La Mater Lacrimarum di Dario Argento, halloween, Ognissanti e due novembre

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On mercoledì 31 ottobre 2007 at 10:32 AM

Tra tradizione e mode culturali
Tempo buio, tetro, scuro, cupo, è il tempo dei morti, della memoria, della ricordanza ma anche di streghe, esoterismo e di mistero. Il regista Dario Argento, quello dell’horror più forte, non poteva trovare data migliore per presentare il suo ultimo film “La terza madre”. Un’antica urna incatenata ad una bara viene rinvenuta per caso e dissotterrata da alcuni operai lungo la strada che limita il cimitero di Viterbo. L’urna contiene un’antichissima tunica e alcuni oggetti appartenenti a Mater Lacrimarum, la Terza Madre. Unica sopravvissuta delle Tre Madri, le tre potenti streghe che dalla notte dei tempi spargono terrore e morte, Mater Lacrimarum si nasconde da secoli a Roma. Il suo risveglio scatena una serie di eventi misteriosi e terribili: il Male torna ad oscurare la città. Sarah Mandy (Asia Argento), giovane studiosa di restauro e collaboratrice, oltre che compagna, di Michael Pierce, curatore del Museo di Arte Antica di Roma, viene coinvolta nell’escalation di violenza che si svolge ad un ritmo sempre più frenetico. Sarah cerca di sfuggire ma non può, è la Terza Madre ora che la cerca, Sarah non sa che sua madre Elisa era una potente strega bianca uccisa brutalmente da Mater Suspiriorum, la strega di Friburgo. Aiutata dallo spirito della madre, da un’importante studioso di esoterismo, Guglielmo De Witt, e dal Commissario Enzo Marchi, capisce che non può fuggire ma deve affrontare il pericolo… In questi giorni di fine ottobre anche per le strade calabresi è facile vedere negozi, pasticcerie e bar con le vetrine stracolme di oggetti, gadget e dolci tutti rigorosamente di colore arancio e tutti aventi come tematica halloween, la festa, esportata da alcuni anni dagli Stati Uniti, che pone le sue antiche radici nel periodo della civiltà celtica. Ricordando le strade di Manhattan in questi stessi giorni, alcuni anni fa, quando un nostro amico entrando in un negozio della Grande Mela ne uscì dopo aver speso ben duecento dollari di soli gadget dedicati alla festa di halloween. L’uomo si rese conto, dopo l’uscita e la spesa, di aver comprato oggetti molto vicini alla cultura calabrese tradizionale. Zucche sdentate, cappellacci neri, candele di cera colorata… Non tutti ricordano che proprio in questo periodo, alcuni anni fa, vi erano anche da noi delle tradizioni per la ricorrenza della festa di Ognissanti e per la celebrazione dei defunti straordinariamente simili alla festa di oltreoceano. Ultimi giorni di ottobre, uno e due di novembre, un periodo a cavallo tra due mesi per ricordare nella nostra tradizione Cattolica, nel nostro calendario, che è festa dedicata a tutti i Santi e a tutti i nostri predecessori che oggi non ci sono più. Nel vibonese, come in altre zone della Calabria, abbiamo dimenticato, da anni, molte abitudini, tradizioni e usanze, legate certamente alla festa di halloween originaria che ha sicuramente riferimenti diretti con la giornata di Ognissanti e con quella dei morti del 2 novembre. Anche da noi, in questo periodo, vi era l’usanza di mettere, a sera, sul tavolo di casa un piatto ricolmo di cibo, con un pezzo di pane e una bottiglia di vino, un boccale d’acqua ed anche un mazzo di carte da gioco. Tutto questo per rifocillare i defunti che proprio in questo periodo, secondo la credenza popolare, di notte, vagano nel mondo dei vivi. In alcuni paesi della provincia di Vibo e nella vicina confinante provincia di Reggio Calabria, si usava raccogliere la cera che si scioglieva sulle lapidi dei cimiteri dai lumini votivi. Questa cera recuperata veniva fusa in delle forme, costruite con la canna, o in altri contenitori vegetali, cipolle, peperoni o piccole zucche, con un nuovo stoppino posizionato all’interno. Queste vecchie-nuove candele riciclate venivano poi utilizzate nelle “sere dei morti”, tra ottobre e novembre. Si girava per le strade del paese, si bussava alle case dei compaesani per chiedere qualcosa per i “beniditti morti”. In cambio si ricevevano dolciumi, qualche monetina o, molto più spesso, giuggiole, corbezzoli, sorbi, fichi secchi, castagne bollite, noci e nocciole. Altra usanza diffusa, tutta calabrese, era quella di andare in giro con delle grosse zucche svuotate e intagliate a forma di cranio sdentato, illuminate da una candela posizionata all’interno. Queste zucche dette “teste di morto” legano perfettamente e simbolicamente la nostra cultura tradizionale a quella di halloween e all’antichissima memoria celtica. Si andava in strada a raccogliere piccoli regali di parenti, amici e conoscenti, sempre in nome dei benedetti morti e successivamente si posizionavano le “zucche-teste di morti” sulle finestre delle proprie case, per illuminare, con la loro luce fioca, le notti più buie dell’anno. Sempre in Calabria, in questi giorni, è ancora oggi facile assaporare un particolare dolce bicolore dall’intenso profumo, confezionato con pasta di cannella, denominato proprio “ossa di morti”. Sono i dolci della devozione e del ricordo, sono elementi di una vera e propria alimentazione della memoria e dell’anima che ci permettono di recuperare le tradizioni più arcaiche, quelle che detengono la nostra identità culturale.

