Da Sabato 24 Aprile, a Cariati (CS) Famiglie e barche della comunità marinara di Cariati presso la Società Cooperativa Pescatori

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On martedì 27 aprile 2010 at 10:23 AM

Mare e terra, terra di Calabria e mare calabrese...i valori che uniscono le due grandi tradizioni sociali della nostra regione, e cioè quella legata al mare e quella contadina, solo apparentemente separate. "Famiglie e barche della comunità marinara di Cariati", una traccia, un titolo dai rimandi memorici e affascinanti per una mostra che vuole raccontare proprio di fatti di mare e di terra.
La mostra, inserita ufficialmente nel progetto culturale "Sguardi sullo Jonio", è frutto degli studi antropologici sulla Calabria della ricercatrice cariatese Assunta Scorpiniti. Uno studio approfondito, una ricerca appassionata sul mondo del mare, effettuato attraverso gli strumenti della fotografia etnografica e di narrazione, che Scorpiniti ha già sperimentato, con esiti felicissimi, in Storie ed immagini della Calabria altrove. Tre generazioni di emigrati nel cuore dell'Europa, del 2007, una mostra sull'emigrazione presentata con successo anche in alcune località della Germania, a Bruxelles, e in esposizioni "per immagine" di varie rassegne dedicate alla donna di Calabria. La mostra Famiglie e barche della comunità marinara di Cariati, che è stata curata e realizzata da Assunta Scorpiniti con il prezioso sostegno di Lega Pesca, scaturisce da studi effettuati direttamente sul campo e sull'identità marinara dei pescatori, svolti anche nel confronto con studiosi di analoghe realtà italiane, ed è ispirata alla prospettiva di studio nota come antropologia visiva: le immagini sono intese ed utilizzate come canale utile a decifrare e interpretare i segni e i caratteri di una cultura che, insieme a quella contadina, costituisce il fondamento della nostra società. Nel caso specifico, le immagini diventano anche "luogo" privilegiato dell'incontro e del dialogo con gli uomini, le donne, i figli della comunità del mare di Cariati, nel tentativo, chiaramente riuscito, di dare voce alle loro parole e corpo ai loro sguardi. Il paese di Cariati ha, da sempre, una forte vocazione marinara ed un'identità molto antica e radicata con lo sguardo sul mare, anche se spesso la popolazione è stata spinta verso l'interno da molteplici fattori ambientali e storici. Nell'Ottocento Cariati era, infatti, un importante scalo marittimo e, nella seconda metà del secolo, al centro di una migrazione di pescatori amalfitani, che hanno favorito lo sviluppo e la specializzazione dell'attività e dei vari mestieri utilizzati.

Nella mostra Assunta Scorpiniti racconta per immagini ed ha voluto descrivere aspetti e fattori, come l'emigrazione, la meccanizzazione e motorizzazione, e lo sviluppo del turismo balneare che, nel recente passato, hanno mutato l'aspetto sociale della comunità della pesca, determinando un'evoluzione del lavoro del mare, che da sempre, trae la sua forza, prima di tutto, dall'unione familiare che diventa comunità. Al centro di questa ricerca, Scorpiniti ha posto lo studio di una ventina di storiche famiglie marinare di Cariati, legate da una significativa rete di relazioni. La classificazione, indicata con i tipici soprannomi (Vajani, Zagarogni, Occhiati, Ndonareddi, Cutrì, Gnazzi, Panazzi, Feroti, Merichi, Midji ed altre) segue, idealmente, l'ordine di Scaru, la spiaggia sottostante le abitazioni del borgo, che, nella comunità tradizionale, prima della costruzione del porto, serviva da ricovero alle barche. Al discorso sulle famiglie sono strettamente legate le differenti sezioni: quella dedicata alle donne del mare, vuole mettere in risalto il ruolo speciale che la donna tradizionalmente ricopre nella società marinara, per le responsabilità di sostegno sociale e alle famiglie, nelle lunghe assenze degli uomini, e per il suo sentimento del mare; vuole anche ricordare le figure irripetibili di donne pescatrici del tempo passato, mitiche figure rimaste indelebili nella memoria collettiva della gente cariatese. La sezione dedicata ai figli dei pescatori, descrive, invece, uno sguardo sincero e una percezione particolare dell'elemento e del lavoro dei padri. Non mancano, infine, i riferimenti all'attualità, caratterizzata dalla tecnologia, dalla costruzione del porto, da nuove regole e disposizioni comunitarie, ma, soprattutto, dalla conservazione del rapporto tra vecchi e giovani e dalle tradizioni del lavoro, ancora intatte. Il progetto "Sguardi sullo Jonio", mettendo in risalto tutto questo, vuole raccontare un mondo, una realtà, una cultura di cui è portatrice la gente del mare, protagonista e soggetto della storia di Calabria. Un progetto dedicato alle nuove generazioni, per la loro consapevolezza civile e la riappropriazione dei valori identitari, soprattutto quello del lavoro, che hanno consentito alle comunità di esistere e svilupparsi. La mostra verrà inaugurata sabato 24 aprile, presso la Sala Polivalente dell'Area Portuale di Cariati, nell'ambito del Seminario "Cariati: un mare di risorse.

