Le ritualità in bianco e nero della zucca sdentata di color arancio

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On martedì 28 ottobre 2008 at 6:02 PM


Le nuove mode dettate dal mercato tra antiche tradizioni celtiche, tra arcaicità calabrese e tradizione americana

Questi sono i giorni dell’arancio e i giorni della fine di ottobre si colorano del colore della zucca sdentata presa in prestito dai bisogni dettati dal mercato per creare altri giorni che fruttano soldi con la scusa degli eventi da ritualizzare, anno dopo anno. È facile vedere in questi giorni d’arancio, anche per le strade della nostra Calabria, negozi e negozietti, ipermercati, bar e pasticcerie con le vetrine allestite di tutto punto e stracolme di gadget, giocattoli, oggetti e dolci tutti rigorosamente di colore arancio o anche nero e bianco. Tutti richiami aventi come tematica halloween, la festa americana dello “scherzetto dolcetto”, esportata da alcuni anni dagli Stati Uniti ma che invece pone le sue antiche radici nel mondo e nella civiltà celtica. Proprio in questo periodo di soglia tra ottobre e novembre, alcuni anni fa, vi erano, anche nella nostra regione, tradizioni simili per la ricorrenza della festa di Ognissanti e per la commemorazione dei defunti. Elementi rituali e liturgici straordinariamente simili a quelli della famosa ricorrenza festiva di oltreoceano. Ultimi giorni di ottobre, uno e due di novembre, un periodo a cavallo tra due mesi per ricordare nella nostra tradizione Cattolica, nel nostro calendario, che è festa dedicata a tutti i Santi e a tutti i nostri predecessori che oggi non ci sono più. In Calabria, abbiamo dimenticato, da anni, molte abitudini, tradizioni e usanze, legate certamente alla antichissima festa di halloween originaria che ha sicuramente riferimenti diretti con la giornata di Ognissanti e con quella dei morti del 2 novembre. Halloween ritorna. È solo un ritorno culturale che prende la strada più lunga per ritornare. Riattraversa l’Oceano Atlantico e ritorna nei nostri paesi, nelle nostre città. Tutti cercano di recuperare l’antica festa che è, oggi, in America, uno degli eventi folkloristici più seguiti. È un riappropriarsi di uno dei più antichi riti celebrativi la cui origine risale a tempi lontanissimi. La sua crescente popolarità, anche in Italia e in tutta Europa, deriva dalla tradizione americana della notte dei travestimenti e del “trick or treat (scherzetto o dolcetto). Nella nostra tradizione Cattolica, nel nostro calendario, a tutti i Santi viene dedicato il giorno del primo novembre, mentre il giorno successivo è dedicato alla commemorazione dei defunti. Il giorno dedicato ad Ogni Santi (in inglese All Saints’Day) aveva una denominazione arcaica: All Hallws’Day. Presso i popoli antichi la celebrazione della festa di tutti i Santi iniziava al tramonto del 31 ottobre e pertanto la sera precedente al 1° novembre era denominato proprio “All Hallows Even” che venne presto abbreviato in “Hallows’Even”, poi in epoche più recenti in “Hallow-e’en” ed infine in “Halloween”. In Calabria abbiamo dimenticato da anni questa celebrazione che aveva sicuramente riferimenti con la giornata di Ognissanti e con quella dei morti, con il 2 novembre. In provincia di Reggio Calabria, in Aspromonte, per tutto un mese, in autunno, ogni sera si usava mettere sul tavolo di casa un piatto ricolmo di cibo, con pane e una bottiglia di vino, un boccale d’acqua e anche un mazzo di carte da gioco. Una antica usanza, un arcaico modo per rifocillare i defunti che, proprio in questo periodo, secondo la credenza popolare, di notte, vagano nel mondo dei vivi. A Rosarno, sempre n provincia di Reggio Calabria, ma anche a Filandari ed altri paesi della provincia di Vibo Valentia, si usava raccogliere la cera che si scioglieva sulle lapidi dei cimiteri dai lumini votivi. Questa cera recuperata viene fusa in delle forme, costruite con la canna, o in contenitori vegetali, cipolle, peperoni o piccole zucche, con un nuovo stoppino posizionato all’interno. Queste nuove candele riciclate venivano poi utilizzate nelle sere dei morti, tra ottobre e novembre. Si girava per le strade del paese, si bussava alle case dei compaesani per chiedere qualcosa per “i beniditti morti”. Si ricevevano dolciumi o qualche monetina, molto più spesso fichi secchi, corbezzoli, zinzuli - giuggiole, castagne, sorbi, castagne bollite, noci e nocciole. Altra usanza era quella di andare in giro con delle grosse zucche svuotate e intagliate a forma di cranio sdentato, illuminate da una candela posizionata