Franco Vallone

“Sinuosità” di Pietro Fantasia

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On giovedì 25 ottobre 2007 at 11:33 AM

Con il patrocinio del Comune di Vibo Valentia, assessorato alla Cultura e dell’Amministrazione Provinciale di Vibo, presso i locali dell’Archivio di Stato di via Palach di Vibo Valentia si terrà una mostra tutta particolare del pittore Pietro Fantasia dal titolo “Sinuosità”. Fantasia, artista di Lagonegro, da anni residente a Vibo, ha al suo attivo numerosi allestimenti espositivi in Italia, a Messina, Bari, Firenze, Lecce, Piacenza e all’estero, in importanti gallerie d’arte e sedi istituzionali con presentazioni e recensioni critiche, tra l’altro, del critico d’arte Franco Luzza e Teodolinda Coltellaro, del preside Giacinto Namia, dei giornalisti Giuseppe Sarlo, Giuseppe Orefice, Domenico Mobilio e Antonio Preta, della scrittrice Francesca Viscone, dei pittori Enotrio Pugliese e Michele Licata, di monsignor Onofrio Brindisi e dello scrittore Sharo Gambino. Quelli che il pittore Pietro Fantasia espone nelle sue tele, in questa mostra dal titolo “Sinuosità”, sul tema dell’erotismo, sono i segni della memoria che riaffiorano prorompenti e improvvisi nello spazio metaforico. Sono semplici piccioni, pesci, galli, buchi della chiave e mille altri simboli che rimandano ad un significato altro. Sono i segni di una sessualità velata e di un erotismo mascherato tra la normalità delle forme più comuni, caricati da profonde concettualità di un mondo oppresso da tabù, preconcetti e falso perbenismo. Un mondo, quello dipinto da Pietro Fantasia, molte volte sbirciato con velato rossore attraverso i simbolici buchi della chiave o i piccoli squarci di giornale, che si aprono su una tematica per molti difficile da affrontare.Fantasia è reduce di una importante donazione, una sua grande opera pittorica è stata recentemente consegnata, svelata dal sindaco della città, Franco Sammarco, alla sede della Società Operaia. La mostra “Sinuosità” si concluderà il 30 novembre.
Per ulteriori informazioni si può visitare il sito dell'artista.

