Passione e morte di Gesù a Davoli - Tradizione e cultura nel momento storico della "Pigghiata"

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , , | Posted On giovedì 28 aprile 2011 at 11:41 AM

L’appuntamento è a Davoli, paese nel Parco naturale delle Serre, sul versante montuoso ionico, a 46 chilometri da Catanzaro con i fatti salienti che portano Gesù di Nazareth dall’Orto di Getsemani alla Collina del Golgota. L’evento è vissuto con interesse e partecipazione. Trama, scene, costumi, protagonisti e comprimari seguono direttive comuni ad allestimenti teatrali di spessore. L’impegno degli organizzatori è tangibile, come la commozione degli spettatori. La presenza degli stessi decreta il successo della “ Pigghiata”,curata nei minimi particolari. La tragedia è strutturata attorno alla figura di Gesù, interpretato da Vittorio Scicchitano. L’attore, bravo e convincente, passa dalla serena consapevolezza del primo atto, all’atteggiamento remissivo e di sofferenza dei successivi, impiantati sull’impresa dei soldati che lo catturano e la supponenza dei capi che lo condannano. Antonio Fragalita è Caifa, perentorio e inflessibile capo del Sinedrio. Più sottile ma non per questo meno decisivo, Antonio Corasaniti, Erode austero nella veste regale, con tanto di corona in testa e scettro in mano.

Mario Corasaniti, nella toga di Ponzio Pilato, rende bene l’idea del governatore incapace di sottrarre un innocente alla crocifissione, supplizio possibile solo per un non romano. “Il mio potere non si estende al culto dei Giudei”, proclama nella sintesi ultima della sua politica che lascia ai vinti libertà di culto. Alteri e convinti interpreti del loro potere sono Franco Corasaniti, Nicola Corasaniti e Antonio Paravati, primo, secondo e terzo sacerdote anziano. Giuseppe Procopio, Giuseppe Ruggiero e Mimmo Procopio sono investiti della carica di primo, secondo e terzo principe.

Non da meno è l’irriducibile Anna, sacerdote celato sotto lo chador, ed impersonato da Antonio Corasaniti. Ruolo di contorno hanno l’ancella Silvana Catarisano e i paggi Vittore Procopio, Alessio Corasaniti e Francesco Procopio. L’accanimento dei sommi pontefici è concretizzato nella flagellazione alla colonna. Mantello rosso, canna, in segno di comando, e corona di spine diventano prova indiscussa dello scherno rivolto all’ improbabile Re dei Giudei. La tensione sale lungo la via Crucis, presenti i personaggi storici, citati nei Vangeli: la Maddalena, prostituta redenta, ha il volto bellissimo di Maria Procopio,adorna dei gioielli del maestro Enzo Riverso; il Cireneo, che aiuta Gesù a portare la croce, è l’efficace Stefano Procopio; la Veronica, pietosa e piangente, è Maria Elena Corapi; l’Addolorata è interpretata da Assunta Vono, sostenuta da Giovanni, l’apostolo prediletto, avente le sembianze di Giuseppe Ranieri.

Prima di giungere alla fase finale, si passa attraverso sequenze molto importanti e significative. Cominciamo da quella introduttiva, davanti al Regno degli Inferi, dove si vede Lucifero, Pietro Cristofaro, recriminare su di sé e rimproverare i suoi accoliti, piccoli e grandi. Satana è il bravissimo Salvatore Gualtieri, truccato e vestito di nero, molto espressivo nel ruolo di angelo del male. Suo compagno di rovine è Astarotte, Francesco Ranieri. Con loro due, danno prova di moto perpetuo, i giovani diavoli Dario Procopio e Giuseppe Corapi. Satana e Asterotte attentano al libero arbitrio di Giuda, Salvatore Pittelli. Insieme gli fanno tradire il Maestro. Insieme guadagnano la sua anima di povero suicida, dannato per sempre. La voce narrante di padre Bernardino Gualtieri sintetizza episodi, raccorda momenti precedenti ai susseguenti, svolge funzione esplicativa e riflessiva. Monologhi e dialoghi attingono alle leggi del teatro classico, per solennità di espressione e rigore concettuale. L’effetto è sorprendente, immediato. Domanda e risposta arrivano a conclusioni che non accettano deroghe. L’esempio è in ogni frase. È palese anche nel silenzio di Gesù, consapevole del suo destino sin dalla prima ora, e terribilmente sofferente alla terza, già rinnegato da Simon Pietro, Giuseppe Procopio, il futuro pescatore di anime, fondatore della Chiesa cattolica.

“Grande è il tuo pentimento, grandissima è la ricompensa che avrai nel Regno dei Cieli”, è il messaggio d’amore e di perdono, lasciato al mondo intero dal Maestro che ha la colpa di essere innocente, come sostiene Erode nel tentativo di spiegare la funzione sovversiva, sociale e politica, attribuita al predicatore della Montagna delle Beatitudini.

Toccante è la scena dell’Angelo dell’Amore divino, Paola Procopio, che vuole strappare Giuda ai demoni persecutori. Con questi alla carica, la sfida tra bene e male non ha storia. A Satana e Astarotte non resta che impadronirsi del corpo dell’impiccato e portarlo all’Inferno perché bruci nel fuoco eterno. E mentre Gesù paga colpe non sue, Barabba, Pietro Arena, riacquista la libertà perduta. Nelle scene di massa, prevale il silenzio. Tacciono i legionari, in completo assetto militare, agli ordini di Longino, Leopoldo Sinopoli, sotto la corazza del centurione, convertito dal Figlio di Dio fatto uomo. Ai piedi di Gesù morente, egli pronuncia parole di fede e di speranza, insolite per un soldato, per di più pagano. Non parlano Barbieri Teresa, Antonella Zangari, Anna Maria Buonocore e Rosanna Malvaso, figure femminili presenti all’ingresso trionfale in Gerusalemme. Anna Maria Scicchitano è ai piedi della Croce sul Monte Calvario. Altre pie donne seguono la triste processione tenendo per mano bimbi agghindati da pargoli della Tribù di Davide. Il più piccolo è Mattia Gualtieri, due anni appena, rigoroso nella sua tunica rigata. Un po’ più grande, il fratello Pietro, serio e compunto accanto a Barbara Raimondo, sua madre anche nella vita. Giuseppe d’Arimatea ha il volto drammatico di Paolo Ranieri. I due ladroni sono: Domenico Gualtieri, il buon Disma a destra, e Nicola Gualtieri, il cattivo Cisma a sinistra di Gesù, al momento della Crocifissione, animata dai dialoghi evangelici, parola per parola. A questo punto,Vittorio Scicchitano presta efficacemente voce, volto e corpo a Cristo sofferente, confermandosi padrone della scena, da istrione consumato.