all’interno. Le zucche sdentate dette “teste di morto” legano perfettamente e simbolicamente la nostra tradizione a quella di halloween. Si andava in strada a raccogliere piccoli regali di parenti, amici e conoscenti, sempre in nome dei benedetti morti e successivamente si posizionavano le “zucche-teste di morti” sulla finestra della propria casa, per illuminare, con la loro luce fioca, le notti più buie dell’anno. Sempre in Calabria, in questo periodo, vi è l’usanza di consumare un particolare dolce bicolore dall’intenso profumo di cannella denominato “ossa di morti”, molto vago come forma estetica, ricorda lontanamente un osso. A Villa San Giovanni, invece, l’anatomia di questi dolci viene curata molto, i dolci dei morti assumono una forma realistica di scheletro completo di teschio. Sono i dolci della devozione e del ricordo, sono elementi di una vera e propria alimentazione della memoria e dell’anima che ci permettono di recuperare le tradizioni più arcaiche, quelle che detengono la nostra identità culturale. Secondo alcuni studiosi la celebrazione di Halloween ha origine molto più remote di quanto possiamo pensare e pone le sue radici nel periodo della civiltà Celtica. Gli antichi Celti, che abitavano in Irlanda, Francia e Gran Bretagna, festeggiavano l’inizio dell’anno nuovo il 1° di novembre, proprio il giorno in cui si celebrava la fine della stagione calda e l’inizio della stagione fredda, del buio e delle tenebre. La notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre era una soglia molto importante, un momento solenne che rappresentava, per i Celti, la più importante celebrazione del loro calendario. Tutte le leggende più antiche ci narrano cicli epici, antiche saghe, grandi battaglie che si svolgevano in questa notte particolare. Molte leggende riguardavano proprio la fertilità della terra, il terrore e il panico per l’inizio semestrale del Dio delle Tenebre (dell’Inverno). La ricorrenza segnava per i Celti la fine dei raccolti e l’inizio dell’inverno e assumeva una rilevanza particolare. Le persone si chiudevano in casa per ripararsi dal freddo, i greggi venivano riportati a valle. I Celti credevano che alla vigilia di ogni nuovo anno (31 ottobre) il Signore della Morte, Samhain, Principe delle Tenebre, chiamasse a sé tutti gli spiriti dei morti. In questa soglia per loro tutte le leggi del tempo e dello spazio venivano sospese permettendo al mondo degli spiriti di unirsi al mondo dei viventi. Nei villaggi si spegnevano i focolai per evitare che gli spiriti maligni venissero a soggiornarvi. Questo antico rito consisteva nello spegnere il fuoco sacro sull’altare e riaccendere il nuovo fuoco il mattino seguente. Un rito evidente di purificazione, rinnovamento e propiziazione per salutare il nuovo anno. Una rappresentazione ciclica, del Tempo e della vita stessa, dove veniva celebrata la speranza del ritorno alla vita. L’usanza americana di travestirsi la notte di Halloween nasce dalla stessa tradizione dei Celti. Si ritrovavano nella notte del 31 ottobre a festeggiare mascherandosi con le pelli degli animali uccisi per esorcizzare e spaventare gli spiriti. Questi personaggi grotteschi rientravano nei loro villaggi illuminando il loro cammino con lanterne costruite con delle cipolle intagliate e riempite dal fuoco sacro. I Celti offrivano alle fate del cibo o del latte che veniva lasciato sui gradini delle loro case. Il trick or treat si fa risalire a quando i primi cristiani elemosinavano per un pezzo di dolce dell’anima che era quasi sempre un pezzo di pane. Più dolci dell’anima una persona riceveva, più preghiere si promettevano a favore di defunti della famiglia che aveva donato il pane. In America i ragazzini travestiti con maschere mostruose e costumi terrificanti vanno in giro a chiedere, dolcetti o scherzetti. Se non ricevono niente rispondono con qualche brutto scherzo. Durante il I° secolo i Romani invasero la Bretagna e vennero a contatto con questi antichi riti e celebrazioni. La Chiesa Cattolica non riusciva a sradicare questi antichi culti pagani che prevedevano la presenza, nell’immaginario collettivo, di streghe, demoni e fantasmi. Nel 835 Papa Gregorio spostò la festa di tutti i Santi dal 13 Maggio al 1° Novembre e diede così un nuovo significato ai culti pagani. Tuttavia l’influenza nefasta del culto di Samhain non fu sradicata e per questo la Chiesa aggiunse, nel X° secolo, la festa del giorno dei morti, il 2 Novembre, in memoria delle anime dei defunti che venivano ricordati e commemorati dai loro cari.
Franco Vallone

