della moglie di Giuseppe Sette, pastore-artista -musicista della zampogna calabrese. In questo ambiente magico fatto di suoni sensuali e vibranti, di abbracci all'otre, non ci sono elementi di differenza tra i suoni del mondo agropastorale e arte musicale. É una vera simbiosi fatta di faticoso lavoro, di freddo e isolamento, di pecore e capre, buoi e vacche, un ambiente dove l'uomo si esprime con silenzi assoluti e sonorità arcaiche tramandate da generazioni. Sono loro stessi, i pastori e i massari delle Serre, della Sila e dell'Aspromonte, a scegliere legni e radici. Sono loro stessi a fabbricare i loro strumenti, con l'esperienza della memoria millenaria tramandata che si ritrovano dentro, con antiche tecniche costruttive, con metodiche di allestimento, di taratura e accordatura, con un repertorio sonoro e musicale, con le danze, i balli e la gestualità simbolico-votiva di sempre. Giuseppe Sette, detto massaru Peppe, suona pipite e zampogne di ogni tipo. Con le sue grosse mani e il suo numeroso gregge di pecore e capre è detentore dell'arcaica gestualità di una tarantella calabrese fatta da passi impolverati e veloci sulla terra e gesti che mimano e richiamano sfida e coltelli. I suoi gesti diventano danza in un tutt'uno con l'otre, la pelle di capra rivoltata, con la terra, gli alberi, l'ambiente tutt'attorno. Sorianello, piccolo paese conchiglia, paese arroccato e aggrappato alla montagna che di sera diventa presepe: il luogo, tra Soriano Calabro e Serra San Bruno, per un giorno diventa capitale della zampogna, della pipita e di altri strumenti tradizionali calabresi. L'occasione è un meeting semplice, senza tante pretese intellettuali, organizzato dall'associazione “Amici con la musica” e dalla dinastia delle famiglie Battaglia e Mangiardi. Salvatore Battaglia e i suoi fratelli le zampogne non solo le suonano ma se le costruiscono con le procedure più antiche di questo mondo. Il nonno, il bisnonno, i padri dei padri dei padri, ed oltre fin nel più profondo della storia calabrese, sapevano già costruire questi raffinati strumenti musicali della cultura popolare. A Sorianello, in un freddo mattino prenatalizio, sono arrivati suonatori di zampogna e pipita da tutte le parti della Calabria. Arriva il mitico Massaru Micu, all'anagrafe Domenico Corrado da Torre Ruggero, in provincia di Catanzaro, arrivano dall'Aspromonte, dalla Sila Cosentina, da Serra San Bruno, da Acquaro e Pizzoni... C'è cumpari Gino Raffaele, c'è Massaru Micu, c'è Peppi Sette, coppola in testa, fustagno, baffi, esperienze diverse, provenienze da ogni dove ma tutti con la grande passione nel sangue. Parlano dei loro tesori, delle loro mille performance, dei loro preziosissimi strumenti, pezzi unici e irripetibili. Ci raccontano di quando i loro strumenti erano capre della transumanza e alberi del bosco, ci svelano segreti di sapienza e lavorazione antica: “il pelo viene rasato due centimetri, poi l'utri si immerge nella calce... il tronco di legno si divide in quattro per non far spaccare le canne... ed ancora ci parlano di erica, ulivo, ciliegio, mandorlo, albicocco e legno di gelso, uno cento mille segreti raccontati per costruire ciarameji e zampogne, pipite e parigghja. Al gruppo di pastori e massari- musicisti popolari si aggiungono i giovani, che sono figli e nipoti, nel nome di tradizione familiare con passione e arte tramandata, ma anche musicisti colti che hanno scelto, sempre per passione, di fare recupero, ricerca, riproposizione.
É il caso dei Parafonè di Serra San Bruno, grandi amici di questi pastori-musici delle Serre. Il gruppo dal 2002 ha un successo di quelli grandi, gira il mondo, i Parafonè hanno suonato i loro strumenti anche a bordo della metropolitana di New York e sulla Quinta Strada per il Columbus Day. Oggi zampogne e le pipite non vengono usate solo per le nenie natalizie, per capodanno e l'epifania, per le novene di dicembre, per le feste matrimoniali e battesimi di un tempo, per le serenate di antichi innamoramenti, oggi sono strumenti con l'anima raffinata che si suonano sotto le luci di palchi e tutto l'anno. La zampogna, per la sua forma e per le parti animali, si presta anche a significati magico-rituali, connessi alla vita agro-pastorale, nel cui ambito assume grande rilievo simbolico. Nelle feste la zampogna assolve a una duplice funzione sacra e profana attraverso due generi: la pastorale o la processionale, lenta e solenne, accompagna la processione e soleva un tempo accompagnare la messa in chiesa; la tarantella, veloce e ritmata, accompagna il ballo. ?In Calabria è possibile rinvenire quattro tipi di zampogna: quella a chiave (di accompagnamento), con area di diffusione la provincia di Catanzaro e Vibo Valentia (Serre) e Cosenza (estremo nord-Pollino); zampogna a moderna?, (solista) area di diffusione la provincia di Reggio Calabria (area grecanica); zampogna a paru, (solista) area di diffusione la provincia di Reggio Calabria; zampogna surdulina, (solista) area di diffusione la provincia di Catanzaro e Cosenza (aree albanesi).
Franco Vallone

Samo e Precacore: a spasso tra paesaggi veri e dipinti

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On at 8:16 AM

Samo e Precacore: un solo sguardo e, contigui come sono, li cogli tutti e due.
Ruderi del passato da una parte, murales recenti dall’altra. I primi appartengono al vecchio borgo. I secondi al presente con tocchi felici sui muri delle case, fissati con il contributo dell’Accademia delle Belle Arti di Reggio Calabria e con il patrocinio dell’Amministrazione comunale samese.

Scene di vita quotidiana si alternano a interpretazioni naif.

La stele di forma ellittica, posta all’ingresso del paese, è il simbolo dell’abbellimento generale espresso anche attraverso ripetuti trompe-l’oeil.

Non mancano i richiami a Pitagora, attorno al quale girano contrastanti teorie e tradizioni consolidate.

Sulla fondazione insistono i misteri più accreditati, con voci autorevoli a sostenere tesi da confutare. Di sicuro furono gli abitanti di Samo, costretti a lasciare la loro isola nell’Egeo orientale, per sfuggire alle persecuzioni del re persiano Dario. Approdati sulla costa jonica nel 492 a.C, fondarono una nuova città, con tanto di porto frequentato da navi dirette in tutto il bacino del Mediterraneo.

La colonia crebbe e prosperò fino al 216. Con la seconda guerra punica, le cose cambiarono. La grande città, estesa da Capo Bruzzano a Gerace con 80 mila residenti, si avviò verso la decadenza. Il processo fu irreversibile. Lo spostamento verso l’interno seguì alla distruzione saracena nel 976.
Il nuovo nucleo fu detto Palecastro, l’appendice Pelicore da perikore, cioè vicino ad esso. In seguito fu una successione di anagrammi sfociati in Crepacore, evoluto per metatesi in Precacore nel 1400. La scelta della definizione originaria è datata 1911. Anche l’attribuzione del nome segue spiegazioni logiche e fantasie leggendarie da verificare.

Nessun dubbio invece per la ricchezza raggiunta dagli abitanti, occupati come orefici, vasai, maestri d’ascia e scalpellini. Scavi in miniera garantivano la presenza dell’argento sul mercato.

Il monastero basiliano era fulcro di culto e di cultura. Delle sei chiese un tempo esistenti, resiste quella dedicata ai santi Sebastiano e Fabiano, con mura in pietra e calce, tetto a capanna, accesso sul lato occidentale con finestra quadrata sopra, navata unica, nicchie laterali e affreschi con Cristo pantocratore e figure accanto, secondo i dettami architettonici e pittorici bizantini. La chiesa di san Giovanni Battista è priva di copertura, conserva il vano campanaro e tracce visibili di un affresco dedicato alla Madonna nera.

