"Riflessi di luce" il libro di Francesco Riggio musicista controcorrente di Briatico

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On venerdì 25 febbraio 2011 at 8:00 AM

Si intitola "Riflessi di luce" il nuovo volume di Francesco Antonio Riggio, ottanta pagine, una raccolta di poesie ma anche di pensieri, canzoni, riflessioni, aforismi, preghiere e tanto altro ancora. Artisticamente conosciuto come Fog, Riggio è principalmente un paroliere cantante musicista controcorrente. In questo volume di miscellanea ha un forte bisogno di comunicare, l'autore cerca di delineare, di chiarire e di illustrare al meglio il suo stile poetico, un'impronta artistica tutta personale nel comporre versi poetici, ma anche il pensiero sulla realtà che ci circonda. Riggio scrive nell'introduzione alle pagine e si presenta al lettore: "sono un artista povero perché seguo i miei ideali, senza farmi contaminare dalle mode passeggere, dalle correnti filosofico-mondane, dal fai come fanno tutti". Francesco Riggio, Fog, è un giovane con tante idee in testa che da anni porta avanti grazie, principalmente, alla profondità della sua fede. Nato a Tropea, oggi vive e lavora a Briatico dove ha cominciato a studiare batteria, poi, successivamente, tanti altri strumenti, la chitarra, il basso, il piano ed anche il canto. Anni e anni a cantare e suonare tutti i giorni e a comporre, a scrivere le sue canzoni. Ad oggi Francesco Riggio ha pubblicato ben nove album e la sua speranza più grande è quella che la sua inedita testimonianza di scrittura e di musica possa “aiutare la gente ad aprire gli occhi su ciò che la circonda e sull'immensa pressione del sistema chiamato mondo! La vera libertà - aggiunge- consiste nel non farsi soggiogare dal male, ma nel vivere i propri ideali, soprattutto nell'amore. La fede e l'amore sono le chiavi della libertà dell'uomo!”. Il suo personale obiettivo è quello di “liberare la musica dalle catene che la legano al conformismo e al mercato, diffondendo un genere di musica senza fini di lucro. Suonare deve essere prima di tutto una passione che va esercitata liberamente- continua- permettendo così all'artista di esprimere il proprio talento senza alcun vincolo dovuto ad un resoconto economico".

Riggio afferma di non prediligere un solo tipo di musica, ma molti generi che vanno dal Rap al Rock, dal Blues al Folk, dal Jazz all'elettronica, il tutto unito ad un pizzico di Psichedelica, uno stile di musica atmosferica tutto personale. Oltre alla passione per la musica Francesco Riggio ama le arti visive, la natura, la preghiera, la storia... Ha un forte dissenso per la televisione che considera ormai solo come "uno strumento di commercio, senza più contenuti educativi, che potrebbe e dovrebbe veicolare cultura e invece non fa altro che plagiare la mente delle persone con programmi scandalistici e privi di pudore". La sua è una vera e propria corsa controcorrente e forse, aggiungiamo, anche contromano.
Franco Vallone

Proposta una giornata di lutto per il Sud Italia martire

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On martedì 22 febbraio 2011 at 10:29 AM

Il governo italiano pare abbia proclamato “festa nazionale” (con ovvia vacanza) il prossimo giovedì 17 marzo, giornata in cui ricade il 150° anno della cosiddetta “Unità d’Italia” ma la Confindustria della Marcegaglia, la Lega di Bossi, la ministra della scuola Gelmini, il presidente della Provincia Autonoma di Bolzano e altri vogliono che si lavori e che si faccia finta di niente.
Invece, l’associazione culturale informale “Università delle Generazioni” di Agnone (Molise), che si lavori o no, intende invitare tutti gli italiani, presenti dentro e fuori i confini, a riflettere bene su questi 150 anni e ad osservare una giornata di lutto nazionale per il Sud martire a causa dei misfatti post-unitari, la cui effettiva consistenza va ancora pienamente chiarita e a tal proposito l’associazione propone di realizzare una vera e propria “Università del Sud” che sia base di rilancio e di giustizia per il meridione italiano, distrutto e fatto triste colonia tuttora fortemente discriminata.
Ricordando che l’associazione “Università delle Generazioni” non è contro l’Unità d’Italia ma per la piena verità storica ed il conseguente riconoscimento dei torti inflitti al Sud e, quindi, per i dovuti risarcimenti economici, politici e morali, il fondatore-responsabile dell’associazione, il giornalista Domenico Lanciano, torna ad invitare il Presidente della Repubblica Napolitano a recarsi a Catanzaro per celebrare il nome “Italia” nato proprio in quella zona della Calabria quasi quattro millenni fa. Una visita dovuta questa per celebrare il nome “Italia”, visto e considerato che i simboli-base costituenti uno Stato sono il territorio, il popolo, il nome, la bandiera e l’inno; visto e considerato che il Presidente Napolitano ha già reso solennemente omaggio alla bandiera il 7 gennaio scorso in Reggio Emilia città dove il tricolore italiano pare sia nato.
Inoltre, la cosiddetta “congiura del silenzio” ha avvolto i grandi crimini della Storia recente, dagli stermini nazisti a quelli mao-stalinisti, dalle foibe alla distruzione del Sud Italia e ai variegati “crimini democratici”. Però, mentre per il solo olocausto del popolo ebraico è stato proclamato istituzionalmente il “giorno della memoria” (il 27 gennaio) e “il giorno del ricordo” per le vittime delle foibe (il 10 febbraio), non si è ancora fatto niente per ricordare tutti i martiri a livello mondiale e, in particolare, quelli post-unitari del Sud Italia. Ma, grazie alla vasta pubblicistica che sta emergendo nel Sud contro il buio colpevole imposto dalla cultura predominante, sta nascendo un movimento spontaneo che chiede giustizia pure per il Meridione italiano e non solo.
Infatti, la distruzione post-unitaria del Sud Italia sta diventando il simbolo mondiale di tutti gli altri stermini e genocidi della storia recente e remota. Cosicché, l’Università delle Generazioni, prendendo spunto dell’eccidio del Sud Italia post-unitario, proclama il 17 marzo di ogni anno, data che già ricorda la cosiddetta unità italiana, “giornata della memoria mondiale dei popoli” per riflettere su piccoli e grandi genocidi avvenuti nel corso della Storia umana. E poiché sono eventi fin troppo ricorrenti anche oggi in tante parti del mondo, sarebbe utile far riflettere specialmente le nuove generazioni sul pericolo della violenza individuale e di massa, nonché sull’assoluta necessità della pace, della giustizia, del dialogo, della migliore convinenza tra i pur diversi popoli e le pur differenti culture. Il mondo si globalizza sempre di più e si deve lavorare alacremente per il rispetto e la concordia tra le innumerevoli comunità umane. Altrimenti le usurpazioni, le violenze, i crimini e i genocidi si ripeteranno ancora e con maggiore atrocità.
Dr. Domenico Lanciano

Roberto Benigni patriota a denominazione d'origine controllata - L'Italia ringrazia

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On at 9:45 AM

Si presenta e soverchia il vuoto politico in chiave comica (ma non troppo), sociale, storica e culturale. L’ingresso è trionfale, in groppa a un cavallo bianco e in mano il tricolore. Novello Garibaldi, è pronto a combattere nel luogo apparentemente meno indicato e invece più congeniale. Il Festival è la ribalta ideale per parlare a milioni e milioni di persone. Il palco è pieno di aspettative. Il microfono è aperto. Lui non vede l’ora di sciorinare la sua lectio magistralis, non da docente universitario, ma da uomo dabbene, in grado di esprimere concetti profondi e di rapida interpretazione. Benigni ha il dono della parola. Ha il fascino dell’oratore più convincente. Non è la prima volta che intrattiene il pubblico con la grinta e la leggerezza che gli sono abituali. Questa volta supera se stesso con argomenti da manuale. Lo spettacolo, o vogliamo chiamarlo discorso?, resterà negli annali televisivi mondiali. Gli argomenti trattati sono tanti, attinti a piene mani dal bagaglio culturale personale. Il sapere di cui il Roberto internazionale dispone, è al di sopra delle possibilità dei comuni mortali. Fa il resto la sua capacità di comunicazione, la logica mostruosa di cui dispone, la sua strepitosa memoria. Pico della Mirandola, al confronto, diventa un dilettante allo sbaraglio. Il frutto della passione (dal greco pathos, uguale a sentire, avere coscienza e cognizione delle proprie emozioni) gli regala, al momento opportuno, ciglio e cipiglio. Con randello interdentale, fustiga chi crede di essere portatore sano di idee malsane. Lui, toscanaccio perspicace e sagace, interpreta a dovere lo sdegno dei benpensanti, restando sospeso tra il serio e il faceto. Lo fa in modo così semplice e cordiale che guadagna le simpatie anche dei più restii, abbarbicati su posizioni che non intendono mollare neanche per amore della Patria, quasi agonizzante, perché colpita al cuore. Altri avrebbero intonato alto un grido di dolore, al pari del Re di Savoia che sposò la causa del Risorgimento italiano. Lui no. Si rivolge a tutti i Fratelli d’Italia. A chi se no? L’appello è sublime. Da direttore di orchestrali privati di spartiti. Suona come una sinfonia di Verdi, presente al Festival con il suo “pensiero” che va sulle “ali dorate”, “sui clivi e sui colli”, dove aleggiano venti di guerre interne ai confini patri, fin qui uniti e derisi. Non sia mai!
L’Italia è una e indivisibile. L’Italia è di tutti, se è vero come è vero che è nata dal sacrificio di giovani meridionali e settentrionali. Di gente nata al centro e di eroi venuti da lontano. La fierezza del proprio passato passa attraverso la testimonianza di valori patriottici intramontabili. Si afferma attraverso la convinzione di farne parte al di là del tempo e dello spazio. Il Carroccio della Lega si mosse contro il Barbarossa, che avrebbe voluto soffocare le libertà comunali. I Vespri siciliani sono una pagina di diritti individuali e generali, calpestati e rivendicati. La Repubblica partenopea, il frutto di una volontà ferma e decisa. Quella romana, l’esempio di una conquista che la storia aspettava solo di registrare. D’obbligo, a questo punto, rievocare la figura di Angelo Novaro, poco più che un ragazzo quando sacrificò la sua vita per Roma Capitale. Nome quasi dimenticato quando si parla dell’Inno ricordato solamente con il nome del paroliere Mameli. E lui, Novaro, dove lo mettiamo? È sua la firma della musica che tutti conosciamo. E via a spiegare il testo con attenzione sillogica, sintattica e grammaticale, e la parola Vittoria in primo piano: i minuti concessi in scaletta non bastano per interpretare a dovere significato, virgole, soggetto logico, concetti espressi e da esprimere ancora. Occorre andare avanti. Di tutto e di più, in puro stile Rai.
Magico Benigni. Prende la parola e sorprende, come nessuno mai ha fatto o farà d’ora in avanti. Si concede il lusso di andare a ruota libera, di sostenere tesi inconfutabili su verità inamovibili, di dare una botta al cerchio e una alla botte perché necessario. Sa benissimo che un discorso, un libro valgono quanto, se non più, di una guerra vinta. Pellico docet. Sì, ma quando lo trovi oggi un altro Silvio alle prese le sue prigioni? Sottinteso che per il momento, dobbiamo accontentarci di Saviano. Benigni tira a conclusioni con eroi d’altri tempi. Ovvio il riferimento a Maramaldo, che uccide un uomo già morto …
E che tono leggiadro nei voli pindarici che mandano in visibilio la platea. Anche Morandi inneggia a Garibaldi con Uno su mille ce la fa. Per non parlare di Gigliola Cinquetti che diventa paladina del buon costume cantando a Sanremo Non ho l’età , molti decenni fa. Per Benigni, odierno jullare, i prodromi della storia della minorenne sono lì, con note e spazi fissati sul pentagramma! Che la musica abbia preso altre strade ai nostri giorni, diventa un optional nel corollario delle notizie che ci subissano. Viva l’Italia, direbbe De Gregori. Italia, Italia, gli farebbe eco Mino Reitano se fosse qui con noi. È il precedente che conta, che fa principio.
Che paese straordinario è il nostro! Ha avuto prima la cultura e poi i confini, quelli che tutti riconosciamo come naturali tra Alpi e Mari. Perfino nella forma geografica è unico. Vallo a trovare un altro stivale, in barba a Metternich che la definisce “pura espressione geografica”. E via di questo passo con citazioni che fanno pensare: Mazzini, Cavour, Cairoli, Bandiera, Confalonieri. Meglio sorvolare sulle omonimie, non si sa mai!
Il direttore generale Masi è seduto a due passi da questo incantatore di spettatori, oratore eccezionale. Peccato che non ci sia un Oscar pronto da consegnare. Benigni tocca l’apice al momento della conclusione, 45 minuti dopo il saluto d’apertura. Lo fa cantando Fratelli d’Italia senza accompagnamento musicale. L’orchestra è muta. Parla lui con la sua voce calda e profonda, bella nella tristezza del tono e nell’intensità dell’emozione. I presenti ascoltano rapiti, compresi nella magia del momento.
Mi chiedo cosa sarebbe accaduto se anche il pubblico fosse stato invitato a cantare. Poi mi dico che la voce del solista fa più effetto di un coro, con qualche elemento stonato. Il dubbio resta, sottile, inquietante, ostinato. Aspetto la prossima esibizione per tirare le conclusioni. Speriamo solo che non debba aspettare fino al prossimo Sanremo per vedere all’opera il nostro campione di libertà e di parola. Altri avrebbero usato, forse, un’altra espressione ma non è nello stile di Benigni “scendere in campo” armato. Lui è diversamente abile. Ha il dono della parola. Quella sì che è arma efficacissima per uscire dal buio della notte più nera e intravedere all’orizzonte l’alba di un nuovo giorno.
Emma Viscomi

