Intervista all'assessore comunale alla cultura, Agostino Vallone, sulla chiusura dell'Ufficio Postale di San Costantino di Briatico

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On martedì 26 gennaio 2010 at 6:03 PM

Assessore Agostino Vallone, dopo quanto chiude la Posta di San Costantino...
Dopo ben 87 anni cala il sipario, anzi la serranda, su un altro ufficio postale storico della provincia di Vibo Valentia. L'ufficio di San Costantino di Briatico è stato uno dei più longevi della provincia di Vibo Valentia se non dell'intera Calabria. Istituito infatti nel 1923 serviva una utenza che apparteneva non solo alla più popolosa frazione di Briatico, ma anche a Potenzoni, a Mandaradoni e, anche se per un periodo di tempo limitato, perfino al Comune di Zungri: è ancora vivo tra la popolazione il ricordo del "postale" che si fermava a San Costantino per scaricare i sacchi della posta. Purtroppo, oggi, sotto i colpi della scure della legge del profitto e della speculazione economica, Poste Italiane ha abbattuto l'ultimo baluardo nella frazione di San Costantino. I "rami secchi" sono stati recisi con prevaricazione del relativismo e capitalismo estremo sull'aspetto sociale.

Possibile che non esista altro modo per risolvere determinati problemi se non quello economico? E poi, come si può considerare "ramo secco" una intera popolazione di pensionati?
Un anziano ormai di per sé stesso si sente un peso per la società, una nullità, un ente inutile e non autosufficiente, con questa azione gli è stata negata l'ultima possibilità di sentirsi ancora vivo: andare da solo a riscuotere la sua pensione, un momento di grande orgoglio personale quasi di rivalsa nei confronti di una società sempre meno solidale e più egoista. Egli non lo potrà più fare, anzi dovrà subire una ulteriore umiliazione: delegare qualcun altro a ritirare a posto suo il frutto di una vita di lavoro. Tutto relativamente facile per chi ha un familiare o comunque una persona amica disposta a recarsi a cinque, otto o dodici chilometri di distanza per fare ore ed ore di fila per giungere al cospetto dell'unico operatore dell'ufficio centrale che non è stato potenziato.

La logica quindi è: il fine giustifica i mezzi. Non importa se si procurano disagi logistici, fisici o psicologici a chicchessia.
Da più parti si predica, a mio avviso ipocritamente, che gli anziani sono una risorsa per la società e i custodi del ricco patrimonio di quella cultura locale che stenta a decollare ed essere recuperata. Gli anziani sono coloro che tengono vive le nostre tradizioni e mentre alcuni si impegnano per realizzare centri di aggregazione sociale come delle vere scuole per la trasmissione di valori umani, sociali e culturali alle future generazioni, altri considerano gli anziani "rami secchi" da tagliare a tutti i costi. Si vive così in una continua snervante conflittualità che alla fine porta alla resa di essi e alla completa emarginazione e all'isolamento degli anziani stessi. La logica dei "rami secchi" non riguarda soltanto Poste Italiane, ma anche ferrovie, stazioni ferroviarie, corse di pullman, ospedali, ambulatori medici, guardie mediche, forni, paninoteche, addirittura oratori e chiese...

I riflessi sociali di questi tagli sono devastanti nei piccoli centri....
È bastata la chiusura dell'unica paninoteca esistente a San Costantino di Briatico per creare panico e disorientare la popolazione giovanile rimasta in paese. La sera, ma soprattutto il sabato sera, questi giovani non hanno più un punto di riferimento per cui si recano in automobile nelle cittadine vicine con tutti i pericoli che questo comporta e le ore insonne dei genitori. La presenza dell'ufficio postale in paese era paradossalmente un punto di riferimento, una importante stazione di ritrovo sociale dove ci si incontrava per socializzare, per confrontare le proprie idee con quelle degli altri, per ricevere o dare informazioni, dove si faceva a gara per "coccolare" "l'Ufficiale Postale" offrendogli tazzine di caffè, uova fresche, o i frutti della terra di una popolazione di cultura contadina. Grazie a Poste Italiane questo non sarà più possibile, anzi è probabile che si assista ad un fenomeno di emigrazione degli anziani verso centri più popolosi con conseguente desertificazione dei paesi come se non bastasse l'enorme jatus generazionale dovuto alla emigrazione degli studenti e delle popolazioni giovanili in cerca di lavoro.

Vuole rivolgere un appello da queste pagine?
Si, rivolgo un accorato appello a tutte le associazioni, a tutti i cittadini e a tutte quelle persone che sentono proprio questo problema: reagite, lottate e protestate civilmente con me contro Poste Italiane affinché sia ripristinato il servizio postale a San Costantino di Briatico; rivolgo un altrettanto accorato appello a Poste Italiane: ridateci il nostro ufficio postale, il nostro angolo di vita; i locali ci sono. Non lasciateci agonizzare lentamente: sarebbe meglio una deportazione di massa verso città del Nord o meglio verso le città fredde del Nord Europa anziché rimanere nell'ipocrisia; penso che non sia difficile trovare posto a meno di due milioni di persone, tanti sono gli abitanti della Calabria.
Franco Vallone

"Un anno fuori dal tempo e altre storie" di Bernardina Agresta

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On sabato 23 gennaio 2010 at 1:56 PM