L’agonia provoca sgomento e turbamento. Tuoni in sottofondo accompagnano la tristezza del momento. La mente vola verso la realtà di duemila e passa anni fa, cogliendo l’eternità del terribile attimo fuggente ed ora perpetrato. Quando si giunge alla deposizione, un dolce dolore si impadronisce di protagonisti e spettatori. La disperazione scompare: tutto è compiuto. Lo sa bene Maria che accoglie in grembo il Figlio diletto e getta le basi ad opere di Pietà, nei secoli, di scultori e pittori. Sacro e profano si mescolano in cima al Calvario, tra angeli, Rosanna Pittelli e Angelica Viscomi, da una parte, e il soldato Marco, Fernando Procopio, dall’altra, impegnato a riscattare a dadi la tunica del povero Crocifisso. Una volta disposta il telo di lino, venerato come sacra Sindone, attorno al corpo del Nazareno, non resta che intraprendere la via del Santo Sepolcro. Il mesto corteo procede lentamente. Davanti al grosso macigno, pietra tombale per tre giorni, si ferma. Gli occhi versano lacrime abbondanti in attesa degli squilli di tromba per la gloria della domenica mattina. La Resurrezione non è ancora in atto ma è vicina.

Lo spettacolo vince e convince, con l’abile regia di Domenico Monterosso; la scenografia di Eugenio Pittelli, coadiuvato da Alfonso Corapi, Giuseppe Monterosso e Luciano Pittelli.; i costumi di Anna Raimondo, Anna Maria Procopio, Camillo Paravati, Irene Procopio, Tiziana Stizza, Anna Russomanno e Filomena Viscomi, guidati da Vittoria Monterosso, consulente storica. Tecnico dell’audio e curatore delle colonne sonore, è Gregorio Trombetta. Gli abili suonatori di tromba sono Evelino Ranieri e Vincenzo Gualtieri. I rulli di tamburo conoscono le mazze del percussionista Giuseppe Procopio. A Nella Ciaccio tocca il ruolo prezioso di suggeritrice attenta e tempestiva.

La consulenza religiosa è di don Pasquale Gentile mentre Pino Corapi cura grafica e regia del video commemorativo. Nulla è trascurato dell’iconografia classica evangelica: Gesù arriva in Gerusalemme, in sella a un somarello tra grida di osanna e agitazione di palme e ramoscelli di ulivo. La lavanda dei piedi è nel Cenacolo dove si consuma l’Ultima Cena. Anche lì appaiono Salvatore Gualtieri e Francesco Ranieri allo scopo di irretire Giuda, non ancora completamente calato nel ruolo di traditore. La vigilia della “Pigghiata”, cioè della cattura, è piena dell’angoscia di Cristo che implora il Padre di allontanare da lui, se è possibile, il calice della Passione.

Vicini a lui, gli Apostoli addormentati: Tommaso è Nicola Sinopoli; Michele Mongiardo, Giacomo; Matteo Crasà, Matteo; Giuseppe Corasaniti Andrea; Luca Cilurzo Giacomo II; Antonio Pitinzano, Filippo; Giuseppe Corasaniti, Taddeo; Antonio Battaglia, Simone Zelota. Giuseppe Procopio è Pietro, difensore del Maestro a spada tratta, la stessa con cui stacca l’orecchio al soldato malco, Fernando Procopio, reo di aver ammanettato Gesù. I processi nel Sinedrio e nei palazzi di Erode e di Pilato, sono pieni di contraddizioni di carattere sociale, religioso e politico. Quanta verità invece nelle parole dell’Angelo confortatore e dell’Angelo della speranza, Giulia e Clara Procopio. Quanta misericordia nel discorso del Messaggero del perdono, Valentina Procopio. Quanta forza nella testimone della fede, Chiara Corapi. La soddisfazione di aver realizzato l’opera di ampio respiro, degna di essere ricordata nel tempo, è di Vincenzo Cristofaro e dell’intero Comitato da lui presieduto. Applausi per tutti!

Emma Viscomi

Il "Bovalino Calcio a 5" ha finalmente un campo su cui giocare ed allenarsi

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On at 11:17 AM

Non sono passate inutilmente le ultime settimane e le richieste della società bovalinese hanno trovato finalmente accoglimento. Da parte degli organi competenti, Assessorato Demanio e Patrimonio e Assessorato Formazione professionale - Sport - Politiche Sociali della provincia di Reggio Calabria, è ufficialmente arrivata la concessione straordinaria che permetterà all’A.S.D. BOVALINO CALCIO A 5 di disputare presso la struttura adiacente il Liceo Scientifico “F. La Cava” di Bovalino le partite ufficiali per le competizioni alle quali partecipa, nonché il permesso di svolgere gli allenamenti settimanali di preparazione ai match. In questi giorni è anche arrivata la definitiva omologazione del terreno di gioco grazie al sopralluogo del responsabile tecnico del Comitato Regionale Calabria per la L.N.D., d.re Carmelo Manglaviti. La società amaranto vuole ringraziare tutti quelli che hanno lavorato e si sono adoperati per giungere a questo risultato. In primis l'amministrazione Comunale di Bovalino, al sindaco Tommaso Mittiga e all'assessore con delega allo sport Sergio Delfino. Un grazie particolare anche al Presidente Regionale del Coni Domenico Praticò , al Presidente della Provincia di Reggio Calabria d.re Morabito e agli Assessori Provinciali Attilio Tucci e Rocco Agrippo.
L'opportunità di disputare in una struttura coperta allenamenti e match ufficiali non solo garantisce atleti e staff tecnico dal lato fisico-sanitario ma permette anche a tifosi e sostenitori di assistere alle partite in condizioni ottimali, ospitati nella tribuna dotata di comodi seggiolini numerati senza essere esposti alle intemperie stagionali. Ciò inoltre significherà per la società bovalinese il risparmio di quelle somme destinate al pagamento di gestori privati possessori di campi di calcetto che ospitavano il team amaranto. Ossigeno vitale per una piccola e nuova società (nata solo nel 2008) che si batte per fare attività sportiva in un contesto sociale ed economico con evidenti problematiche di varia natura. Sabato 9 aprile ci sarà il debutto ufficiale alle ore 15 presso il palazzetto sportivo adiacente il Liceo Scientifico “F. La Cava” (Via R. Procopio, n° 1 Bovalino) con la disputa del match Bovalino C5-Catanzaro Lido 2004, ultimo turno del girone B di serie C2, prima degli attesi play off, che potrebbero regalare l’approdo nella massima categoria regionale, e il cui calendario definitivo verrà deciso, secondo le posizioni in classifica, dopo la disputa di quest'ultima giornata.
Cogliamo l’occasione per estendere l’invito a sportivi e tifosi a partecipare alla prima gara ufficiale e a quelle future, convinti che il pubblico sempre più numeroso ci seguirà di partita in partita.

