Associazione Sportiva Dilettantistica "Pedale del Golfo" - A ruota libera sulle strade d'Italia

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On lunedì 28 marzo 2011 at 9:46 AM

Tra il più giovane e il più anziano del gruppo di cui si parla, ci sono cinquant’anni che fanno la differenza. Su strada naturalmente, nel senso che Renato Macrina, nato nel 1945, dà due…piste al giovane Luigi Ariganello del 1995. Della serie: la classe non è acqua! Pari opportunità hanno le rappresentanti del gentil sesso: Paola Buonocore e Rosella Cimino. Insieme costituiscono la piccolissima quota rosa non avvantaggiata dai colleghi maschi nemmeno su percorsi difficili. Hanno voluto la bicicletta? Adesso pedalano! Come i signori uomini, più forti nel numero: 35 in totale.
Il ciclismo è bellissimo ma richiede fatica e passione, specialmente quando si tratta di tagliare un traguardo. La competizione è con se stessi. Poi compaiono all’orizzonte gli avversari: per sbaragliarli si fa leva su capacità fisiche e mentali. Non si diventa ciclisti per caso. Neanche per idea. È la passione, lo spirito di sacrificio a spingere sui pedali. Anche l’amore per la natura da ammirare in pianura, in salita e in discesa, senza perdere di vista la strada, come capita a qualche sprovveduto. Ad onor del vero, non ce n’è uno nel gruppo fondato nel 2007, da sette appassionati.

Nel giro di quattro anni, il numero è aumentato. Sicuramente crescerà ancora con l’arrivo della bella stagione. Occorre anche portare acqua, come si dice in gergo, alla squadra, poter contare su appoggi esterni, anche a livello di comunicazione. Finora non goduto di adeguata visibilità sui media. Noi calabresi, in definitiva, ci comportiamo sempre da individualisti anarchici. Procediamo da dilettanti. Partecipiamo alle gare amatoriali per il gusto di esserci, senza fini di lucro, figuriamoci se intendiamo speculare! Nossignori. Il piacere deriva dallo stare insieme ma anche e soprattutto dalla pratica sportiva in sé, a totale beneficio del fisico, schiavo di paturnie comportamentali e tossine umorali. Meglio liberarlo con una sana, appropriata attività non necessariamente agonistica. Tanto meglio se arrivano i risultati. Lo sapevano bene i greci che smettevano di guerreggiare per partecipare alle Olimpiadi, momento sublime di aggregazione e identità storico-culturale. Prendiamo il caso di Renato Macrina, il veterano, citato prima. Un bel giorno arriva per lui la qualifica di pensionato. Si chiude in casa con un senso di inutilità sulle spalle (un classico per chiunque smetta di lavorare), si intristisce, impigrisce e mette su pancia con il contorno di 80 chili equamente distribuiti su spalle, braccia e gambe. Quando pensa di non avere più nulla da fare, si ricorda della sua passione giovanile, monta in sella e ricomincia a pedalare. Rinascita e dimagrimento sono a portata di pedale. I quadricipiti diventano tesi e forti e gli consentono di cogliere mete lusinghiere. Il resto è cronaca sportiva: tanti premi vinti da solo e in compagnia, come si conviene a chi crede e partecipa a un gioco di squadra.

Nell’A.S.D. di Catanzaro-Soverato-Davoli-Satriano trovano spazio solisti e gregari, pronti a rispettare lo spartito della sinfonia diretta dal maestro, pardon, capitano: Francesco Panella. Tra il serio e il faceto, egli è definito “coordinatore e stratega” dal gruppo dei soliti noti soci fondatori: Armando Vitale, eletto vice-presidente, Salvatore Andreaccchio, Onofrio Venuto, Giuseppe Vitale, Tonino Gullì. La carica di presidente spetta a Vincenzo Ceniti.


Raffaele Venuto guida l’Ammiraglia mentre Vincenzo Gallelli si presta al gioco di essere considerato portatore d’acqua, ruolo che accetta solo per finta. Lo scherzo continua quando si accenna a Rino Destito, che si autoproclama maglia nera e fanalino di coda, titoli conquistati su strada, dunque, guai a seminarli da qualche parte! Se proprio è indispensabile, tenterà di interrompere i suoi record personali su circuiti gloriosi, (per altri), Dolomiti, comprese. Altrove, no. Non se ne parla proprio, sarebbe disdicevole.


Per il numero 1, si va sul sicuro: è Francesco Fasano. Per la maglia rosa, non c’è competizione: spetta di diritto alle due bellezze in bicicletta, tesserate di recente. Paola è fortissima, in salita. Anche Rosella lo è. In caduta libera, sostiene il solito maschilista protetto dal casco d’ordinanza. L’interessata incassa la battuta, pronta a prendersi la rivincita alla prossima occasione, in attesa che sia della partita Maria Grazia Marra, finora assente giustificata per mancanza di tempo. Molto assiduo è invece il marito, Domenico Pulvino, nato in provincia di Messina. Gioco-forza considerarlo oriundo d’oltremare. Che buontemponi, questi corridori!Insieme si comportano come ragazzini in gita scolastica. Scontato è lo spirito goliardico che anima le loro discussioni. In realtà, sono tutti per uno e uno per tutti, come i moschettieri della bici, regina incontrastata nei loro programmi su strada. Il presidente dice che non è facile gestirli quando sono con i piedi per terra. Va meglio quando se ne stanno sui pedali. In sella, non sono dilettanti allo sbaraglio ma professionisti seri e coscienziosi. Ecco perché vincono gare a tutto spiano, a livello provinciale, regionale, nazionale e internazionale. Il palmares parla chiaro: leggere per credere!
Fiore all’occhiello, o meglio al manubrio, è la famosa Nove Colli di Cesenatico con vittoria assoluta nel 2009. Grossa soddisfazione, anche perché vi partecipavano associazioni fortissime di tutt’Italia, più fortunate per motivi scontati. Da noi non esistono piste ciclabili. Percorsi statali e provinciali sono segnati da buche, dossi, cunette, curve pericolose, guard-rail in piedi per miracolo e cartellonistica che lascia a desiderare. Manca l’attenzione, la sensibilità che fece grande Bartali, Coppi e Binda, in tempi lontani; Moser, Motta, Cipollini e Pantani, in anni più vicini. Con un occhio di riguardo, a livello amministrativo, sarebbe data ai giovani, l’opportunità di partecipare a un progetto comune da varare assieme agli attuali dirigenti, preoccupati di contenere le spese di gestione, per non gravare sugli sponsor: Gullì Materiali da Costruzione di Chiaravalle centrale, Autotrasporti Vitale di Satriano, Tre A Calzature di Soverato e Procopio Costruzioni di Davoli. Tutto fatto in casa con i titolari anche loro appassionati di bici. Si tratta di quattro corridori dell’Apocalisse scatenata ad ogni incontro conviviale, occasione ideale per ritrovarsi senza la tensione della gara ma anche per brindare all’ultimo, in ordine di tempo, successo ottenuto o a quello che deve ancora arrivare. In primavera, aumentano le possibilità di aggiungere coppe e targhe ai trofei vinti finora. La preparazione individuale e collettiva è mirata. La scelta di partecipare a competizioni è programmata dai quadri sociali. Può capitare di aderire all’ultimo momento per portare a casa il 1° premio, in dirittura d’arrivo, con orgoglio e puntiglio. Magari con il contributo fattivo dell’iscritto in ultima istanza, a distanza di tempo ravvicinata. Al momento è Antonio Mirante, detentore del primato. Dopo chissà che succederà!