Frammenti di vita e di cronaca cittadina - Ricordo di Antonio Gualtieri a un mese dalla scomparsa

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , , | Posted On lunedì 21 febbraio 2011 at 8:35 AM

Soverato - Era rimasto in attività fino a 86 anni. Età veneranda, onorata con la presenza dietro il banco del suo esercizio commerciale dalle sette del mattino alle otto di sera. Anche oltre quando la bella stagione lo permetteva. Per residenti, turisti e conoscenti, rappresentava la tappa obbligata di una giornata spesa tra mare, siesta e passeggiate. L’appuntamento si rinnovava ad ogni apertura di stagione balneare. Non sembrava vero, a chi tornava a soggiornare nella Perla dello Jonio, di poter scambiare due chiacchiere tra osservazioni di costume, meriti del governo in carica, comunque ladro, beghe amministrative comunali, e naturalmente opinioni su calcio mercato e campionato appena finito. Eh, già! Perché il grande amore di Antonio Gualtieri era l’Internazionale. Non quella di bandiera rossa e falce e martello. Era la Società sportiva ambrosiana, Inter per i tifosi.

La squadra per eccellenza, nella quale si riconosceva, era quella di Sarti, Burnich, Facchetti, Tagnin, Guarnieri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suarez e Corso, allenati dal grande Herrera. Sosteneva che non c’era altro mago nel regno del pallone. Con quella naturale simpatia che aveva per i fortunati dal sangue caliente nelle vene. Tutte le messe finivano in gloria, anche quando i nerazzurri occupavano posti non proprio alti in classifica. Le magre figure di stagioni più vicine a noi, trovavano consolazione nelle affermazioni degli anni d’oro. Una saudade combattuta a colpi di ricordi esaltanti. La conquista di 18 scudetti, 6 Coppe Italia, 3 Coppe Uefa, 3 Coppe dei Campioni, 2 Coppe intercontinentali, 5 Super Coppe di Lega, 1 Mundialito Club bastavano a riempirgli d’orgoglio la vita, nell’età adulta, come succede a chiunque, quando la realtà quotidiana soverchia i sogni coltivati in gioventù. Ma c’erano le imprese di altri eroi dello sport a tenere alto il tono della conversazione nella storica tabaccheria, al numero 37 di Corso Umberto I , a Soverato marina: il mitico Fangio, il calabrese doc Fanella, i piloti Ascari, il grande Nuvolari. Loro tenevano banco al pari di Sivori e Rivera. Bianconero il primo, rossonero il secondo, ma non importava, perché c’era la classe da ammirare. Andava in visibilio per il sinistro impeccabile del sud americano, per il silenzio operoso del Gianni abatino in quel di Milano, indipendentemente dalla fede calcistica che fu e rimase sempre azzurra e nera. Un segno di distinzione anche nella definizione. Come fu la propagazione del tifo a parenti vicini e lontani. Non nel senso di spazio ambientale, ma di legame di sangue, di primo, secondo e terzo grado. Con lui, cugini e nipoti crebbero a pane, amore e Inter, sempre in primo piano. Non c’era possibilità di scelta con quella squadra nella parte del leone. E pazienza se il vero simbolo fosse modesto, rispetto al cavallino rampante delle strepitose Ferrari. Altro valore aggiunto all’orgoglio nazionale personale. Lo stesso che aveva portato con sé in Argentina nel 1952, quando aveva deciso di scoprire l’altra metà del globo, nell’emisfero australe, molto al di sotto della linea equatoriale. Per andare in cerca di fortuna nel nuovo mondo, si era imbarcato a Genova, sul Conte Verde, uno dei tanti piroscafi che solcavano gli oceani, traghettando uomini, speranze ed illusioni, soprattutto se la terra da raggiungere era l’America dei cecati, cioè di coloro che non videro l’ombra di un peso sotto Peron, tanto meno dopo con i descamisados.
A Buenas Aires non era stato solo. Accanto a sé aveva avuto zii e cugini. Con loro aveva respirato l’aria di casa, ma non a sufficienza, non quanta ne avrebbe voluta nei polmoni. La nostalgia arrivò al culmine nel 1956, quando decise di fare inversione di rotta e tornare a Soverato, per mettere su famiglia e intraprendere una nuova attività. Gli piaceva ricordare le emozioni vissute a bordo del “Toscanelli”, quando riconobbe da lontano la sagoma del Vesuvio, sullo sfondo del Golfo di Napoli. Che differenza con il ricordo tristissimo della Lanterna, annegata, alla partenza, in un mare di lacrime. Agli increduli parenti portò souvenir acquistati in tappe diverse, ognuna con un significato: banjo, bambole catalane, orologi antimagnetici, foulard di seta, modellini di automobili, chili di the aromatizzato.
Prima di emigrare, era stato barbiere e maestro, anzi professore di mandolino. Niente male per uno che aveva antenati partenopei e suonava il sax contralto nella banda cittadina. Anche di questo parlava con i frequentatori del suo locale, che considerò sempre amici, mai clienti, mai avventori. Sia prima, quando li faceva “nuovi”, tagliando e rasando barbe e capelli come si usava allora. Sia dopo, quando porgeva loro sigarette, riviste e giornali. Salone da figaro e tabaccheria erano luoghi dove parlare di tutto e di tutti, cum grano salis. Chi andava fuori di testa, era pregato di accomodarsi fuori. Figuriamoci se qualcuno dimenticava il bon ton. Correva il rischio di non metterci più piede. Ai giovani, insegnava le buone maniere, con il contributo di adulti e anziani, soprattutto maestri, presidi e professori, nel ruolo specifico di educatori, al di fuori dell’orario scolastico. Quante proteste tra chi stentava a riconoscersi dopo il taglio dei capelli alla Mascagni! Quanti rimproveri all’incauto genitore che avrebbe voluto acquistare Diabolik per il proprio figlio non ancora nell’età della ragione! Al diavolo gli affari se qualche permaloso si autoescludeva da quella sorta di cenacolo cittadino, dove l’arrivo di un personaggio veniva vissuto come evento collettivo.
Quando Soverato era il salotto buono della costa jonica, da Gualtieri andavano attori, cantanti, giornalisti e calciatori. Indescrivibile la gioia di “ servire” Sandro Mazzola e Giacinto Facchetti, arrivati in zona, quando i giallorossi di casa nostra militavano in Serie A. Al baffuto Sandrino, fece un appunto che merita di essere ricordato: non gli perdonò di aver detto che la pluridecorata Inter era venuta a giocare in un “pollaio”, alludendo al Ceravolo di Catanzaro. Una caduta di stile che un campione come lui non avrebbe dovuto mai e poi mai fare. Che diamine! Niente di tutto questo con Aldo e Gino Maldera. Due ragazzi d’oro. Con loro era piacevole fare osservazioni tecniche da acuto osservatore. Se è vero che tutti gli italiani sono mister in poltrona, a Gualtieri chiunque riconosceva il merito di essere allenatore d’elezione. Lui sì che sapeva inventare schemi, tattica e posizioni. Persino il gioco a zona, quando il catenaccio era l’arma vincente di un “certo” Trapattoni e il freddo Liedholm non era ancora trainer dei diavoli meneghini o dei lupi capitolini. Sì, era un grande intenditore di calcio. Un mister ante litteram, capace di bloccare le intemperanze caratteriali dei protagonisti del calcio moderno. Nel centro storico di Soverato, si racconta un aneddoto che ebbe per protagonista il marito della sorella Eleonora, Giuseppe Viscomi. Questi sapeva della passione che suo cognato aveva per Amedeo Amedei, formidabile centravanti, soprannominato Fornaretto di Frascati. Quando vide le fattezze del giocatore, riprodotte in un poster gigante, non ci pensò due volte ad imbrattarle con generose pennellate di schiuma da barba montata a neve. L’insolito tiro mancino andò ben oltre le conseguenze di uno scherzo paesano: un’inimicizia giurata, cancellata, per fortuna, dalla nascita del primo nipote.
Di calcio parlava a lungo con Emanuele Giacoia, la voce più calda e più bella di Tutto il calcio minuto per minuto. Un incubo quella trasmissione radiofonica, la domenica pomeriggio, quando il nostro uomo se ne stava con la radiolina all’orecchio e la schedina in mano, pronto a registrare il 13 miliardario che tutti aspettavano. Dovette accontentarsi di molti 12 popolari, sufficienti a recuperare le quote necessarie a impiantare nuovi sistemi:1 X 2 , perché non provare a indovinare, anziché ragionare? Neanche per idea. La schedina non era un passatempo per dilettanti, era un lavoro che durava tutta la settimana. Solo che il gioco non valeva la candela. Guai a ricordarglielo. La gioia era nell’attesa, nella combinazione d’una cassaforte rimasta ostinatamente chiusa sino alla fine.
Che verve mise nei discorsi per lo scandalo delle scommesse! Che rabbia provò per il brasiliano Renato che aveva il pallino delle donne e non del pallone! E che ira per l’ottavo re di Roma, il divino Falcao che si rifiutò di calciare il rigore contro il Liverpool, la notte in cui sfumò all’Olimpico l’occasione di portare sui sette colli la Coppa dei Campioni. L’equivalente della Champions League dei nostri giorni, ma vogliamo mettere in conto il significato dell’originaria definizione? Anche su Cassano, di recente, aveva detto la sua, con lucidità e acume, riconoscendo al ragazzo piedi buoni, ma la testa...E che sconquasso la comparsa di Tinto Brass, in cerca di sigari da sfoggiare in bocca come un boss dell’Avana! E meno male che non conosceva le pellicole con cui il regista aveva portato sullo schermo l’erotismo dei nostri tempi attraverso l’interpretazione di attrici spregiudicate. In Argentina, non si entrava in un cinematografo senza cravatta al collo, ricordava. Figuriamoci se fosse stato consentito di vedere sederi e tette a tutto campo e in primo piano. Cinema e teatro devono puntare sui sentimenti, non su posizioni da kamasutra, diceva. Falso moralismo, il suo? No, espressione pura e forte del comune senso del pudore.