Franco Vallone

Era tutto già scritto

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On lunedì 22 ottobre 2007 at 2:17 PM


Tutto come al solito, stesso identico copione ripetuto fino alla noia, il tutto in un uno scenario in cui la Giustizia e lo Stato appaiono ormai privi di ogni credibilità.
E’ di pochi giorni fa la notizia che la procura di Catanzaro ha avocato l'inchiesta "Why Not" sul finanziamento illecito ai partiti, truffa e abuso d'ufficio. Il procuratore generale facente funzioni, Dolcino Favi, avrebbe tolto a De Magistris la titolarità dell’inchiesta in quanto giudicato “incompatibile” nel procedimento legato alla richiesta di trasferimento cautelare d'ufficio che è stata fatta nei suoi confronti dal ministro della Giustizia Mastella direttamente coinvolto nella stessa inchiesta.
Molti non si scandalizzano più di fronte a fatti annunciati come questo e ciò è un segnale preciso ed inconfutabile del degrado morale a cui si è arrivati oggi in Italia.
A riguardo, spesso, si sentono accuse rivolte ad una società civile italiana incompiuta o addirittura inesistente. Chi di noi non ha mai pensato che la causa di tutto possa essere trovata nella nostra pseudo società civile, nella sua latitanza o corruzione? Una società "civile" che con troppa facilità scambia l’interesse comune con la speculazione di pochi eletti?
Se ne dà la colpa ad un'unità di Italia troppo tardiva, ad un patrimonio genetico tutto italiano, a qualunque cosa possa giustificare il fatto che solo in Italia possano accadere cose del genere.
Una cosa è certa, una nazione in cui la sicurezza del giudizio e della pena non sono uguali per tutti, non è una democrazia. Sembra che da noi cose bestiali e vergognose possano essere perpetrate alla luce del giorno ed allo stesso tempo non generare in seno ai cuori un benché minimo segno di malumore o d'impegno sociale affinché certe cose non abbiano più a ripetersi.
Su, diciamolo con tutta onestà, quanti di noi, appresa una qualunque notizia che abbia a che fare con la Giustizia, con lo Stato ed in una parola col POTERE, non sono portati in modo automatico ad affiancarle immagini di patti segreti, truffe all’italiana, raccomandazioni, fiumi di soldi, omicidi ed insabbiamenti?
A me capita di continuo. Forse mi si dirà che sono uno di quei tanti pazzi che vedono complotti ovunque, come se questo non fosse il paese delle stragi, della mafia, delle relazioni acclarate tra criminalità ed istituzioni, dei conflitti d’interesse, del potere ad ogni costo! Allora, forse, mi si dirà che ciò è normale visto che sono figlio di questa m... di società civile italiana e che di conseguenza non posso aspettarmi niente di meglio!
Siamo ormai arrivati al punto che tendiamo a cercare in noi stessi, nel nostro essere italiani, nel nostro stesso patrimonio genetico la causa e la giustificazione di qualunque stortura del mondo che ci circonda.
Il capo è una testa di c...? Che ci vuoi fare, lui sta lassù è normale, lo faresti anche tu al suo posto!
I ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più accattoni? Così va la vita, l’importante è che tu appartenga alla prima categoria o che, altrimenti, non ti ponga troppo spesso certe domande (per la tua salute psichica certo)!
La giustizia non è uguale per tutti? E chi lo dice? Dove sono le prove? E comunque, pensi davvero sia facile prendere decisioni importanti, trovarti sempre tra mille fuochi e non doverti mai sporcare le mani per arrivare alla migliore soluzione possibile?
La politica non è più il luogo deputato al bene pubblico, ma una casta di privilegiati ed intoccabili professionisti, dediti a procurarsi specchietti per le allodole per sviare gli sguardi (qualora ce ne fosse ancora la necessità) dai loro giochetti personali? Ma figliolo, chi ti ha messo in testa queste cose? Come puoi dire che la politica è solo per pochi visto che hai ancora il diritto di voto e puoi iscriverti liberamente a qualunque movimento politico?
Le facce sono sempre le stesse? Vuol dire che quelle personcine hanno lavorato bene e che sono amate e di conseguenza ricambiate col voto!
Ecco, sono queste le domande che milioni di persone si fanno ogni giorno in Italia e queste le risposte che si sentono dare (o che addirittura si danno ormai da sole) da televisioni, giornali, pulpiti e piazze.
Una valanga di domande legittime in un paese allo sbando e con l’acqua alla gola, dove poter lavorare, avere una casa e fare un figlio sono diventati i veri sogni proibiti della maggioranza delle persone. Ebbene con cosa si risponde a queste domande?
Sono finiti i tempi della speranza e delle promesse con tanto di firma su contratto (lo hanno capito anche quelli lassù): alle favolette non ci crede più nessuno.
Il problema, tuttavia, non si pone: il più è fatto, l’opera di rincoglionimento totale della società italiana è ormai completa; oggi ci si può permettere tutto, calpestare la dignità delle persone, ignorare l’appello dei deboli, rispondere a qualunque domanda con una sequela infinita di luoghi comuni e con le peggiori idiozie che la mente umana possa produrre. La gente comune (la maggioranza) è abituata, ormai, alle tonnellate di m... che giornalmente le piovono addosso dalle stanze del potere occulto e non. E qualora qualcosa dovesse sembrare troppo assurdo per essere spiegato nel modo consueto, si potrà sempre ricorrere alla più folgorante delle risposte, la più micidiale nelle sue conseguenze ed implicazioni, quella per cui tutto anche il peggiore dei crimini può trovare la sua naturale motivazione nel nostro “essere italiani”. Quando una discussione, qualunque essa sia, termina con la frase “D’altro canto siamo in Italia” vuol dire che la discussione è finita, che più in là è bene non andare, quelle parole rappresentano le nostre moderne colonne d’Ercole. Siamo così barbaramente abituati a farci del male che la nostra autostima ha raggiunto la sua più bassa espressione proprio in questa frase che meglio di qualunque altra esemplifica il malessere del nostro mondo. Un mondo senza speranza. Ce l’hanno rubata, l’hanno prima tradita e poi ce l’hanno portata via, un pezzo alla volta, giorno dopo giorno ci hanno abituati a dare per scontato che non siamo altro che “Italiani”.