Agli italioti di etnia sicula, antecedenti ai greci di Samo, è attribuita la grotta scoperta da Stefano Bonfà nella Piana di Litri. La struttura megalitica affrescata, modellata e adibita a tempio pagano, fu frequentata nel Siculo III ( 800- 650 a.C.), secondo quanto si deduce attraverso divinità e modalità dei riti rappresentati.
Per vivere le emozioni che solo il paese a misura d’uomo sa dare, basta collegarsi al sito www.tuttosamo.it, gestito gratuitamente dall’Associazione Webfriends.

Il territorio offre itinerari diversamente appetibili dal punto di vista storico, paesaggistico e culturale. Il senso della memoria è forte tra le vie dell’antico borgo. La forza, la bellezza, il trionfo della natura prevale lungo il percorso pedemontano della fiumara La Verde. Quando ci si addentra nelle gole formate da pareti verticali, si scoprono angoli di rara bellezza. In località Ferraina, si ammirano cascate limpide e chiacchierine, con giochi di luce riflessa nelle pozze sottostanti. Sentieri impegnativi conducono fino a Montalto. Arrivati nel punto dominante, si gode l’eccezionale vista dell’Altopiano della Sila, della Catena delle Serre, dei due mari, Jonio e Tirreno, con l’aggiunta dell’ Etna sulla costa siciliana e di Vulcano e Stromboli nelle isole Eolie. Lassù è stata sistemata la statua del Redentore, per volontà di papa Leone XIII, a ricordo del Giubileo del 1900, mentre il monoblocco in pietra di Lazzaro, su cui poggia la Rosa dei Venti, realizzata in bronzo, è stato collocato per decisione del Gruppo Escursionisti dell’Aspromonte nel 1994.

Flora e fauna cambiano man mano che si sale da 302 a 1955 metri di altitudine; difatti, la macchia mediterranea lascia il posto a querce, abeti e faggi, felci, muschi, licheni, rosa canina, anemoni e orchidee selvatiche. Qualche lupo è tornato ad abitare il suo regno primitivo, frequentato oggi da cinghiali, volpi, martore e tassi. Nell’aria volteggiano aquile reali e del Bonelli, falchi pellegrini e pecchiaioli.
Il silenzio della fascia collinare pedemontana del versante orientale dell’Aspromonte vive di fascino e poesia in ogni momento dell’anno. Riti sacri e profani si fondono all’atmosfera paesana con cadenze annuali.

Il 25 marzo è festa grande per Maria Santissima Annunziata. Il 29 agosto si porta in processione la statua di san Giovanni Battista. La Sagra della Pupa (bambolina di pasta azzima) rivive nel periodo pasquale. Per la Sagra del Vino bisogna aspettare il giorno di san Martino.
Emma Viscomi

Museo della Canzone Fondazione Erio Tripodi - Da Santa Cristina d'Aspromonte a Vallecrosia d'Imperia una vita per la musica

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , | Posted On venerdì 17 dicembre 2010 at 12:08 PM

A tutti gli effetti, è l’esposizione più completa e interessante della Storia della Canzone italiana.
La realizzazione, con dedica a poeti, musicisti e interpreti, che hanno fatto grande la melodia di casa nostra nel mondo, è frutto della tenacia e dell’amore per il mondo delle sette note di Letterio Tripodi, nato il 3 settembre 1938, in una famiglia originaria di Santa Cristina d’Aspromonte, in provincia di Reggio Calabria. I suoi genitori si trasferirono in Francia, come tanti calabresi, tra gli Anni ’50 e ’60. Il figlio imparò a suonare la chitarra, sulle cui corde provò a manifestare sentimenti appassionati, compresa la nostalgia della terra natìa, tipica dell’atmosfera respirata in casa. Il suo sogno segreto era uno solo: diventare cantante di grido. Per questo fondò un complessino, con il quale raccolse discreti successi nel Principato di Monaco. Naturalmente non mancarono lusinghieri consensi anche tra gli avventori del punto di ristoro aperto dai suoi genitori a Mentone, ridente città di frontiera, considerata porta d’ingresso della Costa azzurra.

Con Ventimiglia alle spalle e Sanremo poco più in là, fu gioco forza trovarsi catapultato nella realtà del Festival, rientrare in Italia e inaugurare con le sorelle un nuovo ristorante, subito frequentato da attori, cantanti, principi e petrolieri. Furono soprattutto cantanti, parolieri, manager e discografici a considerare il locale principale punto di riferimento per stabilire alleanze, firmare contratti, decidere tournée.

Il volume di affari crebbe come l’esigenza di dare una mano nell’amministrazione e direzione dell’esercizio, considerato ormai il gioiello di famiglia. Venne così meno per il giovane di belle speranze, chiamato da tutti Erio, l’occasione di inseguire sogni di gloria dietro ai grandi dello spettacolo, in un momento di enorme cambiamento della musica in genere e della discografia in particolare. Il settore, molto produttivo fino a quel momento, ebbe un tracollo improvviso, a causa della crisi delle case italiane, sotto l’avanzata delle multinazionali con ritmi all’avanguardia, impiego di mezzi elettronici e adozione di testi rigorosamente in inglese. A quel punto, il giovane calabrese decise di concretizzare un altro sogno, covato a lungo sotto… chiave di sol: raccogliere, catalogare e conservare dischi, spartiti, strumenti d’annata, documenti d’ogni genere, attinenti alla musica italiana, succube ormai di Beatles, Rolling Stones, ecc.

Con pazienza certosina, mise in piedi il Museo della Canzone, unico al mondo, nel Parco delle Sette Note, a Vallecrosia, località a metà strada tra Imperia e confine francese, con la statua della santa protettrice Cecilia, custodita in una cappella, in un angolo pittoresco e suggestivo della Riviera di Ponente. Vi introdusse anche una locomotiva Cirilla e tre carrozze Cento Porte in disuso, delle Ferrovie dello Stato. Trasformate in accoglienti saloni, ospitarono percorsi esplicativi e didattici per scoperta, impiego, alterazione e riproduzione della voce umana attraverso mezzi meccanici.

Attrazione fatale esercitano ancora oggi: scatole musicali, organetti di Barberia, spinette, piccoli e grandi piani automatici manuali, utilizzati nel mondo intero, soprattutto per la diffusione della canzone napoletana. Carillons, carte perforate, dischi di cartone di forma quadrata, microfoni astati a polvere di carbone con staffe elastiche, apparecchi radio con cassa esterna in radica, finemente lavorata, strumenti di qualsiasi epoca e foggia, perfettamente conservati e funzionanti fanno la gioia dei visitatori, increduli e stupiti di fronte alle insolite meraviglie dei bei tempi andati.