Montepaone Lido (Catanzaro) - Le favole, ed è un fatto decisamente positivo, stanno ritornando, a quanto sembra, nel circuito della letteratura per i più giovani, per quanti amano e vorrebbero che la fantasia sia un utile contrasto ad una quotidianità dalle sfumature sempre più, purtroppo, ancorate alla violenza, all’egoismo, alla sopraffazione, alla mancanza inconcepibile del dialogo con gli altri, con chi è, per un motivo o per l’altro, diverso da noi…
In tale contesto si inserisce il volume “Un anno fuori dal tempo” di Bernardina Agresta, pubblicato nei giorni scorsi dalle Edizioni Ursini di Catanzaro; un piccolo e singolare compendio di verità, di riflessioni a viso aperto, di accelerazioni emotive, di inviti a guardare oltre, di attese che possono, volendo, diventare realtà.
“Sono sette favole (I bambini, Cane Tobia, Giacomino e il flauto azzurro, Cinque pulci e un gatto, La bella mimosa, La villa nel parco, e Un anno fuori dal tempo) dal sapore antico e di grande attualità - scrive Fulvio Castellani - per il fatto che in ognuna ritroviamo un po’ quei sogni e quelle pagine di vita che ci avevano coinvolto allorquando stavamo, magari titubanti, muovendo i nostri primi e successivi passi in direzione del dopo”.

Si tratta di brevi narrazioni, dalla scrittura semplice e dai toni pacati, dialoganti; narrazioni che si vestono progressivamente a festa grazie alla presenza di numerose illustrazioni votate a loro volta alla semplicità, al piacere evidente di interpretare questo o quel soggetto, argomento, gioco di luce o di nascoste penombre.

Ecco, così, che escono alla ribalta il cane Tobia che trova la felicità, il flauto azzurro che naviga in un contesto di situazioni più o meno aeree, la presenza di cinque pulci (dispettose e fedeli ad un tempo) e di un simpatico gatto, la mimosa che rifiorisce e prima di morire si rinnova con un germoglio, il mistero che avvolge la villa di un parco e la splendida favola che ha per protagonista “un anno fuori dal tempo”; il tutto preceduto da una serie di pensieri legati ai bambini e che compongono, in un certo qual modo, una singolare poesia-verità perché “sono loro la sorgente che sgorga / dalle viscere di una sola madre / creata da Dio”.

“Possiamo ben dire, a questo punto, - aggiunge Castellani - che Bernardina Agresta ha colpito veramente nel segno, ossia che ha saputo coniugare gioie e amarezze miscelando, con alcune fantasie e realtà, poesia delle piccole cose e poesia del vivere con lo sguardo non necessariamente rivolto a sé stessi. Chiudendo il libro, non si potrà, quindi, dire altro, così com’è stato scritto nell’ultima favola, che “il mondo non era mai stato così bello, così gioioso, così ricco di armonia e di bene, d’ogni bene”. Un invito, questo, a leggersi dentro e a meditare. Brava l’autrice, ma bravo anche l’editore per aver saputo scegliere e proporre ai tanti lettori del nostro tempo un testo di facile presa e di indubbio valore letterario, che lascia molto spazio all’immaginazione perché attinge con grande arguzia dalla scuola quotidiana della vita ”.

2ª Edizione Premio "Vivarium" - Poesia, saggistica e narrativa

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On giovedì 21 gennaio 2010 at 9:50 AM

L'Associazione culturale "Accademia dei Bronzi", in collaborazione con le Edizioni Ursini di Catanzaro e Radio Squillace, promuove e organizza la 2ª Edizione del Premio "Vivarium" così regolamentato:
a) Sezione A (Poesia in lingua);
b) Sezione B (Saggistica e Narrativa).

Alla sezione A, dedicata a S.S. Giovanni Paolo II, si partecipa inviando tre poesie inedite in lingua italiana, contenute nei 35 versi, di cui almeno una a tema religioso o ispirata ad argomenti di carattere sociale.






Alla sezione B, dedicata a Flavio Magno Aurelio Cassiodoro (Squillace, 490 circa - Monastero di Vivarium 583 circa), si partecipa con un saggio inedito di argomento religioso, storico o sociale, oppure con un testo inedito di narra-tiva (romanzo o racconti). I lavori non dovranno superare le 200 cartelle formato A4 con carattere corpo 14.


Gli elaborati dovranno essere spediti in duplice copia, con firma ed indirizzo in calce, entro il 31.3.2010, unitamente alla scheda di partecipazione che potrà essere scaricata dal sito www.ursiniedizioni.it o richiesta via fax al n. 0961.782980.
Per la sezione B, alle due copie cartacee è indispensabile allegare anche il supporto magnetico del testo (cd oppure dvd).
L'invio degli elaborati dovrà avvenire solo con posta prioritaria, intestando il plico a "Nuova Accademia dei Bronzi", Via Sicilia 26 - 88100 Catanzaro. Non saranno, pertanto, accettati plichi spediti con mezzi diversi (racco-mandata o corriere) né consegnati a mano.
Alla scheda di partecipazione è consigliabile, ma non necessario, aggiungere un breve curriculum letterario.
Non si accettano invii per posta elettronica.
La mail premiovivarium@gmail.com potrà essere utilizzata solo per chie-dere eventuali chiarimenti o per avere conferma dell'arrivo degli elaborati.
La commissione esaminatrice, i cui nomi saranno resi noti successivamente, sarà composta da noti professori di Istituti Teologici, giornalisti e poeti. L'esito sarà definitivo e inappellabile.
La segreteria del Premio, così come avvenuto con la prima edizione, si ri-serva il diritto di selezionare e pubblicare gratuitamente in una antologia le migliori poesie. I relativi autori riceveranno apposita comunicazione entro il 30.4.2010.
Copie dell'antologia saranno spedite in omaggio alle migliori biblioteche pubbliche e a quelle dei più importanti Istituti Teologici d'Italia.
Tutti i partecipanti saranno invitati alla cerimonia di premiazione che si terrà entro il mese di agosto in una nota località della provincia di Catanzaro.