C’è anche un appuntamento doloroso da onorare a Lamezia Terme. Là, i nostri 37 canarini( per via dei caschi e della nuova tuta gialla, lasciando il rosa al tandem delle gentili dame), intendono commemorare le 7 vittime, travolte da un pirata della strada. Quel giorno, la folta rappresentanza proveniente da Catanzaro Lido, Soverato, Davoli e Satriano, era a pochissimi metri dal luogo dell’incidente. Si salvò per miracolo. Non resta che ricordare gli amici, passati a miglior vita, tenendo fermo il manubrio in mano. Tutti in sella!
Emma Viscomi

Processione della Santa Spina a Petilia Policastro - Tre chilometri di fede, preghiera e penitenza

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , | Posted On sabato 26 marzo 2011 at 3:41 PM

Le lancette dell’orologio erano ferme sul primo quarto della prima ora di giorno 8 marzo, nell’anno del Signore 1832, quando si scatenò l’inferno nella zona sud orientale della provincia di Crotone. L’alba del nuovo giorno portò alla luce lutti e rovine, ovunque nell’alto Marchesato. A Petilia Policastro, erano bastati undici interminabili istanti perché il paese si trasformasse in un cumulo di sassi, ammucchiati disordinatamente per le vie. La natura carsica del territorio fece il resto, aprendo voragini dove non ce n’erano mai state, inabissando quelle già note, minando alla base ambienti, diventate improvvidamente pericolosi per l’incolumità degli abitanti. Tra i cinquemila residenti, le vittime furono 29. Un miracolo, data l’entità della catastrofe. La violenza del sisma spazzò via misere case, sontuosi palazzi e secolari chiese. Risparmiò il Santuario della Santa Spina, costruito nel ’700 accanto al Convento dei Frati Minori Osservanti, risalente all’anno 1000.

L’inserimento della nuova struttura, nel contesto naturale di faggete e castagneti, accrebbe il fascino del luogo, distante dall’abitato tre chilometri, e ritenuto, a ragion veduta, mistico e suggestivo, nonché meta di pellegrinaggi e punto di riferimento per i petilini, emigrati in tempi di fame e miseria, e sparsi, allora come oggi, in giro per il mondo. Al sagrato si arriva lungo strade in salita e in discesa. Il ponte cinquecentesco del torrente Soleo, rappresenta idealmente il punto d’incontro tra Vecchio e Nuovo Testamento, una sorta di passaggio obbligato, e comunque anello di congiunzione, non frattura, dunque, tra realtà dolorose del passato, difficoltà contingenti del presente e speranze coltivate per il futuro.
Il Santuario ha una bella facciata a capanna, semplice, essenziale nelle sue linee. Su di essa spicca un bel portale a tutto sesto, guarnito di colonne e architrave e reso importante dal fastigio, sormontato dalla finestra inserita al piano di sopra. Il campanile trecentesco ha forma quadrata, portale con battenti comprendenti spazi rettangolari scolpiti in legno, grandi monofore, inserite nei due piani sovrastanti. Il terzo è poligonale e presenta copertura a cuspide. Nell’interno, a navata unica, colpisce immediatamente la preziosità del soffitto ligneo, abbellito da decorazioni pittoriche di chiaro stampo barocco. Rilevante è la scena di san Francesco di Paola, colto in un momento di sublime estasi, ispirata dall’archetto di un violino, toccato magicamente dalla mano di un angelo. Altri dipinti ad olio di notevole interesse storico-artistico riguardano: san Michele, Sacra Famiglia, ultima Cena e Cena francescana. Una ricca pala intagliata e dorata, accoglie piccole nicchie e dodici busti scolpiti in legno, a rilievo. Fanno parte del patrimonio ecclesiastico, figure in marmo del ’700. Angeli per l’esattezza. C’è anche una Madonna col Bambino, sempre dello stesso periodo ma di scuola e provenienza partenopea, oltre alle apprezzabili copie di capolavori del “Cavaliere calabrese”, apposizione con cui è universalmente conosciuto Mattia Preti. L’abside è adorna di un ricco fastigio ligneo intagliato e dorato. Imponente è l’altare maggiore, con rilievi figurativi del 1764. Altra opera di pregevole fattura è la Cantoria, arricchita di decori secondo i canoni imposti dallo stile Barocco. L’impronta di Cristoforo Santanna domina le opere, ammirate da visitatori attenti e interessati alla produzione del pittore di Rende, entrato di diritto negli Annali della Storia dell’Arte di casa nostra.

Una nota a parte meritano quadro e sepolcro del cardinale Dioniso Sacco. Nato a Petilia, abbracciò giovanissimo la regola francescana. Indossò il saio, fece voto di obbedienza, castità e povertà, e si trasferì in Francia per seguire i corsi del Fiorentissimo Studio. Successivamente fu nominato vescovo di Reims. Oltralpe, la fama della sua straordinaria preparazione negli studi umanistici, la profonda competenza teologica, l’innata capacità di dialogo e comprensione, lo portarono a ricoprire un ruolo ambitissimo da altri: consigliere e confessore personale di Giovanna di Valois, moglie di Luigi XII. La Regina, nel 1523, in segno di personale riconoscenza, offrì in dono al religioso un omaggio straordinario: una spina, facente parte della corona posta a Gerusalemme sul capo di Gesù, dichiarato per scherno Re dei Giudei, e ormai avviato, dopo la flagellazione alla colonna, alla Via Crucis, culminata con l’estremo sacrificio sulla collina del Golgota.

A Petilia, ogni anno, si rappresenta la Passione e la Crocefissione del “biondo Nazareno”, salvatore del mondo, il secondo venerdì del mese di marzo. Comparse e protagonisti in costume, lasciano la Chiesa di san Nicola e procedono lentamente per le strade in salita e in discesa. Il grosso centro crotonese vive in questo modo un’autentica rappresentazione itinerante. La processione è lunga. La commozione traspare nelle lacrime delle donne, vicine per loro intrinseca natura, alla Madre Addolorata per eccellenza. È evidente nel gesto rispettoso degli uomini che si tolgono il cappello al passaggio del Figlio dell’Uomo curvo sotto il peso della croce.

Gesù di Nazareth non è solo nel rinnovato percorso di dolore. Avanza piano ammantato di rosso. Anche la tunica che indossa ricorda l’onta ricevuta col titolo di Re dei Giudei. Dietro di lui sfilano altri uomini condannati a portare la croce: 12 in totale, quanti gli Apostoli, assenti e sgomenti, in verità, dall’Orto di Getsemani alla fine del Calvario. Pure loro trascinano la croce, contriti nel vestiario rigorosamente viola, colore universale per la Chiesa cattolica, in periodo quaresimale. Il Cristo, cioè l’unto, compie la sua marcia silenziosa scortato da legionari romani. Completano il quadro, uomini giusti (Cirenaico e Centurione) e pie donne (Maria, Maria di Magdala e Veronica).

È lei che compie un gesto di estrema pietà e dà il nome al telo di lino su cui il Redentore del mondo lasciò l’effigie del volto, solcato da lacrime, sudore e sangue. E lacrime, sudore e sangue furono gli elementi necessari alla ricostruzione di Petilia, distrutta dal terremoto nella fatidica notte di fine inverno di 188 anni fa. La rinascita si avviò sulla base della devozione dovuta alla Santa Spina, custodita in un astuccio con rilievo e corona reale, incastonato nel tabernacolo decorato con dodici teste angeliche, prodotto di alta oreficeria francese del ’400.

Fu per espressa volontà del cardinale Sacco che la preziosa reliquia giunse a Petilia; difatti, in punto di morte, la consegnò al nipote e confratello Ludovico Albo perché fosse custodita e venerata nei secoli. La trasmissione del bene, supremo lascito regale, sollevò contestazioni di ogni genere. Riforma e Controriforma scatenarono illazioni basate su conflitti di carattere religioso. Per il Clero di zona, preoccupazione di prim’ordine, fu attestarne l’autenticità, attraverso indagini e procedimenti tipici di un regolare processo religioso a scopo dimostrativo. Ad avviarne la celebrazione fu l’arcivescovo di Santa Severina, Francesco Antonio Santoro.

Determinanti furono le testimonianze di monsignore Sertorio e di monsignore Orsini, membri del Concilio di Trento. La ricerca fu lunga, condotta secondo criteri severissimi. Nulla fu lasciato al caso. Nulla rimase d’intentato. L’autenticità fu dimostrata con meticolosità rigorosa. Non si poté agire diversamente in tempi di Riforma e Controriforma, con l’Inquisizione pronta a stroncare eccessi ed eresie. Inopinatamente erano venute fuori implicazioni perfino di carattere nazionale, con la Francia disposta ad assumersi la responsabilità dell’ operato della nobile figura della generosa regina, e la chiesa di Petilia, ugualmente disposta a gridare al mondo il possesso legittimo del venerato simulacro. Finalmente si arrivò alla verità conclamata. Il 2 dicembre 1573 si diede via libera al culto perpetrato nel corso dei secoli, fino ai nostri giorni .