Furto di dieci piante per siepi appena piantate al Cimitero di Briatico

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On at 5:50 PM

Briatico - In attesa della giornata commemorativa dedicata ai defunti del 2 Novembre e dopo vari reclami rivolti al comune per lo stato d'abbandono in cui versava il cimitero, da giorni si sta provvedendo ad un intensivo intervento di bonifica, un lavoro di riqualificazione e abbellimento con attivazione di servizi, pulizia straordinaria, ripristino d'aree e bitumazione del parcheggio antistante il luogo sacro.
Al di là di queste positive notizie bisogna, però, registrare che al Cimitero di Briatico la scorsa notte ignoti hanno perpetrato un gesto inqualificabile. Il furto di tutti gli arbusti per le siepi, piante di Lauroceraso, messe a dimora appena la sera prima dalla ditta di Giuseppe Mazzitelli che, per conto dell'Amministrazione comunale di Briatico, sta effettuando i lavori di manutenzione dell'area cimiteriale con allestimenti floreali, installazione di alcune panchine in legno, abbellimenti del viale d'accesso e del parcheggio antistante. Gli ignoti, secondo quanto dichiarato dallo stesso sindaco di Briatico, Andrea Niglia, oltre a rubare le dieci piante, per un valore di circa seicento euro, hanno pure provveduto a danneggiare un muretto nelle adiacenze dell'area interessata dal furto. Lo stesso Ufficio tecnico del Comune ha prontamente provveduto ad effettuare le denunce del caso alle autorità competenti. I lavori proseguono… ladri permettendo.
Franco Vallone