La bacchetta del maestro Barzizza, il violino del direttore d’orchestra Angelini, la fisarmonica di Kramer, il sax di Papetti, la chitarra di Celentano sorprendono quanto il passaporto di Puccini, la romanza inedita di Leoncavallo, l’epistolario di Lina Cavalieri, cantante che fece strage di cuore e contribuì a mandare in rovina borghesi, aristocratici e regnanti, disposti a tutto pur di godere dei favori “della donna più bella del mondo”. Sì, proprio lei, la regina del caffé concerto, definita “Venere in Terra” da Gabriele D’Annunzio e “Kissing first lady” dagli statunitensi, dopo il bacio appassionato dato a Caruso, a scena aperta, al Metropolitan di New York, durante la rappresentazione della Fedora .Tra gli strumenti più ricercati, troviamo: organi Gasperini, Herlich, Mignon ed Herophon; i famosi portatili Thibouville-Lamy parigini; gli Uccelli Cantori automatici firmati da Lacroix de Mirecourt; i pianoforti Ariosa e Melodici; i fonografi Edison, con motore elettrico alimentato a batterie; straordinarie schaving machine adatte a criptare registrazioni da utilizzare in un secondo momento; juke-boxes Arietta, sorprendente novità sul finire dei mitici Anni ‘50.
Per dare visibilità alla sua creatura, Tripodi visse, da autentico innamorato, anni e anni di lunghe ricerche, insaziabile nella scoperta del pezzo migliore. Se ne andò il 4 novembre 2005. Quattro anni dopo, nel giorno di san Valentino, per il ventennale della nascita del Museo, fu sancito l’Atto costitutivo della Fondazione omonima. Senza l’azione conservatrice del nostro uomo non sarebbe mai nata, né a Vallecrosia, né in altra località della Terra del bel canto, che è l’Italia per antonomasia. Onore, dunque, al merito di questo piccolo, tenace, infaticabile, grande uomo, geniale nelle sua intuizione e quindi degno di essere ricordato, soprattutto in questo periodo, per via della mostra allestita al secondo piano del Palafiori di Sanremo, sotto la direzione artistica di Pepy Morgia. Si tratta della prima in assoluto di un’avventura itinerante che toccherà diverse città anche al di fuori dei confini patrii. Tante note sono state fissate sul pentagramma dal primo giorno di apertura (14 febbraio 1989) dei battenti del Museo, alla presenza di Luciano Pavarotti, eletto primo presidente onorario. Dall’inaugurazione in poi, le manifestazioni aumentarono, suggellati dal gemellaggio con la Facoltà di Musica italiana dell’Università di Tokio. L’ostinato amante della musa Euterpe, conosciuto da Ranieri, Grace e Alberto Grimaldi, Frank Sinatra, Maria Callas, Giuseppe Di Stefano, Mario del Monaco, Bocelli, Benvenuti, Monzon, Horst Tappert, Maradona, Hagler, Valder, ecc, si trovò al centro dell’attenzione esattamente come il fratello Bruno, che prima di diventare scultore di chiara fama, era stato campione italiano ed europeo nella categoria dei pesi medi. Sotto i riflettori, Erio finì per l’eccezionale mole dei prodotti catalogati: 70 mila dischi su 200 mila; 10 mila spartiti su 300 mila; 1200 arrangiamenti di canzoni su un totale di 5 mila, eseguiti dagli orchestrali durante il Festival della Canzone dal 1951 in poi.

Completano la collezione: foto, autografi, locandine, prove di registrazione, bozzetti scenografici, microfoni utilizzati nelle varie edizioni della kermesse canora giunta quest’anno al sessantesimo appuntamento. La raccolta è fonte inesauribile di dati consultati da appassionati e nostalgici, ma anche da studiosi del costume e da futuri dottori della Facoltà di Lettere, con indirizzo Arte e Spettacolo. Sono nate così tesi di laurea da 100 e lode nell’ambito dei DAMS (Dipartimenti Arte, Musica e Spettacolo). Nel tempo, sono diventati frequentatori del Museo, anche coloro che Tripodi aveva seguito agli esordi del loro percorso artistico e che erano diventati successivamente, a fama raggiunta e consolidata, suoi amici ed estimatori. Quando se n’è andato, il 6 novembre 2005, sono stati in molti a compiangerlo. Ora che non c’è più, tocca alla figlia Anna andare avanti tra pentagrammi su leggii e note in aria, sotto la direzione di maestri di ultima generazione. La Fondazione del Museo finanzia borse di studio, promuove eventi, organizza manifestazioni culturali, realizza laboratori didattici, sia in Italia che all’estero. Molto vivace è il Centro Studi, fornito di biblioteca, discoteca, sala d’ascolto e sala per convegni e conferenze. Tra i momenti più significativi, rientra l’assegnazione del Premio Treno della Musica, a personaggi dello spettacolo. Ricordiamo tra questi: Domenico Modugno, Charles Aznavour, Motohiro Arai, Claudio Villa, Salvatore Adamo, Renato Zero, Gina Lollobrigida, Antonello Venditti, Pino Daniele, Little Tony, Riccardo Cocciante, Milva, Bobby Solo, Roberto Murolo, Luciano Pavarotti. Fiore all’occhiello è considerata l’Accademia, che permette ai giovani di sperimentare nel genere rock, jazz, pop, dance, hip hop. Lo studio di registrazione è quanto di più completo si possa immaginare sulla strada del suono. Dal passato più recente ci si avvia verso il prossimo futuro, senza trascurare l’attuale presente. Progettazione e realizzazione dell’originale struttura seguirono criteri ideali, il cui valore resiste nel tempo, come sinonimo di garanzia, serietà, custodia ed arricchimento culturale. Anni e anni di espressione musicale si identificano in note universali di rappresentazione e rappresentanza globale. Il Piccolo Coro delle Voci Bianche è un’altra realtà interessante del complessivo polo culturale simile all’omologa struttura giapponese, geograficamente lontana, ma vicinissima a chiunque nel linguaggio universale musicale. Nello stesso filone, si collocano le pubblicazioni. Doveroso dire che non sono a carattere celebrativo. Sono invece importanti sul piano della produzione letteraria inerente alla vita del Museo e della Fondazione affiancato ad esso. E così abbiamo: I graffiti nella storia, Il museo dell’Italia che canta, Da Genova sulle rotte dell’infinito, Erio: una vita di passioni.
L’excursus letterario comincia nel 1987 con il primo volume. Prosegue nel 1989 con il secondo. Va avanti con il terzo nell’ambito delle pubblicazioni inerenti a Genova, capitale europea della Cultura nel 2004. Si afferma quindi nel 2006 con il quarto. Voce a se stante si può considerare il testo intitolato Il Museo della Canzone, a cura di Virginia Consoli, edito nel 2005, sotto l’egida dell’Ateneo genovese, Polo universitario d’Imperia.
Emma Viscomi

Il Presepe vivente di San Costantino di Briatico

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On giovedì 16 dicembre 2010 at 9:43 AM

L'anno scorso un successo grande e pure inatteso, quest'anno la voglia di fare ancora meglio, di più, per lavorare seriamente e con impegno sul proprio tessuto. Per far vedere a tutti come l'occasione semplice dell'allestire un presepe vivente, può diventare prezioso metodo per rendere l'aspetto scenico, che il paese offre, un vero e proprio punto d'eccellenza. Un modo per valorizzare gli incantevoli luoghi che San Costantino di Briatico offre ai tanti visitatori. L'Associazione Culturale Eleutherìa, presieduta da Stefania Aprile, presente e operante sul territorio da diversi anni, assieme alla Comunità parrocchiale di San Costantino, presenta l’edizione 2010 del Presepe Vivente. Il 27 dicembre, due giorni dopo Natale e a partire dalle ore 18.00, le strade di San Costantino si riempiranno, ancora una volta e nei suoi percorsi, degli abitanti del luogo e di tanti visitatori. I ragazzi dell’associazione, con l’aiuto di tanti volontari, da mesi dedicano il loro tempo libero al recupero dell'arcaico e misterioso luogo denominato “Ammu”, la parte più antica e fascinosa di San Costantino, cercando di rendere ancora più suggestivo il percorso costruito in questa nuova edizione rivisitata, per l'occasione, nei luoghi, nelle scene, nei costumi ed anche nell’aspetto gastronomico. I luoghi ricercati, tra le pieghe del vissuto e del dimenticato di San Costantino, evocheranno alla memoria spiragli di vita quotidiana realmente vissuta dalle generazioni passate. E’ un'operazione culturale che commuove profondamente se si pensa che oggi questi antichi luoghi riprendono vita, passi e sguardi, e continuino, ancora una volta, a rappresentare l’identità di questo piccolo paese della Calabria. Inoltre, per rendere più suggestivo e realistico il percorso, per gentile concessione dell'antropologo Luigi M. Lombardi Satriani, verranno aperti al pubblico aree appartenenti all’antico palazzo di famiglia che ospiteranno rievocazioni di antichi mestieri e varie scene dell'allestimento. Poi, dislocati lungo il percorso, gli interventi scenici faranno rivivere alcuni momenti salienti legati alla tradizione religiosa della natività, dall’Annunciazione all’arrivo dei Re Magi. Ogni scena avrà, come protagonisti, persone del luogo che per un giorno si caleranno nei panni di artigiani e popolani di un tempo, immersi in un contesto realistico ricercato e con un supporto scenico costituito da vecchie case rurali, dagli animali da cortile e da una folta vegetazione. Tutti i costumi di scena riproducono fedelmente gli abiti dell’antica Betlemme e sono stati realizzati, con particolare impegno, da volenterose donne del luogo. La parte gastronomica, elemento non marginale della tradizione natalizia, vedrà la preparazione di pietanze tipiche inserite nei vari contesti scenici dove si potranno degustare, direttamente in loco, curujicchie, caldarroste, pane cotto a legna e fatto in casa, ricotte calde di coddara, fagioli cotti nella pignata e tante altre specialità culinarie della zona accompagnate da vino rosso prodotto da vigneti del luogo. Un vero e proprio grande impegno comunitario firmato dall'associazione Eleutherìa e da tutta la comunità di San Costantino di Briatico. Appuntamento il 27 dicembre, per avventurarsi in un itinerario magico, un percorso della memoria capace di garantire emozioni di sacralità, spunti culturali, senso dell'appartenenza, ma anche di una piacevole riscoperta di sapori antichi della tradizione.
Franco Vallone