Luca Marino
328/9546683
Ufficio Stampa A.S.D. Bovalino Calcio a 5
addettostampa@bovalinocalcioa5.com
http://www.bovalinocalcioa5.com

Vincenzo Scordino
Presidente a.s.d. Bovalino Calcio a 5

Le bande musicali calabresi nel libro di Giovanni Russo

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On at 11:09 AM

Diciamo subito “grazie!” allo scrittore Giovanni Russo di Polistena per avere dato alla Calabria principalmente, ma anche all’intero mondo della musica, uno strumento di conoscenza e di orgoglio quale è il suo volume “Bande musicali calabresi – Storia, cronache, uniformi e immagini di 300 antiche formazioni musicali”. Grazie, perché alla nostra Calabria mancava uno studio capillare così concepito, una ricognizione paese per paese quale non hanno ancora regioni italiane più blasonate dove l’attività bandistica ha, pure attualmente, molte più risorse e tradizioni che da noi. Grazie, per l’immane lavoro svolto, durato anni e anni di ricerche puntigliose, di fatica intellettuale ed economica, frutto di una grande passione sociale e di una vocazione culturale che pochi oggi hanno.
Cominciamo dai numeri, che possono dare almeno un’idea della consistenza di tale pubblicazione fresca di stampa. Il volume misura cm 21x29x3 e le pagine sono 576. I luoghi rappresentati e riportati in ordine alfabetico sono 298 tra città, paesi e addirittura frazioni dove, negli ultimi due secoli, sia nata ed abbia operato una banda musicale degna di questo nome, anche se, poi, bisognerebbe suddividere tali formazioni, grosso modo, in bande primarie (quelle più importanti che sono solite esibirsi in altre regioni e persino all’estero), bande di “giro” (quelle che vengono chiamate in altri centri della propria regione e nelle regioni limitrofe), bande locali (medie, piccole, bandicine) e fanfare. Tutte, però, con una propria lodevole funzione socio-pedagogica significativa quando ancora non c’erano i multimedia di adesso per educarsi alla bellezza dell’arte più affascinante e “democratica” del mondo quale è sempre stata la musica che, più di tutte le altre arti accompagna, esalta o conforta ognuno di noi dalla nascita alla morte, caratterizzando soprattutto una comunità nella sua migliore anima espressiva. Il racconto, ben documentato con la scrupolosa indicazione delle fonti storiografiche, è corredato da ben 337 immagini in totali (comprese le tre della prima e della quarta pagina di copertina) tutte d’epoca: 224 sono le foto in bianco e nero e 113 quelle a colori (riguardano documenti di archivio relativi ai figurini delle sempre eleganti divise e alle loro descrizioni sartoriali), 152 le formazioni bandistiche raffigurate e 69 foto di maestri direttori di banda, alcuni dei quali hanno avuto molto successo nel resto d’Italia e persino all’estero.
Come si può notare, più che un semplice libro questo delle “Bande musicali calabresi” di Giovanni Russo è un vero e proprio trattato che riporta non soltanto il censimento delle formazioni calabresi, ma anche la cronaca e i resoconti, tratti prevalentemente dai giornali dell’epoca, dei concerti e delle partecipazioni nei più diversi contesti con annotazioni tali da costituire altre preziosissime istantanee storiche, sociologiche, antropologiche del “come eravamo” in Calabria tra Ottocento e Novecento. Un testo, quindi, che non dovrebbe mancare principalmente nelle biblioteche pubbliche di ogni città e paese, ma anche nelle case dei calabresi, specialmente di quelli più sensibili a questi temi socio-musicali.

In particolare, l’Autore ha inteso evidenziare come, quando, quanto e perché la propria famiglia, da numerose e validissime generazioni, sia stata protagonista ed animatrice dello Storico Complesso Bandistico “Città di Polistena” certamente uno dei più gloriosi non soltanto della Calabria ma di tutto il Sud Italia. Un omaggio dovuto, questo, pure dal punto di vista affettivo oltre che culturale. Figlio d’arte, dunque, Giovanni Russo che è uno dei personaggi più attivi ed importanti nell’attuale settore socio-culturale calabrese, per numerosi e validi motivi: dirige ed arricchisce enormemente dal 1974 la Biblioteca Comunale di Polistena, in provincia di Reggio Calabria, ha fondato e dirige il Museo Civico, ha al suo attivo decine e decine di pubblicazioni a stampa di largo interesse, ha fondato e presiede il Centro Studi Polistenesi, collabora e corrisponde con insigni studiosi e con varie testate giornalistiche. Un vero e proprio “gigante della Calabria” Giovanni Russo con una vita tutta e intensamente dedicata alla cultura, degno di lode ed ulteriore incoraggiamento perché non è facile impegnarsi a tempo pieno e alacremente in un settore così tanto difficile quanto però utile e necessario a tutti i popoli, ma a quello nostro calabrese oltremodo necessario ed indispensabile per significare ancora qualcosa in Italia e in un mondo sempre più globalizzato.
Domenico Lanciano

Brivido collettivo all'Affruntata di Sant'Onofrio

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On at 9:20 AM

In ogni rituale dell'Affruntata la fase più critica e delicata è la cosiddetta svelatura o svelazione della Madonna. È il momento più veloce e più complesso di tutta la sacra rappresentazione, per le componenti ritualizzate del tramandare, per il passo da coordinare tra i portantini, per l'andatura da sincronizzare in rapporto con le altre due statue presenti sulla scena. L'incontro è il momento più simbolico, un antico rito di passaggio, di superamento di una vera e propria soglia che ridisegna, sulle nostre strade di casa, l'incontro tra il Cristo Risorto e la Madonna Addolorata ammantata di nero. Nella svelazione c'è la vittoria della vita sulla morte e da centinaia di anni, proprio in questo particolare frammento di tempo sacro, vengono assorbiti dalla comunità numerosi segni, simboli interpretati e da interpretare, prelevati dall'accadimento delle cose come elementi di previsione per la vita di tutto l'anno e come documenti da ricordare, testimoni di protezione simbolica e apotropaica per tutto il paese e per tutta la stessa comunità. Il 24 aprile di quest'anno, giorno di Pasqua, anche a Sant'Onofrio un brivido dietro la schiena corre nei tanti che si sono accorti di quanto stava succedendo. Un attimo dopo ed il brivido collettivo si tramuta in urlo che diventa l'urlo di tutti, forza della voce della comunità di Sant'Onofrio che cerca di arrestare il momento critico in atto. Un uomo, componente dell'organizzazione, viene improvvisamente travolto dall'indietreggiare della statua della Madonna e dei suoi portantini, un'azione ritualizzata e consolidata e da sempre prevista dal rito. L'uomo, con la divisa blu e gialla della Protezione Civile, scivola e cade a terra, finisce quasi sotto i portantini e la stessa Madonna, poi, grazie ai riflessi veloci di alcuni suoi colleghi, viene recuperato senza per fortuna gravi conseguenze. Ancora un attimo e subentra la consapevolezza di un incidente superato che poteva provocare la caduta della statua della Madonna e dei portantini. Passato il brutto momento tutto rientra e si risolve con urla di gioia ed applausi, si ripercorre la festosità del rito che si realizza nel pieno della sua secolare bellezza estetica, con la musica della banda, i fuochi d'artificio e migliaia di auguri scambiati, tra vicinanze di paesani e lontananze di parenti emigrati tornati solo per la festa, in una comunità con addosso i simboli e le ritualità che scendono sin nel profondo della storia cristiana.
Franco Vallone