Il culmine della devozione si tocca con mano in occasione del pellegrinaggio di fede, preghiere e penitenze che si svolge ogni anno, il secondo venerdì di marzo, coinciso quest’anno con il successivo al Mercoledì delle Ceneri che apre alla Quaresima. La preparazione comincia con la novena di meditazione, sotto la guida spirituale di sacerdoti del luogo. Nel giorno indicato dal calendario, il corteo si muove lentamente sotto la regia del Gruppo storico di Natess. Il servizio d’ordine passa attraverso il controllo istituzionale dei Carabinieri, con il capitano Mazzotta in testa; della Protezione civile e dei Vigili del fuoco, coordinati dall’ingegnere Marcello Lombardini, responsabile della sede provinciale crotonese; della Polizia municipale diretta da Rosamaria Mannarino, comandante in capo. Nel contesto amministrativo, spicca la figura del sindaco, Dionigi Fera, con tanto di fascia tricolore.. La provincia di Crotone ha come rappresentante il presidente Stanislao Zurlo. La lunga processione va avanti per ore, con la partecipazione di fedeli, provenienti anche dalle zone limitrofe. Le cerimonie di rito, di apertura e chiusura, sono officiate da monsignor Salvatore Frandina, vicario generale della Diocesi di Crotone e Santa Severina ; don Giuseppe Marra, parroco della Chiesa di Santa Maria Maggiore; padre Cimino, della Congregazione degli Ardorini, parroco della Chiesa di san Francesco di Paola, tutti insieme in testa al corteo. Un ruolo d’onore spetta agli emigrati, tornati a casa per l’occasione da Torino, Genova, Roma. L’arrivo al Santuario è sull’imbrunire. Con le prime ombre della sera, cala il sipario anche sulla sacra rappresentazione. Il seguito si realizza nel giorno della Festa del Ringraziamento, nella Chiesa di san Nicola pontefice. Niente a che vedere con l’omonima ricorrenza annuale statunitense del 25 novembre, caratterizzata da troppa apparenza ed eccessivo consumismo. Qui si tratta di chiudere in bellezza l’ appuntamento con cuori semplici, dalla spiritualità molto sentita e molto bene manifestata.
Emma Viscomi

Foto di Mimmo Rizzuti, estratte da "attimi di paese: petilia in web".

Festa del papà nel centro storico di Soverato

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On mercoledì 23 marzo 2011 at 6:53 PM

Primo appuntamento per il 19 marzo nel centro storico della cittadina ionica, battezzato a pane (nel senso di pitta), acqua (nel senso di pioggia), morzello (spezzatino di trippa), e fantasia (banda e band in piazza Cardillo, nel pomeriggio, concerto di Mimmo Cavallaro e Cosimo Papandrea, previsto in serata).L’idea è stata del vice-sindaco Teo Sinopoli. Sarebbe stata perfetta se nuvole tempestose non avessero scaricato diversi millimetri di pioggia prima, durante e dopo le fasi clou dell’originale manifestazione che potrebbe inaugurare, a partire da quest’anno, una bella tradizione.
Il fenomeno temporalesco non ha fermato le note della banda, intitolata a Umberto Pacicca. L’eredità spirituale e materiale dello storico maestro soveratese, è passata, di bacchetta in bacchetta, fino ad arrivare nelle mani dell’attuale direttore Luigi Tedesco, coadiuvato, nell’esercizio delle sue funzioni, da Domenico Cutruzzolà, anche lui soveratese doc, abilissimo suonatore di tromba. I musicisti, definiti in gergo locale “ musicanti”, tutti in rigorosa divisa blu e protetti dalla cerata d’ordinanza contro l’inclemenza del tempo, hanno interpretato a dovere motivi allegri e moderni, idonei a riscaldare l’atmosfera di Piazza Cardillo, durante le prime ore pomeridiane. L’intervallo è stato vivacizzato dalla band di stampo americano, non tanto per le coloratissime parrucche ricciolute dei trombettisti, quanto per la verve dimostrata nei pezzi scelti per l’esecuzione. Bravi!In chiusura, è arrivato puntuale l’inno nazionale. Ancora una volta, Fratelli d’Italia, firmato da Angelo Novaro, per la musica e da Goffredo Mameli per le parole è stato oggetto di attenzione e commozione.

E mentre la trippa bolliva nelle pentole della cucina gestita dalla signora Antonella Cavallaro, in Corso Roma si allineavano due moto-bancarelle, intenzionate a fare affari. Non poteva mancare la Lotteria, di rigore in tutte le feste paesane, con premi adatti a soddisfare l’attesa legata all’estrazione dei biglietti, dal primo all’ottavo numero, definito di consolazione. La vincita più ambita? Il viaggio alle Isole Eolie, per una persona sola, omaggio graditissimo nelle aspettative di molti. Non capita spesso di godere di momenti di libertà, fuggendo via dalla pazza folla. L’organizzazione ha sperato fino all’ultimo che Giove pluvio cessasse di manifestare la sua presenza sul cielo del borgo Superiore, il più alto nel Comune di Soverato. Al contrario, il re degli dei ha continuato a infierire sui partecipanti senza tuttavia impedire che gli stessi si rifocillassero a dovere e con piacere sotto i tendoni dei gazebo, dove si spartivano pizzateddhi ( piccoli pani offerti dagli abitanti per grazia ricevuta, per voto o semplicemente in segno di devozione al Padre putativo di Gesù, falegname di mestiere), salsicce fornite da Migliarese Catering, cornetti di Chocolat e gelati di Cento Fiore. All’operazione complessiva di sponsorizzazione ha contribuito Vision Ottica Ivanhue. Della serie, l’unione fa la forza quando si vuole creare movimento attorno all’amata realtà locale, da promuovere e tutelare. Soverato ha bisogno di vivere una seconda giovinezza turistica. Ne sente la necessità, impellente in prossimità dell’estate. Ha le carte in regola per realizzare le sue aspettative con fatti , non parole. Via libera, dunque, ai rendez-vous d’attrazione per turisti e visitatori, con la partecipazione attiva degli operatori del luogo.

Il buon umore è servito a sdrammatizzare l’attesa per il morzello, da gustare in prima serata. E così è stato: un’autentica delizia per il palato, piccante al punto giusto e accompagnato dal buon vino della casa. Si dice così, no?, quando si indica un prodotto genuino che no ha bisogno di presentazione. La bevanda di Bacco si abbina meravigliosamente alla vivanda, servita in pitta calda (ciambella bassa e sottile dal buco molto largo, possibilmente appena tolta dal forno). Questo per buongustai e tradizionalisti. Quanto ai giovani, si sa che esprimono altre preferenze. Non sanno che si perdono quando a tavola volgono la loro attenzione a bevande Made in Germany e USA. Buone anche quelle per carità, ma non nella fattispecie. Il morzello è cosa di casa nostra. È roba seria: un asso nel manico del mestolo che ne rivendica l’originalità. Scherzi a parte, è fuori discussione l’appartenenza di questo piatto alla cucina calabrese, un misto di abilità, spezie e ingredienti semplici che sfociano in sapori unici e forti, irripetibili altrove. Ah, quel peperoncino dagli effetti strepitosi! Titilla le papille gustative che è una meraviglia. Sulla trippa, poi! Specialmente se cucinata secondo i sacri crismi della tradizione di famiglia. Una vera goduria. Anche stavolta la cuoca ha superato se stessa nell’allestimento di una pietanza che non teme confronti nelle regioni italiane.