Premi
L'ammontare dei premi è di € 6.000 che saranno così spesi:
1° classificato, sezione A
Pubblicazione gratuita, a cura delle Edizioni Ursini, di un volume di liriche contenuto nelle 100 pagine. Targa di argento e Diploma di Merito.
1° classificato, sezione B
Pubblicazione gratuita, a cura delle Edizioni Ursini, sia del testo di saggisti-ca che di quello di narrativa. Targa di argento e Diploma di Merito.
Ai rispettivi autori saranno consegnate 50 copie omaggio del loro volume.
Dal 2° al 5° classificato: Targa di argento e Diploma di Merito.
La Giuria ha facoltà di assegnare altre medaglie di argento ad autori finali-sti.
Gli autori classificati al 1° posto dovranno garantire la presenza alla ceri-monia di premiazione, ma in caso di reale impedimento potranno delegare un loro rappresentante. Gli altri premi, se non ritirati, saranno spediti a domicilio con modalità da concordare.
Nel corso della cerimonia di premiazione l'Associazione "Nuova Accademia dei Bronzi" consegnerà alcuni premi speciali (targhe in argento realizzate per l'occasione da esperti orafi) a giornalisti o scrittori che si sono partico-larmente distinti nel campo delle comunicazioni sociali.
L'invio degli elaborati comporta la contestuale autorizzazione al trattamen-to dei dati personali che saranno utilizzati dall'Accademia dei Bronzi o dalle Edizioni Ursini nel rispetto del Dlgs. 196/2003.

"Ricomincio da qui" opera prima di Giusy Bressi

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On martedì 19 gennaio 2010 at 1:56 PM

San Floro (Catanzaro) - "Ricomincio da qui" è il titolo del primo volume di Giusy Bressi, impreziosito da un'opera del maestro Leonardo Pontieri di Crotone e pubblicato dalle Edizioni Ursini di Catanzaro, che sarà presentato giovedì 28 gennaio, alle ore 16,30, nella Sala conferenze del Circolo Unione di Catanzaro.
All'incontro, promosso dalla casa editrice e dall'Associazione "Accademia dei Bronzi", parteciperanno G. Battista Scalise, dirigente scolastico e responsabile della sezione letteraria del sodalizio culturale catanzarese, Vitaliano Rotundo, dirigente scolastico della Scuola Media "Vivaldi" di Catanzaro Lido, e Tommasina Lucchetti, assessore comunale alle Pari Opportunità.
Cinquantenne, nata a San Floro ma da molti anni trapiantata a Milano, imprenditrice nel campo dell'estetica e del benessere, Giusy Bressi con "Ricomincio da qui" racconta la sua vita in un piccolo ma godibilissimo scritto dai contenuti emotivi in cui si mescolano passato, presente e futuro. Una pubblicazione dove riecheggiano, senza eccessivi toni nostalgici, ataviche costumanze della terra calabra dove ella è nata.
Una vita travagliata quella di Giuy, madre e femmina, che, con impareggiabile fierezza, la rende pubblica annunciando la volontà di mettere un punto su un passato del quale nutre indelebili ricordi.
"Leggere le pagine del suo libro - commenta Vitaliano Rotundo - è come leggere problematiche e sacrifici comuni a migliaia di donne dedite alla famiglia e al lavoro in ogni angolo del mondo. Sacrifici che, in certi casi, come quello di Giusy, finiscono nel dimenticatoio trasformandosi in un inutile eroismo quotidiano".
Il libro è un diario dai toni misurati che svela un forza evocativa a tratti celata da mesti sentimenti tali da renderla protagonista di una realtà, quella del terzo millennio, piena di interrogativi. Per questo le pagine di Giusy superano il circoscritto mondo personale e vanno dritte al cuore di tante donne.
L'autrice non è però alla ricerca sfrenata della parità. E' consapevole che parità non significa sciocca equivalenza di genere fra uomo e donna, fra marito e moglie, semmai vite che mettono insieme la progettualità e i valori più importanti per la crescita umana e sociale.
Di tutte le sfolgoranti passioni che inondano la giovinezza della donna ella percepisce che c'è un progredire negli anni, assiste con dignità e vitalità alla perdita dei doni più dolci come la bellezza dell'adolescente che incontra l'amore, ma anche alla perdita di questo e che gradatamente si trasforma in amicizia, coraggio, volontà, rassegnazione.
Da donna, l'autrice si pone in situazione critica, oggettiva se stessa raccontando "più che la mia vita, la vita di una donna", quindi esamina la condizione femminile in relazione alle sfide della società, alla collocazione nella situazione socioeconomica delle donne, al rapporto donna e lavoro, alla violenza che sotto mille sfaccettature la donna occidentale ancora subisce, anche quando giovane e concorrente sembra uscirne vittoriosa. "Una scoperta questa - conclude Rotundo - che arriva, non a caso, nel momento in cui la sagace calabro-lombarda festeggia il suo cinquantesimo compleanno. Belle pagine tra la prosa, il verismo e il lirismo, che ameresti non finissero così presto".