La donna con le Stigmate

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On at 9:16 AM

Briatico, paese della provincia di Vibo Valentia, ore 15.00 di ieri, venerdì santo 2011. Il rione è il più antico del paese, proprio alle spalle del calvario a tre croci ancora allestito con palme e rami d'ulivo benedetto. Lei, la signora dalla pelle rosea con le stigmate rosse e scure è a letto, incosciente di tutto ciò che le succede attorno, dentro una delle piccole case basse del rione. La sua casa è aperta, la porta spalancata al mondo che una volta l'anno l'invade completamente e la fa diventare il luogo speciale da visitare. La gente arrivata a Briatico per essere vicina alla donna con le stigmate quest'anno è davvero tanta e la piccola casa non riesce a contenerla tutta. Sono arrivati in tanti, puntuali come al solito, ed anche da lontano. Amici paesani, parenti e conoscenti, poi ci sono i fedeli credenti ed anche numerosi altri arrivati solo per curiosità, ci sono fotografi, qualche operatore video che immortala il tutto e poi ricercatori, psicologi, alcuni medici ed anche don Salvatore, il giovane prete del paese. Tutti assieme, stretti stretti dentro la piccola casa, per osservare, in silenzio e con tanto rispetto, e per cercare di comprendere il perché di questo grande mistero e di tutti quei segni sulla pelle. Poi lei, la donna di Briatico dalla pelle rosea, si risveglia con la puntualità di un orologio biologico, stanchissima e provata racconta a tutti i presenti, con voce flebile, del suo lungo viaggio, delle sue visioni, dei suoi incontri onirici, dei luoghi e dei tempi del sacro visitati e dei messaggi ricevuti dall'alto. Poi, ancora più lentamente, riacquista le forze, recupera vitalità e a sera riprende la vita quotidiana di sempre, con i suoi rituali nelle processioni della Settimana Santa, i suoi canti nelle processioni dietro il Cristo e la Madonna ammantata di nero, i santi, le messe e la sua intima cristianità. Quello che anche quest'anno possiamo mostrarvi sono le foto della sua mano, del suo braccio con le stigmate e quello che possiamo raccontarvi è che anche in questo pomeriggio lei ha accolto con un sorriso e un saluto tutti coloro che hanno, in qualche modo, saputo lo stesso. Le porte della sua casa aperte ai tanti che hanno voluto essere testimoni della sua sofferenza intima ma visibile, collettiva, tangibile anche attraverso i segni che le si manifestano ritualmente sulle sue mani e su altre parti del corpo. Lei, la donna di Briatico, ha oggi sessantadue anni, è una nonna, una madre e una sposa normale, ed è straordinario detentore umano, una volta l'anno, di stigmate e ulcerazioni dalle simbologie cristiane dove forme di grani di rosario, di una croce e altri disegni sacri si materializzano lentamente nelle sette settimane di Quaresima per uscire fuori, sanguigni e scuri sulla sua pelle rosea, il venerdì prima di Pasqua. Anche per quest'anno non possiamo mostrarvi il suo volto, sempre sereno, carico di misticismo e di straordinaria accettazione per quello che annualmente le accade e per adesso non possiamo nemmeno dirvi il suo nome e cognome, per rispetto alla sua volontà di sempre, quella di essere discreta e silenziosa testimone della sofferenza cristiana.
Franco Vallone

Pasqua e pasquetta a Favelloni di Cessaniti tra murales, tradizione e Opera Buona

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , | Posted On at 9:10 AM

Favelloni, frazione del comune di Cessaniti, torna a far parlare di se attraverso una ulteriore e singolare iniziativa di Demetrio Rosace. L'idea è denominata “Opera Buona” ed è una grande raccolta di alimentari e capi di vestiario da destinare alle persone più bisognose. Dal primo aprile di quest'anno l'ideatore dei “Murales di Favelloni”, presidente dell’associazione Favelloni Murales Onlus, ha voluto far partire questa utile iniziativa a sostegno delle famiglie in difficoltà. Un progetto umanitario con uno sguardo rivolto ai poveri e alle persone più bisognose della provincia di Vibo Valentia, un aiuto concreto che Rosace vuole concretizzare chiedendo aiuto e bussando anche a numerose aziende che si occupano di distribuzione, a commercianti del settore alimentare e di vestiario. A loro ha chiesto di offrire e di donare prodotti, anche in minime quantità. Intanto per Pasqua e Pasquetta a Favelloni sono previste visite guidate e gratuite al Villaggio dei Murales di numerose comitive di turisti che si trovano in questi giorni nel vibonese. Il paese dei Murales si è arricchito recentemente di altri dodici grandi murales, con soggetti legati alla tematica della tradizione e della cultura contadina del piccolo borgo, realizzati da importanti artisti italiani e stranieri. Per ogni informazione e guida gratuita ai murales ci si può rivolgere direttamente a Demetrio Rosace, presso la sede dell'associazione, ai numeri telefonici 0963301229 o 3701189370 mentre il contatto mail per il progetto umanitario è: operabuona@libero.it
Franco Vallone

La musica degli "Ars populi"

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On mercoledì 27 aprile 2011 at 3:20 PM

Siamo gli Ars populi un ensamble musicale formato da chitarra ,voce, pianoforte ,violino e percussioni. Siamo tutti diplomati al conservatorio con anni di concertismo in tutto il mondo alle spalle . Io sono Giovanni La Grotteria il cantante chitarrista. Vivo a Savona ma sono nato a Monterosso Calabro nel vibonese. Da sempre parlo la mia lingua ed ho trovato naturale esplorarne la sua musicalità tanto da sentire l'urgenza di scrivere undici canzoni, tutte in dialetto, con testi di poeti vernacolari scritte nel dopo unità d'Italia (1862 circa). L'album che stiamo producendo si Intitola "Guviernu puorcu, latru e camburrista",dalla raccolta curata dal giornalista e scrittore Sharo Gambino e illustra storie di povera gente massacrata da tasse, corruzione, emigrazione e fame. In concerto con noi si esibisce anche un Antropologo che racconta storie di brigantesse ed altro, descrivendo uno spaccato formidabile di quel periodo della nostra storia calabrese. I ritmi sono della tradizione popolare (pizziche tarantelle ecc..) ma gli arrangiamenti sono della grande tradizione colta. Una operazione che noi riteniamo originale e che vorremmo far sentire al nostro popolo, il più possibile, in concerto per riflettere su chi ha pagato i costi dell'unità d'Italia ma anche per divertirci.
Siamo disponibili a inviare un campione del nostro repertorio a chiunque sia interessato e voglia ascoltarci. La nostra è una richiesta di promozione ma sono anche graditi indirizzi utili allo scopo.
Grazie per l'interessamento e spero a presto.