E dopo aver riempito lo stomaco, tutti con il naso all’insù, a guardare la pioggia che “pareva” cadere ma anche ad aspettare di divertirsi con la musica di Cosimo Papandrea e Mimmo Cavallaro. Peccato per l’ascolto sperato e purtroppo andato a vuoto sotto (la) copertura. Di ombrelli aperti, naturalmente. Alla fine, l’attesa è stata disattesa. Un gioco di parole che rende l’idea. Delusi? Per niente. Vuol dire che andrà bene la prossima volta. Come si dice: festa bagnata, festa fortunata.
Emma Viscomi

Gli alunni della Primaria di Briatico festeggiano l'Unità d'Italia

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On venerdì 18 marzo 2011 at 9:18 AM

Una giornata davvero speciale quella vissuta dalla scuola primaria di Briatico con gli alunni e le insegnanti che hanno voluto festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia con alcune semplici ma significative iniziative. Le insegnanti Maria Elisabetta Scordamaglia, Rosaria Boragina, Francesca Meligrana, Concetta Iorgi, Antonia Melluso, Elisabetta Naso, Carmela Rita Romano, Giovanna De Rito, assieme alle insegnanti di lingua inglese e religione, hanno prima preparato, sensibilizzato e stimolato sulle tematiche dell'Unità d'Italia, sul Tricolore e sul concetto di Patria, poi, successivamente, con tutti gli alunni, hanno voluto festeggiare l'evento dell'anno con un lungo corteo che dalla scuola si è mosso in direzione della Casa Comunale dove sono stati accolti dal sindaco di Briatico, Franco Prestia, dal Segretario Comunale, dai componenti dell'Amministrazione Comunale, da rappresentanti dell'Arma dei Carabinieri e della Polizia Municipale. Qui i giovanissimi allievi, con bandiere, nastrini, coccarde e striscioni rigorosamente tricolore, hanno suonato e cantato l'Inno di Mameli e altri canti patriottici e recitato poesie inerenti al tema. Il sindaco Prestia, nel suo articolato intervento, ha ringraziato le insegnanti e gli alunni per l'impegno e la sensibilità dimostrata in memoria di questa importante storica giornata ed ha voluto donare ufficialmente alla scuola una grande bandiera italiana. Gli alunni hanno quindi consegnato al sindaco un attestato commemorativo in ricordo di questa giornata. Nel pomeriggio gli alunni hanno messo in scena un'originale drammatizzazione sui diversi punti del percorso storico che ha portato all'Unità d'Italia, alla presenza, questa volta, dei genitori degli allievi in una scuola inedita, addobbata da centinaia di piccole bandiere tricolore, il tutto reso possibile con il fattivo contributo di tutte le insegnanti e delle collaboratrici Maria Concetta Aquilino e Caterina Riga. All'iniziativa ha voluto partecipare fattivamente Rocco Cantafio, presidente delle squadre scolastiche di hockey “Amici del mare e Rocchetta”, e Giovanna Di Giorgio, che ha realizzato un filmato digitale dell'evento, un documento audiovisivo che diventa traccia, memoria non retorica anche per le generazioni future briaticesi.
Franco Vallone

Notte a Vibo Marina... una canzone di Nilla Pizzi

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On at 8:29 AM

C'era un legame indissolubile tra la cantante Nilla Pizzi e la Calabria. Un vero e proprio filo rosso che teneva unita la sua inconfondibile voce, la sua grande vocalità, con il territorio dell'attuale provincia di Vibo Valentia. Un vecchio disco, una canzone intera, musica, parole, testo cantato e cucito addosso ad un paese di mare della Calabria. La canzone, scritta e musicata dal paroliere Nino Grasso di Conidoni di Briatico, è cantata nel lontano 1954 da Nilla Pizzi e si intitola "Notte a Vibo Marina". Il vellutato motivo musicale con la canzone si trova oggi in rete, sul globalizzante internet, e in formato mp3 anche se i fruscii di fondo rimandano ad un ben più caldo, nero vinile e d'epoca, un vecchio 78 giri della RCA. Una grande promozione nazionale ed internazionale per la Vibo Valentia Marina di quei tempi, una splendida cittadina affacciata sul Tirreno che si specchia sul mare, con il Pennello che è un quartiere del paese reso famoso dalla canzone di Nilla Pizzi e soprattutto dalla bellezza naturale del luogo, un mare azzurro violaceo con una lunga lingua di sabbia bianca, una spiaggia rinomata contornata da tanti chioschi gelaterie e piccoli raffinati bar frequentati dai Vip che già arrivavano in quel tempo a Vibo Valentia, Pizzo Calabro, Parghelia e Tropea. La mitica Nilla Pizzi in “Notte a Vibo Marina" cantava e decantava proprio le bellezze della Vibo Marina calabrese anche se la canzone oggi sembra essere misteriosamente scomparsa nel nulla, non c'è più nemmeno nella sua discografia completa e nelle biografie ufficiali. Vibo Valentia con il suo Festival Calabrese della Canzone Italiana era, nei mitici anni Cinquanta e Sessanta, al centro dell'interesse delle grandi case discografiche, allora il festival di Vibo Valentia era importante e rinomato quanto quello di Sanremo. La canzone “Notte a Vibo Marina” ebbe come interprete, oltre alla grande Nilla Pizzi, anche la cantante Maria Luisa Pisan, che si presentò alla seconda edizione del Festival di Vibo Valentia indossando un costume tradizionale tirolese e vinse il secondo posto assoluto. Una curiosità: in provincia di Vibo Valentia l'unica copia conosciuta del rarissimo disco, completo di cover originale, la possiede Felice Muscaglione, noto talent scout già direttore di palco del Festival di Sanremo, mentre l'indirizzo con il file mp3 per ascoltare la canzone Notte a Vibo Marina è: http://www.vibomarina.eu/temp/Notte a Vibo marina-Nilla Pizzi.mp3
Franco Vallone