Staiti - Santa Maria di Tridetti

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On martedì 14 dicembre 2010 at 12:58 PM

L’impatto è notevole con il corpo non frontale, ma posteriore della struttura orientata secondo il cammino del sole, in contrada Badia, nei pressi di Staiti, in provincia di Reggio Calabria. Inconfondibili sono i mattoncini rossi delle pareti perimetrali, al centro del pianoro appena elevato, nella vallata occupata da antiche querce e mirti profumati. Più in là, verso il corso del fiume Pantano, s’incontrano ulivi secolari dalle foglie argentate.
L’atmosfera generale impone rispetto e silenzio all’interno dell’equilibrio eco- ambientale immutato nonostante il trascorrere del tempo.

L’Abbazia fu costruita tra XI e XII secolo con caratteristiche affini al Monastero di san Giovanni Therestis di Stilo, a pochi chilometri dalla celebre Cattolica. Certamente ebbe ruolo importante, come testimoniano documenti risalenti a epoca normanna, con Ruggero d’Altavilla impegnato nel 1060, a far devolvere parte delle rendite del monastero attiguo, al duomo di Bova. Altre notizie interessanti riguardano ispezioni pontificie per fatti non strettamente religiosi e comunque legati al consumo dei profitti realizzati dai basiliani gravitanti nel territorio, certamente numerosi per secoli. La decadenza cominciò nel 1500 ed ebbe effetti irreversibili sull’Ordine, al quale apparteneva la maggior parte delle realtà monastiche diffuse nel territorio calabrese.

Oggi, davanti all’antico luogo di culto, si avverte il peso dell’eredità del passato mal custodita, ma sorgono spontanee anche riflessioni generali sulla funzione cosmopolita dell’arte. L’importanza dell’Abbazia è dovuta alla fusione armonica di canoni architettonici assimilati da culture diverse: greca, bizantina, araba e normanna. Dalla fusione tra canoni greci e normanni derivano l’arco a sesto acuto che divide la navata dal presbiterio; le finte colonne ai lati dell’abside; la mancanza di elementi scultorei; i due stretti ingressi laterali. Risultano in tema con l’architettura bizantina i laterizi decorativi dai chiaro-scuri ritmati e la modestia dell’interno. Appartengono ai dettami arabi l’arco trionfale e i due laterali; il raccordo tra il primo tamburo rettangolare e il secondo ottagonale a sostegno della cupola; le nicchie a doppi risvolti disposte trasversalmente. L’equilibrio che ne deriva è, a detta degli esperti, la prova di maturità raggiunta all’epoca nella totale comprensione di modi e stili di vita e di pensiero di diversa astrazione culturale ed etnica.

La scelta del territorio non fu a caso. Vi era già l’impianto di un tempio pagano dedicato a Nettuno, il dio marino dal tridente in mano. Può darsi che nella successiva intitolazione a Maria santissima, sia stata conservata la definizione accessoria come simbolo di potenza. I puristi della lingua, lasciando da parte le più suggestive tradizioni popolari, propendono per la derivazione da tridactilon, (tre dita), esteriorità manuale destra, inneggiante alla Trinità, in ogni statua di Gesù Bambino.


La rivalutazione avviata da parte di Paolo Orsi nel 1914, fu fondamentale perché non si prolungasse l’oblio durato secoli. I danni ormai irreparabili, derivano non solo dall’abbandono ma anche dall’opera di distruzione, perpetrata per il recupero di materiali utili.


Tre sono le navate di dimensioni piuttosto contenute. La centrale è più ampia rispetto alle due laterali. La triconca o insieme delle tre absidi semicircolari, è rivolta a oriente. Il transetto è sporgente; difatti, va oltre la larghezza della parte longitudinale. Le pareti esterne sono articolate con arcate cieche sopra lo zoccolo ridotto. In alto si alternano finestre e nicchie di uguale grandezza. Su entrambi i lati si trovano gli ingressi che i fedeli superavano divisi rigorosamente per sesso. L’armonia è evidente nell’arco ogivale e arco centrale della facciata principale, esposta a occidente. Al centro è posizionata una piccola finestra circolare. Al di sopra di essa l’effetto sorpresa è offerto da due motivi merlati con capitelli ionici capovolti. L’ampio portale ad arco acuto, innalzato tra navata e presbiterio, è sostenuto da due mezze colonne in mattoni e capitelli calcarei con funzione di stipiti. La struttura cubica massiccia insiste sull’interno, sviluppato per 15,60 metri in lunghezza e 10,30 in larghezza.

La pesantezza dei tamburi descritti prima, avvicina la costruzione alle torri proto-romaniche. Il campanile a vela, con dunque una sottile superficie muraria, ha due aperture per le campane. Un tempo, con i loro rintocchi, segnavano ore di lavoro e di preghiera. Oggi non esistono più, come la copertura.
Ciò che rimane di Santa Maria di Tridetti è considerato monumento nazionale.
Emma Viscomi
Foto dell'Arch. Michele Canturi

Un nuovo filo rosso calabrese nel cinema di Lucia Grillo

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On at 9:42 AM

Stati Uniti d'America, Europa, Italia, New York, Calabria... le strade di Lucia Grillo diventano sempre più lunghe, larghe e indefinite nella loro simbolica definizione, ma portano, sempre più spesso, alle strette strade di casa, ad una casa simbolica della memoria collettiva per i tanti italiani in America.