Il Maestro del cinema Andrea Frezza aiuto regista di Radiografia di un paese

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On at 5:46 PM

Il film documento, a colori e in 35 mm, proprietà dell'archivio filmico di Giuseppe Imineo, si intitola "Radiografia di un paese" e porta la prestigiosa firma del maestro Andrea A. Frezza nella veste di aiuto regista e di autore del commento dell'opera, mentre il regista è Angelo D'Alessandro. Il film, ad osservare bene il taglio delle immagini e delle inquadrature, è una vera e propria opera d'arte satura di modernità se si pensa che è una pellicola del 1961. Girato a Vibo Valentia, Triparni, Vibo Marina e in tutto l'interland vibonese, il film inizia con una breve didascalia, sempre scritta da Frezza: "poco prima di arrivare a Vibo Marina in Calabria il treno proveniente dal Nord entra in una galleria e rallenta…". Una frase, una buia galleria - soglia, per entrare in un mondo solare e per iniziare una storia fatta da parallelismi e un leggero sfiorarsi di storie diverse, tra il lavoro del cementificio della piana di Vibo Marina, il mercato settimanale di Vibo Valentia che allora si faceva di Domenica, la costruzione dell'asilo e della Snam a Triparni e il circolo del cinema di Vibo. La fotografia, firmata da Dino De Angeli, e il montaggio di Alba Orti sono veramente particolari con continui primissimi piani dei marchingegni industriali della fabbrica del cemento, con forni e ciminiere fumanti, con ingranaggi, pistoni, stantuffi e veloci movimenti rotatori, sintomo di una vorace industrializzazione che prendeva terra e terreno ai contadini dai ritmi lenti e millenari. Vi è poi l'immagine del grande orologio della stazione che compare improvviso molte volte tra le scene e scandisce, anch'esso voracemente, il passare del tempo che fugge e traccia i ritmi naturali della campagna e quelli industriali dei turni di fabbrica. Tanta gente in cammino, a piedi, per le strade che portano a Vibo, gente con curuna e cofana in testa, che porta fardelli e mercanzia al secolare mercato della domenica che chiude tutti i negozi compresa la farmacia, il lunedì. Contadini con frutta, ortaggi e altri prodotti della terra, allevatori con mucche e maiali al seguito, campagnoli con conigli, uova, galline, polli e galli, gente carica di tutto e che ritorna a casa, dopo il mercato, con ciò che serve, barattato o comprato. "Un raro esempio, rimasuglio dell'antica economia chiusa medievale, commenta Andrea Frezza, la campagna dà alla città quello che la città non ha, e viceversa". Le belle e originali musiche sono di Sandro Brugnolini e solcano un ritmo classico per quel tempo e per quel sud del tempo, un suono di scacciapensieri, ritmato e ripetitivo, che ricorda tanto i suoni utilizzati da registi come Luigi Di Gianni, Vittorio De Seta o Virgilio Sabel per i loro film e documentari girati nel meridione d'Italia. Nel film vi è anche un continuo richiamo alla cultura del luogo, si vede più volte il professore Albanese, prete e studioso della memoria storica vibonese, mentre, dopo aver detto messa, effettua con il suo fotografo delle riprese fotografiche per il suo libro alle chiese vibonesi e alle mura greche di Hipponion e poi c'è il fermento frizzante e intellettuale del circolo del cinema di Vibo Valentia, fondato dallo stesso Andrea Frezza nel 1959. Nel film si vedono tanti stranieri, francesi, israeliani, brasile, americani, svedesi ed ogni altrove arrivati a Triparni per un campo di lavoro e diretti da un certo Samuele, di una associazione assistenziale americana. Seguono veloci tanti piccoli frammenti di vita quotidiana che si incrociano continuamente e costruiscono un prezioso documento, uno spaccato antropologico di quel lontano 1961 a Vibo Valentia.
Franco Vallone

I Gigantari di Ella Pugliese al Roma Film Festival

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On giovedì 23 ottobre 2008 at 9:38 AM

Ugo Gregoretti: "…la singolare ricostruzione degli antichissimi riti popolari correlati alla leggenda della "gigantesca" coppia primordiale"