Le discussioni più nobili venivano fuori con Gigi Peronace, il manager che aveva ingaggiato Charles in Inghilterra per trasferirlo alla Juventus dell’Avvocato. Un peccato mai perdonato. Quel piccolo, dannato “uomo del sud”, per giunta concittadino, non aveva privilegiato a dovere la squadra tanto amata. Con Alberto Testa, paroliere di pietre miliari (Grande,grande, grande, Un anno d’amore, E…, Ta ra ta ta ta tatta) della musica italiana, parlava di mode e tendenze, subentrate con il contributo di Beatles e Rolling Stones, ostinatamente tradotti in termini dispregiativi. Che nomi! Scarafaggi e pietre rotolanti, bah! Lui era rimasto alle delicate serenate del dopoguerra, quando la ricompensa naturale consisteva in una bicchierata sotto il balcone della ragazza di turno omaggiata. Consolava allora, il pensiero di sentimenti profondi, di amori destinati a durare tutta la vita. Come quello coltivato per la moglie Angelina, compagna di vita, ma anche di lavoro, soprattutto nei mesi estivi, quando c’era bisogno di aiuto in tabaccheria, rimasta pressoché uguale per oltre mezzo secolo. Non aveva senso cambiare: il futuro ha o non ha un cuore antico?
Cosa rimane oggi di Antonio Gualtieri tra la gente che l’ha conosciuto e amato? Certamente un buon ricordo, ma anche lo sgomento di non trovarlo più al suo posto, negli anni che verranno. Il vuoto che si avverte, dà il senso della precarietà della vita, delle cose che cambiano inesorabilmente, degli uomini che passano, del futuro che incede, della continuità in chi vive. Adesso è il figlio Pietro a mandare avanti l’attività. Lui rappresenta il presente che guarda al futuro con Antonio junior, suo figlio, attaccatissimo al nonno che non c’è più. Tocca a lui dare un senso a questa storia, reggere il filo diretto con chi l’ha preceduto, custodire valori che non sono solo quelli bollati. Foscolo avrebbe parlato di amorosi sensi, convinzione sublime, intima, profonda, condivisa in pieno anche da chi scrive. Ad Antonio senior erano dovuti, per ovvi motivi. Lo dico con cognizione di causa. Perché? Era mio zio...
Emma Viscomi

Con tutto l'Amore di "'Na Rosa Calabrisi" di Rosetta Pontoriero

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On at 8:23 AM

E' il mese dell'amore febbraio. Almeno dovrebbe esserlo, c'è San Valentino, i negozi sono allestiti di tutto punto di rose rosse, di cuori imbottiti, cupidi armati di arco e freccia e Baci Perugina in tutti i formati. Sono solo elementi consumistici - votivi che da qualche anno seguono il ritmo scandito dal commercio, che segue, a sua volta, gli eventi annuali e ormai fissi del calendario. Tra cotanto amore esposto in vetrina c'è da segnalare l'uscita, timida, discreta e quasi riservata, di un volume tutto orientato alle vicende dell'amore sentimento. A scriverlo una poetessa di Spilinga, il paese della 'nduja, il paese del forte e piccante legato all'originale insaccato di carne di maiale e peperoncino. Lei, la poetessa, si chiama Rosetta Pontoriero, di soprannome Cicinneja, e, come lei stessa scrive nella prefazione, il suo “è un volume d'amore ma anche di sdegno”. Le poesie sono scritte in vernacolo con traduzione in italiano e la cosa particolare è che si tratta di uno scritto autobiografico, di ricerca in se stessa, ma che è utile a tantissimi altri “feriti d'amore”. Un amore grande, una delusione, un cambio di rotta, un abbandono e infine questo libro, un canto altissimo d'amore ma anche di sdegno che serve per guarire, una forma di comunicazione, un processo dinamico di parola verso l'uomo che fugge e che abbandona il campo, quasi sempre per un'altra donna. I ruoli sono comunque plasmabili su uomo o donna e ribaltabili e il ferimento del cuore quasi sempre non cambia. La raccolta, dal titolo 'Na Rosa Calabrisi” scaturisce, come sottolinea la Pontoriero, “dal bisogno di esternare sentimenti d'amore, speranza, malinconia, gioia, momenti di sconforto e di sfogo, perché niente e nessuno può capire quello che provi quando soffri per un grande amore perso, per chi non si è preoccupato di amare sul serio”. Il volume scandaglia, sottolinea tracce, racconta di memoria, di messaggi d'amore cantati come serenata sotto i balconi, messaggi a volte di sdegno verso chi non aveva dato, meritato, oppure dimostrato l'amore, punizioni d'inchiostro su fogli bagnati dalle lacrime d'amore. L'autrice, per un attimo, ha una sorta di flashback, si immedesima sotto uno di questi balconi, quello dell'amato, e scrive, dà libero sfogo a sentimenti di amore ma anche di dolore e di speranza, traduce in versi le emozioni forti che passano, quelli dimenticati e quelli indimenticabili che restano dentro e graffiano sulla pelle. Rosetta Pontoriero li libera i suoi pensieri e li affida alla penna, al foglio di carta, alla memoria elettronica di un sms e a facebook. L'angoscia e il tormento di un amore non corrisposto, di un abbandono, di un addio diventano quindi elaborazione e liberazione che si veicola e s'incanala in un coraggio del ricominciare di nuovo, del riprendere a vivere, dell'andare avanti con il vigore e la speranza del futuro. Il volume è suddiviso in quattro capitoli dal titolo: Petali d'amore, Petali di vita, Petali di una volta e Petali per ridere. Cento pagine per le Edizioni Romano Arti Grafiche di Tropea che sono un vero scrigno, oltre che di poesia e poetica, anche di una rara terminologia dialettale recuperata , riscoperta e riutilizzata all'interno dei versi.
Franco Vallone

'Na Rosa Calabrisi
di Rosetta Pontoriero (Rosetta Cicinneja)
Edizioni Romano Arti Grafiche Tropea
Pagine 100
€ 10,00

Calabria prima Italia

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On giovedì 17 febbraio 2011 at 8:12 AM

La Storia ci dice che il territorio dell’attuale Calabria sia stata chiamata “Calabria” dai bizantini, mentre invece tale denominazione apparteneva all’attuale Salento, in Puglia, già al tempo degli antichi romani. La Storia ci dice, altresì, che il nome “Italia” sia nato proprio in Calabria, nell’istmo tra il Golfo di Squillace e il Golfo di Lamezia (oggi in provincia di Catanzaro), quattordici generazioni prima della guerra di Troia e, cioè verso la metà del secondo millennio a.C. ad opera dell’eroe eponimo Italo, re della popolazione degli Enotri. Re Italo trasformò in stanziali le sue tribù nomadi, unendo in un patto di amicizia tutti i popoli della Calabria centro-meridionale, istituendo i cosiddetti “sissizi” (vale a dire i pasti comuni) dove ognuno recava qualcosa da mangiare condividendo con gli altri e dove si cercava sempre la concordia del governo comune. I “sissizi” poi si diffusero presto in tutto il mediterraneo, come prima forma di democrazia. Da re Italo l’attuale territorio calabrese prese nome “Italia” e tale nome si diffuse, secolo dopo secolo, a nord e a sud della penisola, fino a che, nel 42 d.C. l’imperatore Ottaviano Augusto lo estese per decreto all’attuale Padania fino alle Alpi e, quindi, pure fino alla Sicilia, alla Sardegna e alla Corsica, tutte regioni appartenenti al territorio geografico naturale di un’unica Nazione. Il nome “Italia” è, con quello di Israele, uno dei più antichi del mondo ed è quello che più ha resistito nei secoli ai trasformismi delle innumerevoli invasioni e dominazioni.
In occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, l’associazione culturale “Calabria Prima Italia” (fondata nel 1988 a Badolato dal prof. Domenico Lanciano e presieduta dall’avv. Giovanni Balletta di Catanzaro) rilancia la proposta fatta decenni fa affinché la Regione Calabria possa prendere ufficialmente la denominazione di “Calabria Prima Italia” dal momento che tale territorio ha dato i natali al nome “Italia” sicuramente uno dei più famosi del mondo oltre che uno dei più antichi.
La toponomastica regionale italiana presenta già altri esempi di denominazioni plurime come Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Emilia Romagna, Valle d’Aosta, per cui non dovrebbe essere un problema aggiungere “Prima Italia” all’attuale denominazione di Calabria.
Secondo l’associazione proponente, la nuova denominazione meglio si addice ad una regione che ha dato i natali al nome dello Stato e della Nazione che si vuole ancora unita, pur in una insidiosa tendenza federalista. Tale nuova denominazione servirebbe pure per ricordare a tutti un certo percorso di lenta ma profonda civiltà italica che ha caratterizzato i territori e le popolazioni che vanno dalle Alpi a Lampedusa, civiltà che oggi si tende a riassumere nel cosiddetto “Made in Italy” … lo stile italiano di vivere che ha un retroterra storico-culturale di millenni.
L’associazione “Calabria Prima Italia” si batte fin dal 1988 anche perché venga valorizzato il nome “Italia” e il luogo dove questo è nato e, quindi, registra con soddisfazione il fatto che la Regione Calabria abbia cominciato timidamente ad evidenziare il dato storico che il nome sia nato in Calabria, proprio nei pressi dell’attuale Catanzaro, impiantando una cartellonistica stradale che indica “Benvenuti a Catanzaro. Qui nacque il nome Italia”. La stessa associazione esorta la Regione Calabria e altre istituzioni, anche nazionali, ad avviare un serio ed articolato programma di valorizzazione del nome “Italia” pure prendendo spunto dal progetto più volte inviato specialmente all’Amministrazione provinciale di Catanzaro e all’ente regionale.
Dr. Domenico Lanciano