Potenzoni festeggia San Francesco di Paola

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On at 9:49 AM

A cinquecento anni dalla morte del Santo, oggi (domenica 21 Ottobre) a Potenzoni di Briatico è festa grande dedicata a San Francesco di Paola a cinquecento anni dalla morte del Santo. Per l’occasione una reliquia di un frammento d’osso del Santo è stata portata in chiesa assieme ad un antichissimo crocifisso. Nella preghiera stampata sul retro del santino, distribuito in questi giorni in chiesa, si legge testualmente: “O grande nostro protettore, S. Francesco di Paola, noi di Potenzoni siamo orgogliosi perché sei voluto venire a restare tra noi dopo il disastroso terremoto che ha distrutto la tua chiesa nel piccolo convento…” La scultura lignea che raffigura San Francesco di Paola che si venera a Potenzoni di Briatico a guardarla da vicino, così lucida, restaurata da poco, con la figura del santo che indossa degli strani alti zoccoli, sembra quasi non essere antica, invece è, realmente, una interessante e preziosa scultura del XVI secolo, vale a dire scolpita solo pochi anni dopo la morte di San Francesco. Il paese di Potenzoni, proprio grazie ad un grande convento del 1550, intitolato a San Nicola dei Minimi fondato da Padre Giovanni Schiavo da Tropea, conserva una delle prime immagini di San Francesco di Paola. I minimi di San Francesco di Paola, i cosiddetti “paolotti”, che gestivano questo antico convento, circuitarono attivamente a Potenzoni fino alla distruzione della struttura, avvenuta a causa del violento terremoto del 1783 che distrusse anche il vecchio abitato di Briatico. Ogni anno in ottobre a Potenzoni si festeggia in modo devozionale San Francesco di Paola, la chiesa di “Santa Maria di Potenzono”, ricordata già nell’elenco delle chiese del Feudo di Briatico del 1310, conserva ancora quella preziosa statua lignea di San Francesco di Paola proveniente dal “cummentu” a cui la gente è particolarmente legata da devozione popolare che è spontanea fede e religiosità profonda. San Francesco era nato a Paola il 27 marzo 1416, morì il 2 aprile 1507 a Plessis-les-Tours, vicino Tours in Francia dove fu sepolto, era un Venerdì Santo ed aveva 91 anni e sei giorni. Già sei anni dopo papa Leone X nel 1513 lo proclamò beato e nel 1519 lo canonizzò; la sua tomba diventò meta di pellegrinaggi, finché nel 1562 fu profanata dagli Ugonotti che bruciarono il corpo; rimasero solo le ceneri e qualche pezzo d’osso. Queste reliquie subirono oltraggi anche durante la Rivoluzione Francese; nel 1803 fu ripristinato il culto. Dopo altre ripartizioni in varie chiese e conventi, esse furono riunite e dal 1935 e 1955 si trovano nel Santuario di Paola; dopo quasi cinque secoli il santo eremita ritornò nella sua Calabria di cui è patrono, come lo è di Paola e Cosenza. Quasi subito dopo la sua canonizzazione, furono erette in suo onore basiliche reali a Parigi, Torino, Palermo e Napoli e il suo culto si diffuse rapidamente nell’Italia Meridionale, ne è testimonianza l’afflusso continuo di pellegrini al suo Santuario, eretto fra i monti della costa calabra che sovrastano Paola, sui primi angusti e suggestivi ambienti in cui visse e dove si sviluppò il suo Ordine dei ‘Minimi’.

Franco Vallone

Murat, Ciak a Pizzo si gira il re d’autunno

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On martedì 16 ottobre 2007 at 5:18 PM

Giorno 14 ottobre nel castello di Pizzo si è svolto un convegno promosso dall’associazione murattiana, presieduta da Giuseppe Pagnotta, nel giorno della commemorazione della fucilazione di re Gioacchino Murat con successiva messa celebrata presso la chiesa matrice di San Giorgio dove il re è sepolto. Alla presenza del sindaco sono intervenuti autorevoli storici. Ha chiuso gli interventi Achille Concerto, autore del copione che dovrà essere utilizzato per il film “Gioacchino Murat re d’autunno”. Concerto è intervenuto anche quale portavoce della produzione “Stile D’Epoca”, dell’architetto Giuseppe Bruzzese e della regista Donatella Baglivo di “Ciak 2000” . Lo stesso, dopo un breve escursus storico su Gioacchino Murat, ha annunciato alla città l’inizio della lavorazione del film. In mattinata, intanto, si era tenuto un incontro programmatico tra la produzione e la troupe della regista Donatella Baglivo ed erano stati ultimati i sopralluoghi per le scene con il direttore della fotografia. Alle domande dei presenti il portavoce, nonché autore del film, ha specificato che il personaggio Murat è stato da lui rivisitato oltre che sotto il profilo storico anche sull’aspetto psicologico dell’uomo lasciando intravedere un Murat patriota del risorgimento italiano antilitteran. Sulle domande riguardanti la trama lo stesso Concerto ha preannunciato una successiva conferenza stampa che entro il prossimo mese verrà tenuta da produttore, regista e autore. Riserbo assoluto per i luoghi, oltre che a Pizzo, dove verranno girate le scene e per quanto riguarda gli attori principali, mentre per quanto riguarda tutti gli altri attori e comparse lo stesso ha precisato che è intenzione, sia della produzione che della regia, di utilizzare al meglio tutte le risorse del territorio calabrese e che a tal proposito oltre alle location saranno al più presto a mezzo stampa pubblicate le richieste per i provini. Il convegno si è concluso con l’intervento del sindaco di Pizzo il quale ha elogiato l’iniziativa esprimendo la collaborazione sua e dell’amministrazione.