Giovanni La Grotteria
Tel 3349283819

Ci sono i ricordi di San Nicola da Crissa nella nuova Treccia di Pasqua di Sara Papa

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On at 3:16 PM

In tema con l'attuale periodo c'è anche una bellissima e gustosa treccia di Pasqua, un pane ripieno e con le uova sode incastonate come perle in un prezioso gioiello di oro giallo. Esteticamente questa treccia ricorda tradizionali dolci, i “campanara” o i pani votivi che si regalavano in Calabria durante la Settimana Santa per essere consumati soltanto dopo il suono delle campane a gloria, la mattina del giorno di Resurrezione. Nella reinvenzione di Sara Papa è un pane speciale con ripieno di tante cose calabresi, una gustosa anima di olive verdi schiacciate, caciocavallo silano e soppressata calabrese, decorato con con semini di papavero, di zucca e di sesamo. É una delle tante specialità reinventate dalla Maestra de “La prova del cuoco”. Lei, Sara Papa, la biondissima scrittrice chef, è calabrese di San Nicola da Crissa, anche se da tanti anni vive a Roma dove è docente presso alcune scuole di cucina e fa parte della Federazione Nazionale Cuochi. La sua grande passione per la cucina affonda le radici proprio nell'infanzia calabrese, quando aiutava la madre, nei giorni di festa, a preparare dolci e prelibatezze, piatti della tradizione che oggi recupera sapientemente riproponendoli e realizzandoli con tanta creatività e un tocco tutto personale di modernità.

Nella sua ultima pubblicazione, il volume dal titolo "Tutta la bontà del Pane", edito da Gribaudo di Milano, ci sono più di cinquanta ricette che tracciano un vero e proprio itinerario nel mondo del pane, un percorso che parte proprio dai ricordi autobiografici dell'infanzia vissuta a San Nicola da Crissa. La bella ricerca sul pane è stata stimolata da un fatto negativo realmente accaduto: una mattina, aprendo la dispensa nella casa di Roma, Sara Papa si ritrova del pane avanzato ricoperto da una strana muffa color salmone e da una sostanza granulosa bianchiccia... a questo punto l'autrice si pone una domanda: “Ma la muffa una volta non era verde? Che cosa sto mangiando?”. La chef telefona all'anziana madre per chiedere lumi sullo strano fatto ed è a questo punto, stimolata da questo accadimento, che decide di partire per un lungo e affascinante viaggio che la porterà molto lontano. É un viaggio della memoria con un percorso a ritroso, all'indietro, nel tempo delle origini, dei ricordi sul suo pane vero fatto in casa, nel suo paese calabrese d'origine. In questo vero e proprio scavo dell'archeologia alimentare Sara Papa recupera non solo memoria di fatti e antiche procedure tradizionali di lavorazione ma prima di tutto le sensazioni emozionali che lo scegliere gli ingredienti e il fare il pane accompagnava profondamente. Odori, profumi, sapori, procedure in disuso, a volte arcaiche e antiche, ritualità e simbolismo, lo scavo archeogastronomico di Sara Papa porta al recupero di tesori bellissimi, di sapori e odori che sembravano scomparsi per sempre e che invece adesso lei riporta alla luce, li rivede e li inserisce in ricette più adatte ai nostri giorni che attualizza. Dalle diverse tipologie della farina del mulino al prezioso lievito madre, dall'impasto al forno... oggi Sara Papa si riappropria, sotto la guida antica della propria mamma, di quella tradizione del fare il pane autentico e genuino. La Papa, nel suo libro, spiega i motivi del perché fare il pane in casa, poi analizza, uno ad uno, gli elementi e gli aspetti più importanti per la buona riuscita del pane e dell'utilizzo di ingredienti di ottima qualità: della farina di frumento, del grano duro, della segale, del mais e del farro, poi descrive i diversi tipi di lievito, quelli chimici, il lievito compresso, o di birra, e, principalmente e più approfonditamente, il lievito madre. Sara Papa lo definisce un vero “processo miracoloso”, lo descrive ed insegna a tutti il “come si prepara e come si conserva”. La sua memoria calabrese conserva antichi elementi tramandati dalla tradizione. Nelle numerose ricette che si trovano nel volume ci sono tante specialità rivisitate, reinventate, ritrovate, fatte rinascere e con gli ingredienti calabresi inseriti in modo davvero inedito, mantenendo il rispetto della ricetta originale. Accanto alle ricette di tipo internazionale ( c'è il pane tedesco con i semi di girasole e di lino, il sesamo e il miele, c'è il chapati, i panini con l'uva passa di Corinto, le baguette al cacao e uva passa), ci sono le ricette con contenuti prettamente calabresi, una ciambella al pecorino, il pane con olive e provolone, i limoncini, le zeppole di tonno, il pane con le olive ed i pomodori secchi, e poi ancora, i quadrotti all'origano, quiche di pasta fillo con tonno pizzitano e scarola croccante, la pitta ripiena con olive schiacciate, pomodori, cipolle e provola silana, la ciambella di tonno pizzitano con 'nduja e cipolle di Tropea.
Franco Vallone

I Vangeli di Augusto al Morelli di Vibo

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On at 3:12 PM

Lunedì 11 aprile 2011, presso l'aula magna del Liceo Classico “Michele Morelli” di Vibo Valentia si è svolta una conferenza di Felice Costabile, professore Ordinario di Diritto Romano nell'Università Mediterranea di Reggio Calabria, sul tema “I Vangeli di Augusto e la Via di Cristo nell'Impero Romano alle “Radici” pagane e cristiane dell'Europa”. L'invito, firmato dal dirigente scolastico del Ginnasio, Raffaele Suppa, dal Rettore dell'Università Mediterranea, Massimo Giovannini e dal presidente dell'Associazione Italiana di Cultura Classica “Carlo Diano” di Vibo Valentia, Giacinto Namia, è davvero di quelli importanti. Nel 1416 l’umanista Poggio Bracciolini trova il De rerum natura di Lucrezio: si riscopre così la fisica atomistica di Epicuro. Da allora nasce una Scienza Nuova: Copernico, Galileo, Giordano Bruno e Campanella finiscono sul rogo o nelle carceri dell’Inquisizione Cattolica per aver smentito la Bibbia e l’autorità della Chiesa. Dopo L’origine delle specie di Darwin nessuna persona sensata crede più nel Creazionismo biblico. Il tentativo della Riforma Moratti di porla in discussione nella Scuola è fallito nel 2004 per l’opposizione del Manifesto degli Scienziati Italiani. Negli U.S.A. una legge del Congresso rende obbligatorio l’insegnamento dell’Evoluzionismo per sottrarlo al negazionismo della Chiesa Battista. Ma nessuno insegna un’altra rivoluzione copernicana e darwiniana: epigrafia e critica neotestamentaria hanno riscritto con egual certezza la storia dei Vangeli, il cui primo annunciatore fu Augusto ben prima che Gesù nascesse. Nel 48 a.C. Giulio Cesare è proclamato in Oriente «Dio per Rivelazione divina», nel 9 a.C. il Paolo Fabio Massimo proclama ai popoli da lui governati che «il giorno natale del dio Augusto fu per il mondo il principio dei Vangeli annunciati per opera di Lui». Paolo di Tarso appaga le attese salvifiche dell’epoca facendo di Gesù il Cristo ad immagine e somiglianza della figura mistica dell’imperatore. I primi cristiani rivendicano nella storia della civiltà la nozione della separazione fra Stato e religione. Ma quando l’impero cadrà in potere del cristianesimo, esso s’imporrà a sua volta come religione dello Stato. I simboli del paganesimo vengono rimossi e viene imposta in tutti i luoghi pubblici dello Stato romano la croce di Cristo. Ma arriviamo a tempi ben più recenti: Nel 2004 la Convenzione Costituente Europea ha rifiutato di menzionare il cristianesimo fra le “radici” della nostra civiltà. Oggi Strasburgo afferma che i simboli religiosi della maggioranza possono essere imposti nelle scuole alle minoranze, ma in Francia, Germania, Romania, Spagna e Svizzera ed in altri paesi occidentali i simboli religiosi sono vietati nelle aule scolastiche. Un popolo tenuto all’oscuro della sua storia stenta a comprendere un mondo, che riconosce il proprio “patrimonio genetico” nell’ispirazione ai valori etici e politici della civiltà greca e romana e nega il valore fondante del cristianesimo e della sua morale nell’Unione Europea.
Franco Vallone