Identità e sviluppo della piccola pesca costiera", promosso da Lega Pesca. All'incontro saranno presenti: il Presidente Nazionale di Lega Pesca, Ettore Ianì; il Responsabile di Lega Pesca Calabria Salvatore Martillotti; il Presidente della Cooperativa Nautilus, Raffaele Greco; il sindaco di Cariati Filippo Sero; il presidente della Società Cooperativa Pescatori Cariati, Leonardo Russo, il Comandante della Capitaneria di Porto di Corigliano, Antonio Seno; il presidente di Legacoop Calabria, Giorgio Gemelli, il consigliere provinciale Leonardo Trento; ha assicurato la sua presenza il presidente della Provincia di Cosenza, Mario Oliverio. L'evento è promosso da Lega Pesca Calabria in collaborazione con la Società Cooperativa Pescatori Cariati e la stessa Assunta Scorpiniti.
Franco Vallone

Gracel, cantante calabrese di Gioia Tauro

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , | Posted On at 10:18 AM

In uscita su Sky il suo videoclip "il sole più caldo che c'è"

All'anagrafe si chiama Graziella Saverino, ma, artisticamente e nell'universo musicale, è conosciuta come Gracel. Nata a Gioia Tauro, cresciuta in un piccolo paese calabrese, oggi Gracel ha 29 anni e, da sempre, la musica e il canto accompagnano i suoi giorni. Ma la storia di Gracel è anche storia di emigrazione, di partenze, di cambiamenti. A diciannove anni si trasferisce nella Capitale, a Roma, dove ottenendo definitivamente la completa indipendenza e autonomia inizia a confrontarsi realmente con il mondo. "Decisamente - aggiunge lei - ha i suoi lati positivi vivere da sola". Gracel canta e studia tanto, poi si laurea in Scienze della Comunicazione, nel 2006, all'università La Sapienza di Roma. Sei anni che gli permettono di avere e assorbire continui input sonori e di sperimentare e vivere numerose esperienze nel campo accademico, teatrale e musicale. Graziella Saverino oggi è una cantautrice matura, scrive le sue canzoni e la sua musica da più dieci anni. E la musica la porta avanti, da sola, guida i suoi giorni, la modella continuamente, la plasma artisticamente e nell'anima. Poi le altre successive esperienze arrivano in modo naturale: lavora in un Network radiofonico, studia recitazione e si rapporta anche teatro, sulle tavole polverose del palcoscenico, anche se soltanto in piccole parti. "La mia musica è il mio universo,- ci sottolinea - l'aria che respiro". Gracel in questi anni partecipa ad importanti concorsi canori e vince una miriade di premi, molte volte arriva prima assoluta nelle classifiche di importanti eventi musicali di livello nazionale, a Roma, Chianciano Terme ed anche a San Marino. Tante le apparizioni video dove ha modo di far sentire le sue canzoni, su Sky, Play Tv, Video Italia solo musica italiana… Anche la critica, quella autorevole, la segue con attenzione da qualche tempo ed oggi il successo finalmente arriva prorompente. Proprio di questi giorni la notizia dell'imminente uscita di un bellissimo videoclip dal titolo "Il sole più caldo che c'è" che verrà irradiato da Sky ed ancora vogliamo segnalare la presenza della sua "Ciao amore mio", sul sito ufficiale della Rai durante il Sanremo nuova generazione 2010. Successi, applausi, immagini e suoni, spettacoli, presenze televisive, cd... ma, anche e prima di tutto, l'anima e la musica delle sue canzoni, sempre intrise di un romanticismo nuovo, moderno, inedito, che la porteranno, ne siamo sicuri, davvero lontano.
Franco Vallone

In orto a NYC

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On giovedì 22 aprile 2010 at 7:15 PM