Il baule dell'emigrante - La storia di una famiglia in cerca del sogno americano da Cariati alla "Nova" York degli anni '20

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , | Posted On venerdì 15 gennaio 2010 at 12:26 PM

Il 23 ottobre scorso, a Roma, presso la Gipsoteca del Complesso Monumentale del Vittoriano, ha aperto i battenti il Museo dell’emigrazione italiana (Mei), un’in - teressante rassegna strutturata in un percorso storico- cronologico, rivolta ad offrire la visione d'insieme di un fenomeno che ha coinvolto paesi e popolazioni di molte regioni italiane. Nel museo sono stati riordinati e riposizionati materiali arrivati da 45 “prestatori”e da molti privati desiderosidi condividereuna testimonianzadellaloro storiafamiliare. Per quanto riguarda la diaspora calabrese, i materiali documentari esposti appartengono alla raccolta “Le stanze della luna” di Franco Vallone, già direttore del museo “Gio - van Battista Scalabrini”, fondato nel 1995 a Vibo Valentia e poi trasferito a Francavilla Angitola (VV). Il museo deve la sua nascita al ritrovamento, da parte delmissionario scalabriniano Maffeo Pretto, di un baule del 1910 appartenuto a un calabrese emigrato in Argentina; lo stesso che, insieme ad altri analoghi, concui i migranti trasportavano le loromasserizie, e a cimeli, fotografie, documenti d’identità e di viaggio, è possibile ammirare nell’esposizione di Roma. Il “pre - statore”calabrese ha, infatti, inteso proporre la parte della suacollezione denominata, appunto, “Il baule dell’emigran - te” che, in forma di mostra itinerante, ha già attraversato molte località regionali e italiane, arrivando anche in America, dov'è stata esposta in rassegne molto importanti.
Non credo che in Calabria esistano famiglie senzauna vecchia valigia o una più moderna “Samsonite” che richiami una partenza, un percorso, la scommessa di ridefinire “altro - ve” qualche vita. Per questo è grande la forza evocativa del “baule dell’emigrante”, appartenuto a un tal Domenico Italiano di Cessaniti, nel Vibonese, che, nel 1910, attraversò per la prima volta l’Altlantico, con la speranza di realizzare il suo “sogno americano” a Buenos Aires; quel baule, dopo averlo accompagnato in tanti ritorni, è finito in una vecchiacasa di Favelloni, frazione di Cessaniti, dov’è stato ritrovato, col suo prezioso contenuto di storia e memorie, da padre Maffeo Pretto e dai giovani del Centro Studi Scalabrini di Briatico, che, conla mostra curata daFranco Vallone, lo hanno restituito alla memoria collettiva.


A me, in particolare, ricorda due grossi bauli che, nel 1928, hanno attraversato l’oceano fino agiungere nella casa colonica in costruzione su un fertileterreno della costa jonica cosentina, delimitato da gelsi, muraglie di fichi d’India e, sul lato mare, da siepi di tamerici: la piccola proprietà in cui, alla fine degli anni Venti del Novecento, si è materializzato il “so - gno americano” di mio nonno Leonardo Scorpiniti, classe 1892, rimpatriato nella nativa Cariati dopo otto anni intensamente vissuti a New York, anzi, a “Nova” York, che, con il suo aggettivo, qualificava anche la “Mèrica ricca” delle metropoli industrializzate rispetto a quella ritenuta più povera, e cioè l’Argentina, dove, per i migranti, il lavoro era agricolo e d’allevamento, nelle sue praterie sconfinate. Nonfuper bisogno,maunachiaraideadi progressoe,forse, per un inconfessato desiderio di fare fortuna, che il nonno scelse di andare, all’indomani della Grande Guerra in cui aveva combattuto, subendo anche il dramma della prigionia; una decisione non facile, dal momento che la giovane moglie, Assunta Pignataro, lo aveva appena reso padre del suo primogenito, maentrambi neeranoconvinti.Del resto,nondoveva fuggire, come lamaggior parte dei compaesani, situazioni di miseria e di sfruttamento; il nonno avrebbe, infatti, potuto condurre qualche masseria come suo padre Fedele, che aveva lavorato una vita con questo tipo di contratto agrario, eper questogodeva della fiduciadei possidentidi Cariati e delle zone limitrofe. Ma ora occorreva riprendersi, rinnovarsi, entrare inunanuova storiadacostruire…Era il1920, uno degli anni dimaggiore emigrazione transoceanica italiana (500 mila persone), e, quindi, di partenze continue, oltre che perstati di assoluta necessità, per iricongiungimenti, i richiami di parenti ed amici, o, comenel caso di mio nonno, per l’ambizione di progredire.
Ariguardo loscrittoreCorradoAlvaro, nel celebrediscorsosullaCalabria, pubblicatonel 1931acuradell’editrice fiorentina “Nemi”, nota che quelle partenze «furono rapidissime, intelligenti, guidate da un istinto preciso, come i viaggi delle formiche nelle aie d’estate…». E Cariati, annotano gli studiosi di storia locale in riferimento a una delibera consiliare datata 9 ottobre 1906, era addirittura rimasta «senza personale per lo spazzamento» quando era emigrato per le Americhe “tal Lombardi Salvatore”, l’ultimo spazzino. Nonno Leonardo non si sottrasse, dunque, a quell’esodo, e, con due suoi compaesani, Cataldo Abruscia e Cataldo Graziano, raggiunse in treno Napoli, per imbarcarsi per gli Stati Uniti. Infondo, per lui si trattava di seguire la via già tracciata dalla sorella Filomena, emigrata, con la sua famiglia, già da una decina di anni.
A quel percorso, e agli stati d’animo che possono essere stati compagni del nonno, nella sua avventura americana, ho spesso pensato, cercando di immedesimarmi in quello che può aver provato prima dell’arrivo a Ellis Island, l’isoletta all’ombra della Statua della Libertà che era l'accessoin America per milioni di immigrati giunti con i bastimenti. Ho provato a rivivere unodei momenti difficili di quel viaggio durato quaranta giorni, e mi piace descriverlo così: «…Guardò il cielo da troppo tempo era unito al mare, come un’unica, grande tela dipinta da correnti e da nuvole. Vedeva i piccoli cumuli ignari delle tensioni e dei tumulti che gli scuotevano l’anima, in quel momentoancora distante dai suoi sogni e già così lontano dagli affetti rimasti, alla partenza, dietro la scia del piroscafo che percepiva come il prolungamento del tratto ferroviario dalla sua Cariati a Napoli, fino al porto…Affetti di cui sentiva un maledettobisogno, maoccorreva unatregua, adesso, per nonmorirne. Era la naturaa suggerirglielo, con la sua apparente indifferenza, ma che, invece, locullava trale sue sfumature d’azzurro cosparse di morbidi batuffoli. “Quannu ‘u ciélu è fàttu à pàni, s’ù chjòva oji, chjòva domàni”, gli diceva suo padre, nei pomeriggi passati fra i campidel Salto,a preparare il terreno prima che arrivassero le piogge d’autunno. Sorrise, e il pensiero del genitore avvezzo ad infarcire le considerazioni con efficaci note di saggezza contadina, lo distolse dal suo martirio, restituendolo all’insaziabile curiosità che lo spingeva a muoversi, ad andare per scoprire e conoscere e,soprattutto, alla ferma volontàdi realizzare inpochi anni quel disegno americano che lo avrebbe restituito alla terra, non del signore di turno, ma finalmente sua…».
In realtà il nonno non ha mai potuto descrivermi quel viaggio perché,quando nel1968se n’èandatoper sempre, io ero piccola; me ne ha parlato mio padre Giuseppe, terzo degli altri sei figli avutidopoil rientro in patria: «Nelle sere d’inver - no,quando ci sedevamo tutti intorno al camino, ci raccontava i fatti dell’America; a noi, però, piaceva sentire dei giorni passati sul bastimento, e chiedevamo: e se ti prendeva ‘ù mare ’e levante?Rispondeva: non mifaceva impressioneperché la nave era più “possente”…».