Effetti macroeconomici e politiche fiscali per il turismo

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On mercoledì 16 febbraio 2011 at 3:18 PM

La recessione c’è stata. La crisi dura ancora. Non tira nemmeno aria di ripresa per il futuro.
Hai voglia a pensare positivo: qui, o si svolta o si muore. Per mancanza di ossigeno, ovvero di introiti, garantiti con l’arrivo di turisti. Per aumentarne la presenza, occorre che l’Italia si muova su due fronti. Con iniziative dirette alle tasche degli italiani, il primo. Con interventi a favore delle imprese, il secondo.
Le manovre di questa politica, necessaria quanto provvida, non sfuggono ai dirigenti di Confcommercio, Confturismo e Ciset, che partono dall’analisi costi-benefici e mirano alla riduzione dell’IVA per i comparti della ricettività e dei pubblici esercizi, senza dimenticare la disparità di trattamento subìta da agenzie di viaggi e tour operator.
Da anni ormai il settore chiede attenzione a Governo e Parlamento anche per fronteggiare l’offerta dei paesi europei, diretti concorrenti dell’ Italia. Per non parlare di quelli non comunitari, che si affacciano prepotentemente alla ribalta mondiale, potendo beneficiare di clima favorevole tutto l’anno e bassissimo costo della manodopera.
La riduzione dell’IVA è ritenuta di fondamentale importanza anche per servizi di spiaggia e discoteche. Non solo, dunque, per l’occupazione intensiva. Il turismo, da una aliquota unica e ridotta non può che trarre vantaggio. Indubbi i benefici della stessa applicata all’attività delle agenzie di viaggio, che svolgono un ruolo determinante nella commercializzazione all’estero del comparto turistico interno al nostro paese.
A Bruxelles, già nel 2002, fece strada l’idea di esentare dall’imposta servizi e pacchetti acquistati da clienti non comunitari e fruiti all’interno dell’Unione.
Entro il 2010, si sarebbero dovute stabilire regole precise in materia, in modo che le 27 sorelle, assemblate nella bandiera azzurra, potessero competere fra loro, avendo condizioni fiscali identiche. L’aliquota ridotta sarebbe un incentivo di notevole rilevanza per il turismo, che tutto sommato regge, fra tanti settori un tempo produttivi ed ora in carenza di ossigeno.
L’Italia non ha infrastrutture adeguate per agevolare il movimento turistico internazionale e nazionale. Il traffico collassa su ogni strada.
La rete ferroviaria non è all’altezza del sistema francese. L’Agenzia del Turismo, ex Enit, non è operativa al punto di promuovere le bellezze di casa nostra nel mondo. Non ha finanziamenti adeguati, né gode di una buona intesa con le varie regioni.
Da anni si sente parlare di destagionalizzazione, ma neanche il progetto dei Buoni Vacanza, diventato decreto nel 2008, ha risolto il problema. All’Osservatorio Nazionale del Turismo, si chiede di svolgere un’azione attenta e rigorosa nella lettura di dati statistici da diffondere con rispetto delle scadenze, in collaborazione con Istat e Comitato di Garanti, costituito anche dalle imprese.
Altre esigenze avvertite a livello europeo: controllo, trasparenza e confronto dei prezzi delle attività turistiche, e naturalmente sostegno, in seno Eurofin, delle richieste avanzate per l’IVA, cioè la riduzione al 10%.
La Confturismo non nasconde le sue preoccupazioni per presente e futuro. Perciò chiede al Governo provvedimenti coraggiosi. Con un costo contenuto attorno a 519 milioni di euro da parte dello Stato, il segmento turistico toccherebbe 100 miliardi all’anno, utili a promuovere l’immagine dell’Italia e a portare il livello occupazionale alla storica cifra di 3 milioni di persone.
La manovra fiscale determina variazioni di prezzo e di quantità, nel gioco costante della domanda e dell’offerta.
Va da sé che l’aumento di presenze generi aumento di ricavi, guadagni e investimenti. Le attrattive sono ovunque, a macchia di leopardo. Tra palazzi, chiese, musei, terme, pinacoteche, siti archeologici, parchi, non sempre valorizzati a dovere, c’è anche la voce eventi: mostre, festival, sport, spettacoli, dove tutto è da vedere con quel che ne consegue.
L’aumento delle presenze equivale ad aumento di ricavi e profitti, e di conseguenza, di possibili, auspicabili, necessari investimenti per migliorare servizi e strutture. Alla solita litania, recitata con cadenze ripetute, non si può fare orecchio da mercante. C’è l’indotto che aspetta, mentre l’economia generale muore.
Non si direbbe, ma il rinnovamento più recente, risale a Italia ’90. Vent’anni portati male; difatti, sembrano più di 60…
Emma Viscomi

Il Castello di Cleto sospeso tra storia e leggenda

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On martedì 15 febbraio 2011 at 10:13 AM

Nella mitologia greca, Klete era il nome di una delle Amazzoni, popolo di sole donne, dedite alla guerra. La guerriera in questione era anche nutrice della regina Pentesilea, partita alla volta di Troia per combattere i Greci. In un duello contro il prode Achille, ebbe la peggio e morì.
Appresa la notizia, Klete s’imbarcò alla volta dell’Asia minore, decisa a recuperare il corpo della sua pupilla e darle degna sepoltura. Sbarcata sulle coste tirreniche calabresi, decise di non proseguire il suo viaggio, non si sa bene perché, e di fondare una città alla quale dare il suo nome. Nome che sarebbe dovuto restare inalterato nei secoli per tutte le donne regnanti.Più avanti, vedremo perché.
Il primo nucleo abitativo fu piccolo, ma ambizioso, tant’è che raggiunse grande sviluppo ed adeguata importanza nella Magna Grecia, in tempi relativamente brevi, dal momento che il primo solco perimetrale fu tracciato nel X secolo a.C.

Nel XVI, gli abitanti ruppero i rapporti con Crotone, non sopportando di essere sottomessi come coloni ed ingaggiarono una lotta durissima contro la potente Città jonica. Perfino la Regina fu presa prigioniera ed uccisa, ma prima di morire, espresse il desiderio che il suo nome fosse imposto ad ogni sovrana di Cleto. Sconfitti gli odiati nemici, i cittadini si affrancarono e coltivarono gelosamente la loro indipendenza anche in seguito.
Dal XVI secolo in poi, godettero di un periodo di floridezza e benessere, con interessi commerciali attivi ed estensione del territorio anche nel retroterra. L’arrivo e l’assedio dei barbari sfociò nella distruzione di case, chiese e botteghe.
Agli albori del Medio-Evo, la decadenza raggiunse livelli mai conosciuti prima, nonostante l’importanza conservata per motivi strategici. La popolazione diminuì, il territorio di appartenenza ebbe confini ristretti. Le prime avvisaglie di miglioramento si ebbero con l’arrivo dei Normanni, mentre Federico II di Svevia fu il vero artefice della rinascita del luogo, definito non più Cleto ma Pietramala fino al 1863.
Ma quando fu cambiato il nome imposto dalla Regina fondatrice? Ancora oggi, non si sa.
Le versioni sono tante. Le più accreditate sono due: una è fondata sul presupposto che al momento della costruzione del Castello, suggerita per motivi di sicurezza, si decise di dare allo stesso, il nome dei signori al servizio dei Normanni. Da qui, l’espressione appropriata di Castro dei Pietramala. La seconda verte invece sull’ anatema, si fa per dire, di un vescovo. In realtà, si trattò della considerazione di un povero ecclesiastico, che ebbe la sfortuna di spezzarsi una gamba in un paese caratterizzato da roccia dura, impraticabile, dunque, “mala” per chi avesse osato scalare i 250 metri d’altezza sul livello del mare.
Identica definizione dà pure il Padula, che va oltre il significato comune, aggiungendo una spiegazione inappellabile sulle formiche, le sole in grado di salire la Pietra grande, inaccessibile a chiunque.

In effetti, anche al piede più spedito, la vista dal basso dell’altura dalla forma appuntita, piramidale, pone incertezze che vale la pena di superare, a patto che si abbia voglia di esplorare angoli impervi, strettoie dal fascino intatto, cime tempestose inquietanti, all’ombra di mura e muri che resistono all’ offesa del tempo ed all’incuria degli uomini, da secoli ormai.
L’itinerario comincia e prosegue su gradoni e scalini, pendii scoscesi e piane troppo corte per tirare il fiato, ma la vista della quale si gode durante le pause, vale bene l’affanno.
Nel piccolo centro storico, permangono scalette d’accesso accanto a dimore di pietra che sanno di sacrificio e di fumo. Anche le grotte scavate nella roccia, recano la firma della mano dell’uomo che le modellò e le abitò, sin dalla notte dei tempi.
Man mano che si procede verso l’alto, case e chiese appaiono sotto un panorama di tegole molto suggestivo. Le abitazione sono tante, i luoghi di culto, due. Uno è dedicato a Maria SS Assunta e l’altro alla Madonna della Consolazione.

Per visitare il terzo, o meglio ciò che resta della Chiesa del Rosario, occorre arrampicarsi fino in cima. In piedi, restano però, soltanto le strutture portanti, pure pericolanti.
In buona condizione sono invece il vecchio mulino e la macina, da ammirare all’inizio del percorso, quando il fiato è ancora lungo ed il corpo affatto stanco.
Cleto fa parte della Provincia di Cosenza, da cui dista 54 km.
Osservandola dall’alto, si vede compresa tra Aiello, Amantea e Serra d’Aiello, comuni anch’essi del Cosentino, e Martirano, Nocera Torinese e San Mango d’Aquino, facenti parte della Provincia di Catanzaro.
In tempi non più recenti, Cleto ebbe ruolo predominante e non, tra le realtà territoriali limitrofe. Alterne vicende caratterizzarono il periodo feudale, angioino e francese.
Gli abitanti, fieri come sempre della loro libertà, mal sopportarono il giogo degli stranieri. Furono invece, vivaci e combattivi durante il Risorgimento, al quale sacrificarono fior di gioventù.
Tra le persone che vollero lasciare traccia di sé, è il caso di citare la moglie del tesoriere Arnone, Eliadora Sambiase, che sintetizzò su di una lastra di marmo la sua filosofia di vita: “Offro templi a Dio, limpide acque e orti verdeggianti alle ninfe, ed il Castello di Savuto albergo a chi ne ha bisogno”.