Il film documentario "Terra sogna terra" girato negli orti calabresi di New York

"Esterno giorno, orto con alberi di fichi, anziano immerso tra le foglie dell'albero raccoglie i dolci frutti... ciak si gira..." Ci troviamo in un terreno coltivato nei pressi di New York, ma, guardando le immagini di questo film, sembra di essere proprio in Calabria, mentre camminiamo per orti e giardini assolati, tra alberi di fichi, pomodori incannati e melanzane viola, tra viti di uva fragola, cipolla rossa di Tropea e peperoni piccanti. Giardini e orti, curati e coltivati di tutto punto, con le stesse antiche procedure e con le modalità della tradizione calabrese, con radici, piante e alberi molte volte fatti arrivare in America proprio dal lontano paese natio. In realtà ci troviamo dall'altra parte dell'Oceano, nei dintorni della Grande Mela e più precisamente a New Rochelle. Ed è qui, in questi veri e propri orti di Calabria, che l'attrice e regista italoamericana Lucia Grillo ha voluto girare l'ultima sua fatica cinematografica. Il film documentario si intitola "Terra sogna terra", per significare che gli emigranti che curano questi spazi coltivati con la fatica e la memoria, vengono "dalla terra" essendo stati nel passato tutti contadini. L'interessante tematica sviscerata dalla Grillo è la traccia del film ed è incentrata proprio sugli orti degli emigrati italiani in america. Il film verrà proiettato il prossimo 24 aprile a New York. Tante le interviste all'interno del filmato ed alcune di queste sono state effettuate dall'autrice ad anziani emigrati provenienti dalla Calabria, (in particolare da Francavilla Angitola, in provincia di Vibo Valentia, piccolo paese d'origine della famiglia di Lucia Grillo). La regista nel suo film ha voluto inserire anche alcuni personaggi molto familiari, il nonno novantacinquenne, Francesco Antonio Grillo, gli zii, Antonio Pizzonia, Rachel Rifilato e Vincenzo De Rocco, ed anche un emigrato siciliano. "C'è anche mio padre con la sua camicia azzurra con le strisce rosse, - aggiunge la regista - vera ispirazione per il documentario perché il suo orto e il suo giardino sono stati per me sempre una fonte di meraviglia e affascinazione".
"Terra sogna terra", della durata di venti minuti, è spunto anche per una conferenza sul tema "Terre Promesse", all'interno della quale verrà proiettato il film. I personaggi e gli interpreti di questo film documento sono stati contadini nella Calabria della prima metà del '900, poi la dolorosa scelta di partire, emigrare, e, una volta sistemati in America (tutti a New Rochelle, NY), hanno iniziato a coltivare orti e giardini, sognando una vita e un futuro migliore; "così - aggiunge Lucia - sono tornati "alla terra" conservando la tradizione di coltivare il terreno americano e sfruttarlo in modo positivo anche per mangiare e sopravvivere". Lucia Grillo è nata a New York nel 1971, studi regolari poi l'università alla New York University di Manhattan, laurea in recitazione al Lee Strasberg Theatre Institute sempre di New York, in seguito Lucia si specializza nella stessa scuola cinematografica frequentata anni prima da Marilin Monroe e Al Pacino. Dopo alcuni anni consegue una seconda laurea, questa volta in letteratura italiana, da allora Lucia Grillo è presente nel mondo dell'arte e dello spettacolo di mezzo mondo. Riceve una borsa di studio sulla poesia italiana poi studia musica, il pianoforte in particolare, scultura e fotografia. Lucia inizia a recitare in teatro, approda nel mondo della pubblicità televisiva con alcuni spot che arrivano anche in Europa, tra gli altri si fa notare in uno spot per la Finlandia per una famosa vodka. Per undici anni risiede a New York nella centralissima zona di Greenwich Villane poi si trasferisce nella lontana California, a Los Angeles, ed è qui che fonda dapprima un gruppo di lavoro denominato degli "Sperduti" con altri ragazzi italo-americani. Il gruppo si occupa di sin dall'inizio di produzione filmica e teatrale. Dopo l'esperienza di quattro anni a West Holywood fonda la "Calabresella Films" che nel 2002 è produttrice associata della Los Angeles Italian Films Awards. Lucia è produttrice e regista dello spot televisivo per la Laifa di Los Angeles. Recita con Vincens Schiavello, uno degli attori di Gost, nel film "Favole Siciliane". Lucia interpreta in questi anni decine di films, tantissimo teatro e numerosi spot pubblicitari. Ricordiamo, tra gli altri, il film "Summer of Sam", del regista Spike Lee, e poi l'indimenticabile parte nel film commedia "Winning Girls Through Psychic mind control", e la produzione di grande successo del film "A pena do pana"(girato in Calabria), con il grande Vincent Schiavelli, dove Lucia Grillo è attrice, regista e produttrice. Come attrice nel 2009 ha anche lavorato nel film "Duplicity" e nel 2006 in "Pop Machine".
Franco Vallone

Affruntata a Zammarò

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On giovedì 15 aprile 2010 at 8:06 AM


L'Affruntata è una vera e propria rappresentazione sacra che arriva dal profondo del medioevo (anche se il testo più antico e conosciuto che parla dell'Affruntata in Calabria è della fine del 1600). Si tratta di un rituale svolto senza alcuna parola, ma con un insieme di azioni semplificate e portate al livello del rito; sono cioè personaggi, movimenti prefigurati e già prefissati, ma che sono accompagnati da una forte carica simbolica e da un'intensa partecipazione corale. L'Affruntata in provincia di Vibo Valentia viene celebrata in più di trenta diversi paesi e si svolge, di solito, a mezzogiorno o nel pomeriggio della domenica di Pasqua (ad Arena il lunedì e a Dasà il martedì). A Zammarò di San Gregorio d'Ippona il rituale si svolge a mezzogiorno della domenica successiva alla Pasqua, nella così detta "Domenica in Albis". Per la Chiesa Cattolica questo giorno vuole ricordare i primi tempi della storia della Chiesa quando il battesimo era amministrato durante la notte di Pasqua ed i battezzandi indossavano una tunica bianca che portavano poi per tutta la settimana successiva, fino alla prima domenica dopo Pasqua, detta perciò "domenica in cui si depongono le vesti bianche" (in albis depositi). Per alcuni questo sfasamento cronologico serviva per concentrare molta più gente (il paese Zammarò è piccolo) e per permettere agli abitanti del capoluogo e dei paesi vicini, impegnati a Pasqua in altre affruntate, di vedere anche la bella Affruntata di Zammarò. Ma al di là delle vere motivazioni, l'Affrontata di Zammarò è un evento rituale molto antico e radicato che, negli anni, è diventato sempre più affollato. Le dinamiche rituali e formali la differenziano anche dalle altre Affruntate della Diocesi. A finestre e balconi delle case che cinturano la piazza del paese vengono appese numerose coperte damascate, come nei più importanti giorni di festa. Alle 12.00 in punto inizia la rappresentazione: la Madonna ammantata di nero, con il San Giovanni, esegue un primo lento cammino con un corteo processionale, aperto dal prete e dalla croce, e seguito dalla banda musicale che esegue meste melodie. Poi la Madonna ritorna indietro nel suo tragitto, questa volta da sola. A questo punto la rappresentazione continua con un primo ritorno di San Giovanni che risale, per poi ridiscendere e risalire ancora altre volte, con velocità sempre crescente. Fino all'ultimo percorso quando San Giovanni risale in compagnia del Cristo Risorto per poi fermarsi in un punto predeterminato della piazza. Ed è a questo punto che arriva la Madonna, di corsa e ancora ammantata di nero, per il vero e proprio incontro con il Cristo Risorto. Una fulminea "svelatura" è accompagnata dal lancio di petali di fiori, volo di colombe bianche, applausi e fuochi d'artificio. Un momento culminante e liberatorio, altamente suggestivo, che segue ad una vera e propria tensione, un'attesa e l'annuale speranza affinché tutto vada per il verso giusto e che l'Affruntata "riesca" nel migliore dei modi. A Zammarò è ancora vivo tra la gente il ricordo di quando, all'inizio degli anni 90, proprio durante il momento dell'incontro, cadde la statua della Madonna, che nell'incidente si decapitò, lasciando la gente del paese ammutolita e costernata per l'accaduto. Ricordiamo che per la tradizione popolare tutto ciò rinvia a significati simbolici infausti, a momenti carichi di negatività per tutto il paese e per l'intera comunità.
Franco Vallone