Come mai questa scelta?
Le strade di casa.... mi ci sono trascinata per queste strade per anni, in cerca della mia vera casa culturale e identificativa. Perché, sempre più spesso, non mi sentivo ne americana ne italiana e nemmeno italoamericana. Volevo scoprire quanto ero italiana con, come metro di misura, l’esperienza del vivere nel luogo dove sono nati i miei, dunque la Calabria. Per il resto ho vissuto in tutti questi luoghi. A New York, dove sono nata, in Galles, a Los Angeles, e in Italia (a Roma e in Calabria), per motivi di lavoro, come attrice e saltuariamente come modella, poi, ancora, come regista e docente di recitazione e cinema. Ma poi ha scelto di ritornare a New York...
Ho scelto di tornare a New York per due motivi: perché avevo raggiunto il mio obiettivo in Italia, quello di fare ricerca e di scrivere il mio primo lungometraggio, e poi perché mi mancava tanto il palco teatrale newyorkese. La sua è una tematica affrontata in modo non retorico, mai folcloristico, sempre più globalizzato da una cultura internazionale e di successo, anche quando lei scende in particolari davvero macroscopici o quando affronta le difficoltà linguistiche del dialetto locale. È il caso della sua penultima opera filmografica. Ad Ipponion inizia con “Canto sull'ode antica la tua luce, o terra dei miei padri, o vaga Ipponio”… la citazione, proveniente della poesia “Ad Ipponion” di Pasquale Enrico Murmura, sconosciuto a molti anche nella stessa Vibo Valentia... Altra scelta difficile. Cercavo una poesia per una scena in cui la fidanzata del protagonista, Vincenzo, è costretta a leggere una poesia in classe. Facendo una ricerca su internet, scoprì Murmura tra gli archivi della Biblioteca Comunale di Vibo Valentia, dove il poeta è nato, ed ho utilizzato la poesia come ode dolce-amaro e ironico per tutto il film.
Nei suoi progetti futuri vi è il suo primo lungometraggio che si ambienta tra Calabria e New York. Ci parli di questo ambizioso progetto, quando diventerà realtà tangibile, film. È il mio primo lungometraggio da sceneggiatrice. Ho fatto anni di ricerca per il soggetto e siamo attualmente in fase di sviluppo.
Lei è nata come attrice ma oggi irrompe nella vita culturale internazionale anche come regista di se stessa, produttrice di lavori cinematografici e televisivi, ed anche come manager di... Lucia Grillo. È forse un metodo per guardarsi simbolicamente dal di fuori e dal di dentro e per esplorare spazi introspettivi.
Tutto ciò che ha menzionato è nato da necessità. Allo stesso modo di come Frida Khalo dipingeva autoritratti per la mancanza di modelli. Non che mi paragono alla grande Khalo, solo per dire, si che mi sono laureata come attrice alla New York University ed è assolutamente vero che la mia prima passione è lavorare come attrice, ma fino a questo punto solo il mio ruolo come la madre della piccola protagonista in “A pena do pana (The Cost of Bread)” può essere considerato introspettivo, e poi solo nel senso genealogico e genetico, perché quel ruolo è basato sulla mia nonna materna. Poi una ragioniera spesso non va da un’altra ragioniera per prepararle la cartella delle tasse, almeno non deve, semplicemente perché la sa fare da se.
Alcuni dei lavori più belli di Lucia Grillo hanno location calabresi ed anche quando i luoghi prescelti sono in America, la Calabria è elemento ricorrente, prorompente e centrale.
Sono i luoghi della memoria e del passato, del racconto e della fiaba ascoltata e ripetuta, sono luoghi e tempi ricordati e mai dimenticati. I nonni, i genitori emigrati, le loro esperienze e le loro storie, elemento centrale di altre storie da recuperare, inventare e interpretare, rinnovare e materializzare in un film. Rendere i rimasugli di memoria elementi da duplicare attraverso la luce del cinema per non dimenticare. Il viaggio e l'andare via per lavoro, come racconto indimenticabile, la nuova vita lontano da tutto e da tutti, il viaggio in Calabria come ritorno, recupero, a risolcare il racconto ricevuto, uno vero e proprio scavo culturale e antropologico nel proprio io e nell'appartenenza identitaria. Ecco allora che il ritmo filmico, narrativo e inedito, senza alcuna retorica, con una pulizia linguistica sempre originale e ricca di sonorità perdute, entra nei linguaggi colti del cinema con sottotitoli in inglese.

L'abilità di realizzare le sue attività fanno si che, oltre al lato artistico, oggi Lucia Grillo debba essere anche manager di se stessa e nella gestione di budget di produzione. Arte ed economia si conciliano sempre nella sua esperienza professionale?
No, assolutamente! (ride) Magari... Beh, dipende da quale aspetto della mia esperienza professionale... Nel lavorare come attrice con produzioni grandi e con registi come Spike Lee e Tony Gilroy, sì, sempre. Infatti, Ad Ipponion l’ho fatto solo perché parte del premio vinto da A pena do pana al Roma Independent Film Festival era una settimana di utilizzazione di attrezzatura dalla Panalight Roma. Massimo Proietti è stato gentilissimo a fidarsi di me e lasciarmi portare il tutto giù, in Calabria, forse perché gli ho promesso di fare un’altro corto... vincente (Ad Ipponion, tra altri, è stato al Short Film Corner del prestigioso Cannes Film Festival questo anno). Ora due dei quattro corti che ho fatto finora, A pena do pana (The Cost of Bread) e Ad Ipponion (Ode to Hipponion) sono disponibili insieme su un DVD ma gli offro solo perché c’è stata una grande richiesta dalla parte del pubblico. Non è per motivi economici che una fa cortometraggi.


Cultura italiana e managerialità americana. Si fondono bene le due realtà nella tipicità cinematografica?
Non so se proprio attribuire “cultura” e “managerialità” ad una nazionalità o l’altra. In ogni Paese ci sono buone e cattive gestioni. La mia “cultura” non è italiana ne americana, neanche italoamericana. Mi considero solo un’essere umano in questo mondo, ed ho cercato la cultura italiana per capire meglio da dove provengo, come punto di partenza per capire meglio il mondo. La “managerialità” per necessità: se una persona vuole raggiungere un’obiettivo e non è nata con le risorse, deve lavorare per ottenerlo. Detto questo, non potevo fare niente senza il sostengo morale e l’aiuto lavorativo enorme e generoso sia da parte dei miei familiari e degli amici, sia in America che in Italia. Questo forse fa parte dell’aspetto magico della tipicità cinematografica, del quale tante persone vorrebbero far parte, oppure dall’empatia umana che conduce le persone a cercare di aiutare qualcuno che ha un grande bisogno di realizzare un sogno. Attrice, regista, produttore. America e Italia. Convivono bene in Lucia Grillo?
Si! Se mi posso permettere di dire, convivono benissimo proprio perché mi permettono di utilizzare ogni angolo del mio cervello: la parte creativa, la parte passionale, quella di secchiona, quella matematica e organizzativa, quella che deve essere pronta ad improvvisare...
I suoi cortometraggi hanno sempre un significato altro, rinviano al senso storico, antropologico ed etnologico dell'Italia e degli Stati Uniti e del rapporto lontananza geografica, vicinanza di cuore e passionalità. Si sente parte attiva e compartecipativa utile alla conservazione delle tradizioni e della lingua dialettale del Sud Italia, della Calabria, della Calabria in America?
Mi sento parte attiva quando sono in produzione, post produzione e poi quando mi guardo attorno nella sala e osservo le reazioni del pubblico, dialogare con loro e sentire quello che hanno da dire. Cerco di essere più accurata nella ricerca e nella rappresentazione dei dettagli, ma posso solo sperare di essere utile alla conservazione della storia, delle tradizioni e della lingua. Ha intenzione di approfondire la comprensione della vita degli emigrati attraverso le loro culture ancora in pratica sia nella Calabria che in luoghi multietnici come New York?
Tramite l’esplorazione della vita degli emigrati nell’ultimo corto “Terra sogna terra”, quello che hanno superato e quello che provano ancora oggi, vorrei che tutti i figli, nipoti, parenti, amici di emigrati nel mondo –che lo siamo tutti , in un modo o nell'altro- si ricordano che le condizioni che portano gli emigrati a lasciare i propri paesi e i propri cari sono quelle condizioni che costringono a farlo per sopravvivenza, e sono risultati derivati direttamente da una sistema mondiale che va contro i diritti degli esseri umani. Quello che mi – ci - hanno dato gli intervistati è non solo un pezzo delle loro anime, è proprio una testimonianza di prima mano, e in più è un’implorazione di queste persone che vivono un rapporto viscerale con la Terra, di apprezzamento della Terra.
Può servire anche un'opera filmica per superare gli ostacoli che si possono presentare in luoghi lontani, in nuovi Paesi con lingue, modi e costumi diversi. Per la sua opera filmica Lucia Grillo è, e deve essere, anche antropologo, nel suo lavoro serve sempre un'approfondita ricerca che precede la lavorazione filmica per essere poi, il più possibile, accurati nei dettagli storici e socio-economici dell'epoca, affrontata dalla scrittura e dalla sceneggiatura. Le opere di Lucia Grillo vogliono continuare ad esplorare la pratica degli usi e dei costumi, delle tradizioni storiche e attuali in Calabria e a New York, dove vi è, sempre più, un' interesse rinnovato nelle pratiche degli emigrati, nell'eterna continua ricerca di un legame di identità etnica, un sottile filo rosso in mano ad ogni gruppo di emigrati ed ai loro successori generazionali.
Franco Vallone