Nel film di Ella Pugliese c'è anche una scena dove la testata "Calabria Ora" compare in primissimo piano tra le mani dell'artista Reginaldo D'Agostino sdraiato su un divano, poi ci sono un gigante e una gigantessa, tantissima gente e tanti luoghi che vivono in Calabria e raccontano continuamente vita e memoria. Il film di Ella si intitola "I Gigantari" e domenica prossima, 26 ottobre, verrà presentato a Roma, all'interno del Roma Film Festival, nella rassegna "Extra d'essai" che raccoglie la migliore produzione documentaria indipendente degli ultimi due anni. Tra l'altro Ugo Gregoretti, presidente della giuria della 15a rassegna del documentario "Premio Libero Bizzarri", ha voluto premiare il film con una menzione speciale e con la seguente motivazione: "Per l'alto livello della ricerca formale che ha aiutato, in maniera altamente sofisticata, la singolare ricostruzione degli antichissimi riti popolari correlati alla leggenda della "gigantesca" coppia primordiale". I Gigantari, il bellissimo film di Ella, racconta prima di tutto di un re e una regina. Sono loro i personaggi centrali e gli attori principali, alti simulacri di cartapesta, dai tratti orientali e dai colori scuri. Potrebbero essere di qui o venire da molto lontano, il gigante e la gigantessa ballano al suono minaccioso e ripetitivo dei tamburi, dei rullanti e della grancassa, sulle spiagge e nelle piazze di paese attraendo e mettendo in fuga adulti e bambini. A memoria di anziano non c'è festa che si apre senza giganti in questo lembo di terra calabrese propizio agli sbarchi di popolazioni amiche e barbari invasori. I Giganti rappresentano il legame con la tradizione, ballati dai 'gigantari' di professione, costruiti dalle mani sapienti di artigiani e artisti locali, ricostruiti per gioco e per sfida dai bambini. La vita della gente scorre parallela, tra gesti e abitudini millenari che scandiscono lo scorrere lento del tempo, vecchie e nuove strategie di sopravvivenza ed esercizi di memoria. E poi c'è tanto lavoro in questo spaccato, c'è un sorprendente rigoglio di arte e artigianato in questa Calabria che si racconta con dignità e umore. Intanto, in uno scantinato buio o nel sottoscala umido di un garage, i giganti sonnecchiano aspettando il prossimo ballo, la prossima vita. Il film racconta, con raffinatezza non comune e senza traccia di retorica, attraversando le strade del vibonese come in una sorta di viaggio, tra memoria e realtà attuale, con molti incroci, soglie e fermate effettuate con il supporto della preziosa e silenziosa collaborazione dell'artista Pino Pontoriero che ha fornito molti suoi schizzi ed ha disegnato alcune scene per la realizzazione delle animazioni. La regista, donna con una ricchissima interiorità, per questo lavoro è stata affiancata da una meravigliosa e appassionata collaborazione di tutti i ragazzi della troupe, sia sul set che durante la lunga e laboriosa fase di post produzione. La troupe, durante la lavorazione di I Gigantari, ha parlato italiano e tedesco ma ha interagito con personaggi che parlavano il dialetto calabrese ma anche l'arabo, il francese o l'inglese, dietro la videocamera Luca Bellino e Jens Joester, di Berlino, assistente alla regia e fonico, Michele Russo, montatore, Andrea Ciacci, che, al di là del lavoro di montaggio, è stato anche sempre pronto ad occuparsi di ogni nuovo problema tecnico che si presentava sul set. Ella Pugliese è nata a Roma nel 1974 da madre siciliana e padre calabrese originario di Lampazone di Ricadi, in provincia di Vibo Valentia. Ella si è trasferita giovanissima in Germania, a Berlino, dove ha effettuato studi specialistici nel campo della germanistica e della letteratura tedesca, con laurea in lingue e specializzazione in antropologia della migrazione ma la sua formazione si è ampliata nel contempo anche nel resto d'Europa e nel Sud-Est del mondo. Dopo qualche corso di sceneggiatura e montaggio ha iniziato a lavorare sul campo con la produzione di interessanti documentari.
Franco Vallone

La grande tela di San Nicola dipinta da Thomas De Florius, un bambino di undici anni

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On giovedì 16 ottobre 2008 at 10:21 AM