20 marzo alla Marina di Pizzo - Omaggio a Giuseppe Imineo

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On at 8:27 AM

L'invito dell'evento organizzato dal Circolo del Cinema “Lanterna Magica” di Pizzo e da “Le Stanze della Luna” di Briatico questa volta è davvero molto particolare. Contiene, al suo interno, una vera cine-reliquia, un frammento originale del primo schermo da proiezione cinematografica utilizzato da Giuseppe Imineo. Su questo telo, oggi ingiallito dal tempo, sono stati proiettati migliaia di film di ogni genere, davanti a questo schermo tanta gente ha sorriso, ha riso, ha pianto, ha applaudito e si è commossa, si è innamorata ed emozionata. Ed oggi è bello sapere che intere generazioni, con il loro sguardo e il loro guardare, hanno fissato per ore anche questo piccolo pezzo di schermo bianco. Quanta luce è stata assorbita, quante immagini, quanta vita è passata davanti a questo frammento di telo. Anche questa è la magia del Cinema. La serata, in programma alla marina di Pizzo, è un vero e proprio “Imineo Day” tutto dedicato all'ultimo cinematografaro di Calabria, e prevede tra l'altro la proiezione del video del ricercatore Salvatore Libertino “Intervista a Giuseppe Imineo al porto di Tropea”, una serie di letture e interviste in sala a cura di Vera Bilotta e Antonietta Villella del Circolo del Cinema “Lanterna Magica”, il conferimento della targa “Omaggio a Giuseppe Imineo” e la proiezione del docufilm di Valerio Jalongo “Di me cosa ne sai” lavoro con la partecipazione di Imineo e proiettato al Festival Internazionale del Cinema di Venezia. Nato a Filogaso, in provincia di Vibo Valentia, il 30 agosto del 1933, Imineo è, da sempre, prima di tutto un grande appassionato di Cinema. É il 1946 quando a Pizzo nasce, a cura della famiglia Ruoppolo, il mitico cinema Moderno nelle stalle di un palazzo nobiliare dei marchesi Stillitani. Successivamente sarà proprio Imineo a gestire, per tanti anni, questo magico luogo, una vera avventura per uno dei pionieri di questo tipo di attività nella nostra regione. Il grande locale di Pizzo deve essere trasformato in una sala di proiezione, proprio sulla mangiatoia dell'antica ex stalla viene ricavato e costruito un piccolo palco e su quelle polverose tavole di palcoscenico passeranno poi, negli anni, tanti stili di avanspettacolo, di teatro leggero, tanti personaggi del mondo dello spettacolo, della musica ed anche della politica. Imineo nel suo affascinante viaggio, nel corso della gestione dei cinema Mele e Moderno, incontrerà tanti vip di cinema e teatro, da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia all'inizio della loro carriera artistica, ad attori impegnati di teatro come Giuseppe Pambieri e Lia Tanzi, da registi come Gianni Amelio, Donatella Baglivo e Lucia Grillo, ad Elena Varzi, Saverio ed Eleonora Vallone e tantissimi altri grandi personaggi del cinema. Sul grande schermo bianco verranno proiettati migliaia di film di tutti i tipi, documentari, cartoni animati, film muti, in bianco e nero e a colori, cortometraggi, lungometraggi e cinemascope, cinegiornali della Settimana Incom e cinefilmati dell'Istituto Luce, pellicole in 16 e 35 mm. Il tutto proiettato con macchine da proiezione di tutti i tipi, veri marchingegni fumanti e rumorosi, prima a carboni e poi con modernissime e innovative lampade alogene allo xenon. Dal 1957 in poi lo stesso Imineo cura proiezioni presso i cinema mitici di quegli anni in tutta l'allora provincia di Catanzaro, dal Mele e il Moderno di Pizzo al cinema Massara di Briatico, al Miramare di Vibo Marina, dal cineteatro Valentini di Vibo Valentia fino a Curinga e Bagnara, e poi il cinema ambulante nelle piazze di tutta la Calabria che vede un errante Imineo con il suo furgoncino bianco, un mezzo attrezzato di tutto punto, da cui, aperte le porte posteriori, usciva la luce magica del cinema. Oggi Imineo possiede un patrimonio storico culturale e documentale davvero notevole costituito da un archivio con migliaia di affissi, fotobuste, manifesti e locandine, da bobine e pizze di film di tutti i tipi che scrivono e descrivono la storia del cinema dal dopoguerra ad oggi. Imineo nella sua carriera ha raccolto tante considerazioni sul suo lavoro fatto di luce che passa veloce sullo schermo, da quello di Vittorio Sgarbi con le sue forti critiche relative all'ambiente decadente del Moderno, alla regista italoamericana Lucia Grillo che dichiarò che “il Moderno di Pizzo è il cinema più bello mai visto in assoluto, altro che le fredde e lucide multisale di New York e Los Angeles... è questo il vero cinema con l'odore di cinema”. Questione di sguardi, di sensibilità e di gusto, aggiungiamo noi, di concezione romantica del cinema e del suo mondo ancora fatto di polverosi tendoni rosso porpora, seggiole di legno ripiegabili, poltroncine vellutate e teli bianchi che assorbono luci e suoni. Imineo, dicevamo, è oggi un vero appassionato del cinema e la sua fama di cinematografaro ha oltrepassato i confini calabresi. In questi anni è diventato un vero personaggio stimato da attori, registi ed esperti di cinema. Adesso, dopo sessant'anni, il cinema Moderno ha chiuso i battenti, come tutte le belle cose, come nelle belle avventure, c'è una fine a tutto e come nei film arriva alla fine il The End. “Ho visto chiudere il Mele di Pizzo, ci racconta Imineo, il Massara di Briatico, il Valentini di Vibo Valentia... io vado avanti, intendo continuare ancora con il cinema in piazza, programmare e con il mio gusto estetico fare delle scelte, con la mia memoria, con la mia lunga esperienza, ho in progetto una rassegna cinematografica tutta mia, è una cosa inedita e davvero tutta particolare: i sessant'anni di cinema raccontati attraverso una selezione di film del mio archivio-museo, dal lontano 1946 ad oggi, un sogno che intendo realizzare per tutti gli appassionati estimatori di cinema della Calabria”.
Ma la storia di Giuseppe Imineo non finisce con la chiusura dei tanti cinema della provincia di Vibo Valentia. La sua avventura continua oggi, come diceva lo stesso Imineo, con la luce, quella magica luce del cinema all'aperto, quella magica luce che tutto colora, che continua ad illuminare i grandi teloni bianchi stesi al vento, a creare immagini mosse dalla brezza marina su questi bianchi schermi che molte volte non riescono nemmeno a contenere l'intera immagine proiettata. Grazie all'opera di Imineo si vedono ancora improvvisi fuori quadro, fotogrammi in movimento, sfocature e immagini deformate anche su facciate di chiese e campanili, case e cose che circondano le piazze dei nostri paesi. Ancora oggi tante sedie in fila, il vecchio sgangherato furgoncino bianco allestito di tutto punto come una vera sala di proiezione, e la voce del cinematografaro di Filogaso:"abbassatevi così vedono tutti”, prima di passare davanti allo schermo ancora illuminato di sola luce bianca, e poi le ombre allungate che sfilano come giganti neri nella luce. Il cinema all'aperto è una vera e propria tradizione, purtroppo in fase d'estinzione, dei nostri paesi calabresi. “Dagli anni trenta fino agli anni sessanta – ricorda Giuseppe Imineo - molti proiezionisti giravano la nostra regione con furgoni e camioncini carichi di teli arrotolati, arcaiche macchine da proiezione a carboni, pizze di latta arrugginita e pellicole di celluloide che spesso prendevano fuoco all'improvviso”. Il furgoncino bianco di Imineo, prima della proiezione e per tutto il pomeriggio, girava per le strade del paese pubblicizzando l'evento previsto per la serata. La tromba amplificata fissata sopra il tettuccio del mezzo chiamava a raccolta, come un banditore, tutta la cittadinanza: "Donne, uomini e bambini, questa sera alle ore ventuno, tutti in piazza per un magnifico film, prima sarà effettuata la proiezione del "firmi luci" (di solito un breve documentario dell'Istituto Luce o un cinegiornale che precedeva la proiezione del vero e proprio film) ". Poi alle 21.00 sceso il buio, nella piazza la gente iniziava ad affluire per vedere il nuovo film. Molti entravano nella vicina chiesa per affittare le sedie numerate sullo schienale dipinto di rosso: una sedia dieci lire, due sedie venti lire. 10 lire di allora, quanto costava un cono gelato a due gusti o l'equivalente di dieci caramelle di zucchero alla menta, un solo obbligo: riportare le sedie dentro la chiesa alla fine dello spettacolo. Molta gente preferiva portarsi la sedia da casa, sottobraccio, per risparmiare le dieci lire, poi, dopo la caotica installazione della platea, finalmente si spegnevano le luci dei lampioni ed iniziava la proiezione con la macchina magica. Dal rumoroso proiettore usciva fumo, molte volte la pellicola scarrellava dalla bobina, altre volte la stessa pellicola di celluloide esplodeva e prendeva fuoco. L'audio della proiezione era un mix di colonna sonora originale, rumori di fondo, fruscii, urla e schiamazzi, risate e rumori di sedie spostate. Qualcuno, in prima fila, riusciva a sentire qualcosa, altri anziani, dietro, dormivano sulla sedia. Quando il film era in cinemascope bisognava allungare il telone con dei prolungamenti improvvisati ai lati, quando invece la pellicola si spezzava improvvisamente e il telone s'illuminava di bianco, era il momento per fare ombre cinesi, per urlare e fischiare fino a quando, riparato lo spezzone, non si riprendeva con la proiezione. Nella sola zona di Vibo Valentia in quel tempo vi erano numerosi "cinematografari di piazza", oltre a Imineo di Filogaso, c'erano i Rascaglia di Nicotera, i Grillo di Vibo Valentia, i Massara di San Costantino di Briatico, i Servello di Maierato, i Bonelli di Mileto, mastro Bruno Schiavello di San Costantino Calabro, altri proiezionisti anche a Curinga e Vibo Marina… Nei giorni di festa questi personaggi giravano le piazze di tutta la Calabria, paesi e paesini, contrade piccolissime, per proiettare film comici, storici e western, qualcuno si ricorda di aver visto "Tormento, Blek il macigno, I figli di Nessuno, Banditi a Milano, Catene con Amedeo Nazzari, o Non c'è pace tra gli ulivi con Raf Vallone. Le varie procure dei comitati feste, nell'organizzare le manifestazioni in onore ai santi patroni erano intenti a scegliere il film più richiesto con gli attori più graditi. A Rombiolo ci raccontano di quando nelle frazioni Moladi e Garavadi, rispettivamente il 6 e 8 dicembre di ogni anno, in occasione delle feste dell'Immacolata e di San Nicola, si svolgeva il film all'aperto proiettato da Giuseppe Imineo. In pieno inverno era una vera avventura, la gente oltre alla sedia si portava appresso anche il braciere acceso. Doveva essere davvero emozionante assistere ad una proiezione in quest'ambiente tra decine e decine di fuochi accesi e i fumi che si coloravano delle immagini proiettate. Il cinema era magia e continua, ancora oggi e a distanza di tanti anni, ad esserlo. Ma non finisce qui l'avventura di Giuseppe Imineo... Nel 2009 il regista romano Valerio Jalongo arriva in Calabria per girare alcune scene del suo Film Bianco, e proprio grazie al Circolo del Cinema Lanterna Magica di Pizzo avviene l'incontro del regista con Giuseppe Imineo. Un incontro che diverrà determinante per i contenuti culturali del film, per il titolo stesso (la scelta cadrà su “Di me cosa ne sai”, una spontanea frase di Imineo). Dopo il montaggio e l'uscita del film la pellicola viene presentata al Festival Internazionale del Cinema di Venezia. In quell'occasione Giuseppe Imineo, invitato ufficialmente, è presente in sala, mentre scorrono i titoli di coda del film viene invitato ad alzarsi in piedi in quella magica platea di registi, attori, giornalisti, addetti ai lavori e un pubblico di quelli importanti. Poi arriva la grande emozione, l'applauso della capitale italiana del cinema all'ultimo cinematografaro di Calabria.
Franco Vallone