Arrivato, dunque, a New York, ci fu una breve fase di adattamento nelcontesto di quell’emigrazione italiana che, oltre ai disagi dello sradicamento, presentava molti lati oscuri, soprattutto in fatto di malavita organizzata che, diceva il nonno, «in Italia “non si notava”, ma là c’era…». Riuscì a lavorare quasi subito in uno stabilimento metalmeccanico e, la sera, in vari opifici, fino a tarda notte (“a nero”, si direbbe oggi). «Imestieri moderni piùvicini allameccanica e alla chimica, impressionarono in modo incredibile gl’ingegni dei pastori e dei contadini…», scrive,ancora,CorradoAlvaro,rappresentando, quasi, l’impegno del nonno a ridefinirsi completamente nel grande Paese che, nel suo inarrestabile sviluppo, aveva bisogno di tanta manodopera. Avendo, dalla sua, unalunga pratica euna considerazionenobilissima del lavoro, oltre alla tenacia e alla pazienza di costruire, che gli venivano dall’origine contadina, non ebbe difficoltà a svolgereottoannidi lavoroduro e continuo.Lamoglie, (nonnaAssunta), chiamata, in paese, “gnura” Assunta per la sua arte raffinata di maestra tessitrice, e che scambiava col marito lunghe lettere e, ogni tanto, qualche foto in cui appariva col suo vestito più bello,gli ori da sposa e, accanto, il loro bambino, ebbe unaparte determinantenelprogetto migratoriodel marito perché fu lei a gestire le prime rimesse, con le quali comprò la bella casa del Ponte (il punto più panoramico del centro storico, da cui si domina l'abitato della Marina) e, in seguito, altre abitazioni (quelle tipiche, con stalla e ballatoio) che sarebbero servite al progresso della famiglia. Alla casa colonica e ai terreninell’agro di Cariati, che,negli anni a seguire, sarebbero diventati una fiorente azienda agricola, in grado di offrire lavoro a parecchi braccianti, pensò lui al ritorno, che fu uno solo, e definitivo, nel 1928.
Dopo circa un mese arrivarono anche i suoi bauli in legno massiccio, con robustemaniglie di ferro e l’interno inlamiera sottile.Nel preparare il suoritorno, il nonnoaveva cominciato piano piano a riempirli di “cose ira Mèrica”; poi li aveva spediti via mare, prima di partire. Di quei bauli, si è avuta a lungo, nella famiglia di mio padre, un’idea quasi mitica; con il loro contenuto, rappresentavano, infatti, la vicenda americana, tutto il nuovo conosciuto oltreoceano e il benessere acquisito; non a caso vennero in seguito utilizzati per conservarvi, sul fondo, i risparmi chela nonna, moneta permoneta, riponeva in un fazzoletto annodato, per le spese straordinarie oper qualche imprevisto. Il nonno, nel suo ultimo periodo di emigrazione, vi aveva raccolto, innanzi tutto, insieme a varie immagini del protettore di Cariati, San Cataldo, al quale era devotissimo, tutte le lettere e le care foto della moglie e del figlio che, intanto, aveva fatto incorniciare insiemea quelle in cui egli, elegantissimo,posava con parentie amici “calabresi” d'America; aveva davvero bei “cu - stumi”, ovvero abiti da uomo, di varia foggia e tessuto, completi di gilet e camicia. Spuntarono da uno dei bauli con un bellissimo orologio d’oro massiccio con catena, che mio padre ha custodito come unareliquia fino a qualcheannofa, quandohavolutodonarlo al piccoloGiuseppe, figlio del mio unico fratello Leonardo, nel giorno del battesimo. Dai bauli uscirono fuori anche un grammofono, che, con i dischi divinile ela sorprendentetromba acusticaservì, poi, per animare tutte le feste e le riunioni di famiglia, e un paio di curiose scarpe a punta che vennero regalate a un pastore “sempre scalzo” perché non poteva permettersi l’acqui - sto di un paio di calzature. Felicissimo del dono, costui le indossò, ma, lasera, ripassòancora a piedi nudi perché «non ci sapeva camminare » e, per la rabbia, le aveva buttate in undirupo. La cosa che, però, occupava il maggiore spazio, inqueiparticolari scrigni,eranogliattrezzi agricoli come «le azzurre accette d’ac - ciaio con la marca di Nuova York», pure dipinte dalla penna del grande scrittore calabrese e chiaro simbolo delle nuove energie, dei nuovi usi e del nuovo stato, non più subalterno, di mio nonno contadino.
Credo sia partito anche dalla storia di questi bauli ilmio interesseper le tematiche dell'emigrazione che, con varie modalità, ho indagato, conosciuto, approfondito. Di certo, il racconto che ne ho sempre sentito fare ha colpito il mio immaginario di ragazzina che assisteva all'andare e venire continuo dalla Germania, da parte dei miei zii e dei genitori di quasi tutti i miei amici. Poi, più per curiosità che per convinzione, un giorno del 1970 è partito anche mio padre, per andare a lavorare alla Fiat del miracolo economico, e quando, l’anno dopo, è venuto a prenderci per portarci nella grande Torino, ho cominciato a conoscere il sentimento e le opportunità che offriva quell’esodo non ancora finito. Tutto,però, si svolse nell’arcodipochi anni; èdifficile, infatti, estirpare dalla propria terra una solida radice, comequella dimiopadre emio nonnoche,pur avendoscelto l’esperienza migratoria, poi non hanno voluto rinunciare alla vita all’aria aperta, allo spettacolo della natura, alla semina della loro terra e all'attesa dei frutti. Esiste, ad ogni modo, anche un simbolo di quella mia emigrazione da bambina. Lo conservo tuttora con curasul mio comò:è unabambola, che, in un freddo Natale dei primi anni Settanta, ho ricevuto dalla grande casa automobilistica, cheaveva istituito una grande festa, in una specie di “paese dei balocchi”, per la consegna dei doni natalizi ai figli degli operai.
La mia bambola della Fiat, dunque, come i bauli di nonno Leonardo, come la pesante cassapanca dei primi del Novecento, appartenuta a Domenico Italiano e ritrovata a Favelloni di Cessaniti.
Assunta Scorpiniti