Tutti e due i corti sono ora disponibili insieme su un DVD che, fino al 1/1/2011, sono in offerta da Calabrisella Films*. Vai su http://www.amazon.com/gp/product/B003RXZ9J4/ref=cm_sw_r_fa_alp_AE-9mb1X8WVBZ per acquistarlo sul sito Amazon Usa, anche spedizioni internazionali. *(il prezzo modificato da $24.99 a $19.99 verrrà modificato al checkout di Amazon)

Badolato, borgo dai mille volti tra mare, monti e collina

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , | Posted On venerdì 10 dicembre 2010 at 10:38 AM

Il paradiso all’improvviso, avrebbe detto Pieraccioni se fosse passato da quelle parti. Per scelta o per caso. Come succede a chiunque, almeno una volta nella vita. Con condizionamenti dai risvolti più o meno imprevedibili, più o meno felici. A tre scrittrici statunitensi è andata bene. Nel senso che si sono innamorate del luogo ed hanno deciso di farne la loro residenza d’elezione. Una specie di base operativa per intellettuali di ogni parte del mondo. Questo piuttosto di recente, ma Badolato ha manifestato la sua vocazione internazionale in tempi non sospetti; difatti, quando ancora non si parlava di globalizzazione, divenne luogo di accoglienza per centinaia e centinaia di curdi, sfuggiti alla persecuzione di turchi e iracheni. Uomini, donne, vecchi e bambini si trovarono nell’impellente necessità di trovare rifugio in un paese senza pregiudizi razziali, condizionamenti religiosi, insofferenze etniche. Insomma, un paese amico. Lo trovarono in Calabria.
L’allora sindaco del piccolo Borgo della provincia catanzarese, Gerardo Mannello, non esitò a coinvolgere amministrazione e popolazione in una gara di solidarietà senza precedenti. Chiese ed ottenne, dai suoi concittadini, l’offerta di case chiuse, nel senso di disabitate, per carità!, da offrire ai nuovi arrivati. La disponibilità della collettività fu immediata e generosissima. A fronte dei 20 alloggi richiesti, ne arrivarono 200. L’ospitalità coinvolse tutti, con scambi di vedute e di idee, con progetti di vita e promesse di occupazione. La provocazione avanzata nel 1986 con la messa in vendita dell’intero centro abitato, magari a gruppi di tedeschi, intenzionati a trasformare gli spazi in residenze turistico-vacanziere, aveva avuto valenza politica rilevante. Come il no secco a speculazioni edilizie di breve, medio e lungo raggio. Sì, invece, a necessità umane con poche prospettive di risvolti economici all’orizzonte e tante esigenze improrogabili. Ad esempio, la comprensione tra gente simile e diversa nello stesso tempo, espressa a gesti e sorrisi, a monosillabi e graffiti sommari. Tra abitanti ed ospiti, lungo le vie strette e concentriche dell’originaria struttura urbanistica, il sodalizio crebbe di giorno in giorno. Carrette del mare portarono altri disperati sulle coste di Soverato e Guardavalle. Badolato accettò i nuovi arrivati e li sistemò all’interno di un programma a partecipazione statale, denominato “ O focularu, the home project”, premiato da Kofi Annan. La grande accoglienza si concretizzò il 31 dicembre del 1998, con balli, canti e abbracci tra curdi, etiopi, badolatesi e congolesi. Ormai la voce si era sparsa e chiunque avesse aspirato ad avere un tetto sopra la testa, in mancanza d’altro, fece riferimento al «lato ampio dalla realtà nascosta». Potenza dell’etimologia: questo è il significato della parola Badolato! Appuntamento, dunque, sotto le stelle, per festeggiare in piena libertà e nel pieno rispetto delle proprie diversità, Capodanno, Ramadan e Newroz.

A farla da padroni, nella piazza grande del paese, di giorno erano i bambini, coinvolti in giochi chiassosi e spericolati, con i loro coetanei venuti da lontano. L’allegria regnava sovrana tra fontanelle a portata di bocche assetate e panchine occupate dagli anziani, fermi a guardare. Aumentò l’andirivieni di giornalisti armati di taccuino e penna; di operatori con cineprese in spalla e macchine fotografiche al collo; di curiosi, pronti a cogliere gli aspetti del borgo, uscito da silenzi millenari per acquisire fama attraverso giornali, dibattiti, trasmissioni radiofoniche e televisive ovunque nel mondo. Colpo di vita impareggiabile, con usi e costumi da integrare, ma anche con forza di volontà e coraggio, del resto dimostrati nella fuga e nella ricerca di una vita migliore dagli emigranti in ogni tempo. Badolato ha tanti suoi figli sparsi per il mondo. Negli anni ’60 e ’70 fu più massiccio il fenomeno del ritorno di prima e seconda generazione. Dopo non più: da qui la decisione lodevolissima di aprire le porte ai fratelli venuti da Asia e Africa, in nome della fratellanza tra popoli, facile da predicare quando manca l’occasione di praticarla.
Tra le attività avviate dai “ forestieri”, poche ebbero vita lunga, anche se il khebab servito al ristorante “Ararat” , con tanto di peperoncino incorporato, continuava a registrare presenze, per effetto sorpresa. Sapere e sapore costituirono un bel binomio per gli avventori, mentre il lavoro conservava inalterata la dignità delle persone. Ci fu chi aprì una macelleria, chi si sedette a tessere al telaio, chi si dedicò all’arte della ceramica, chi si occupò nell’oneroso lavoro dei campi. L’insicurezza portò alla ricerca di certezze fuori dalle antiche mura, costruite nell’anno 1080. Lo Jonio a perdita d’occhio dal Belvedere, portò pensieri lontani, carichi soprattutto di rimpianti e nostalgia. La passeggiata verso il Santuario della Sanità mise a contatto con la bella realtà, realizzata dai ragazzi di Mondo X, in anni e anni di dura applicazione, per riportare all’antico splendore il complesso del 1198. La maggior parte dei giovani manifestò sin da subito l’intenzione di partire per altri lidi, con meta preferita la Germania, dove marchi e lavoro attraevano più di una calamita ferrosa.
Del gruppo originario, formato dalle 858 persone sbarcate dall’Ararat il 27 dicembre ‘97, oggi non c’è più nessuno, ma si respira ugualmente aria internazionale, nelle 80 case acquistate da austriaci, milanesi, napoletani e tedeschi per le vacanze. Idem con educational tour -press organizzati a scopo turistico-informativo. Chi sceglie di rimanere è in minoranza, ma ha idee chiare sul da farsi. Prendiamo le rappresentanti del gentil sesso, alle quali si accennava in apertura. Sono scrittrici ed imprenditrici di chiara fama. L’anima del trio è Isabella Montwright, la quale parla bene l’italiano e fa da interprete a Kathryn Falk e Jude Deveraux, entusiaste di essere via dalla pazza folla. Ma cosa c’è di tanto buono sul cucuzzolo, che pare fatto apposta per l’ambientazione del presepe?
Aria salubre, tanto per incominciare, pace e tranquillità, cordialità della gente. Non ultimi, cibo genuino e buona cucina. Niente male per chi ha respirato dalla nascita lo smog di Manhattan, (Kathryn) , il rigore del Quebec ( Jude), e la monotonia del North Caroline( Isabella). Procedendo a passo moderato, ci si trova nei gironi per nulla infernali ma concentrici, diretti in cima alla collina, testimoni espliciti dell’impianto fortificato per motivi di sicurezza quando i saraceni approdavano in Calabria con intenzioni affatto pacifiche. La Torre di guardia, costruita nel ‘500 fuori dalle antiche mura, è piuttosto diroccata, mentre resistono a dovere le dimore utilizzate come residenze di campagna. Villa Pietra Nera dei Gallelli, è un esempio lampante, come del resto i palazzi baronali degli Scoppa, e dei Paparo. Nel cuore del Borgo, le strutture gentilizie si alternano a caseggiati più sobri e modesti, dove porte aperte o sprangate, ricordano storie di lotte intestine di casta e di classe.