Antonio Grano: Trilogia sulla conquista del Sud

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On at 8:22 AM

Antonio Grano, rigoroso ed attento intellettuale calabro-molisano nato a Cosenza ma con residenza a Macchia di Isernia, è un ultrasettantenne studioso e autore di sociologia storica che ha al suo attivo numerose pubblicazioni a stampa e su internet, rintracciabili sul suo sito www.antoniograno.it dove si può trovare pure la descrizione della recente trilogia di studi post-unitari basati sulla “contro-informazione” rispetto ai canoni storici prevalenti, ufficiali e celebrativi.
Dopo il primo libro del 2009 “La chiamarono unità d’Italia” ed il secondo del 2010 “Io, brigante calabrese”, Antonio Grano ha pubblicato proprio in questi giorni, sempre per le edizioni de L’Espresso di Roma, “Pietà per i vinti!” il terzo studio sui principali eventi che hanno caratterizzato il decennio più tragico della storia d’Italia (1860-1870), la conquista del Sud ad opera dei Savoia, sostenuti dalle maggiori potenze dell’epoca come Francia e Inghilterra.
La particolarità di “Pietà per i vinti!” consiste nella descrizione della guerra civile combattuta in Molise tra il 30 settembre e il 20 ottobre 1860 in Isernia e dintorni (specialmente nello scontro al passo del Macerone e le conseguenze immani sevizie subìte dal popolo) tra le truppe savoiarde di occupazione e quelle filoborboniche di difesa del regno invaso dai garibaldini e dai piemontesi. Un evento storico assai poco conosciuto dagli stessi isernini che Antonio Grano cerca di analizzare liberandolo dalle troppe falsità e discriminazioni.
Infatti, ricorrendo persino agli atti parlamentari del neonato Regno d’Italia e riportando citazioni importanti e rivelatrici, lo studioso calabro-molisano dimostra gli antefatti ed i fatti, le motivazioni segrete che portarono alla “questione meridionale” e che ridussero il sud Italia ad essere una ”colonia” del nord come attualmente resta pur dopo 150 anni di cosiddetta unità nazionale, con in più il rischio di un insidioso federalismo fiscale municipale che lo penalizzerà maggiormente.
Questa trilogia di Antonio Grano esce in occasione della ricorrenza del 150° anniversario dell’unità d’Italia (17 marzo 1860-2011) e nel contesto di quella vasta storiografia che tende a far luce su avvenimenti politici-militari e sociologici avutisi con e dopo la spedizione dei Mille di Garibaldi, con la caduta del regno delle Due Sicilie e la tragica repressione della resistenza meridionale e borbonica, etichettata negativamente come “brigantaggio”.
L’auspicio conclusivo di Antonio Grano per una definitiva “riconciliazione”, attraverso un risarcimento e un riequilibrio socio-economico nazionale tra nord e sud, dopo l’epocale spoliazione e le bibliche emigrazioni meridionali, è del tutto condivisibile e non più procrastinabile. Purtroppo le nuove tendenze disgregatrici e il sempre maggiore impoverimento del sud Italia, delle classi medie e subalterne, specialmente giovanili, stanno producendo situazioni di pericolo. Non è ardito, infatti, ipotizzare che l’Italia attuale rischia scenari non dissimili dalle rivolte in atto nella vicinissima Africa mediterranea e nel Medio Oriente: il fuoco di tali rivolte potrebbe estendersi pure all’attiguo meridione italiano se non anche al sud Europa di Grecia, Balcani, Spagna e Portogallo. I cosiddetti Sud del mondo sono in fermento ed anche le divaricazioni nazionali italiane, come specchio dello scontro epocale dentro i sistemi repressivi o falsamente democratici, possono nascondere quelle ribellioni non sopite fin dai tempi del brigantaggio post-unitario.
Dr. Domenico Lanciano

IX Marcia della penitenza a Paola (CS) domenica 13 marzo 2011

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On venerdì 11 marzo 2011 at 8:05 AM

Un grande progetto educativo per i giovani di padre Giovani Cozzolino, delegato generale per la pastorale giovanile dell’Ordine dei Minimi di San Francesco di Paola
La Marcia della penitenza non è una marcia contro qualcuno, ma una Marcia per un progetto di vita, che, se accolto, trasformerà le coscienze e ci renderà veri costruttori di vita felice, come ci insegna San Francesco di Paola: le speranze della Marcia di quest’anno sono incentrate sullo slogan Liberi per vivere una vita buona e il tema vuole contribuire a mobilitare le coscienze per una vera liberazione dai tanti mali dell’attuale società per vivere una vita buona, cioè rispettosa della dignità di ogni persona.
Bisogna impegnarsi tutti per una vera liberazione da:
• una criminalità organizzata: libertà e verità, e giustizia e moralità, sono tra le condizioni necessarie di una vera democrazia, fondata sull’affermazione della dignità della persona e della soggettività della società civile e la criminalità organizzata, rappresentata soprattutto dalle mafie che avvelenano la vita sociale, pervertono la mente e il cuore di tanti giovani, soffocano l’economia, deformano il volto autentico del Sud;
• un’economia illegale, che non si identifica totalmente con il fenomeno mafioso, essendo purtroppo diffuse attività illecite non sempre collegate alle organizzazioni criminali, ma ugualmente deleterie come l’usura, l’ estorsione, l’evasione fiscale, il lavoro nero ecc.;
• una vita povera: accanto alla risposta diretta della carità, è necessario aumentare la via istituzionale della ricerca del bene comune, inteso come esigenza di giustizia e di carità;
• la disoccupazione: la quale tocca in modo preoccupante i giovani e si riflette pesantemente sulla famiglia, cellula fondamentale della società e il problema del lavoro, soprattutto giovanile, è attraversato da una zona grigia che si dibatte tra il non lavoro, il lavoro nero e quello precario e ciò è causa di delusione, frustrazione e allontana ancora di più il mercato del lavoro del Sud dagli standard delle altre aree europee;
• l’emigrazione dei giovani: il flusso migratorio dei giovani, soprattutto fra i venti e i trentacinque anni, verso il Centro-Nord e l’estero, è la risultante delle emergenze sopra accennate e ai giovani bisogna far comprendere che loro sono i protagonisti di un Sud e di una Calabria migliore e che tutto ciò è questione di cultura e di una nuova mentalità e che non bisogna andare a cercare lontano un pezzo di terra pulita su cui mettere i piedi, ma produrla dove ci troviamo.
Bisogna impegnarsi tutti per vivere una vita buona nel:
• favorire una cultura della cittadinanza, del diritto, della buona amministrazione e della sana impresa nel rifiuto dell’illegalità, della criminalità organizzata, del lavoro nero ecc.
• puntare in un rinnovato impegno serio e coerente nei diversi settori dell’agire sociale e nella politica, soprattutto come servizio al bene comune;
• essere tutti veri protagonisti e testimoni di libertà:. i giovani del Sud sanno bene che cosa significhino omertà, favori illegali consolidati, gruppi di pressione criminale, territori controllati, paure diffuse, itinerari privilegiati e protetti, ma sanno anche che le idee, quando sono forti e vengono accompagnate da un cambiamento di mentalità e di cultura, possono vincere i fantasmi della paura e della rassegnazione e favorire una maturazione collettiva in una prospettiva di impegno per il cambiamento per testimoniare la libertà nel e del Mezzogiorno
• l’esigenza di investire in legalità, fiducia e rettitudine: lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l’appello del bene comune.
Questo il programma della giornata: domenica 13 marzo 2011 arrivo a Paola (CS) alle ore 15,30 e raduno in piazza IV Novembre; per le 16,15 è prevista la partenza. Dopo meno di un’ora l’arrivo al Santuario di San Francesco di Paola, dove si terrà la veglia di preghiera con alcune testimonianze e la lettura di «Noi ci impegniamo». Per le 19 è prevista la conclusione e il mandato a vivere una quaresima di carità.
Per ulteriori approfondimenti, foto e testi: www.giovaniminimi.it