"Medicina a Cosenza? Una vera provocazione"

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On at 12:17 PM

Ursini (Ugl sanità) contesta la richiesta dei primari dell'Annunziata

Catanzaro - "Chiedere per Cosenza la istituzione di una seconda Facoltà di Medicina, così come hanno fatto nei giorni scorsi alcuni direttori di Unità Operative dell'Azienda Ospedaliera, con una lettera pubblicata sui giornali della regione, è - a nostro avviso - una ennesima provocazione contro la città capoluogo e l'intero corpo accademico catanzarese. Siamo in presenza di una nuova richiesta di campanile che anziché produrre effetti positivi a sostegno della qualità assicurata sin d'ora dalla Magna Graecia, soprattutto negli ultimi anni, potrebbe ingenerare false aspettative che andrebbero a sminuire, sia pure indirettamente, quanto di buono hanno fatto sino adesso, attraverso una gestione attenta e rispettosa delle norme e dei regolamenti universitari, il preside e tutto il Consiglio di Facoltà".
Lo afferma Vincenzo Ursini, presidente dell'Associazione culturale "Accademia dei Bronzi" e segretario provinciale del Comparto sanità dell'Ugil, che con una nota stampa risponde ai medici dell'Annunziata.
"Il nostro augurio - continua Ursini - è che la lettera aperta sottoscritta dai sanitari, docenti presso la Scuola di Specializzazione in "Patologia clinica" della Facoltà di Farmacia, sia davvero una iniziativa personale, non dettata da fattori esterni. Se la proposta dovesse essere, invece, condivisa dall'Unical, anche indirettamente, crediamo sia opportuno inserirla a pieno titolo nel dibattito politico delle prossime elezioni regionali".
"La Calabria, già ampiamente lacerata dalla disoccupazione, dalla politica del malaffare e dalla mancanza di qualsiasi opportunità per le giovani generazioni, ha bisogno d'altro. Semmai andrebbero condivise e sostenute le scelte della Magna Gracia a sostegno della qualità della formazione. Se molti giovani calabresi trovano un dignitoso posto di lavoro in Italia o all'estero (inutile sostenere che qui avranno qualche possibilità fino a quando il merito non sarà considerato come primo elemento di selezione), è perché sono stati adeguatamente formati da un gruppo accademico di primissimo piano, soprattutto per quanto attiene la ricerca e la sperimentazione. Direttori di Cattedra come Vincenzo Guadagnino, Francesco Perticone, Ciro Indolfi, Giorgio Sesti, Aldo Quattrone e il preside della Facoltà Giovanni De Sarro, tanto per citarne qualcuno, sono il vanto della nostra regione in Europa, per non dire oltre".
"Ci chiediamo - continua Ursini - come mai i primari dell'Annunziata non abbiano sostenuto la protesta dello scorso anno attivata dalla Magna Graecia contro la decisione assurda del Miur di accorpare ben 16 Scuole di Specializzazione agli atenei di Napoli e Bari. Quella era una buona occasione per chiedere con forza non solo la conferma ma anche il potenziamento dei posti destinati all'Università calabrese. Un futuro diverso per i nostri giovani si costruisce attivando battaglie comuni e non chiedendo inutili doppioni".
"Ma c'è di più. - dice Ursini. "Ci sono almeno tre punti salienti e non facilmente percorribili, per i quali non è possibile istituire una seconda Facoltà di Medicina all'Unical. Il primo è che bisognerebbe modificare l'attuale Azienda Ospedaliera in Policlinico Universitario all'intero di una Legge di Piano Sanitario Regionale. Poi bisognerebbe costituire una Università che lavori con un potenziale Policlinico Universitario e, quindi, sottoscrivere adeguati protocolli d'intesa specificando chiaramente compiti e responsabilità di ciascun soggetto, ma soprattutto lasciando alla Facoltà Universitaria la gestione esclusiva della formazione, della ricerca e della sperimentazione. E' inutile - a nostro avviso - parlare di integrazione e di condivisione. L'ospedale come tale deve essere solo un luogo di cura e basta".
"Il terzo punto, forse il più difficile, è che il Miur dovrebbe definire una serie di linee di attività per la sperimentazione universitaria in campo medico".
"Certo - conclude Ursini - su alcuni punti i medici dell'Annunziata hanno ragione. Non è più tollerabile, infatti, che tanti giovani calabresi debbano continuare ad arricchire le corsie degli ospedali e degli atenei del centro-nord e, soprattutto, che tanti specializzati che si sono formati all'interno della nostra Università debbano rimanere precari per anni. Dare a tutti l'opportunità di mettere a disposizione del sanità di questa regione, attraverso le aziende ospedaliere e sanitarie, il loro sapere e la loro voglia di fare, è una sfida di sicuro ambiziosa ma non impossibile".