Porte e portali, fregi e stemmi, statue e bassorilievi, sono segno ovunque di ricchi e nobili trascorsi, prima del degrado, chiuso nei confini delle civiltà, che guardano al passato con indifferenza.
Emma Viscomi

Vita da single sotto il manto di San Faustino

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On at 8:00 AM

Di feste comandate, non se ne più, soprattutto nell’era moderna, quando ogni pretesto è buono per realizzare affari. Perché di questo si tratta. In definitiva, tutti vogliono la stessa cosa: invogliare la gente a spendere, a comprare cose utili e inutili gratificando le proprie frustrazioni. Figuriamoci cosa succede a chi è solo quando arriva il giorno di san Valentino. Festa degli innamorati in tutto il mondo e depressione scontata in un angolo di casa per chi ha perso per strada, o non ha mai avuto accanto, l’anima gemella. Invece, business o no, c’è modo e modo di festeggiare la propria solitudine persino con gente mai vista prima, disposta a sperimentare, per una sera, la combinazione, per esempio, di un lucchetto messo lì apposta per essere aperto.
Naturalmente non si tratta di andare a Roma, a ponte “Mollo”, cioè Milvio, per trovare la metà della mela. “Metti una sera a cena single a iosa e vedrai che il gioco vale la candela”. Questo devono aver pensato i creatori di speed date, gente col fiuto dei soldi prima ancora che delle opere buone. L’invasione di campo è partita dagli USA, non poteva essere diversamente, ed è approdata a Roma, Napoli, Firenze, Milano ecc. La missione “rimorchio” si sviluppa su due fronti: conoscenza rapida tra uomo e donna in 200 secondi e apertura del lucchetto di cui è in possesso lei, nel più breve tempo possibile. L’incontro parte da questi due momenti considerati fondamentali. Le possibilità di successo sono legate alle opportunità che ognuno si garantisce, aprendo più lucchetti e avvicinando più persone. Poi da cosa nasce cosa. Per esempio? Il proseguimento dell’incontro con la nascita di una interessante kermesse amorosa. Le vie della provvidenza passano anche attraverso le nuove forme di frequentazione. Internet ci ha abituato a tutto. Speed date anche al look date, con i soliti rendez-vous in tante città. In Calabria sta muovendo i primi, timidi passi ma non è detto che non ne compia da giganti nei prossimi anni. La maggior parte dei partecipanti alla feste, organizzate in nome del mancato o perduto amore, non è sprovveduta come sembra. Ci va per curiosità, per trascorrere una serata diversa, per scoprire nuovi orizzonti, visto che si tratta di trovare l’altra metà del cielo. Salvo sentirsi a terra dopo probabili o inevitabili delusioni. Più soli di prima, insomma, ma per questo c’è san Faustino. Sempre lui! Ma chi era il santo che si festeggia il 15 febbraio? La storia parla chiaro, con dovizie di particolari. Niente d’inventato, dunque, dalla nascita fino al martirio, su di lui e su san Giovita, suo compagno d’armi e di pulpito, in giro per l’Italia. È singolare che il protettore dei single avesse in realtà a fianco una persona, presente in ogni circostanza che lo riguardasse. Insieme divisero l’onore delle armi, finché furono cavalieri; l’impegno della predicazione in alta, centro e sud Italia, in veste di presbitero (Faustino) e di diacono (Giovita); l’ansia delle persecuzioni, seguita più volte dalla gioia per lo scampato pericolo. Faustino non lasciò mai Giovita. Giovita non lasciò mai Faustino. Particolare che fa pensare alla necessità di non essere soli nella vita.

Il futuro santo nacque in una nobile famiglia, a Brescia, nel II secolo, quando essere seguace di Gesù significava rischiare la pelle. Cavaliere di professione, ebbe la fortuna di avvicinarsi al Cristianesimo grazie ad Apollonio, vescovo poi santificato dalla Chiesa. Sotto Traiano, fu perseguitato da Italico, comandante in capo della Rezia e sposato ad una certa Afra, la prima, tra la soldataglia, ad essere battezzata sotto gli occhi dell’incredulo marito. Venuta meno l’occasione di passare per la spada l’ostinato predicatore, si pensò di gettarlo nella gabbia delle tigri, animali più feroci dei leoni, almeno nella concezione popolare. Al cospetto del possibile martire, i felini, anziché farne un boccone, si comportarono come mansuete pecorelle. La scena indusse molti spettatori del Colosseo ad abbracciare la religione cristiana. L’ordine dell’imperatore non poteva essere disatteso, tanto più che i neofiti si moltiplicavano come i pesci e il pane del racconto evangelico. Fu deciso di finire il malcapitato sul rogo, ma lui uscì indenne dalle fiamme. La prigionia proseguì da Roma a Napoli, dove il futuro santo fu inviato a bordo d’una barchetta col rischio di essere inghiottito dalle onde del mare in tempesta. Per tutta risposta, ci fu calma piatta subito dopo l’imbarco e la traversata fu tranquilla fino al momento dello sbarco. Successivamente se ne andò a Milano dove continuò a predicare la parola del Signore per allontanare la gente dagli dei pagani. Una volta osò colpire la statua del dio Sole, sollevando le ire dei suoi avversari, che passarono a vie di fatto ma non per questo furono in grado di ucciderlo.
Nel suo continuo peregrinare tra i centri abitati dell’Italia settentrionale, fu di nuovo catturato, posto su un’imbarcazione, che era poco più di un guscio di noce, e spinto al largo sulla superficie agitata di un lago. L’ atteggiamento serafico di creatura imperturbabile in preghiera, ancora una volta operò il miracolo di calmare le acque, com’era successo altrove. Ancora una volta Faustino si salvò da morte certa. L’idea di decapitarlo fu conseguente alla necessità di togliere di torno l’uomo che continuava a essere seguito da processioni di donne e uomini, catturati dalla sua parola e pronti a convertirsi alla religione che praticava la castità, la fedeltà, la bontà, eccetera. Fu quindi condotto fuori Brescia e decapitato nei pressi di Porta Matolfa, dove in seguito un vescovo suo omonimo fece costruire una chiesa, nella quale custodire le venerate spoglie.
Anche ai “barbari” Longobardi piacque la figura del martire che fece della sua esistenza una missione di vita. Furono loro a diffonderne il culto nei territori occupati. Faustino vuol dire propizio, portatore di gioia, di felicità. Come significato non c’è male. Ma perché protettore dei single, lui che fu sempre accompagnato? Vuoi vedere che è davvero il tramite ideale per svoltare? Le vie del cuore sono infinite…Almeno così conviene pensare.
Emma Viscomi

EXPO dell'AMORE a Belvedere Marittimo in nome di S. Valentino

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On lunedì 14 febbraio 2011 at 7:58 AM

Perché proprio là? Perché è nella ridente cittadina cosentina che si trovano alcune reliquie del Patrono universale degli innamorati. La scoperta delle ossa e dell’ampolla, contenente sangue del vescovo, decapitato il 14 febbraio del 273, è stata del tutto casuale. È toccato a padre Terenzio Mancina portare alla luce i preziosi reperti, nel 1969, durante la rimozione delle tele di san Francesco e di san Daniele dalla pala centrale dell’altare maggiore, nella Chiesa del Convento dei Cappuccini. I documenti che ne attestano l’autenticità, provengono dallo Stato pontificio e recano la data del 24 maggio 1700. Fu il cardinale Gaspare del Carpine, vescovo di Sabina, a consegnare al signor Valentino Cinelli, frammenti dei resti mortali del Santo, obbedendo alla volontà di papa Clemente XI. L’operazione fu eseguita in termini di conservazione e sicurezza: custodia in vetro, urne di legno, fiocco rosso e sigillo pontificio. Imprimatur necessario per impedire qualsiasi equivoco o manipolazione di immediata o futura programmazione. Altra data fondamentale nella straordinaria vicenda, è il 27 maggio del 1710; difatti, dieci anni dopo la singolare concessione, Francesco Cipollina diede a padre Samuele del Convento dei Cappuccini, il sangue e le ossa del Taumaturgo dei sentimenti, venerato da cristiani, ortodossi e anglicani.
In nome di san Valentino, Belvedere marittimo è definita “Città dell’amore”. Amore esteso,in senso lato, ad ogni forma di vita, arte, cultura, ambiente. È anche considerata “Cuore del Tirreno”. In omaggio agli innamorati e agli affari che ruotano intorno ad essi, nei giorni precedenti e seguenti la fatidica data, si organizzano incontri, sfilate e spettacoli, negli spazi espositivi della Fiera e sul lungomare. L’EXPO dell’AMORE fa capo all’Associazione Risorse Mediterranee, ed è un appuntamento frequentato da giovani coppie, futuri sposi e coniugi stagionati. Si sa che l’amore non ha età e non fa nulla se qualcuno non è d’accordo sul filo della storia e delle leggende riconducibili al santo onorato anche a Terni, come unico protettore riconosciuto dei cuori in fiamme.
La storia parla chiaro, con tanto di documenti inconfutabili. Il nostro santo nacque nel 176, a Interamna Nahars (Terni nell’antichità). Fu nominato vescovo a soli 21 anni e si diede da fare per convertire i pagani dell’impero romano. Cercò di fare opera di persuasione anche sull’imperatore Claudio II, che aveva altre cose da pensare nella sua follia e che comunque impedì che il giovane predicatore fosse ucciso, concedendo la grazia necessaria per sottrarlo al martirio. L’arresto decisivo arrivò sotto Aureliano. I suoi sicari, non potendo eseguire l’assassinio nel luogo della cattura, per paura di sollevare tumulti popolari, condussero il prelato fuori Roma. Arrivati al XLIII miglio della Via Flaminia, prima lo flagellarono e poi lo decapitarono, come fu attestato molti secoli dopo, in seguito all’apertura della bara. Nella cassa di piombo ritrovata nell’area cimiteriale poco distante dall’abitato di Terni, era custodita un’urna di marmo, liscia esternamente e con rilievi artistici internamente. In essa erano conservati bene testa e corpo del santo nettamente separati . Dell’esecutore materiale del delitto si conosce anche il nome: Furio Placidio. Si sa anche che nel luogo della sepoltura fu innalzata la Basilica esistente tuttora. La distribuzione delle ambite spoglie seguì sicuramente al controllo del corpo, che non avvenne per motivi di beatificazione. Valentino fu santo subito, per volere del pontefice. Le leggende che sorsero intorno alla sua figura, furono il derivato naturale dei suoi poteri taumaturgici, conosciuti e sperimentati prima ancora che arrivasse nell’aldilà. Tra le tante, ce ne sono quattro che vanno per la maggiore.
Ecco la prima. Un giorno, il futuro santo si trovò davanti due giovani che litigavano per ragioni a lui ignote. Mettendo da parte l’argomento, prese una rosa e disse loro di tenerla stretta tra le mani congiunte. Il contatto fu sufficiente a fare pace e l’armonia tornò a regnare sovrana.
La seconda ha per protagonisti i soliti fidanzati, pronti a beccarsi senza pietà. Il santo, che assiste alla scena, manda a volteggiare sulle teste dei due litiganti, uno stormo di piccioni, anche loro pronti a beccarsi ma in segno d’amore. I due, distratti dalla novità, si riavvicinano e prendono a tubare esattamente come i simpatici volatili. Non sappiamo se l’espressione “piccioncini” derivi dalla considerazione fatta da eventuali osservatori presenti o , perché no?, dal mite benefattore, autore della riconciliazione.
La terza ha consistenza storica, perché sposta la scena in ambienti cristiani e pagani: da una parte c’è una giovane convertita al Cristanesimo; dall’altra un centurione romano, naturalmente pagano. Lui si innamora di lei, ma non può sposarla. La differenza di culto è un ostacolo insormontabile. La ragazza si ammala. Ormai è in fin di vita quando viene chiamato al suo capezzale il vescovo ternano, il quale, in un sol colpo, realizza tre miracoli: battezza il centurione, restituisce alla vita la ragazza e finalmente celebra il matrimonio tra i due innamorati.
La quarta parla di Valentino, ormai in odore di santità e recluso in galera. Il carceriere ha una figlia cieca dalla nascita. La giovinetta spesso tiene compagnia al prigioniero, rassegnato, buono e gentile. Un bel giorno arriva la notizia della scarcerazione del “ divulgatore della buona novella”. Al momento del congedo, la giovane riacquista la vista e legge il biglietto che lui le ha scritto prima di andar via. L’ insolita dedica “dal tuo Valentino”, apre la strada a milioni e milioni di “valentine”, cioè di messaggi, a forma di cuore, oppure a cartoline illustrate con voli di gabbiani, mazzi di rose, labbra infuocate, eccetera, spediti in tutto il mondo, nel giorno che tutti, prima o poi, sperano di festeggiare con a fianco l’anima gemella.
Emma Viscomi