Scherzi di Carnevale

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On mercoledì 9 marzo 2011 at 8:21 AM

C’era una volta un vecchio povero in canna, con molti anni sul groppone.
Un bel giorno, anzi, un brutto giorno, decise che era arrivata l’ora di passare a miglior vita, senza compiere gesti sconsiderati. Naturalmente non disse nulla ai suoi che gli volevano un bene dell’anima, non per questione di cuore, nel senso che sentivano forte il legame di sangue, ma per ragioni di pancia. Era lui, il grande patriarca a sfamare, in tempo di magra, l’intera famiglia. Come? Accumulando, in estate, viveri utili nella brutta stagione. L’inverno era lungo e freddo. Non dava scampo a chi voleva mangiare. Quando le provviste volgevano al termine, non restava che aprire la cascia (cassa) che conteneva la provvista di fichi secchi. I frutti, così abbondanti in agosto e settembre, conservavano là dentro caratteristiche insperate. Si arricchivano di tartaro (zucchero) nelle ciurme (sacchetti) di tela grezza. Non perdevano lo spessore, lucido e nero, sulle stecche di canna su cui erano stati infilzati dopo essere stati infornati. Diventavano unici nel sapore indotto con l’aggiunta di noci, mandorle, nocciole e giurgiulena (semi di sesamo). Volendo completare il gusto con i necessari aromi, si ricorreva pure a cannella e chiodi di garofano. Spezie ideali per una perfetta farcitura, di intuibile eredità araba, come il retaggio di tante altre buone leccornie tradizionali. Il consumo assicurava, da una parte, la sopravvivenza dei parenti, dall’altra, la voglia di essere il geloso custode dell’insolito tesoro. La combutta per la successione non aveva luogo se non dopo l’accompagnamento dell’avo al cimitero. Era lungo il percorso che si scatenava la faida per assicurarsi il titolo di degno erede del defunto, compianto per interesse e non per amore. A chjiavi de’ hjichi toccava all’autore del pianto più lungo. Proprio così! Il lamento era uguale per tutti, monotono e cadenzato da una sola interrogazione, sintetizzata in poche parole: «Nannu, nannu, duvi dassasti a chjiavi de’ hjichi?».«Nonno, nonno, dove hai lasciato la chiave dei fichi?». E via di questo passo.
Naturalmente il pover’uomo, ormai nell’aldilà, non era più in grado di fornire spiegazioni. Giaceva immobile nella bara, in attesa di sepoltura. Ma poiché anche quella costava, si decise, una buona volta per tutte, di incenerirlo su una pira. La caccia alla chiave, proseguiva, in modo intelligente, a fuochi spenti, quando si raccoglievano, le ceneri ormai fredde, non per gettarle in mare o disperderle nel vento, ma per cospargerle attorno al tronco degli alberi di fico che si dimostravano ancora più generosi l’anno dopo, quando toccava al più abile interprete del dolore della famiglia, trovare un altro nascondiglio.
La leggenda fin qui raccontata, si ricordava in Calabria, con un corteo funebre notturno, naturalmente burlesco, per le vie del paese, in onore del babbu (fantoccio) da bruciare tra la legna del falò, allestito nella piazza principale. La sceneggiata coinvolgeva grandi e piccoli, in processione dietro al pupazzo che rappresentava il cadavere del nonno. Per dimostrare il proprio cordoglio, bastava intabaccarsi in capi neri, che rendevano meglio l’idea della partecipazione alla finta contrizione. Dal corteo erano escluse le donne, forse perché impegnate seriamente a piangere la perdita dei loro uomini in circostanze davvero dolorose. Il giorno fissato per il funerale era il Mercoledì delle Ceneri, primo appuntamento quaresimale; dunque, secondo la logica della religione cattolica, fuori tempo massimo, rispetto a giovedì e martedì grasso, adatti a ridere e impazzire come mai nel resto dell’anno. La festa, considerata eredità pagana del passato, doveva necessariamente essere esclusa dal tempo dedicato allo spirito. Bisognava rinunciarci per assecondare il rito cristiano. Fu così che, nel corso degli anni, la singolare manifestazione passò sempre più in secondo piano fino a scomparire del tutto dagli aspetti leggeri e ridanciani del Carnevale nostrano.
Oggi, la tendenza comune è di dare vita a sfilate a tema. Una volta è il Settecento ad essere rappresentato da cicisbei e dame per le strade. In un’altra ci si trasferisce idealmente a Rio, con ballerini impegnati a ritmo di samba su palchi innalzati per l’occasione. Quest’anno, ovunque, è la volta del Continente africano con il Bunga Bunga in primo piano.
Al momento di andare in macchina con il giornale, non possiamo dire nulla delle sfilate calabresi più originali. Possiamo solo documentare quanto è successo negli anni passati. Tanto, per l’attualità, basta e avanza la realtà, molto più forte della fantasia. Con tutto quello che succede attorno a noi, giorno dopo giorno, ormai è Carnevale tutto l’anno!
Emma Viscomi

8 Marzo - San Costantino di Briatico celebra il Carnevale tradizionale tra i fumi piccanti di peperoncino

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On lunedì 7 marzo 2011 at 11:03 AM

È la tradizionale festa del re Carnevale che si svolge annualmente a San Costantino di Briatico, una festa “grassa” che anticamente veniva intensamente vissuta come momento di aggregazione e rappresentava la vera festa popolare. Era la festa senza alcun limite di espressione, era libertà assoluta, il luogo e il tempo del ridere, della follia e dello scherzo, ma anche del capovolgimento delle cose, dell’esternazione della materialità e dell’abbondanza alimentare. A Carnevale ogni gerarchia viene sovvertita, tutto diviene lecito, cadono i tabù ed i rapporti divengono disinibiti, superando i freni inibitori imposti dalle convenzioni sociali e le barriere culturali create da differenze di classe e di sesso. Il singolo diventa comunità, si spoglia della sua individualità per fondersi e confondersi nel vortice della festa che attraverso il mascheramento, la grassa carne di maiale, il vino rosso, la danza, la musica, il lamento rituale e i fumi piccanti del peperoncino, permettono di liberarsi, di annullarsi per ritrovarsi tutti assieme a condividere una emozione comune che esula dalla sfera del quotidiano. Anche a San Costantino di Briatico, a Carnevale, tutto il popolo era in piazza per costituire un allegro corteo funebre che accompagnava le spoglie di Re Vincenzo, rappresentato da un pupazzo di stoffa, cenci e paglia. Oggi, ancora una volta, si rivive l’atmosfera dell'antico Carnevale per come è stato tramandato e recuperato. Come spiega il presidente dell'Associazione Culturale Eleutherìa, Stefania Aprile, “si risvegliano dopo un lungo letargo durato più di sessanta anni i vari personaggi della storia di Carnevale. Riprendono vita i becchini che trasportano "'u catalettu" su cui è adagiato Carnevale seguito da tutta la folla che simula pianti grotteschi (cuvali); il prete che recita in latino maccheronico e incensa con fumo di polvere di peperoncino ed incenso; la moglie di Carnevale, Corajisima, vedova inconsolabile e la figlia rientrata per l'occasione dal convento.

Circondano la bara i membri della confraternita vestiti di bianco. Personaggio non di secondo piano è il medico”. Il rito quest'anno si arricchisce della messa in scena della farsa "U processu a Carnalavari", liberamente tratta dal poemetto in vernacolo del 1930 dal titolo "Discurzu a carnalavari". Con il recupero della tradizione del Carnevale si vuole anche rendere omaggio alla memoria di Grazioso Garrì, autore del poemetto curato dal figlio Giuseppe Garrì. "Oggi - scrive il Garrì - a distanza di poco più di mezzo secolo, poco o nulla rimane di quel mondo arcaico che improntò la vita quotidiana delle generazioni passate. Non senza rimpianto dobbiamo prendere atto che è definitivamente tramontata un'epoca. Un'epoca fatta per molti versi di privazioni e di stenti, ma anche di appartenenza e di aggregazione che aveva lo straordinario potere di animare la vita di un villaggio e di dare un senso alla grama quotidianità. L'evoluzione dei tempi ci ha fatto conoscere un relativo benessere materiale, ma nello stesso tempo ha cancellato tradizioni e costumi che avevano un'intrinseca valenza umana e culturale di cui tutti avvertiamo oggi la mancanza, ma che forse non riusciremo più a far rivivere”.