Natuzza Evolo il miracolo di una vita

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , | Posted On at 7:58 AM

Il volume di Luciano Regolo verrà presentato a Paravati di Mileto (venerdì 9 aprile), a Vibo Valentia (sabato 10 aprile), a Lamezia Terme (domenica 11 aprile) e a Guardia Piemontese (il 12 aprile)


Storia...! si, Natuzza Evolo è già storia. La dolce storia di una semplice donna di Calabria che, senza volerlo, è diventata la Natuzza mistica, la più grande mistica cattolica contemporanea, dei nostri tempi. Scomparsa dallo scorso primo novembre, festa di Ognissanti, Natuzza adesso riposa nella sua Paravati di sempre ed è proprio in questo piccolo paese, frazione di Mileto e in provincia di Vibo Valentia, che Luciano Regolo, giornalista e scrittore di grande esperienza, aprirà un ciclo di presentazioni del suo libro, appena uscito in libreria, dal titolo "Natuzza Evolo il miracolo di una vita". Il volume, edito da Mondadori per la collana Ingrandimenti, è introdotto da monsignor Giovanni D'Ercole altro personaggio che ha conosciuto personalmente Natuzza. Questo libro è la prima importante biografia, scrupolosa, completa, riconosciuta, di "mamma Natuzza", come amavano e amano chiamarla i suoi tanti seguaci in tutto il mondo. Per molti anni Natuzza Evolo ha richiamato, con il suo carisma, milioni di fedeli e migliaia e migliaia sono le persone di tutto il mondo venute a Paravati per incontrarla, per avere indicazioni sulle proprie malattie e sui disagi interiori, per avere notizie sui e dai propri defunti, o semplicemente per avere un semplice contatto visivo con lei, vederla, toccare le sue mani, sventolare un fazzoletto, o partecipare semplicemente ad uno dei suoi tanti raduni di fede e di preghiera. Oggi a Paravati, questo piccolo paese dove Natuzza era nata nel 1924, tutto sembra storia e passato ma, nel contempo, ci si rende conto di una tranquilla e serena continuità, della costante presenza, in ogni cosa ed ogni luogo, della Mistica, che ha soltanto cambiato dimensione e che oggi che non c'è più fisicamente si percepisce come essere umano, vivo "al di sopra" della storia. Luciano Regolo conosceva bene Natuzza, l'aveva incontrata quasi trent'anni fa per la prima volta, l'ultima poco tempo prima che lei morisse. Su Natuzza Evolo si è scritto molto, tante sono le parole che le sono state indirizzate prima e dopo la sua morte. Parole forti come quando si sentì quel collettivo "Santa subito!", tanto forte e prorompente da fare il giro del mondo intero. Due semplici parole, un'invocazione di migliaia di voci diverse della folla, l'indimenticabile immensa folla sotto la pioggia e gli ombrelli colorati, radunata per i funerali di Natuzza Evolo lo scorso novembre, davanti alla grande chiesa ancora in costruzione. E in attesa che la Chiesa concluda il suo rigido e indispensabile percorso di valutazione, rimane certo che si è trattato di una persona davvero straordinaria, estremamente affascinante, unica ma chiaramente accomunabile ad altre figure eccezionali, una su tutte Padre Pio. Con il frate di Pietralcina Natuzza Evolo ha condiviso le iniziali difficoltà e le incomprensioni col mondo ufficiale, contrapposte a un immenso affetto popolare. Ma anche carismi come le stigmate e le emografie, la bilocazione, la preveggenza e le guarigioni inspiegabili, le grazie, i tanti benefici e gli altri mille piccoli grandi miracoli. Nelle centottanta pagine del libro, lo scrittore raccoglie non solo gli aspetti più incredibili riguardanti la mistica, ma anche la sua dimensione domestica, attraverso le inedite testimonianze dei cinque figli. "I fenomeni più eclatanti legati a Natuzza erano le stigmate che comparivano sui polsi, ai piedi e nel costato durante la settimana santa - racconta Regolo - Poi le emografie. Comparivano scritte o disegni di sangue sulla biancheria di Natuzza o sui fazzoletti con cui si asciugava la fronte. E Natuzza aveva continuamente visioni di Gesù, della Madonna, degli angeli. Natuzza era tante cose. Un mistero, ma anche una donna reale, una mamma affettuosa, ricca di umorismo. Attorno a lei si verificavano prodigi, ma ciò che colpiva di più era l'umiltà e la dedizione verso chi aveva bisogno". Ora, a soli sei mesi dalla scomparsa di Natuzza Evolo, l'iter per la sua beatificazione è già iniziato e padre Michele Cordiano chiede a chi ha conosciuto Natuzza di iniziare a raccogliere ricordi e testimonianze con questo vero e proprio appello mondiale: "La testimonianza, l'esempio, la preghiera di mamma Natuzza per tutti i suoi figli spirituali siano messaggio da custodire, per metterlo sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. L'Archivio della Fondazione vuole offrire questo servizio alla memoria ecclesiale, raccogliendo scritti, foto, video, attestazioni, testimonianze, eventuali certificati medici di guarigione. Il tutto sottoscritto dalle persone interessate, che allegheranno una foto e tutti i dati per essere contattati. Alimentiamo questa corrente di luce, attingendo alla lampada viva accesa da Gesù Risorto. Indirizzare in busta chiusa a Padre Michele Cordiano presso la Fondazione o Via Umberto I, 153 o 89852 Paravati (VV)". Intanto oggi, venerdì 9 aprile, alle ore 19.00, presso l'Auditorium della Fondazione Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime di Paravati prima presentazione del volume alla presenza dell'autore. Gli incontri di presentazione seguiranno poi domani, sabato 10 aprile, alle ore 18.00, presso l'Auditorium del Sistema Bibliotecario di Vibo Valentia, l'11 Aprile a Lamezia Terme presso la Chiesa del Rosario, sempre alle ore 18.00, e il 12 aprile in provincia di Cosenza a Guardia Piemontese. Ricordiamo infine che l'autore del volume, Luciano Regolo, ha voluto cedere tutti i diritti dell'opera alla Fondazione e il ricavato del libro sarà devoluto per la costruzione della chiesa "Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime" di Paravati.
Franco Vallone