Briatico - La notizia è freschissima eppure è datata 15 settembre 1892, a firma del giornalista di "L'Avvenire Vibonese" Eugenio Scalfari, avo del giornalista Eugenio Scalfari, già direttore e fondatore de "la Repubblica". La notizia è tratta dal settimanale che si pubblicava a Monteleone, alla fine dell'Ottocento, e riguarda un antico quadro che si trova nella chiesa parrocchiale di Briatico. Si tratta di una grande tela raffigurante San Nicola di Bari che, secondo le ricerche di Scalfari, sarebbe stata dipinta nel 1624 da un… bambino di undici anni. Ma ecco i fatti: un quadro, raffigurante San Giuseppe, venne trasportato nella chiesa di Sant'Ignazio a Monteleone, "che da teatro, in cui era stata trasformata da dopo la fuga de' Gesuiti, fu poi ribattezzata a chiesa di San Giuseppe". Il quadro in questione è firmato "Thomas di Florio 1675". Scalfari viene a sapere, in quegli anni, da un certo Antonio De Rito, che un altro quadro dello stesso autore si trovava nelle vicinanze, nella chiesa matrice di Briatico. Ecco come Scalfari racconta: "Amici Briaticoti ed altri, a cui ho chieste notizie in proposito, mi hanno affermato che il S. Nicola, del quale non ricordano il nome dell'autore, è un bellissimo quadro, proveniente da Briatico vecchio. Dopo quest'affermazione è quella del De Rito, andai, come ognun può supporre, pieno d'ansietà a Briatico, e vidi il quadro, ch'è un….. quadraccio. È una gran tela, mal disegnata, peggio colorita e senza alcuna invenzione, chiusa in una cornice dorata. Come non è facile cosa giudicare d'un quadro; sicché spesso si dice di esso ch'è bello mentre è brutto e viceversa! Facce inespressive, pennelli intinti nella calce, balle di bambagia per nubi, una vera impiastricciatura d'un cattivo pittore, ritratta forse da una pessima stampa, come quelle che fa l'Apicella a Napoli. Restai disilluso, e più che disilluso, sconfortato, poscia ch'ebbi letto la leggenda dell'autore: Thomas De Florius P. 1624. Quanta differenza tra il quadro di Briatico e quello di S. Giuseppe (…) l'autore è il medesimo, e costui avrebbe dipinto il quadro di Briatico a soli undici anni, essendo egli nato, como ho già scoperto, nel 1613. (…) ma a undici anni chi è che può dipingere un quadro di grandi proporzioni per quanto cattivo possa questo essere? Stando Tommaso, artista noto, nell'età di undici anni a studio presso qualche imbrattatele di Monteleone, non essendoci allora in questa città artisti di valore il maestro avrà lasciato lavorare il piccolo e promettente discepolo intorno al quadro commessogli, riserbandosi di ritoccarlo egli all'ultimo: e probabilmente il piccolo discepolo avrà copiato qualcuna di quelle stampe che vanno per le mani del popolo nella festa del Santo non mancando, nella tela, come nelle stampe di questo genere, tutti gli accessori de' miracoli del Santo operati a scopo d'ingagliardire la fede, come il barile coi tre fanciulli, il libro colle tre palle. Ecc. la niuna espressione delle facce, la tavolozza impiastricciata di calce, gli accessori de' miracoli, l'incertezza del disegno, ecc. indicano chiaramente che l'autore del quadro dovette essere un ragazzo, già capace del resto a quell'età di ritrarre col pennello da una stampa. A questa riflessione mi consolai non poco, avendo sorpreso il di Florio a undici anni attorno a una tela di grandi proporzioni. (…) Cosa curiosa, abbiamo ormai di Tommaso due quadri, che rappresentano la sua fanciullezza e la sua vecchiaia: undici e sessantadue anni: lo inizio e lo sviluppo completo, cioè, delle sue facoltà pittoriche". Fin qui la cronaca del tempo. Il quadro in questione intorno al 1975 è stato malamente restaurato con incollaggio sul retro della tela di pezzi di plastica e sovrapposizioni pittoriche in vaste aree dell'opera. Successivamente il quadro è stato ri-restaurato, questa volta con tutti i criteri di recupero e conservazione, nei laboratori della sovrintendenza a Cosenza ed adesso è esposto nella navata laterale destra della chiesta di San Nicola di Briatico.

Franco Vallone

Convegno sul tema "MUSICHE, CANTI E DANZE POPOLARI: TRA SACRO E PROFANO"

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , | Posted On domenica 12 ottobre 2008 at 1:21 PM

A Torre Ruggiero (CZ) si è svolto il convegno sul tema "Musiche, canti e danze popolari: tra sacro e profano" che ha visto la partecipazione di:

CARLO LUCARELLI (Scrittore/giornalista. Conduttore del programma televisivo 'Blu Notte');
ROSARIO CARELLO (Giornalista. Conduttore del programma 'A Sua Immagine' su RAI1);
PINO SILVESTRE (Teologo);
GIANFRANCO DONADIO (Documentarista/etnografo dell'Università della Calabria);
CARLO GRILLO (Autore/musicista dei Calabria Logos);
MIMMO MARTINO (Autore/musicista dei Mattanza):
SALVATORE GERACE (Ricercatore. Musicista degli Arangara);
MARISTELLA MARTELLA (Danzatrice e Direttrice della Scuola Taranta Power);
CECILIA CASIELLO (Danzatrice. Progetto Satyria).

Su YouTube una fase del convegno!