Franco Vallone

Preti pretini e pretoni

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On mercoledì 10 ottobre 2007 at 10:22 AM


S’intitola “Il clero della diocesi di Mileto – 1886/1986” ed è una vera e propria storia sociologica del clero della diocesi di Mileto scritta dal di dentro ma senza alcun condizionamento, smascherando all’occasione colpe e riscoprendo, allo stesso tempo, pregi e qualità. Una lettura e una riscrittura effettuata seguendo antichi inediti carteggi, testimonianze documentarie scritte e orali. Storie ordinarie e straordinarie di preti, atti d’amore verso la Chiesa e opere sociali proiettate dalle chiese sul territorio. Sono tanti e improponibili i detti popolari del vibonese sui preti. Detti popolari forti per far capire, senza ombra di dubbio, distanze e preclusioni. Ma quale tipo di visione poteva esserci sul territorio della diocesi di Mileto, quale rapporto tra i fedeli e i preti, al di là del momento liturgico della messa? Lo studio di Don Filippo Ramondino, appena uscito in libreria per la casa editrice Qualecultura diretta da Francesco Tassone, analizza cento anni della millenaria storia della diocesi di Mileto. Cento anni di preti, pretini e pretoni, uomini poveri, modesti, devoti o potenti e nobili che hanno fatto della loro vita la vita della Chiesa di Cristo. Come scrive il vescovo Domenico Tarcisio Cortese nelle pagine di presentazione del volume “il prete è una vita chiamata, consacrata, donata perché con la sua dedizione totale ed esclusiva, gioiosa e generosa, possa servire la Chiesa “popolo di Dio” nella dimensione evangelica del servizio sulle orme di Cristo, che non è venuto per essere servito, ma per servire donando tutta la sua vita fino alla morte di croce”. I preti gruppo, i preti persone, la vita del prete, c’è proprio tutto in queste interessanti pagine. E in queste pagine abbiamo incontrato un’altra frase importante, di quelle che bisogna sottolineare di rosso: “il prete esprime la vitalità e la fecondità della comunità cristiana, mentre la comunità è il riflesso e lo specchio della dedizione e dell’amorevole cura del clero” e poi, in un rimarcare ancora più forte: la crisi della vocazione è sempre crisi della comunità”.
Don Filippo Ramondino, attraverso questo prezioso cofanetto contenente due raffinati volumi, sapientemente curati nella veste grafica da Adhoc, sfiora e approfondisce, nei cento anni di vita e di storie che vanno dal 1886 al 1986, un percorso umano e istituzionale, un percorso composto dal clero diocesano calabrese.
Molti dei protagonisti di questa storia forse appaiono per la prima volta in un libro stampato, i loro nomi sono contenuti sicuramente nei libri manoscritti ecclesiastici conservati negli armadi delle chiese, libri dei morti, libri dei battezzati, libri dei matrimoni, o negli appunti “ai posteri”. Migliaia di pagine che hanno fermato per sempre altre storie laiche e personali, sacralizzato storie d’amore, ultimi giorni terreni, attimi di eternità, giorni unici, importanti, felici, tristi. Giorni da ricordare, giorni da dimenticare, memoria e dimenticanza. Giorni, mesi, anni che formano un intero secolo tra ben più vasti millenni. Questi preti raccontati oggi non ci sono più ma si ritrovano tutti assieme nel dizionario bio-bibliografico di Ramondino per raccontare ancora con le loro vite-servizio. Nel vasto archivio della diocesi di Mileto Filippo Ramondino scava in profondità per far parlare i documenti inediti, quelli più nascosti, quelli che sembravano normali, poco interessanti per altri. Da questa certosina ricerca riaffiora un vero universo, una storia complessa dove l’azione e l’impegno del clero, l’associazionismo cattolico, i preti con le stellette, la formazione ecclesiastica escono fuori tra forti resistenze culturali tipiche di calabresi e meridionali, e poi asperità territoriali e geografiche, emigrazione, isolati curati di piccole chiese di campagna lontani da tutto. Dopo i cenni storici della diocesi di Mileto, Ramondino passa ai dati biografici dei vari vescovi. Ma la parte interessante viene dopo, quando si apre alla lettura la tematica del come sono state affrontate, dai vari preti in ambito locale e diocesano, le svolte epocali, i catastrofici eventi naturali e i grandi globalizzanti fenomeni sociali, i tanti ripetuti terremoti, le carestie, l’emigrazione, le povertà e la fame, le guerre. Tutto questo ha avuto una forte e naturale influenza anche sulla diocesi di Mileto, sulla Chiesa locale, sulla profonda religiosità delle persone e sulle dinamiche dell’ambiente sociale e culturale.