Zona Briganti Tour 2011 - "Balla ca te passa"

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On mercoledì 20 aprile 2011 at 8:53 AM

Si intitola “Balla ca te passa” il nuovo Tour di Zona Briganti promosso dall’Associazione Zona Briganti del Savuto – ZB Produzioni.
Il successo avuto con l’esperimento musicale “Ritmu Novu” che combina le culture tradizionali del popolo Calabrese con generi che appartengono al mondo contemporaneo della World Music, ha proiettato il gruppo nella top-ten delle classifiche del circuito Mondadori Music.
Il percorso intrapreso da Zona Briganti anni fa, sta iniziando a trovare riscontro nelle piazze e nel pubblico. Non importa l’età o i disagi sociali che quotidianamente fanno perdere il sorriso alle persone, non importa la preoccupante disoccupazione specialmente giovanile o il sentirsi sfruttato dopo una giornata intensa di lavoro, quando la sera si esce di casa, i protagonisti attivi del mondo amano rilassarsi il più possibile e trovano nella musica tradizionale un rifugio, uno scudo da tutti questi problemi e l’energia ritmica della musica di Zona Briganti si traduce nella frenesia del ballo rituale della tarantella, d’origine Calabrese ma ormai patrimonio del sud, capace di resistere per millenni a invasioni, sfruttamenti, umiliazioni, malesseri che il popolo calabrese e tutto il sud hanno subito nel corso della sua storia.
Oggi il vento sembra essere cambiato, si percepisce, sia nei giovani che negli adulti, la necessità di aggrapparsi a qualcosa che sentono proprio. Nelle inutili competizioni che nascono tra regioni della stessa nazione insorgono fazioni che non fanno altro che rallentare drasticamente un processo di unità nazionale iniziato 150 anni fa ma che ancora oggi non è arrivato a compimento.
In queste battaglie tra nord e sud ecco che si fa strada la cultura, l’arte che si accolla una responsabilità immensa, si propone di ricucire le ferite lasciate dal passato, dalle numerose guerre civili che questa terra ha avuto mettendo pace ad antichi dissidi tra vaste aree dell’Italia, come quelle sorte nel 1800 tra Regno di Napoli e Piemontesi.
Zona Briganti si fa interprete di un movimento che non ha confini territoriali, aperto allo scambio culturale con ogni regione del mondo. Da ogni cultura Zona Briganti cerca di trarne la massima conoscenza di tecniche, usanze, riti perché proprio questi elementi vanno a costituire la Cultura popolare.
A continuazione del connubio tradizione-modernità attuato da Zona Briganti con il lavoro discografico “Ritmu Novu” che ha portato innovazione nei testi ma soprattutto nella musica grazie alla scoperta degli strumenti, appartenenti alla tradizione popolare del sud Italia e ad altri generi etnici dislocati in tutto il mondo.
Lo Spettacolo “Balla ca te passa - Tour 2011”, eseguito da Zona Briganti si articola nell’esecuzione di musiche e balli della tradizione scandite dalla ritmica avvolgente del Tamburello, nel suono contadino e fatato della Lira Calabrese e della Chitarra Battente, nell’armonia sonorica e festiva dell’Organetto, della Ciaramella, della Surdulina.
Il Ritmu Novu di Zona Briganti molto sensibile alle influenze popolari del mediterraneo possiede un linguaggio fruibile ad un pubblico allargato. Grazie all’ammodernamento e internazionalizzazione del sound che deriva da un’accurata scelta di strumenti musicali Zona Briganti proietta nel futuro la musica popolare senza snaturarne le radici.
Il vero punto di forza di Zona Briganti è l’energia che emanano 9 giovani musicisti che riescono a trasmettere freschezza, continuità, libertà pronti a difendere una grossa fetta di Cultura Popolare che ancora oggi non si è compresa a pieno. E proprio come il Brigante fedele alla sua terra, alle sue origini, e non un bandito sanguinario definito da chi ha riscritto la storia, Zona Briganti si autoproclama come “Brigante del Terzo Millennio” radicato nelle origini e nella storia di questa terra ma pronto a modernizzarle per proiettarle nel futuro affinché questa figura leggendaria sia sempre viva e presente nella mente e nei cuori di tutti quanti.
Non è affatto un riarmo culturale del Sud per alimentare dissidi e far nascere fazioni che portano solo a separazioni, Zona Briganti utilizza la musica che è definita il linguaggio dell’arte e della cultura per poter raccontare il passato ed il presente e trovare nei legami come l’Amore un valore del quale oggi tanto si parla ma sembra nel corso del tempo abbia perso e mutato significato ed importanza.
Ufficio Stampa Zona Briganti

I prigionieri dei Savoia. La storia della Caienna italiana nel Borneo - Giuseppe Novero

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On at 8:39 AM

Nuovi documenti emergono dagli archivi: ai suoi esordi, lo Stato unitario italiano per «liberarsi» dei prigionieri di guerra del Regno delle Due Sicilie, per sconfiggere il brigantaggio e sbarazzarsi dei ribelli, renitenti alla leva e delinquenti comuni, tentò la via della deportazione di massa in Paesi lontani.? Per quasi dieci anni (e fino al 1873) i ministri dei Savoia cercaroino così di fondare una colonia di deportazione prima nel mar Rosso, poi in Patagonia e in Tunisia. Ma gli sforzi della diplomazia si orientarono, ad un certo punto, sull'isola del Borneo dove il governo aveva l'intenzione di creare una vera e propria Caienna. I prigionieri dei Savoia affronta i problemi irrisolti delle guerre risorgimentali e l'interesse italiano per fondare una colonia penale nell'Estremo Oriente. L'autore ha ritrovato i carteggi diplomatici, le relazioni di governo, i dispacci, i diari di bordo delle navi inviate in terre lontane che testimoniano tutte le fasi del progetto. Il volume ripercorre, poi, molte altre storie dimenticate del Risorgimento: l'assedio di Gaeta e il romantico eroismo della regina Maria Sofia, i «falsi della storia», i campi di detenzione dei prigionieri, le vicende che opposero soldati e briganti, fino al doloroso epilogo dell'emigrazione. ?Emerge dal libro la storia dell'Italia nata dal Risorgimento con tutte le sue sfaccettature: con gli eroismi e le viltà, gli slanci ideali e le nefandezze. Con un chiaro obiettivo: liberarsi dai luoghi comuni, delle forzature e delle logiche che, ancora oggi, accompagnano la lettura di quei momenti.