Il mistero della sagra della castagna che non c’è

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On mercoledì 8 ottobre 2008 at 10:26 AM

Parghelia - Qualche giorno fa, lunedì 29 settembre, Parghelia ha visto una numerosa partecipazione di degustatori appassionati per una delle ultime sagre del 2008, quella della Castagna. Tanta, dicevamo, la gente accorsa in paese ma rimasta a bocca asciutta in quanto, per quella data, non era prevista nessuna sagra della castagna. Il mistero è da ricercarsi nell'effetto copia incolla effettuato da alcuni giornali quotidiani e da una miriade di siti internet che hanno amplificato all'origine l'errore di qualcuno. Basta inserire su google la chiave "Sagra della castagna di Parghelia 29 settembre 2008" per vedersi aprire decine di pagine internet di siti che annunciano l'evento. A dire il vero a più di uno è balenato il dubbio di come si poteva fare una sagra della castagna a Parghelia visto che sul suo territorio non vi sono vasti castagneti. Il secondo dubbio era sulla data, il 29 settembre si trovano ancora poche castagne sul mercato come si può pensare ad una sagra?... il terzo dubbio è arrivato alle ore 17.00 del 29 settembre girando invano per le strade deserte del paese frequentato a quell'ora soltanto da automobilisti, non del posto, in cerca del luogo preciso della sagra, automobilisti che si chiedevano informazioni sull'evento a vicenda, l'uno con l'altro. Alla fine l'arcano mistero delle castagne scomparse è stato svelato da alcune signore del luogo che hanno riferito "le uniche castagne che si distribuiscono a Parghelia sono quelle lanciate dal campanile della chiesa per la festa di Sant'Andrea che si festeggia alla fine del mese di novembre di ogni anno".
Franco Vallone

Ritrovamento archeologico a Vibo Valentia

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On at 10:16 AM

Ancora un ritrovamento archeologico a Vibo Valentia, uno dei tanti. Viale Affaccio, ore 14.50 di ieri, la zona antistante l’ex autostello è strapiena di gente che fa capannello attorno ad uno scavo appena aperto da una piccola ruspa. Si stanno eseguendo i lavori di scavo per gli impianti di video sorveglianza che, vista l’area di grande rilevanza storica archeologica, sono strettamente e costantemente seguiti da tecnici della sovrintendenza archeologica. Sotto la buca un’archeologa effettua lo scavo e i rilievi con competenza e velocità. È una tomba di epoca magno greca, numerosi frammenti di embrici di copertura in terracotta, uno scheletro parzialmente conservato, si rileva un femore, una clavicola, il teschio con mandibola e alcuni denti e l’omero di un braccio. Vi è poi, accanto alla testa e vicino a dove si dovevano trovare i piedi, il corredo funerario con vasetti ed altro materiale manufatto in ceramica nera che indica, senza ombra di dubbio, la datazione generica al periodo della Vibo Valentia Magno Greca. L’archeologa, coadiuvata dai tecnici della stessa Sovrintendenza, continua nello scavo, mentre un tecnico effettua i rilievi grafici e fotografici, poi tutto il materiale recuperato, ossa e reperti, verranno portati al museo archeologico per essere ripuliti, studiati, restaurati e forse esposti.

Mentre nella buca, nemmeno tanto profonda, si lavora, la gente attorno fotografa voracemente con i telefonini e prima di tutto commenta il ritrovamento. Si sente di tutto attorno a questo scavo, c’è chi dice: “forse è San Leoluca…, ma non lo avevano già trovato a Santa Ruba San Leoluca?”, altri vedendo lo scheletro pensano ad “una lupara bianca ad un morto sotterrato dopo una esecuzione”, altri ancora esternano sepolture di “cavalieri medievali” o di “soldati delle ultime due Guerre”… si sente davvero di tutto e di improbabile attorno alla buca.

Lo scavo prosegue tra giornalisti che prendono appunti, altri che preparano il servizio video per le varie televisioni, direttamente dalla scena del ritrovamento, tra la terra che si vede spalare, dal di sotto direttamente fra i piedi. I numerosi automobilisti che passano vedendo il capannello di gente rallentano, sono tutti incuriositi, pensano ad un incidente, molti abbassano il vetro del finestrino e chiedono preoccupati cosa è successo, chiedono informazioni: qualcuno risponde: “hanno trovato un morto” – ed alla risposta di un automobilista: “e quando u levanu?” non possiamo che pensare che forse nella Vibo Valentia del 2008 non vi è poi tanta sensibilità e rispetto verso la propria memoria storica di tanti anni fa, e che forse tutti i vibonesi dovrebbero effettuare una visita al loro museo che si trova nel loro castello, sopra la loro città.