Badolato non è un paese qualsiasi. Fondato per volontà di Roberto il Guiscardo, offre testimonianze integre dell’importanza che ebbe in epoche remote, quando erano insufficiente le dita delle mani per la conta dei luoghi di culto: una dozzina, edificate tra 1198 e 1728, in onore di Santi (Nicola, Caterina, Domenico, Rocco), Gesù Salvatore, Provvidenza, Maria Immacolata, in Crignetto e Annunziata. Di alcuni complessi conventuali si parla tra le pagine di libri custoditi in archivi ecclesiastici. Altri si offrono intatti agli occhi di fedeli e visitatori. Nel clima di simpatia che intercorre tra uguali e diversi, si pongono i 3500 residenti nel novero architettonico di 2366 case, 80 delle quali appartengono a cittadini acquisiti, come si accennava poc’anzi. Un autentico villaggio globale, che consente di vivere vantaggi in 3 dimensioni: mare, monti e collina. Soprattutto in estate, quando gli appuntamenti culturali si susseguono a ritmo serrato. Nella realtà paesana, vecchia di mille e più anni d’età, emerge “Tarantella power”, rassegna agostana con Piero Pelù e Bono in primo piano. L’ex dei Litfiba dice di aver sentito un’attrazione fatale per il vecchio Borgo. Così vi ha comprato casa. Può darsi che la sua decisione faccia da cassa di risonanza su altri personaggi di cultura, arte e spettacolo, amanti della vita slow, a misura d’uomo. Non solo food, dunque, ma anche rilassanti passeggiate ecologiche in aperta campagna; audaci scarpinate in colline e montagne circostanti; corse in bicicletta nella zona pianeggiante della marina o in mountaine bike, tra guadi, gole e cascate del torrente Gallipari; tuffi, in estate, nelle acque azzurrissime premiate con tre vele da Mare blu; corse a perdifiato su chilometri di sabbia bianca e finissima che pare cipria. Il valore dell’accoglienza, posto sempre in primo piano, è occasione di vita gioviale e produttiva in ogni momento culturale. Come in una fucina di idee, progetti e speranze, ciascuno s’impegna per la riuscita di eventi e manifestazioni: Summer festival, Strabadolato, Beach soccer, Non solo moda, Cunfrunta, Ecologica, ecc.

Per l’abitato a sette chilometri di distanza, allineato lungo la litoranea 106, il distacco dalla base patria, collocata a 240 metri di altezza sul livello del mare, è stato lento, progressivo, graduale. Si ripercorre la via del ritorno, per programmi stilati in ogni stagione dell’anno. Culturalmente vivace, è la Radice. L’associazione di appassionati cultori di tradizioni popolari, va per la maggiore. Fungono da attrattiva anche i premi letterari, cari ad Antonio Newiller, Italo Moretti ed al maestro Caporale, autentica voce istituzionale badolatese.
Del Principe di Toraldo, patrizio di vecchio lignaggio, distintosi nella Battaglia di Lepanto nel 1571, resta l’omonimo ristorante, affacciato sulla Riviera di Nausica. Altri ritrovi ben frequentati sono la Botte, il Fosso ed il Bar degli Artisti. Wim Wenders, dopo Paris- Texas, ha scelto Riace- Badolato per girare “Il volo” con Ben Gazzarra, sulla realtà dei rifugiati politici.
Altre prospettive appaiono sullo sfondo di Palazzo dei Mandorli e Villa Barrow, edificate in stile medievale e liberty su progetto dell’architetto Pasquale Fiorenza. Tra gli illustri ospiti si contano Vito Teti, Patrizia Tallarico e Heather Graham. Gli appuntamenti a teatro sono curati dalla Compagnia delle Tre Torri.
Il senso dei luoghi, non più abbandonati della Calabria, cresce nella considerazione delle Confraternite, che gestiscono attivamente chiese e conventi per la gioia di fedeli e turisti.
Emma Viscomi

Fiaba e Castello. Binomio vincente a Santa Severina

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , | Posted On giovedì 9 dicembre 2010 at 8:38 AM

Fiabe e castelli vanno a nozze con dame e cavalieri, principi e belle addormentate, gnomi e fanciulle fatate.
Soprattutto a Santa Severina, dal 2001, anno in cui don Antonio Tarzia, direttore de “Il Giornalino” per i tipi della San Paolo, pensò di varare un concorso adatto a grandi e piccini, nei quali risvegliare creatività e voglia di essere protagonisti nel mondo magico dell’invenzione più immediata. Nacque così un’occasione letteraria diventata momento provvido di scambi culturali, con la partecipazione appassionata non solo di appartenenti alla prima infanzia, ma anche di bambini più grandicelli delle scuole elementari e di ragazzini delle medie locali e del circondario, con estensione ad altri territori della Calabria. All’ inusuale iniziativa parteciparono Comune, Pro Loco Siberene e Provincia di Crotone.
C’era, dunque, una volta, un piccolo concorso, destinato a diventare grande, con il contributo di enti pubblici, ma anche di imprenditori privati e di nomi importanti nel settore dell’infanzia. La manifestazione si aprì, in modo meraviglioso, ad occasioni di studio, ricerca e programmazione di parecchie attività, in diversi mesi dell’anno. Partenza alla fine di novembre, con il varo del bando. Arrivo al 30 giugno con proclamazione dei vincitori nelle varie sezioni. Nel bel mezzo, sfilate, laboratori, rielaborazioni grafiche, rappresentazioni e riduzioni teatrali, corsi di educazione alla legalità. Proprio così! Perché non basta essere bravi e buoni da bambini. Bisogna comportarsi bene anche in gioventù, maturità e vecchiaia.
Tra gli adulti con attaccamento dimostrato a giochi e fantasia, troviamo il regista Fulvio Wetzel, premiato nel 2005 per il film intitolato “ Prima la musica, poi le parole”. L’anno dopo riceve l’ambito trofeo, l’Istituto degli Innocenti, per l’attività svolta da più di 600 anni a questa parte. Nel 2007, è Marco Moschini a portare a casa il premio, che passa sotto la voce “Amico del Cuore”, grazie a percorsi didattici, filastrocche e libri di cui è autore. Nel 2008, il riconoscimento va alla memoria di don Pio Arena e don Renato Cosentini, sacerdoti impegnati in vita con l’infanzia più bisognosa del Marchesato.
Michele Affidato, celebrato orafo di Crotone, è presente sin dal primo anno, con il contributo fattivo delle sue raffinate creazioni. Opere d’arte si possono considerare i “testimoni”, esibiti nella bacheca dei vincitori solo per un anno, dal momento che la staffetta prescrive la consegna successivamente ad autori meritevoli di scrittura creativa. I trofei in questione sono tre: Pinocchio in legno di Attilio Pugliese; Rana in bronzo di Romolo Rizzuti; Sipari (due), realizzati in legno, rispettivamente da Antonio Squillace e da Giacomo Bianco. Con il 2010 si celebra l’undicesima edizione di Castelfiaba, sotto l’egida dell’avvocato Diodato Scalfaro, assessore provinciale alla Cultura; del dottor Bruno Cortese, appassionato, lui per primo, alla formidabile iniziativa, anche come primo cittadino di Santa Severina; della professoressa Teresa Gallo, presidente della Pro Loco, animata da travolgente entusiasmo e fornita, bontà sua, di grande carisma e contagiosa simpatia; dell’avvocato Silvano Cavarretta, iscritto di diritto nell’Albo d’oro dei Benemeriti di Castelfiaba, per l’interesse e l’abnegazione con cui segue da sempre lo svolgimento dell’originale manifestazione, forte dell’ esperienza maturata in qualità di assessore all’Identità culturale della Provincia di Crotone, carica che riveste tuttora.
Laboratori e percorsi didattici sono idonei a sviluppare le capacità creative dei partecipanti alle sezioni Casetta rosa, ‘A naca, Faretra, Salvadanaio della Fantasia, Scacciapensieri, Sogni, bisogni e ancora sogni. Per crescere, cambiare, andare avanti e vedere oltre, c’è Bambinopoli, sistema deputato a far conoscere ed applicare le regole di vita, con tanto di bimba investita del ruolo di prima cittadina, tanto per essere al passo con tempi e realtà di pari opportunità. Gli appuntamenti di rilievo coincidono con festività canoniche e ricorrenze stagionali. Per Natale, Capodanno ed Epifania, sono di rigore falò di grandi dimensioni, un po’ propiziatori nella tradizione pagana. A Carnevale, tornano alla ribalta invenzioni di marionette. A marzo, festeggiamenti a dovere per l’arrivo della stagione dei fiori. Musica e Moda sono d’attualità per i concorsi Vesti un Bimbo e Ninna Nanne. A primavera inoltrata, tutti in discussione per le selezioni Maggioline. Piazza Campo, caratterizzata da assi viarii di logistica urbanistica, diventa teatro a cielo aperto, con spettacoli allestiti sotto la direzione artistica di Lucia Bellassai. A guadagnarne è il segmento turistico, con l’allegria mescolata ai costumi con cui sfilano maschietti e femminucce. Per non parlare dei travestimenti a tema, necessari per l’interpretazione di fiabe, scaturite dai confini della fantasia più sfrenata. Divertimento assicurato, anche per turisti e visitatori, nei confronti dei quali esercitano fascino irresistibile le varie ed interessantissime attrattive architettoniche del luogo: Castello, Cattedrale, Museo diocesano, Museo archeologico, Chiesa di sant’Anastasia, Battistero, Chiesa di santa Filomena, rioni Grecìa e Giudaica, necropoli di Altilia, tutta da scoprire nei suoi contenuti segreti, protostorici ed ellenistici, senza dimenticare la collocazione temporale dei ruderi rilevati nei pressi delle Serre di Barracco..