L'"Amor Latino di Angelo Laganà" sarà la colonna sonora della prossima tournée americana

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On at 12:12 PM

Angelo Laganà, il poliedrico e pluripremiato compositore-musicista di lungo corso originario di Roccella Jonica (RC), non finisce mai di stupire: adesso ha inteso salutare il nuovo anno 2010 con una raccolta di undici brani soltanto strumentali di piacevole ascolto in cui domina la sua fisarmonica-midì. Il CD, in distribuzione dal 2 gennaio tramite la Elcasound di Reggio Calabria, s'intitola "Amor Latino" proprio per celebrare le sonorità, i ritmi e le sfumature sentimentali della nostra latinità celebre ovunque nel mondo.
Ma, con "Amor Latino" Angelo Laganà intende essere pure riconoscente all'America Latina e specialmente a Cuba che in questi ultimi anni gli ha tributato un grande successo. Questi undici brani saranno la colonna sonora della prossima tournée nelle Americhe che il maestro calabrese continua ad unire al Mediterraneo con un fascinoso ponte musicale, come un arcobaleno di note e di appassionati sentimenti d'amore... "Amor Latino" appunto!
Degli undici brani, sette sono stati composti dallo stesso Angelo Laganà, uno dalla figlia Francesca e tre appartengono ad altri autori universalmente noti ("'O sole mio" di Capurro-De Capua, "Figlio unico" di Francesco Baccini" e "Solo lei" di Gigi D'Alessio-D'Agostino). Ogni brano è eseguito con un ritmo che lega gioiosamente Mediterraneo ad America Latina. Infatti, il suo primo brano "La mia fisarmonica" è una bossa-nova, segue "'O sole mio" in bossa-samba, poi "Una storia d'amore" in bolero, quindi "Figlio unico" in dance-latin, ancora "Little Dream" (di Francesca Laganà) in salsa, persino una "Tarantellissima" in formato merengue, una "Serenata" in salsa, "Solo lei" come dance-latin, "La voce dell'anima" avvolta in un morbido tango, "Nantes" (pezzo dedicato alla città francese di Nantes) esaltata in un avvincente valzer ed infine "Profumi di Calabria" una travolgente e delicata tarantella calabrese.
Arrangiato, mixato e masterizzato da Pino Pirrotta, il CD è stato prodotto dallo stesso Angelo Laganà il quale firma assieme a Rosario Ceravolo la composita foto di una splendida copertina realizzata da Graphline. Per le gradevoli sonorità, i brani andrebbero ovviamente ballati secondo il ritmo di ciascuno, ma complessivamente andrebbero ascoltati e gustati nella silenziosa penombra della stanza preferita o di un ambiente privilegiato per il nutrimento dell'anima. Ottima compagnia pure per chi viaggia, questo tipo di musica alla Angelo Laganà potrebbe essere il dono gradito per tutte le età e le nazionalità.
Ricordiamo che Angelo Laganà è, musicalmente, l'artista calabrese più conosciuto al mondo dopo il compianto Mino Reitano e dopo Otello Profazio; e anche come tale andrebbe sostenuto ed ancora di più valorizzato, specialmente dalle competenti istituzioni regionali e nazionali, come ambasciatore della civiltà musicale latina e mediterranea.
Dr. Domenico Lanciano

23-12-2009 Giornata di festa per i ragazzi della Cooperativa sociale "Lai - Lavoro Anch'io di Isernia"

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , | Posted On at 12:05 PM

Una giornata di festa quella del 23-12-2009, per i ragazzi della Cooperativa sociale "Lai - Lavoro Anch'io di Isernia", che hanno aperto le porte della Fabbrica delle Idee a tutti coloro che in questi dieci anni di attività hanno supportato, con entusiasmo, il lavoro dell'associazione. Un momento di gioia e soprattutto di preghiera, celebrato dal vescovo della diocesi di Isernia-Venafro Salvatore Visco, per i 17 soci diversamente abili e per le famiglie, intervenute in occasione dei tradizionali scambi di auguri Natalizi. Molte le autorità che hanno presenziato all'importante appuntamento, il questore di Isernia Biagio Ciarmella, il presidente della Provincia Luigi Mazzuto, gli assessori Florindo Di Lucente e Mimmo Izzi, il sindaco di Sant'Agapito Di Pilla, imprenditori locali e giornalisti.