Aprile 1783. La nuova Briatico

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On venerdì 9 aprile 2010 at 12:03 PM

Aprile 1783. La nuova Briatico a "Cocca, fondo di questa baronal camera, tiratosi dalla dolcezza del clima, acque abbondanti, vicinanza dal mare e dall'amenità del sito…"

Molti a Briatico, quando si parla di memoria, di storia, di archeologia e di Briatico Vecchio , ricordano, con nostalgia e affetto, lo storico locale Domenico La Torre. Uomo di cultura della Briatico del '900, grande ricercatore e raccontatore appassionato, La Torre aveva effettuato, durante la sua vita, numerosi studi riguardanti la storia del paese. Il ricercatore aveva, per lunghi anni, frequentato numerosi archivi e biblioteche ed aveva ritrovato molti documenti inediti che riguardavano proprio il tempo soglia di Briatico, il momento preciso del passaggio dal vecchio abitato al nuovo sito, fatti e documenti del tempo della ricostruzione, dell'inizio della storia della nuova città dopo il disastroso terremoto del 5 febbraio del 1783. Ed è proprio uno di questi documenti che riporta il numero ufficiale dei superstiti del terremoto di Briatico Vecchio: 925 persone. Uomini, donne e bambini impauriti, tanti sbandati nelle campagne attorno al paese distrutto, persone ferite, provate, stanche, mortificate, che si ritrovarono, per rifugiarsi in qualche modo, nei pressi della torre Rocchetta dove vi erano, preesistenti, alcune fabbriche per la lavorazione dell'olio, del tonno, una vetreria e baracche di pescatori. Altri ancora preferirono scappare verso i paesi di Jonadi, Mileto, Monteleone e Tropea, cercando di trovare alloggio presso case di amici e parenti. Il 4 aprile del 1783 parte di questi superstiti si riunirono, alla Rocchetta, in pubblico parlamento, presieduto da Luigi Lieto, giudice della città, e dal cancelliere Paolo Caprino.
Si decise, quel lontano giorno di fine settecento, di riedificare la città di Briatico in un luogo poco lontano, un terreno coltivato a vigna, in una località denominata Cocca (coltura chiusa) o San Giovanni. Un grande terreno proprietà del feudatario Ettore Maria Pignatelli, duca della città di Monteleone, residente a Napoli. In questa bellissima località erano preesistenti un magazzino degli oli, l'alloggiamento del direttore e di alcuni operai della vetriera, e il magazzino del monastero di Santa Chiara.
La Torre raccontava ancora: "Il Pignatelli accorso dalla capitale per soccorrere la popolazione, non esitò ad accettare la richiesta dei cittadini e disporre subito di far recidere porzione delle vigne per mettere a disposizione i suoli edificatori. Il feudatario fece costruire per prima cosa, a nord del magazzino ducale degli oli, otto baracconi di otto vani ciascuno per far ricoverare subito i più bisognosi. Per il resto della popolazione concesse tre lotti". Tutto il restante suolo fu diviso in venti quadrati, dieci inferiori e dieci superiori, da un reticolo di strade e di traverse, il tutto imperniato su due arterie principali e parallele distanti 40 metri e intersecate da nove traverse distanti 35 metri l'una dall'altra. Briatico era rinata da quell'idea datata 4 aprile 1783.
Franco Vallone