Santa Severina è come uno scrigno pieno di tesori, che attendono di essere scoperti e contemplati. Da sprovveduti e neofiti, però! Perché appassionati ed intenditori d’arte, Sgarbi in testa, tanto per fare un nome di assoluta garanzia, conoscono la superba bellezza del Borgo antico, tra i più belli d’Italia; la robustezza e quindi l’inespugnabilità delle possenti mura di cinta; la poesia delle case, inserite in angoli nascosti al tempo delle invasioni barbariche; la somiglianza delle Chiese, comunque singolari nella loro planimetria originaria, a templi altrove più famosi. Quella di Santa Filomena, ad esempio, ricorda il Mausoleo di Santa Costanza, in Roma, ed ha la peculiarità di essere scorta a distanza, grazie alla cupoletta, simile a quelle che svettano in Armenia e Georgia. Conosciuta anche con la denominazione di Santa Maria del Pozzo o Pozzoleo, è caratterizzata da due portali ad arco acuto. Ingressi separati per uomini e donne, una volta! Sant’Anastasia è dedicata alla protettrice, festeggiata il 29 ottobre, per l’identificazione della stessa con la martire di Sirmio. Il Battistero, unico in Italia a pianta circolare con quattro appendici, risale al VII, o forse VIII secolo. Dotato di affreschi orientali, presenta una cupola a spicchi senza costoloni, una colonna in fabbrica e sette in granito, con evidente simbologia incorporata sui giorni della creazione e della redenzione, passando attraverso il lavacro battesimale. Grondano storia le sale del Museo diocesano, con straordinari tesori custoditi. Nell ’omonima struttura dell’Archeologico, si possono ammirare reperti di varie età, a testimonianza di insediamenti, incursioni, dominazioni, progressi e regressioni. La storia si apre su albori brettii. Prosegue con colonizzazioni magno-greche. Si sofferma brevemente su presenze puniche, soppiantate rapidamente dai romani, al fianco degli stanziali fino alla caduta dell’ Impero d’Occidente. Conosce quindi momenti di operosità con i basiliani, tormentati dai bizantini. Rinasce a nuova cultura e civiltà con i normanni. Roberto il Guiscardo e Ruggero d’Altavilla sono fondamentali per le basi del feudalesimo, continuato da angioini ed aragonesi, consolidato da regnanti e viceré napoletani contro l’ unità vagheggiata a suo tempo da Federico II, raggiunta finalmente con il Risorgimento e rovinata successivamente da politiche sbagliate ed inefficienti fino ai nostri giorni. Per fortuna, gli eredi della primitiva etnia, forti per costituzione fisica ed integrità intellettiva, e mettiamoci pure, indistruttibile voglia di riscatto, sono andati avanti, a costo di sacrifici estremi fino allo spasimo, senza smarrire gli aspetti positivi dei governi dominanti, in caduta libera nel corso dei secoli.
Ed eccoci alla realtà del Castello, emblema silenzioso eppur tanto eloquente, dei vari poteri temporali, e della Cattedrale, simbolo del Cristianesimo della Roma papale, affacciati entrambi sull’ampia Piazza centrale, tornata Campo per eccellenza, in omaggio alla primitiva denominazione, per volontà ferrea del sindaco Cortese e dell’Amministrazione comunale da lui guidata.
Solido, enorme nei suoi 10 mila metri quadrati di superficie, ben conservato, edificato nel XII secolo, oggetto di rifacimento nel XVI sotto i Carafa, restaurato tra il 1991ed il 1998, oggi è sede della Pro-loco, attivissima sul territorio, e della ricca Pinacoteca. In essa sono esposte tele di ottima ed originale fattura, tra le quali spicca il dipinto del Santafede, che rappresentò a dovere la Patrona della Città, cioè Anastasia di Sirmio, davanti alla Natività e con bozzoli di baco da seta, onde evitare confusione con l’omonima santa romana.
Dagli spalti si gode un magnifico panorama, aperto a 360° sull’orizzonte, con mare Jonio, Valle del Neto e Monti della Sila disposti magistralmente sulla linea immaginaria di una circonferenza ideale. La nobile costruzione è in posizione dominante, come l’abitato, che emerge a cresta, sul ponte di coperta della “ nave di pietra”. Definizione enigmatica coniata dalla Cooperativa Aristippo, che promuove e gestisce le risorse territoriali, per strati geologici contenenti nelle viscere impianti urbanistici, realizzati nella notte dei tempi dai primi abitatori, inclusi gli enotri, sopraggiunti “ soltanto” nel IV secolo. Posto su un’amba (collina), forte e massiccio nel suo regale portamento, è a guardia del mistico isolamento, che ha permesso di tutelare cultura e civiltà passate, immerse in vicende storiche gloriose, scritte con passione, sangue e parole di verità.
Corre l’obbligo di ribadire l’estrazione bizantina di angoli molto suggestivi nella loro semplice costituzione architettonica. La stessa è evidente in usi, costumi, idioma e leggende. L’atmosfera di religiosità monastica impregna la Cattedrale, detta anche Chiesa dell’Addolorata, dopo rifacimenti e restauri dai risvolti improvvidi e perniciosi. Gli anacoreti furono di casa e di bottega fuori e dentro le antiche mura. Dobbiamo a loro recupero, trascrizione e custodia di manoscritti, codici, icone, saperi e perfino sapori, destinati a scomparire nelle tenebre dell’ignoranza, sotto asce di guerre iconoclastiche o in nome di paventate superiorità etniche e belliche, o di pretese espansionistiche di popoli vicini e lontani. Fu affidato a monaci colti e pazienti il compito di diffondere buone novelle su terre da coltivare, sia in senso reale che metafisico. Santa Severina, vive, in questo senso, una splendida, seconda, eterna giovinezza, capace com’è di tutelare la poesia originale della vita in forma perpetua di fiaba, nell’ambito del suo eccezionale maniero. Severo ed austero nella struttura, messaggero di civiltà e cultura, resta unico nell’uso che se ne fa, in ambito calabrese. Il messaggio è palese. Come se dicesse: “Venite a me, se avete voglia di dilettarvi”. Se è vero, com’è vero che “ in ogni genio adulto, c’è tanta voglia di giocare”. La massima è di Nietzsche, ma chi scrive, ne ha fatto una ragione di lavoro, per preservare ogni giorno da immani fatiche. Buon divertimento a tutti!
Emma Viscomi