Franco Vallone

Primo raduno di Giganti e tamburi a Sciconi di Briatico

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On mercoledì 1 ottobre 2008 at 10:30 AM

Briatico - Sciconi di Briatico sembrava proprio essere diventato, all’improvviso, un paese della Spagna. Una sorta di Pamplona o di Barcellona, con decine di giganti processionali che sfilavano per le strade tra tanta gente adulta e una miriade di bambini. Una vera e propria marea umana tra le strette vie principali, tra i vicoli e la piazza del paese. Dieci coppie di grandi, giganteschi simulacri di legno, pezza e cartapesta colorata più un gigante più piccolo costruito per il divertimento di alcuni bambini del luogo che lo accompagnano con due piccoli tamburi. Tutti hanno sfilato assieme sotto lo stesso frenetico ritmo di tamburi, piatti, grancasse e rullanti, davanti alla giuria presieduta dal sindaco di Briatico, Andrea Niglia, affiancato dalla competenza, in fatto d’arte, del maestro Michele Licata, preside della Scuola d’Arte di Vibo Valentia e di altri giurati. Al primo raduno di giganti e tamburi, organizzato dall’A.I.C.S. di Sciconi, hanno voluto partecipare tanti giganti, c’erano quelli di Felice Napoleone di Porto Salvo, dei Papandrea di Laureana di Borrello, di Biagio Famà di San Leo di Briatico, dei Lo Preiato di Porto Salvo, dei Giancotta di Polistena e poi ancora quelli di Mesiano, di Cessaniti, di Pannaconi, di Zio Totò di Sciconi, e quelli denominati Sciconidoni, un mix collaborativo tra Sciconi e Conidoni. Dopo la sfilata generale le coppie sono state chiamate ad esibirsi singolarmente per tre minuti davanti al tavolo dei giurati per dimostrare e per mostrare costumi, ritmo, balli, personalizzazione dei volti, allestimento e coreografia. Dalle 17.00 alle 19.00 due ore di frenetica danza, fino al buio, fino ai fumi profumati della salcicciata in piazza e fino ai fumi pungenti della polvere da sparo incendiata e purificatrice del “camejuzzu i focu” ballato alla fine dell’incontro per chiudere al meglio la grande festa di Sciconi. Il gigante e la gigantessa anche a Sciconi escono in coppia. Iniziano a rullare i tamburi, le alte e inquietanti figure danzano vorticosamente, in un rituale antichissimo tracciano per le strade di Sciconi un itinerario magico simbolico. La festa è il loro mondo, il ritmo la loro vita, la strada e la piazza il loro libero movimento. I giganti fanno parte di una un'antica tradizione calabrese, sfilano per le strade durante le feste di paese per allietare con i loro balli e per "segnare" di festa il percorso del paese. La strada diviene, così, un luogo rituale ricco di simbolica magia e religiosità. Dalla testa di cartapesta, abiti a fiori e strisce di colori sgargianti e mani viscide, incutono terrore a tutti, una paura profonda, mista al piacere della sfida. Una forte emozione solca il divertimento dei bambini, esorcizza e supera una paura innata e collettiva. La tradizione dei giganti è molto radicata in Calabria e in molti paesi sono stati costruiti esemplari del gigante e della gigantessa che sono vere e proprie opere d'arte popolare. Molte volte il ballo dei giganti è accompagnato dal ballo del cameju, del cavaju o del ciucciu. Fantocci di cammelli, cavalli o asini, simboli di animali arcaici che nel finale di una festa si esibiscono in un pirotecnico ballo di fuoco purificatore. I tamburi suonano, i giganti e la gigantessa si corteggiano, si abbracciano e si baciano, ballano e spaventano la gente, i cammelli si infuocano e la tradizione continua.

Alla fine della serata sono stati consegnati i premi: 1° Classificato: i Fratelli Monteleone di Mesiano; 2° Classificato: Famà il re dei giganti di San Leo di Briatico; 3° Classificato Ex aequo: Giancotta di Polistena e i Giganti di Sciconi di Zio Totò Carnevale; 4° Classificato Ex aequo: Guerrera di Pannaconi di Cessaniti e Papandrea di Laureana di Borrello; 5° Classificato: Lopreiato di Porto Salvo; 6° Classificato: Felice Napoleone di Porto Salvo; 7° Classificato: i Giganti “Sciconidoni” di Melluso; 8° Classificato: i Giganti di Mazzitelli di Cessaniti.

Franco Vallone