Umile e discreta testimone della sofferenza cristiana

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On at 11:57 AM

Umile e discreta testimone della sofferenza cristiana. Senza pubblicità sui giornali, lontana dalle telecamere e dai rotocalchi. Non vuole che venga mostrato il suo volto, sempre e costantemente roseo, sereno, carico di un misticismo che sa d’accettazione per quel che nella Settimana di Passione le accade. Vive in un paese del Vibonese, in una casa dignitosa ed accogliente nella sua modestia, meta silente, ogni anno, già da oltre un ventennio, di fedeli in pellegrinaggio. Ogni Pasqua di più: prima decine, poi centinaia, ora migliaia. Da ogni interstizio della Calabria, e anche oltre.
Lei non parla, e chiede che di lei non si parli. Chiede che non si scriva il suo nome, né quello del luogo in cui vive. Del suo caso si era interessato anche Piero Vigorelli, giornalista e grande studioso della vita di Natuzza Evolo, per “Vite straordinarie”. Lei, la nuova mistica, si rifiutò, però, di firmare la liberatoria. Ma la voce dilaga, si spande. E chi sa, oggi, bussa alla porta della sua dimora, per vedere e baciare le sue stimmate. Chiunque viene accolto, purché animato da fede cristiana. Tra i pellegrini anche fotografi, cineoperatori, medici, psicologi, giornalisti e sacerdoti, che diventano così testimoni della sua sofferenza, intima ma visibile, collettiva, tangibile anche attraverso i segni che si manifestano ritualmente sulle sue mani e sul suo corpo.
E’ una donna normale, di sessantunanni, sposa normale, madre normale, detentrice umana, una volta l’anno, di lacerazioni - allo stato inspiegabili - che richiamano la simbologia cristiana: croci, grani di rosario e altri disegni sacri si materializzano sulla sua pelle attraverso rivoli di sangue. La sua rituale estasi della passione, con la puntualità di un orologio biologico, si manifesta ogni Venerdì Santo alle ore 15.00, così come le sacre scritture riportano della morte del Cristo. Dopo lunghi, intensi minuti di uno stato di coscienza simile alla morte, dove si ritrova a condividere, nei territori del Golgota, insieme all'Addolorata e alla Maddalena, la condizione di dolore per il Martirio del Dio umano si rianima molto lentamente e racconta a tutti i presenti, con voce flebile e stanca, del suo viaggio, delle sue visioni, dei suoi incontri estatici, dei messaggi ricevuti, dei luoghi e dei templi del sacro visitati. Poi, pian piano, si riprende, riacquista le forze e a sera riprende la vita di sempre con i suoi rituali processionali della Settimana Santa, i suoi canti nelle processioni dietro icononografie sacre, i santi, il Cristo e le madonne ammantate di nero, le messe e la sua cristianità di sempre. Rifugge dall’autoreferenzialità e sceglie la via dell’umiltà, non offre consigli ma accoglienza. Chiede fede in Dio, non devozione a se stessa.
La Chiesa, dal canto suo, sa. La Diocesi di Mileto, Nicotera e Tropea, forse segue già con attenzione la nuova mistica, che vive in un territorio impregnato di fede e devozione, nel ricordo imperituro di Natuzza Evolo, «l’umile verme della terra» il cui trascendentale mistero la scienza non è mai riuscita a spiegare. Mamma Natuzza è scomparsa il giorno di Ognissanti, lasciando un vuoto incolmabile in una fiumana di fedeli, parte dei quali, oggi, riscopre un anfratto di spiritualità nel quale trovare ristoro per l’anima e la fede. Lei non è Natuzza, non vuole esserlo, così si chiude nella sua modestia e nel silenzio di un’anonimato che solo la Chiesa, riconoscendone il mistero, potrà svelare.
Franco Vallone

Affruntata, metafora, simbolismo e segno

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , | Posted On mercoledì 7 aprile 2010 at 11:00 AM