Il programma 2011 della manifestazione, organizzata dall'Associazione Culturale Eleutherìa e dalla Comunità di San Costantino, con il patrocinio del Comune di Briatico, prevede per martedì 8 marzo, alle ore 19.00 il “Processu a Carnalavari”, alle 20.00 il corteo funebre goliardico, alle ore 21.00 l'incendio del fantoccio carnascialesco e successivamente, a chiusura del rituale, il cosiddetto “ricunzulo”, con salsicce, vino e tarantelle per tutti.
Franco Vallone

A San Gregorio d'Ippona "GIGANTANDO"

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On at 10:56 AM

La Pro Loco di San Gregorio d’Ippona (VV) presenta per domenica 13 marzo 2011 il 1° Raduno dei Giganti “GIGANTANDO” a San Gregorio d’Ippona Piazza Duomo ore 14.30.

Straripano le fiumare, ingenti danni alla Marina di Briatico

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On at 10:51 AM

La storia, questo tipo di storia, nel vibonese ormai si ripete troppo spesso. Ancora una volta la Marina di Briatico viene completamente sconvolta dalla furia distruttiva dell'acqua delle fiumare, ancora un'emergenza maltempo per il paese rivierasco della Costa degli dei. A causa della forte pioggia le due fiumare di Briatico, Murria e Spataro, si sono improvvisamente ingrossate e sono straripate in più punti creando pericolosi allagamenti. In particolare ingenti sono stati i danni registrati presso il borgo marinaro della Rocchetta dove alcune imbarcazioni sono state trascinate in mare dalla furia dell'acqua. Completamente isolata, per alcune ore, tutta la zona della marina compresa tra le due fiumare, dove tra l'altro vi sono alcuni ristoranti, lidi e numerosi chioschi. Molti i disagi registrati da chi si trovava nella zona e dai numerosi pescatori della marina della Rocchetta che hanno cercato, sotto una pioggia battente, di mettere in sicurezza le loro imbarcazioni letteralmente in preda della furia delle acque. Avanzando faticosamente nel fango e con la melma fino alle ginocchia, i pescatori hanno cercato di costruire anche una improvvisata barriera protettiva utilizzando numerosi sacchetti di sabbia. Ad intervenire sul posto il sindaco del paese, Franco Prestia, e numerosi altri amministratori locali, gli uomini della Protezione Civile Regionale e Provinciale di Vibo Valentia, allertati direttamente dalla sede operativa di Germaneto, due squadre di Vigili del fuoco, Carabinieri e i Vigili Urbani di Briatico.

Una grossa ruspa, coordinata nei movimenti dagli uomini della protezione civile, ha cercato di risolvere i primi incombenti problemi rimuovendo numerosi detriti che ostruivano il piccolo ponte sulla fiumara Murria, proprio nei pressi della foce. I detriti, la terra, la sabbia e il fango ha creato in mare un inedito istmo, una stretta lingua di terra lunga più di cento metri. Per come riferito da uno degli anziani pescatori della marina “a memoria d'uomo non si era mai visto niente di simile”. Scene veramente apocalittiche si sono presentate agli occhi dei numerosi cittadini accorsi alla Rocchetta, quando l'acqua, ritirandosi, ha lasciato più di trenta centimetri di fango ed una massa veramente enorme di detriti di ogni genere, tronchi, pietre ed anche numerose carcasse di elettrodomestici.
Franco Vallone

La storia letteraria albanofona e Santa Sofia

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On martedì 1 marzo 2011 at 8:03 AM

La storia linguistico-letteraria della minoranza albanofona contiene caratteristiche uniche, rispetto alle altre.
Il rapporto con quelle presenti in Albania é di rilevante contributo alla nascita della lingua scritta e della letteratura albanese.
Gli arbëreshë hanno mantenuto e mantengono fortemente l’ideale legame con la lingua e i propri costumi tradizionali.

“É ella una vana curiosità l'indagar le origini delle Nazioni? è ella un'erudizione superflua il saper l'indole ed i costumi de' vari popoli della terra dubitare dell'utilità di simili occupazioni è camminare a gran passi verso la barbarie.
Difatti lo studio migliore, che sull'uomo far si possa, non è che nell' esame de' suoi costumi.
Ma se questi sono propri, o alieni, è degna considerazione di colui che con criterio ragiona: ciò ch'è alieno non fa il carattere dell' uomo, essendo l'animale il più attaccato all’imitazione; ma ciò eh' è proprio fa formare la vera idea dello sviluppo delle facoltà di lui.”

Il sentimento di appartenenza ad una comunità linguistica é stata cementata prima di ogni altra cosa dalla comunanza religiosa.
La tradizione linguistico-letteraria arbëreshë prima si divincola per poi intrecciarsi con la storia della lingua albanese di cui conserva gelosamente l’antica matrice.
Non esiste un rapporto gerarchico tra la lingua parlata dalle popolazioni arbëreshë e quella d’uso corrente in Albania pur avendo la stessa origine.
Più che di un rapporto tra esse, si deve parlare di lungue parallela e paritaria, che sviluppano diversamente perchè divise per un lungo periodo, caratterizzate dagli aspetti particolari di luogo, organizzazione sociale ed economico-giuridica.
La letteratura arbëreshe si sviluppa nel XVI secolo con la traduzione dall'italiano all’albanese della Dottrina Cristiana del gesuita Ladesma.
Dal secolo XVII al XVIII si osserva un decadimento della vita culturale e intellettuale nelle comunità arbëreshe, che ritornano agli antichi albori per merito degli ecclesiali, i quali cominciano ad interessarsi della storia della madrepatria, annotando dati, fatti, testimonianze del folklore e delle tradizioni, compresi usi e costumi.
Altro fenomeno rilevante è il fiorire di una poesia popolare nella forma religiosa che pur avendo poca pretesa artistica, divenne molto diffusa al punto di essere guida fondamentale.
La storia secolare della presenza arbëreshë nell’Italia meridionale ( minoranza etnica più numerosa) ha avuto un significativo punto di riferimento dal 1733 nel Collegio di San Benedetto Ullano, realizzato su proposta dei Rodotà e disposto dal papa Clemente XII del Casato dei Corsini.
Va segnalato l'apporto dato alla formazione letteraria arbëreshe dal Collegio Corsini trasferitosi nella nuova sede di Sant’Adriano a San Demetrio Corone nel 1794, ove però le genti residenti non compresero repentinamente la reale funzione, al punto che fu più volte depredato e incendiato.
I deus ex machina di questo progetto lungimirante fu Pasquale Baffi affiancato dagli esecutori materiali, Francesco Bugliari Vescovo da Santa Sofia d’Epiro e Domenico Bellusci Vescovo da Frascineto, tutti ispirati dall'azione di rinnovamento culturale e istituzionale intrapreso dagli ambienti inteltettuali partenopei di cui il Baffi ha rappresentato la massima espressione culturalesino al 1799, anno del suo martirio.
L’illustre studioso lasciò agli arbëreshë l’eredità di una posizione privilegiata nei movimenti politico-risorgimentali d’Italia di cui i degni prosecutori furono Pasquale Scura, Luigi Giura, Domenico Mauro, Agesilao Milano, Attanasio Dramis e Francesco Crispi.
Pasquale Baffi, ka Sën Sofia, uomo determinante, fece emergere la giovane letteratura italo-albanese dai ristretti ambiti della provincia, inserendola nel più vasto circuito europeo, le cui premesse consentirono di edificare, completandolo il percorso intellettuale a letterati come: Girolamo De Rada, Francesco Antonio Santori, Vincenzo Dorsa, Angelo Basile, Giuseppe Serembe, Luigi Petrassi, Vincenzo Stratigò, Giuseppe Angelo Nociti, Antonio Argondizza, Bernardo Bilotta, Demetrio Chidichimo, Pietro Camodeca de Coronei, Giuseppe De Rada, Agostino Ribecco, Salvatore Braile, Cosmo Serembe, Orazio Capparelli, Domenico Antonio Marchese, Michele Marchianò, tutti formatisi nella Scuola di Sant'Adriano; luogo culturalmente strategico evolutosi secondo i canoni e il pensiero del Sofiota, grazie al quale si è trovata la giusta ispirazione per offrire alla cultura albanofona valide certezze.
Arch. Atanasio Pizzi