E' in arrivo al binario...

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On giovedì 10 febbraio 2011 at 8:37 AM

Storia di una vita in una stazione ferroviaria. L'autore, Giovanni Diano, vero capostazione di Villa San Giovanni.

É il momento dell'area dello Stretto. Villa San Giovanni, Reggio Calabria, Scilla, Cariddi e Messina, sono sotto i riflettori nazionali con studi, progetti e pianificazioni, nel pieno delle tematiche dei trasporti e con la questione, discussa, ridiscussa e discutibile “Ponte sullo Stretto”. Ma sono forti e di grande attualità anche le tematiche e le problematiche legate alle ferrovie con la privatizzazione, il mercato libero, lo smantellamento e l'automatizzazione di alcune stazioni che diventano, sempre di più, meno umanizzate, la soppressione di treni locali e a lunga percorrenza, l'assenza di pulizie e servizi sulle vetture utilizzate nel sud dell'Italia... Tra tante polemiche e negatività legate al mondo dei trasporti su rotaia ecco un lavoro che invece recupera memoria positiva proprio sulla cultura del treno, delle stazioni ferroviarie e dei binari. É uno scritto, un libro di un capostazione che ha vissuto gli anni più belli delle ferrovie proprio a Villa San Giovanni. Un lavoro soglia, scritto al margine della regione italiana più a Sud, più estrema, tra Calabria e Sicilia, dove il mare divide brevemente due terre così vicine e così lontane. Giovanni Diano con il suo "E' arrivato al binario… - storia di una vita in una stazione ferroviaria" racconta di un tempo che non c'è più, ma lo fa senza retorica, con un pizzico di nostalgia e con tanto romanticismo. L'autore scrive e descrive con l'anima ed è, prima di essere scrittore narratore, poeta maturo. Diano nel volume è realisticamente il “capo stazione” ma anche “il viaggiatore” in una realtà lontana che oggi ci appare come uno spaccato neorealistico in bianco e nero ma colorato con i colori dello Stretto, del mare, di Messina, della Fata Morgana e dell'Etna sullo sfondo, delle palme di Villa San Giovanni, accanto. Il testo, tradotto in immagini, si avvicina alle opere xilografiche di Enotrio che amava raccontare, con la pittura e la fotografia, di binari e assolati caselli ferroviari, di stazioni e treni merci perennemente fermi sui binari morti, di segnaletica ferroviaria inondata dalla forte luce tipica della solarità meridionale. L'autore, per anni vero capo stazione di Villa San Giovanni, racconta con semplicità infarcendo gli scritti di terminologia tecnica ma senza farlo pesare al lettore, con modestia guida in un lungo itinerario nell'universo ferroviario. Diano, capo stazione come Arnaldo Meloni, Giuseppe Busà, De Luca, Tommaso Calemme, Ilario Palmieri... come tutta quella antica generazione di “capi stazione” che non erano fredda sintesi vocale di apparecchiature elettroniche ma uomini, autorità dei binari con paletta e fischietto, con scambi manuali e con le stazioni vive, dove si svolgeva un servizio a dimensione d'uomo. Giovanni Diano in “E' in arrivo al binario...” illustra, con virtuali scenografie, quei luoghi di lavoro con minuziose elaborazioni di scrittura e al lettore fa “vedere” fotogrammi fissi e immagini in movimento. Racconta di cose belle e cose tristi, fatti e accadimenti reali, memorie e dimenticanze che vengono tramandate con addosso e dentro gli originali personaggi del tempo inseriti in luoghi realmente esistenti. Le descrizioni di Diano, a questo punto, hanno il valore di un vero e proprio docufilm tanto sono descrittive e realistiche le parole. Ci sembra quasi di aver a che fare, in alcuni passaggi del volume, con un antico viaggiatore straniero, sceso in Calabria per appuntare, per descrivere, per illustrare e per testimoniare quanto visto e scoperto. Poi, alla fine, il racconto si chiude e, per un attimo, il narratore esce fuori dalla figura di capo stazione, si siede nella sala d'attesa di Villa San Giovanni, come un viaggiatore qualsiasi in attesa del treno (Diano ha voluto realmente chiudere il volume nella sala d'attesa di Villa San Giovanni - N.d.A.). La voce dell'altoparlante lo riporta alla realtà: E' in arrivo al binario quattro treno espresso 9570, proveniente da Reggio Calabria per Firenze – Bologna – Milano... il viaggio continua ma, per adesso, non cercate questo volume, stampato per le edizioni "Club del lettore" di Villa San Giovanni, in libreria o in edicola... è già esaurito. Non possiamo che suggerire ad autore ed editore una ristampa, il tema è interessante e la scrittura davvero speciale.
Franco Vallone

Umbriatico: in visita alla cattedrale

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , | Posted On mercoledì 9 febbraio 2011 at 8:10 AM

Il ponte è il punto ideale per ammirare, tra le fasce collinari presilane, a nord del Marchesato crotonese, la cresta della fortezza naturale che corrisponde all’ombroso paese identificato dagli storici con l’antica Euria- Eubria,( in riferimento al luogo), Euriaton- Euvriaticon (in riferimento alla provenienza), con le differenze imposte dalla fonetica bizantina.

Ad Umbriatico, non capiti per caso. Ci vai per scelta. Per vedere la Cattedrale , esempio singolare, nell’ambito della regione calabrese, di monumento religioso di epoca normanna perfettamente conservato ai nostri giorni. A prima vista, l’impatto è notevole. Davvero è una grossa sorpresa la testata absidale romanica di forma cilindrica, in pietra a vista e malta, nel centro dell’abitato.

Per entrare, si attraversa il portale secentesco. La basilica, divisa in tre navate, con arcate ogivali sorrette da colonne , è a croce latina, addossata alla chiesa costruita prima, a sua volta edificata sul tempio pagano del VII o VI secolo a. C., trasformato in cripta, su cui poggia il transetto sopraelevato. Le volte della stessa cripta sono a crociera, sorrette da 12 colonne, differenti per materiale e forma. La maggior parte è di stile dorico e ionico, con differenze evidenti nel capitello e nel basamento. Una è tortile ed è detta di Giuda Iscariota, ma anche dell’iniziato, nel rispetto della tradizione che attestò la presenza dei Templari ad Umbriatico per anni ed anni.

Allo stesso modo si spiegano le sepolture di Cavalieri in armi , localizzate durante lavori di scavo e di restauro. Nulla da eccepire invece per le tombe destinate ad accogliere le spoglie mortali degli appartenenti alla Confraternita del Rosario.

La Cattedrale annovera misteri anche nell’apertura e chiusura di porte vere e finestre finte. Non mancano scale ardite comunicanti con l’esterno. L’altarino centrale è abbellito con stucchi. Anche i muri laterali un tempo lo erano. Con la scomparsa degli stucchi, è emersa una realtà nascosta, cioè il proseguimento della cripta nel ventre della collina assieme alla certezza che furono tre i piani occupati, ovviamente in epoche differenti per tre diverse costruzioni. Il primo riguarda il castello. Il secondo, la Basilica,il terzo, infine,la Chiesa di Santa Maria delle Grazie. La cripta, ritenuta antecedente alla costruzione della Basilica superiore, fu successiva ad essa, come dimostrò lo scrupoloso lavoro di scavo eseguito nel 1986. Si scoprì allora che per ricavare l’intero piano sotterraneo, fu sollevato il presbiterio, posizionato in origine molto in basso. Quanto al pavimento dell’abside, si livellò la pietra arenaria presente in loco e si rivestì di mattoni .

La Cattedrale è dedicata a San Donato d’Arezzo, vescovo e martire sotto l’imperatore Giuliano, detto l’Apostata. Attorno alla figura dell’ecclesiastico ruotano storie e leggende. Aloni di mistero circondano le sacre reliquie venerate in passato. Esperti e studiosi hanno analizzato pezzi di stoffa attribuiti alla veste di Gesù e al velo di Maria, e sono arrivati alla determinazione che entrambi i reperti sono antichissimi per tessitura e colorazione, e di provenienza palestinese. Per un altro reperto si fa riferimento alla Passione di Cristo. Tradizione vuole infatti che appartenga alla colonna della Flagellazione un frammento custodito nella Cattedrale. Ma c’è una parte di chiodo sottoposto ad esame e comparazione che lascia adito a molti dubbi. Si tratta di un elemento, per metà a fusione e per metà a battitura, come in uso nella Palestina nel del I secolo, del tutto uguale a quello custodito a Roma, in Santa Croce in Gerusalemme. La carta sopra esso incollata, il nastro rosso con sigillo intatto, fanno pensare alla strumento di tortura di un martire. Lo smarrimento dell’autentica non permette di fare altre possibili congetture. Nessun dubbio per il turibolo in argento orientale del 15OO, testimone silenzioso del rito bizantino in auge a Umbriatico fino al 1600. Sigilli antichi mai profanati riguardano la Teca della Santa Spina e della Santa Croce. Conservazione e tutela non potevano avere luogo migliore.