La devozione popolare delle nostre genti meridionali ha creato e scritto, con la sua religiosità popolare e con varie esternazioni folkloriche, un vangelo delle apparizioni del Cristo alla Madonna, detto comunemente Affruntata, Svelata, Cumpruntata, Cunfrunta o Cumprunta. L'Affruntata si svolge annualmente a Vibo Valentia ed in molti paesi della sua provincia. Il giorno di Pasqua per le strade di Vibo, Briatico, Sant'Onofrio, Paradisoni, San Giovanni di Zambrone, Pernocari, Filogaso, San Costantino Calabro, Filadelfia, Acquaro, Soriano Calabro, Sciconi di Briatico , Rombiolo, il lunedì dell'Angelo a Dasà, il martedi ad Arena. A Zammarò, frazione di San Gregorio d'Ippona, la manifestazione si svolge la domenica successiva alla Pasqua. In provincia di Reggio Calabria l'Affrontata, o Cunfrunta, si svolge a Bagnara Calabra, Rizziconi, Polistena, Benestare e in tanti altri paesi. Nella sua linearità plastica e nel silenzio del dramma che viene solo rappresentato, l'interpretazione dell'Affruntata è che Gesù non solo non apparve anzitutto a Maria, ma che Giovanni l'evangelista, il discepolo prediletto, cui il Maestro aveva affidato la Madre, sia il mediatore di questo incontro e l'annunciatore della vittoria del Figlio sulla morte. L'Affruntata, l'incontro, è una antichissima espressione scenica, una sacra rappresentazione della resurrezione che ci arriva dal medioevo anche se ha radici precristiane e che racconta, con una intensa partecipazione corale, i riti di passaggio della primavera, della rinascita e del ciclo vitale dei campi. I tre personaggi classici dell'Affrontata sono San Giovanni, il Cristo Risorto e la Madonna ammantata di nero. Le tre statue vengono posizionate all'interno del paese in luoghi prefissati non visibili tra loro, poi s'inizia con il percorso rituale di San Giovanni che, con un andamento in crescendo, porta all'incontro di Maria con Cristo Risorto. Il velo nero dell' Addolorata cade e la Madonna appare vestita di rosa o di bianco o di azzurro. Il momento culminante dell'incontro si completa con il suono delle campane a festa, il volo di colombe bianche ed una lunga processione di ringraziamento per le vie del paese. La rappresentazione popolare vuole che Maria rifiuti di credere per ben due volte, solo al terzo annuncio, ormai convinta, segue Giovanni e corre verso l'incontro del Figlio proveniente dalla parte opposta. Ma l'Affruntata, l'antico evento di religiosità popolare che si svolge ogni anno il giorno di Pasqua, non è solo ritualità, tradizione popolare e folklore. Come ogni altro evento che investe tutta la comunità il rituale è anche un enorme contenitore di messaggi, di segni, di simboli e di codici che, attraverso il non detto e la metafora, possono creare un gergo e comunicare dell'altro. Per alcuni l'Affrontata, nelle sue dinamiche simboliche, mima i tempi del rapporto sessuale, con una prima fase di preliminari, il crescendo dell'andamento percorso da San Giovanni (che avanza e ritorna indietro sempre più velocemente), la fase centrale con l'incontro del Cristo Risorto con la Madonna Addolorata che perde il manto nero (con le colombe bianche che escono da sotto il mantello e volano in cielo) ed una fase finale dove, attraverso la processione e il rientro in chiesa, si ritorna alla normalità. Ma al di là di questo tipo di lettura vi sono altre interpretazioni ed ogni Pasqua, ad ogni Affruntata, la comunità legge l'andamento del rituale come come "visione - previsione - presagio" valida per l'anno successivo e gli auspici vengono estrapolati proprio dal come riesce l'Affrontata. Se il rituale non ha intoppi, se l'incontro riesce ad essere sincronizzato alla perfezione, per il paese, e quindi per la comunità, tutto andrà bene, fino alla Pasqua successiva. Un messaggio da una dimensione altra che riesce a oltrepassare le barriere del tempo sacro e a prelevare codici anche da antichi riti pagani legati alle figure di Kore, Persefone e Proserpina, ai riti sotterranei di passaggio, di soglia e di rinascita. Antiche usanze lentamente elaborate in centinaia di anni dalla religione cristiana ed ancora rielaborate, semplificate e caricate di una più ricca simbologia dalla religiosità popolare, dalla tradizione consolidata e uniformata da tutta la comunità. Nell'Affruntata il tempo di più forte tensione avviene proprio nel momento dell'incontro. Quando una delle statue cade a terra all'interno dello svolgimento del rituale questo viene letto come segno molto negativo. Per le tradizioni del popolo sono elementi simbolici che rimandano a previsioni foriere di buie premonizioni per tutta la comunità. Anticamente questi segni colpevolizzavano eventuali disgrazie, pestilenze, terremoti, fatti delittuosi, sommosse e guerre che si verificavano durante l'anno. Molti anni fa, proprio nel vibonese, a Zammarò di San Gregorio d'Ippona, durante la fase conclusiva dell'Affrontata cadde la statua della madonna che in quell'occasione rimase decapitata con grande sofferenza, paura ed allarme che durò tutto l'anno successivo. Alcuni anni dopo cadde una statua durante l'Affruntata di Paradisoni di Briatico. Anche in quel caso la gente interpretò l'evento con severa dinamica di infauste previsioni.
Franco Vallone

A Briatico affruntata con brivido finale

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , | Posted On martedì 6 aprile 2010 at 9:30 AM

Anche quest'anno Briatico ha realizzato l'antico rito dell'affruntata, una delle sacre rappresentazioni più interessanti del giorno di Pasqua. Un rituale dove viene riattualizzato, annualmente, il simbolico incontro del Cristo Risorto con la Madonna Addolorata tramite la figura soglia di San Giovanni. Durante questa edizione della Pasqua del 2010 tanta gente a Briatico, tantissimi emigrati che non hanno voluto mancare al tradizionale appuntamento, tanti turisti, ed un piccolo brivido registrato proprio nei momenti conclusivi del rito medievale. Dopo l'incontro la statua della Madonna, già svelata dal nero mantello e portata in corsa da quattro giovani del paese, si è inclinata paurosamente da un lato. Fortunatamente i veloci riflessi dei portantini sono riusciti a ristabilire prontamente l'asse verticale della statua evitando in extremis una possibile rovinosa caduta. Come si ricorderà nelle passate edizioni dell'antico rituale in provincia di Vibo Valentia vi sono state alcune cadute, le ultime a Paradisoni di Briatico e a Zammarò di San Gregorio d'Ippona, cadute delle statue sacre dell'affruntata che vengono interpretate come segno infausto per tutto il paese dove l'incidente avviene.