Soddisfatti il presidente Giorgio Cristina e il vicepresidente Nino Santoro che ha spiegato le finalità dell’iniziativa: “Nel corso di questi 10 anni, le istituzioni sono state presenti attraverso convenzioni, ordinativi di gadget e manufatti in ceramica nonché contratti di lavoro, offendo così la possibilità di integrazione ai ragazzi e di sopravvivenza a queste strutture. Quest'anno in occasione del decennale dalla nascita della cooperativa, abbiamo voluto riconoscere, con una strenna natalizia, un merito a tutte le persone che hanno contribuito allo sviluppo della nostra cooperativa”. Per il prossimo anno, grazie anche al suggerimento del vescovo Visco, già si pensa ad un'asta di beneficenza per l'acquisto delle ceramiche create dagli stessi ragazzi della LAI.

Il presepe vivente nel racconto ricordo dell'assessore comunale alla Cultura Agostino Vallone

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On at 12:01 PM

San Costantino di Briatico il 30 dicembre è stata protagonista del presepe vivente, un allestimento popolare che non si rappresentava in paese da molti anni. L'evento è stato il frutto di un faticoso lavoro per dare dignità a quella parte di paese divenuta una vera e propria discarica a cielo aperto. I giovani dell'associazione Eleutheria, guidati da Stefania Aprile, e la comunità parrocchiale, presieduta da don Giuseppe Vitaliano, hanno accolto il numeroso pubblico accorso per l'occasione. La parte storica di San Costantino, quella intorno alla Chiesa Madre e intorno al Palazzo Lombardi Satriani, ha creato una suggestiva cornice scenografica per la riscoperta delle antiche tradizioni culturali. "Le postazioni, come ci racconta l'assessore alla Cultura, Agostino Vallone, riproducevano dei "fermo immagine" di arti e mestieri che la modernità ha fagocitato da tempo. L'annuncio a Maria mentre nei dintorni aleggiava un intenso profumo di pane caldo appena sfornato e riposto nelle ceste. Poi l'orecchio viene attratto dal rumore del martello che batte sull'incudine, rumore che si disperde nel buio della valle del Potàme. L'ammu era lì davanti ai miei occhi, era vivo come una volta e le immagini dei ricordi si sono riaccese: le lavandaie chine sul lavatoio, tra un pettegolezzo e una canzone, massara Mica che aveva terminato il bucato, con la cofana in testa rientrava per stendere i panni; Mastru Ciccio il falegname piallava un pezzo di legno... Non capivo e non sentivo più nulla, continua l'assessore Agostino Vallone, estasiato venivo rapito dai ricordi e seguivo con la mente quella strada che scende giù a valle in località Machineja fino a vedere scorrere il fiume le cui acque muovevano le pale dei mulini. Gli spintoni della folla e la voce della mia nipotina mi riportarono al presente, ma nessuna resistenza ho potuto opporre alla corrente di quella fiumana di persone che mi trascinava come una barchetta di carta facendomi approdare in una stanza sull'ingresso della quale c'era scritto 'u tilaru. Finalmente padrone di me stesso assistevo al miracolo della tessitura. Il veloce e preciso movimento vermicolare delle dita della signora Maria, l'altalena dei piedi come in due staffe addomesticavano un vecchio telaio che prendeva vita come una marionetta svegliatasi da un lungo letargo. Di fronte al telaio la scena della filatura. Non pago ancora, ho continuato il mio viaggio per giungere al trappito. Poi ancora la preparazione delle caldarroste, la mescita del vino e l'impasto del pane. Ma sono stato calamitato ad un angolo dove ho assistito ad un altro miracolo: le mani di cummari Tina hanno fatto fiorire dal fondo della caddara una soffice tuma ed una deliziosa ricotta appagando i sensi di chi ha avuto la fortuna di assaggiarla nei contenitori di grujiu. Le nuvole si dissolvevano inchinandosi alla luna piena che nel massimo del suo splendore squarciava l'inchiostro del cielo ed illuminava la via a tre cavalieri che andavano alla ricerca di un Re. Essi non si erano fermati in piazza Raffaele Lombardi Satriani dove la gente si era radunata per darsi alle libagioni e al consumo smodato di curujicchi, i nacatuli, i ravioli, il pane caldo caldo con i ziringuli, le ricotte fresche, le caldarroste ed il vino locale. La luna aveva indicato quella parte della città semplice, onesta, povera e laboriosa: l'Ammu uno spaccato di roccia arenaria nel cui ventre si erano ricavate delle grotte che servivano in passato come riparo per le bestie. Quelle grotte erano diventate un tempio perché nell'antro di una di esse un Bambino era stato adagiato in una mangiatoia al freddo e al gelo. Il Natale, poi tutto si è concluso, tra l'applauso della folla, la soddisfazione dell'antropologo Luigi M. Lombardi Satriani e la benedizione finale col Bambinello di Don Giuseppe Vitaliano".
Franco Vallone