Nel primo volume don Filippo Ramondino affronta il tema della formazione del clero nella diocesi di Mileto, la storia più antica, quella millenaria, con il personale insegnante, le varie classi di studio, la formazione dei preti del primo novecento in questa vasta e popolosa diocesi di Mileto. Prima del secondo capitolo un inframezzo di trentadue pagine di immagini e didascalie fanno letteralmente immergere il lettore in questo mondo riportato oggi in bianco e nero dalle foto d’archivio che ritraggono i tanti alunni del seminario vescovile, i momenti di ricreazione nell’atrio del seminario, i superiori e gli alunni, il cortile, il refettorio, i palazzi austeri, il Convitto Filangieri, e poi ancora altre icone del tempo passato, immagini del terremoto del 1908, il seminario estivo di Nao, quello sulla spiaggia di Sant’Irene di Briatico, la cappella del seminario di Mileto, lo studio, i dormitori, i momenti di svago, le ordinazioni sacerdotali, le foto di gruppo e gli attimi fermati dei momenti importanti come potevano essere la messa in posa di una prima pietra, i pellegrinaggi, gli esercizi spirituali, le vestizioni, le consacrazioni, le visite pastorali, l’ingresso in diocesi, le processioni e il congresso catechistico.
Momenti, attimi, particelle iconografiche di un mondo complesso che sfiora, penetra, s’incontra e vive profondamente con l’esterno e con la gente. Il secondo capitolo s’intitola “Identità e ministero pastorale prima del Concilio Vaticano II”, i temi trattati le tensioni sociali del clero, l’associazionismo, l’emigrazione, i preti con le stellette nelle due grandi guerre mondiali, il sostentamento economico, le chiese e l’abitazione dei parroci, l’impegno parrocchiale nel dopoguerra, l’impegno sociale e assistenziale, la disciplina ecclesiastica. Si passa subito dopo al capitolo successivo con il dopo concilio Vaticano II. Un capitolo che tratta le crisi, la contestazione, la crisi delle vocazioni e dell’identità, lo smembramento della diocesi e il problema della sede diocesana, il tramonto di istituzioni e tipologie clericali, i curati di campagna, la riforma liturgica, l’impegno pastorale, sfide di un tessuto sociale malato e imborghesito, il consiglio presbiterale, quello pastorale e gli organismi interdiocesani.
Le conclusioni sono, a nostro parere, una preziosa chiave di lettura per tutto il lavoro, consigliamo di leggerle prima di iniziare a leggere lo stesso libro. Il secondo volume del cofanetto è un dizionario bio bibliografico del clero della diocesi nello stesso spazio temporale trattato nel primo volume e quindi i due volumi si supportano sapientemente a vicenda. Presentato dal vescovo emerito di Lamezia Terme monsignor Vincenzo Rimedio, il volume propone le tante esperienze sacerdotali del secolo scorso, quali trattate con un profilo soddisfacente quali con dati minimi a causa di inesistente documentazione. Da Acquario Girolamo di Arzona a Zupo Nicola di Mileto, centinaia di preti, pretini e pretoni. Preti, tutti diversi l’uno dall’altro ma tutti fedeli in Cristo.
Franco Vallone