Franco Vallone

Mastro Giuseppe Congestrì di Sant'Onofrio, francesista di 90 anni e amico di Jacques Prévert

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On venerdì 2 aprile 2010 at 10:27 AM

Ha novant'anni Giuseppe Congestrì e la sua memoria, ancor oggi lucidissima, ricorda come se fosse ieri il tempo dei suoi amici intellettuali francesi, quelli grandi, i giganti della scrittura che sono entrati nella storia della letteratura mondiale. Nella sua piccola Sant'Onofrio, in provincia di Vibo Valentia, ci abita da un pò di anni, da quando è rientrato da Parigi, da allora definisce il suo paese un "Villaggio". Lui è un personaggio umile, piegato dal tempo, fragile, che non ama parlare di sé. Mastro Peppino, come ama definirsi, parla sempre, abbondantemente, ma degli altri, dei suoi amici scrittori, di artisti di grande levatura e di fama internazionale che con lui hanno condiviso la vita culturale nella Parigi degli anni cinquanta e sessanta. Mastro Peppino in quel tempo era giovane, aveva solo trent'anni e c'era una Parigi ancora colta e raffinata che viveva di cultura con le piccole e buie librerie, gioiello del sapere internazionale, con le case editrici che erano veri laboratori della letteratura mondiale, salotti soffusi, spazi frequentati da tanti artisti e critici d'arte, pittori, musicisti, editori e letterati parigini. Giuseppe parla benissimo il francese ed ha una sensibilità artistica notevole, si integra in profondità nella città delle brasserie, dei croissant caldi e degli incontri con artisti e critici. Congestrì è calabrese, è nato a Sant'Onofrio nel lontano 1920, dopo aver conseguito la laurea in letterature straniere e lingue presso l'Università Orientale di Napoli, ben presto è ordinario di lingua e letteratura francese nei licei statali.
Il suo sapere è al di sopra della normalità accademica, pubblica diversi testi scolastici rivolti alla conoscenza e all'apprendimento della lingua francese. In Francia, a Parigi, diventa anche giornalista, ma si farà notare, principalmente, come critico letterario e raffinato produttore di poesia. Siamo andati a trovarlo più volte nella sua casa di Sant'Onofrio, dietro la scrivania del suo studio un'ordinata biblioteca con centinaia di volumi, molti sono testi pubblicati da lui. Congestrì vanta infatti numerose pubblicazioni (più di cinquanta) frutto di severi ed appassionati studi che hanno registrato nel tempo consensi di critica e riconoscimenti internazionali. In un corridoio anonimo della casa, quasi nascoste, una serie di cornici appese alle pareti contornano documenti importanti: la sua seconda laurea rilasciata da l'Académie Francaise, le decorazioni des Palmes Académiques, un diploma del Premio Calabria di Villa San Giovanni del 1964, il certificato di letteratura francese contemporaneo rilasciato nel 1955 dalla Sorbona… Il professore di Sant'Onofrio ci apre alcune cartelle che sanno d'altri tempi. Quella di colore rosso bordò, vero scrigno della memoria, contiene un tesoro culturale d'inestimabile valore. Al suo interno lettere di confronto letterario e autografate ricevute dai maggiori scrittori francesi del tempo, da Roland Barthes a Henrìette Charasson, da Henri Clouard a Minou Drouet, da Jan Guéhenno a René e José Johannet, da Maurice Rat a Michel Simon, da Francois e Claude Mauriac a Jacques Prévert, ed ancora Pierre Seghers, André Thérive, André Malraux, René Malhamé e tanti altri ancora. Congestrì ci mostra altre lettere, scritti e grafie vergate da penne stilografiche, tra le tante una missiva che arriva dalla Francia ed approda a Sant'Onofrio, pagine inedite firmate dal grande Francois Mauriac e poi una cosa ancora più straordinaria: "una Lettre des iles Baladar che Jacques Prévert - spiega lo stesso Congestrì - mi inviò surrealisticamente da un luogo non luogo e non par Avion ma par Thon... rimarrà una prestigiosa rarità letteraria da far gola alla più rinomata biblioteca nazionale". La "busta di spedizione - libro - oggetto artistico indefinibile" è veramente particolare con francobolli finti, disegni e didascalie (all'esterno e all'interno del plico - libro) realizzati e firmati dallo stesso Prévert.
Alla fine, per chiudere l'incontro, facciamo una domanda al professore:
Professore Congestrì ma chi è il destinatario di tutte queste rare lettere d'autore?
Lui, mastro Peppino di Sant'Onofrio, ci risponde: "devo dire chi sono? Sono solo un modesto letterato che ama definirsi "petit lettré de village", pur sapendo che i piccoli letterati di villaggio possono ugualmente stupire i grandi letterati di città".
Franco Vallone