Giuseppe Novero è nato a Ciriè (Torino) e vive a Roma. Giornalista, ha lavorato nell'editoria, nella carta stampata, in RaiCon l'avvento dell'informazione privata è passato, in posizione di vertice, alle Reti Mediaset. Saggista, negli ultimi tempi con Mussolini e il generale (Rubettino, 2009) si è dedicato a riscoprire pagine controverse e dimenticate della nostra storia contemporanea. Impegno che prosegue ora con I prigionieri dei Savoia. Per le sue ricerche storiche ha ricevuto il Premio Mario Soldati 2010.

Liberia Neapolis
tel.- fax: +39(0)815514337
email: info@librerianeapolis.it
web: http://www.librerianeapolis.it

Verità e riflessioni sul 150° anniversario dell’Unità d’Italia

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On at 8:29 AM

A scuola ci insegnavano tutto sulla Spedizione dei Mille, provavamo emozioni intense con i “trecento giovani e forti…” di Pisacane, studiavamo con precisione i luoghi delle Guerre d'indipendenza, venivano decantate le doti dei padri della patria, ci appassionavano figure di uomini e donne distintisi con la loro abnegazione e coraggio nelle file della Carboneria, spesso si cantava l’inno di Mameli, e anche quello che celebrava la “bandiera di tre colori”. A margine, però, quando si esaminava l’evento brigantaggio non riuscivamo a comprendere la verità sul come e perché fosse sorto. Indro Montanelli sull’argomento affermava che “La guerra contro il brigantaggio, insorto contro lo Stato unitario, costò più morti di tutti quelli del Risorgimento. Abbiamo sempre vissuto sì dei falsi: Il falso del Risorgimento che assomiglia ben poco a quello che ci fanno studiare a scuola”.
La storia del nostro Risorgimento esibisce spesso le gesta eroiche di tante persone dimenticate che, pur di permettere la cacciata dell’invasore straniero, si sono sacrificati per liberare il territorio italico. Certo, l’anelito alla libertà dei popoli, i principi di giustizia e di fraternità che richiamavano allora gli ideali della rivoluzione francese non possono che essere condivisi ancora oggi. Ciò che in verità deve farci riflettere è il reale svolgimento dei fatti risorgimentali. Si è giunti, così, a sacralizzare personaggi come Mazzini, Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele II, condannando senza appello il popolo del Sud che si ribellava oltre che ai Borbone anche alla dominazione piemontese. Tanto che Eugenio Bennato in una sua canzone sull’argomento “Brigante se more”, in alcuni versi dice: “non ce ne fotte del re Borbone ma la terra è nostra e non si deve toccare. Il vero lupo che mangia i bambini è il piemontese che dobbiamo scacciare”.
Il processo di unificazione della penisola italiana ha avuto tutte le caratteristiche di una vera e propria guerra civile. Una guerra di conquista, come annota Giordano Bruno Guerri nel suo libro “Il sangue del sud”. Per annettere il Regno delle due Sicilie al Regno Piemontese “Il Sud è stato trattato come una colonia da educare e sfruttare, senza mai cercare davvero di capire chi fosse l'"altro" italiano e senza dargli ciò che gli occorreva: lavoro, terre, infrastrutture, una borghesia imprenditoriale, un'economia moderna. Così, le incomprensioni fra le due Italie si sono perpetuate fino ai nostri giorni”.
L’esercito piemontese riuscì nell’intento di liberare la Sicilia e il Sud dai Borbone con l’aiuto da parte degli inglesi, dei massoni, e quasi sicuramente con l’intervento determinante degli uomini della mafia e della camorra. Ecco che da quel 17 marzo 1861 ha inizio tutta una serie di fatti economico-politici che porteranno ad un divario economico e sociale tra le due aree geografiche ancora presente nel territorio meridionale. Fu praticamente depredata la cassa del sud e più di 450 milioni di lire servirono per ridurre il deficit del Piemonte, e per altri investimenti come costruire ferrovie e strade del nord. Gli appalti per i lavori, anche quelli nel sud dell’Italia, furono quasi tutti appannaggio di società del nord, cercando in tutti i modi di rendere inattive le industrie del mezzogiorno. Tanto è vero che in un’azienda efficiente come quella di Pietrarsa, vicino Napoli, di colpo furono interrotti i cicli produttivi, con migliaia di operai licenziati, a favore di un’industria del nord, l’Ansaldo. Questo protezionismo di fatto per le industrie del settentrione andarono ad aggravare sempre di più le condizioni degli operai oramai senza lavoro, vessati anche da tasse molto più alte, che non avevano altre alternative se non quelle dell’agricoltura – anch’essa in grave crisi, mentre i latifondisti si arricchivano sempre più – o la scelta drammatica di rinsaldare le fila del brigantaggio, oppure trovare un’altra soluzione lasciando l’Italia. Tutti temi questi che entreranno nella cosiddetta “questione meridionale” dibattuta negli scritti di Giustino Fortunato, Salvemini, Gramsci, Croce, Nitti.
Per Antonio Gramsci “L’Unità d’Italia non è avvenuta su basi di uguaglianza, ma come egemonia del Nord sul mezzogiorno. Il Nord concretamente era una “piovra” che si è arricchita a spese del Sud e il suo incremento economico-industriale è stato in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale”.
Il governo piemontese dell’epoca inasprì con leggi severissime le condizioni economiche dei meridionali, così che divenne quasi naturale la rivolta contadina, che diede vita al fenomeno del brigantaggio. Come riportato da Franco Molfese nel suo libro “Storia del Brigantaggio”, le bande di briganti interessarono: la provincia di Napoli con 6 gruppi armati, l’Irpinia e la provincia di Salerno con 47, la Calabria con 33, la Basilicata con 47, il Molise e il Sannio con 15, la Puglia con 34, l’Abruzzo con 39, il Lazio con 42. Per rappresaglia furono bruciati e rasi al suolo interi paesi. Migliaia di morti a Gaeta, a Pontelandolfo, centinaia in provincia dell’Aquila, a Vieste, a Bronte, a Civitella del Tronto, nel Salernitano, in Sicilia 5000 morti nel 1866.
Vennero soppressi gli ordini religiosi, molti preti e vescovi furono mandati in esilio. Di quest’ultimi ben sessantanove, oltre a due cardinali: Sisto Riario Sforza a Napoli e Filippo De Angelis a Fermo.
Come si può ancora tacere, pertanto, sugli eccidi, scempi, razzie, perpetrate dall’esercito sabaudo nel meridione? Sarebbe giusto che si riscrivesse in maniera trasparente la storia del Risorgimento italiano per capire una volta per tutte quali strategie, quali piani siano stati adottati dai politici e dai governanti del tempo per cacciare i Borbone, per annettere il Regno delle Due Sicilie, per stroncare il fenomeno del brigantaggio, per liberare la città di Roma.