Il paese è una fortezza naturale alle falde del Mazzagallo: 700 metri d’altezza con dirupi a strapiombo e verde incontaminato intorno. Nella valle sottostante si scorge il Lipuda, corso d’acqua a carattere torrenziale in inverno, in secca in estate. I ponti sul Vono e sul Fermacolo, aprono altri orizzonti di verde e di dirupi impenetrabili.

Emma Viscomi

La necessità di una Università del Sud per la ricerca della piena verità storica post-unitaria

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On martedì 8 febbraio 2011 at 8:18 AM

Le pubblicazioni a stampa, vecchie e nuove, sulla conquista del Sud Italia da parte dei Savoia nel 1860 e l’attuale dibattito multimediale in occasione delle celebrazioni dei 150 anni della cosiddetta “Unità d’Italia” possono indurre a ritenere che il Sud abbia assolutamente bisogno di verità storica assieme ad una decisiva spinta per il suo definitivo riscatto socio-economico, politico e morale. Sono ancora in gran parte chiusi gli archivi sui fatti e i misfatti che hanno seguìto la spedizione dei Mille, in particolare pare siano inaccessibili gli archivi militari nonostante siano trascorsi abbondantemente i termini legislativi di segretezza. L’Italia è l’unico paese che appare restìo a fare luce e pace su quegli anni post-unitari, mentre gli Stati Uniti d’America hanno già accertato le responsabilità, pure istituzionali, sul massacro dei nativi pellerossa restituendo loro non soltanto la verità storica ma pure la dignità di popolo e buona parte dei dovuti risarcimenti e riconoscimenti.
Per uscire dal buio che la Storia italiana insiste a riservare a quel periodo determinante pure per i giorni nostri, l’Università delle Generazioni di Agnone propone ai responsabili delle Istituzioni nazionali, in particolare ai rettori di tutte le Università italiane (nonché alle sedi storiche estere, come il prestigioso International Institute of Garibaldian Studies of Saratosa, Florida, USA diretto da Anthony Campanella) di esaminare la possibilità di realizzare una vera e propria “Università del Sud” con il prioritario scopo di fare emergere finalmente tutta la verità storica post-unitaria, il cui accertamento porti alla pacificazione nazionale tra Nord e Sud. Altro scopo principale di tale “Università del Sud” sarebbe quello di dare una prima spinta decisiva al pieno riscatto meridionale, senza il quale l’Italia tutta resterà monca di una parte consistente del proprio territorio.
Per il rilancio del Sud Italia, ci sono in esame varie altre proposte a livelli governativi: la Banca del Sud e leggi di rilancio. Entrambe le proposte potrebbero fallire (come in passato la Cassa per il Mezzogiorno ed altre iniziative parallele o collegate) se non si mette al loro fondamento una Cultura-base che non valga soltanto per il Sud ma per tutto il Paese, poiché l’Italia si salva insieme, Nord e Sud, poiché altrimenti rischiamo di essere insignificanti o poco competitivi nel panorama globale di un mondo sempre più aggressivo tra potenti blocchi economici e culture fondamentaliste.
La “Università del Sud” potrebbe e dovrebbe essere, quindi, la prima vera università nazionale unitaria per ritrovarsi tutti, Nord e Sud, sulle remote origini comuni così come sugli avvenimenti più recenti che hanno ricostituito, dopo due millenni, quella integrità territoriale e culturale che stanno alla base di una Italia nata già geograficamente omogenea millenni fa. Bisogna ricordare, infatti, che il nome Italia (nato in Calabria 4000 anni fa circa) dal 42 d.C. ha sempre indicato il territorio che va dalle Alpi alla Sicilia, alla Sardegna e persino alla Corsica. E, a ben considerare, l’Italia è, assieme ad Israele, il popolo che si porta dietro il nome nazionale più antico del mondo.
Dr. Domenico Lanciano

Parte la nuova edizione del premio "Vivarium" di poesia

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On at 8:13 AM

Catanzaro - Al via la terza edizione del Premio “Vivarium - Omaggio a Giovanni Paolo II”, di poesia. Al concorso, promosso dalle Edizioni Ursini e organizzato dall’Associazione “Acca-demia dei Bronzi”, si partecipa inviando da una a quattro poesie inedite, in lingua ita-liana e a tema libero, ciascuna delle quali non dovrà superare i 30 versi.
Gli elaborati dovranno essere inviati, con posta ordinaria, in duplice copia con firma ed indirizzo dell’autore, entro il 30 aprile 2011, all’Associazione “Accademia dei Bronzi”, Via Sicilia, 26, Catanzaro. Non è prevista alcuna quota di partecipazione. L’intero regolamento e la cedola di partecipazione possono essere scaricati dal sito: www.ursiniedizioni.it oppure richiesti a mezzo fax (0961.782980), telefono (380.4799720) o via mail all’indirizzo ursiniedizioni@libero.it.
La premiazione si terrà entro il mese di agosto in una nota località della provincia di Catanzaro. Le migliori poesie, la cui selezione sarà affidata ad una commissione di docenti e critici letterari, saranno pubblicate gratuitamente in un’apposita antologia che sarà presentata nel corso della manifestazione finale e inviata gratuitamente alle più importanti biblioteche pubbliche e a numerosi Istituti teologici italiani e d’Europa.
Al primo classificato sarà pubblicato un volume di poesie di cento pagine, Altri pre-mi, consistenti in targhe d’argento e medaglie, saranno assegnati a dieci poeti finalisti e venti segnalati.
Premi speciali andranno alla migliore lirica dedicata a Giovanni Paolo II, o a soggetto religioso, nonché a giornalisti, scrittori e poeti che si sono particolarmente distinti nel settore delle comunicazioni sociali.
Nella scorsa edizione, tenutasi il 29 luglio 2009, nella Sala Sacti Petri dell’Arcivescovado di Catanzaro, il premio è andato alla scrittrice Maria Pia Furina di Soverato per il romanzo inedito “Questo pazzo amore”, al poeta Pino Veltri di Co-senza, per la lirica “Ti cercavo” e, per la sezione saggistica, ad Adele Fulciniti e Brunella Perri per il saggio “Zeffirelli: un'Aida tra microcosmo e macrocosmo”, vo-lume pubblicato nei giorni scorsi dalle Edizioni Ursini.

Gli insediamenti albanofoni

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On at 8:08 AM

Nell'ordinamento Albanese ciò che non ricade nella sfera statale o militare ricade nella sfera religiosa.
Il contraltare istituzionale dello Stato non è la società civile bensì la comunità religiosa.
In linea di principio lo Stato ha come interlocuzione la comunità e non con gli individui.
Il tessuto residenziale dell’agglomerato è articolato in piccole comuni¬tà o quartieri dette, gjitonie vero e proprio mini stato a cui risponde l’intero gruppo.
Esse furono inizialmente distinte e organizzate attorno ad un emblema religioso, sia nel periodo fondativo e in seguito in espansione, l'urbanizzazione in questi sistemi è sinonimo di formazione di nuove gjitonie.
Gruppi omogenei di contadini o immigrati da altri centri urbani, fondano nuovi quartieri insediandosi in gruppi di poche famiglie accomu¬nate dalla provenienza etnica e all'appartenenza allo stesso corpo sociale e religioso.
Vi è spesso la figura di un fondatore, capo carismatico religioso o semplicemente per le suo capacità dinamiche e gestionali che da il nome al sito.
In particolare nelle fasi che prece¬dono l’ondata di profughi dall’Albania nel secolo XV°, l'insediamento indi¬viduale è un evento raro e di cui non si ha nota.
L’agglomerato non ha luogo per il lento addensarsi di singole case; nella cartografia le case sparse sono rarissime, ma sono dotati di rudimentali sistemi aggregativi oltre che di alcuni elementi pubblici e collettivi quali l'edificio di culto, gli orti o le aie, queste ultime non necessariamente sempre presenti, come invece lo sono sicuramente le fontane e i luoghi di approvvigionamento idrico.
I paesi albanofoni sono piccoli insediamento comunitari, i cui componenti discendono da ante¬nati, uomini, di valore morale e di grande spessore spirituale, che oggi si cerca di raffigurare in totemici steli.
Questa discendenza verticale monolineare si è accresciuta in senso orizzontale con legami di parentela naturali, consanguinei o acquisiti con forme cerimoniali collaterali: i comparizi connessi con funzioni religiose, quali i battesimo, le comunioni, le cresime, e i matrimoni mirati a costituire vincoli di fraternità o di associazione personale e familiare. Cosi come si sono sviluppati gli insediamenti edilizi, che nel primo periodo hanno assunto forma e consistenza verticale e quando i legami sono cresciuti si sono aggregati in senso orizzontale e apparentemente disomogeneo.
Nuove relazioni interfamiliari si stabiliscono negli spazi comuni adiacente alle residenze.
Il vicinato, Gjitonia, costituito da abitazioni che si aggregano lungo o attraverso un medesimo spazio dettato dalla espressione orografica, il cui ideale fulcro è occupato da interessi comuni di convivenza e cooperazione parentale ed extraparentale.
Luogo di convergenza fisica e sociale delle famiglie che vi abitano, tra le quali si costituisce, per bisogni comuni, un rapporto di reciproco aiuto e controllo, che crea generalmente solidarietà, ma non è esente da momenti di tensione e ostilità.
Un paese an¬tico, come quello rilevabile nelle colline della Calabria, è formato da vicinati, Gjitonia, struttura mantenuta fino agli anni sessanta del secolo appena trascorso.
Essa si era insediata e aveva avuto l’umus ideale per la sua proliferazione grazie al sistema economico e sociale in atto in quel periodo nel meridione d’Italia e di seguito quando il sistema per l’assegnazione dei terreni fu modificato, se per un limitato numero di famiglie vi fu un evidente salto di quantità economica, per tutti gli altri la gjitonia divenne luogo a cui aggrapparsi per il sostentamento fatta di cooperazione e solidarietà.
La rete parentale e paraparentale che lega gli abitanti degli agglomerati, che essendo in un numero maggiore a quello originario, mette in moto un sistema di riconoscimento indiretto attraverso il rapporto con uno o più referenti (Ciruzi è figlio di Piccipicci, zio di Jokati) ciò riduce il numero e il valore dei cognomi, che vengono sostituiti da nomignoli o soprannomi, che diventano più indicativi dei nomi e dei cognomi stessi.
In una comunità omologata anche nominalmente, essi costituiscono il mezzo espressivo più rapido, sicuro e mirato per distinguere le persone.
I Soprannomi sono costruiti su misura del fisico e dei comportamenti abitudinari o da singolarità connotativa anche del gruppo familiare stesso.
Come si è anticipato prima la campagna costituisce la fonte primaria e fondamentale da cui pro¬durre economia, in funzione della quale si svolge tutta l'attività dell’agglomerato.
Il rapporto con la campagna è finalizzato al buon raccolto, per cui è direttamente legato alla imprevedibilità, degli esiti, dell'andamento meteorologico, la pioggia, la sicci¬tà, la grandine o fattori legati alle epidemie degli animali, alle malattie specie se lunghe e debilitanti come la malaria, che ha rappresentato il flagello delle popolazione meridionale e non solo, fino al tempo in cui si intervenne con le bonifiche prima pianificate e poi dirette da Manlio Rossi Doria.
Lo stato d'animo che per anni drammaticamente incerti, hanno accompagnato le genti albanofone oscillando, tra ansie e angosce esistenziali, ha trovano luoghi per il giusto conforto, nelle capienti cantine o magazzini e nelle parrocchie; cellule del mondo contadino albanofone che si placavano con rituali religiosi quali, processioni, pellegrinaggi all'interno degli agglomerati, nei sa¬grati delle chiese, per le strade, nelle gjitonie o in quei luoghi ritenuti scenari di suggestivi e mitici avvenimenti.
L'autosufficienza economica cui si ispira la vita degli albanofoni comportava l'allevamento di animali domestici, quali, galline, maiali, capre, pic¬cioni, conigli in genere, che costituiscono un comparto necessario di sussistenza e scorta alimentare.
La vita della popolazione arbëreshë, all’interno dei loro gruppi era vissuta con grande dignità e regolata da tradizioni rigidamente tramandate da padre in figlio.
Stretti percorsi, Rugath, collegavano fra di loro disordinati agglomerati edilizi, ispirati da antichi legami familiari e dall’orografia che non era mai casuale ma scelta con metodo e perizia.
Anfratti naturali posti tra le isoipse 350 e 600 metri sul livello del mare, consentivano di usufruire della duplice opportunità economiche e logistiche che offriva la valle e la montagna, preservandoli dal soccombere alle famigerate zanzare che infestavano le aree paludose.
La posizione collinare scelta sempre in lieve declivio, consentiva il facile defluire delle acque luride e meteoriche, queste ultime avevano il naturale compito di disinfettare le superfici più vissute nella parte anteriore dell’unità abitativa, evitando così facili focolai infettivi.
Le unità abitative in cui viveva gran parte della popolazione erano più che altro veri spazi addomesticati, il cui compito era di svolgere al loro interno le utili attività atte al sostentamento familiare.
I paramenti murari costruite in pietra, regolarizzati da impasti di calce e sabbia, su cui poggiava il tetto sorretto da un’orditura primaria in travi e la secondaria in panconcelli, entrambi di essenza di castagno.
Queste ultime sostenevano la lamina di tegole, adagiate con orditura del coppo e contro coppo, la falda unica era inclinata nella stessa direzione del declivio.
Il paramento di tegole, garantiva la pulizia dell’uscio e la possibilità di approvvigionarsi di acqua nei periodi piovosi.
Va sottolineato che la gran parte dei telai a sostegno del manto di copertura, non teneva conto dell’effetto spingente sulle murature, provocando facili crolli delle dimore, dovute alla grave negligenza strutturale.
I moduli abitativi avevano sviluppo orizzontale,(vissuto dal gruppo familiare di costituzione verticale), composti di due ambienti, il primo prospiciente la strada o pianoro (Sheschi i …….) il secondo che dipendeva completamente e si accedeva dal primo; la ventilazione del secondo ambiente era garantita da una piccola finestra posta in alto, e a pochi decimetri dal declivio su cui era incastonato il modulo.
La distribuzione planimetrica del modulo consentiva la duplice funzioni residenziale e quella non meno importante di trasformazione e conservazione dei prodotti stagionali.
L’unita era come una piccola azienda agricola in cui gli spazi venivano razionalizzati in funzione delle attività agricole e della pastorizia, fonti di sostentamento principali delle comunità arbëreshë.
In alcune zone dei centri storici resistono ancora intere testimonianze di queste vere e proprie cellule rurali, esse conservano ancora, le caratteristiche funzionali-architettoniche facilmente leggibili tali da poter decifrarne in modo chiaro la vita di quel periodo di patimenti.
Il sedile (Sieti), posto di fianco all’ingresso, caratteristica esterna del modulo abitativo, realizzato con materiali di spogliatura, regolarizzato nelle facce esterne e sulla seduta, esso garantiva la partecipazione del nucleo familiare alle attività sociali della gjitonia, era anche l’ideale cattedra ove gli anziani, tramandavano storie, regole di vita e leggende alle nuove generazioni.
L’ingresso al modulo avveniva attraverso il varco principale il cui dissuasore, ovvero la porte, era realizzato da tavole in legno di castagno ben squadrate dai maestri d’ascia.
L’infisso a doppia anta orizzontale consentiva il giorno ad assicurare l’adeguata illuminazione con la parte superiore, invece la parte inferiore assolveva al compito di vera e propria porta o limite invalicabile della proprietà privata.
La porta finestra così realizzata per queste abitazioni era il confine che nella famiglia di tipo allargata era rappresentato dalla porta del cortile che evolvendosi da inizio alla nascita della Gjitonia.
Non è più la famiglia di tipo allargato che utilizza questo spazio privato ma quello della famiglia intesa come gruppo urbano la quale mantiene i suoi rapporti sociali all’interno dell’area posta innanzi all’ingresso.
È in questo periodo che l’economia di tutto il meridione cambia sostanzialmente di tendenza, l’assegnazione delle terre da parte dei principi avviene non più in una miriade di piccoli possedimenti, che comportava una difficile riscossione dei tributi, ma si affidano grandi aree a unici proprietari referenziati,i quali devono rispondere direttamente ai Principi attraverso contratti, che contengono la novità che consiste nell’ agevolazione di eventuali rimandi annuali per i pagamenti dovuti.
Arch. Atanasio Pizzi

Tutti i suoni di Sandro Sottile

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On lunedì 7 febbraio 2011 at 2:18 PM

"Sandro scrive canzoni da una sponda diversa, distante dalla folla tumultuante dei cantanti e autori e impresari impegnati nella mischia del successo effimero benedetto e maledetto, dal potere dei burattinai che vendono l'anima e la faccia alle televisioni commerciali. Quelli che lo giudicheranno non saranno loro, i santoni scoppiati del business musicale, ma la gente più vera che va nelle piazze dei paesi per ascoltare e far risuonare i propri tamburi. (…)" sono parole di Eugenio Bennato dedicate a Sandro Sottile che è un artista davvero difficile da inquadrare con una semplice denominazione. Lui è prima di tutto un calabrese, polistrumentista, etnomusicista e musicologo ma anche costruttore dei suoi strumenti popolari, poeta e compositore delle sue canzoni, è scenografo e presepista, attore… è un personaggio completo nell'ambito della ricerca antropologica musicale. Tra i suoi numerosi pezzi di successo ricordiamo il brano “Zona Briganti”, “Tarantella Aramonese” e “Cantannu e sonannu”, sonorità popolari, viaggi musicali e passaggi culturali nell'arcaicità dei suoni prodotti da strumenti antichi, poveri ed anche agropastorali, una sapiente mescolanza di sound influenzati da altre culture dell'area del Mediterraneo e dal vicino Oriente. La sua ricerca è etnica, profondamente radicata sul territorio calabrese ma con raffinate incursioni nelle sonorità di ritmi campani, lucani, pugliesi e siciliani. Sandro Sottile nasce nel 1962 a Rogliano, in provincia di Cosenza, si avvicina alla musica giovanissimo, già a 13 anni, con lo studio della chitarra. Cultore di tradizioni popolari in tempi non sospetti, intraprende lo studio e la costruzione della zampogna e della ciaramella nelle sue forme più arcaiche. Fonda la sua prima band nel 1981, è il gruppo musicale popolare "Narratiuncula", ed inizia nello stesso tempo un'intensa attività di ricerca nel campo della musica e delle tradizioni di tutto il meridione d'Italia. Numerosi i concerti tenuti in Calabria, ricordiamo tra gli altri l'esibizione in occasione del Carnevale di Cosenza al Teatro Rendano che segna l'inizio del grande successo di pubblico e di critica. Gli anni '90 sono quelli della collaborazione con il neocantastorie calabrese Danilo Montenegro. E' componente del gruppo teatrale filodrammatica "Vincenzo Gallo", con il quale partecipa, in veste di attore e scenografo, a diverse rappresentazioni nei teatri Rendano, Italia, Morelli di Cosenza. Il suo percorso musicale continua nel 2001 con Alchimia Popolare, altro gruppo di musica etnica. Il 2006 segna l'inizio di un'intensa attività autonoma di autore e compositore, collabora con Taranta Power, movimento artistico-musicale fondato da Eugenio Bennato.

Nel 2008 partecipa ad importanti festival, alla Notte Bianca a Brindisi, al Tamburello Festival di Zambrone, al Festival "La Meglio Gioventù”, alla Notte Bianca ad Ardore e, a Napoli, al Concerto Euromediterraneo New Taranta New Flamenco. Nel 2009 Sottile fonda il progetto "C'è quel Sud" che si concretizza con un lavoro discografico con la direzione artistica dello stesso Bennato. La tournée, testimonianza di attaccamento alle radici, alla propria terra e alla propria cultura riscuote grande successo. Segue una proficua collaborazione con gruppi musicali pugliesi di caratura internazionale per la trasmissione, alle nuove generazioni, delle memorie della propria terra attraverso il recupero di un'identità musicale meridionale e mediterranea rivisitata anche in chiave moderna. La positiva esperienza viene replicata con la concretizzazione di Canti e Cunti - suoni, odori, sapori, parole della tradizione - tra riti, miti e siti dalla Calabria alla Sicilia, anche questo un “viaggio” alla riscoperta delle "radici comuni" attraverso il confronto, questa volta con esperienze musicali siciliane, con altri gruppi. Con la sua band si esibisce in numerosi concerti e partecipa a numerose importanti manifestazioni musicali, al Kaulonia Tarantella Festival e al Taranta Opera. Partecipa al seminario Verso Sud - movimenti musicali e tradizioni culturali del mediterraneo. Nel 2010 l'attività prosegue con la tournée Pelle Ribelle che allarga i canoni musicali tradizionali alle culture degli altri Sud del mondo, attraverso numerosi concerti. Ricordiamo il grande concerto di Roma e il progetto Ex Voto - canti di fede e tradizione - che ripercorre la natività attraverso i canti del Sud Italia. Sempre nel 2010 è ospite del Concerto di Capodanno a Cosenza. Nella discografia di Sandro Sottile il DVD Live "Notte bianca @ Rogliano" e “Cantannu e Sonannu”. È in preparazione la nuova tournée e un CD dal titolo "Sulle tracce dei Terroni" con, tra gli altri musicisti e componenti il suo gruppo, Francesco Altomare, Marco Vizza , Piera Vizza, Manuel Sottile e Mauro Potestio. Abbiamo aperto con le parole di Eugenio Bennato dedicate a Sandro Sottile, chiudiamo continuando a scorrere ancora il testo di questa bellissima dedica "… Sandro deve fare i conti con la poesia e con i poeti del presente e del passato e la strada che ha scelto è la più difficile. Gli auguro di avere fortuna e di continuare a marciare con il Sud alternativo".
Franco Vallone