Perché molti paesi del sud hanno dovuto subire angherie inenarrabili, per la maggior parte celate dai libri di storia? Sono domande legittime che molti si sono posti anche in questi giorni di riflessione. Come si potrà dimenticare, a tal proposito, ciò che scrisse lo stesso Garibaldi: “ Quando i posteri esamineranno atti del governo del parlamento italiano durante il risorgimento vi troveranno cose da cloaca”. Tutto ciò, allora, non piace diffonderlo. E’ meglio che tutto resti nell’oblio. Di quel periodo storico si devono ricordare solamente le gesta eroiche da studiare durante il periodo scolastico, facendoci riempire la bocca con le parole unità, patria, libertà, con un’enfasi celebrativa che non preveda che si parli dei fatti tragici che realmente accaddero in quegli anni per giungere alla proclamazione del regno d’Italia unita. E’ difficile fare una stima delle vittime della guerra civile, secondo alcuni storici fino a un milione di meridionali persero la vita. L’Italia fu fatta anche con la “Legge Pica - Peruzzi”, prima vera legge razziale ante-litteram varata dalla Destra storica che consentì di fatto la persecuzione dei Meridionali. Gramsci, nel 1920, definì il governo sabaudo «una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia Meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti”.
Allora, quale valore può essere dato oggi a questa ricorrenza?
Se andiamo a scorrere le cronache del tempo, nel 1911 la commemorazione del 50° anno della proclamazione del Regno d’Italia fu vissuta con grande entusiasmo da parte della nazione, cosa che non accadde nelle celebrazioni del centenario, nel 1961, che evidenziarono lo scarso interesse degli Italiani, un chiaro distacco dal senso patriottico e dai valori della tradizione risorgimentale, forse legato anche alla triste esperienza del ventennio fascista e della seconda guerra mondiale.
Non si può di certo affermare che il mondo dell’informazione si sia tirato indietro nelle celebrazioni di questo 2011. Il fatto stesso che già da alcuni mesi radio, televisione, quotidiani, riviste, affrontino queste questioni è un segno della volontà di capire, partecipare ed informare sulla nostra storia risorgimentale. Anche le librerie sono stracolme di nuovi testi o di ristampe di volumi sull’argomento. La scelta governativa di festeggiare questo 17 marzo ha trovato dissenzienti alcuni esponenti del governo, la presidente di Confindustria, i rappresentanti della Lega Nord che ritengono la manifestazione una “follia incostituzionale” che non potrà essere condivisa da tutti gli abitanti del territorio nazionale. Contro le celebrazioni si sono espressi, tra gli altri, il Movimento Rifondazione Borbonica di Rinascita Meridionale e gli Altoatesini. “Giornata di lutto nazionale” è stata dichiarata dal giornalista scrittore Mimmo Lanciano, calabrese di nascita e nello spirito, che vive da molti anni ad Agnone, in provincia di Isernia. Lanciano afferma di non essere contro l’Unità d’Italia, “ma per la piena verità storica ed il conseguente riconoscimento dei torti inflitti al Sud e, quindi, per i dovuti risarcimenti economici, politici e morali”. Questa giornata dovrebbe rappresentare, per lui, la “Giornata della memoria mondiale dei popoli”, “La Giornata dei popoli oppressi” per riflettere sui piccoli e grandi genocidi avvenuti nel corso della Storia umana”. Mimmo Lanciano, a margine di queste sue riflessioni, ha di nuovo invitato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a recarsi a Catanzaro per celebrare il nome “Italia” nato proprio in quella zona della Calabria quasi quattro millenni fa. Il nome deriverebbe dal vocabolo Italói, significa “abitanti della terra dei vitelli”, come venivano chiamati dai greci i Vituli, una popolazione che abitava nei pressi di Catanzaro. Antonio Grano, scrittore di origini calabresi, residente nel Molise, dopo aver scritto due libri sull’argomento: “La chiamarono unità d’Italia” del 2009 , “Io, brigante calabrese” del 2010, nell’ultimo suo testo pubblicato nel 2011,“Pietà per i vinti!” ci racconta dei tanti molisani che persero la vita in quegli anni. “Caddero durante una guerra non voluta, non dichiarata, ma solo combattuta in difesa della loro terra invasa e calpestata dai franco-piemontesi che occuparono i loro villaggi non spiegando che volevano fare l’unità dell’Italia”. Isernia pagò un tributo di sangue per essersi schierata a favore del re Borbone. Subì l’atroce vendetta dell’esercito piemontese che uccise centinaia di pastori e contadini inermi. Entra nel dibattito anche lo storico molisano Emilio Gentile che nell’ultimo libro “Italiani senza padri” designa un Risorgimento senza eredi, una sorta di "smonumentalizzazione" del movimento ottocentesco. Per Gentile, nel calendario delle festività nazionali, il Risorgimento non lascia traccia, così come manca, negli annali della letteratura, un romanzo sul Risorgimento. “Il nostro è un paese carente d'identità patriottica. La nostra mancata coscienza nazionale e civile è stata sostituita da un generico senso di italianità, che costantemente oscilla tra miseria e nobiltà, in un processo di smarrimento collettivo, accentuato da una disordinata modernizzazione rimasta priva di una guida politica”. Del resto, Emilio Gentile, in un precedente libro: “La Grande Italia” del 1997, già aveva affrontato i temi del mito della nazione, che aveva subito un’ascesa e un repentino declino in seguito agli avvenimenti successivi alla proclamazione del Regno d’Italia (i due conflitti mondiali, il ventennio fascista, la repubblica), tanto da indebolire proprio l’identità nazionale degli italiani. “Abbiamo capita l’Unità d’Italia con l’inizio della guerra partigiana nel ’43”, così si esprime Giorgio Bocca. “Mai come allora ci rendevamo conto che la sopravvivenza dell’Italia come nazione unita ci pareva indiscutibile. Così c’erano i fazzoletti verdi di Giustizia e Libertà, quelli rossi dei garibaldini filocomunisti, quelli azzurri dei monarchici e degli autonomi”. Il significato da attribuire a questa festa sta tutto nel comprendere che indietro certamente non si torna. Abbiamo raggiunto un’unità geografica nel 1861, dobbiamo, forse, ancora “fare gli italiani”, come dichiarò Massimo D’Azeglio. E’ giunto il tempo, proprio per tutto ciò, di rivestire di verità le celebrazioni e una giusta volontà di giustizia deve permeare il cammino della nostra storia unitaria.
Ha ragione Gigi Di Fiore che, in “Controstoria dell’Unità d’Italia”, dichiara che «Non ci può essere futuro per un Paese che non sa riconoscere i suoi errori, che non sa fare autocritica anche su entusiasmanti pagine della sua storia come quelle risorgimentali. Rileggerne i passaggi negativi oggi non può che cementare il nostro sentimento nazionale». Per i vescovi italiani l'unità nazionale raggiunta 150 anni fa dovrebbe divenire sempre più un’unione morale e spirituale, facendo appello alla solidarietà, alla giustizia sociale, al rispetto della vita e della dignità della persona umana.
Il Presidente Giorgio Napolitano dando il suo pieno appoggio alle celebrazioni, ha affermato che “quello che più conta è che ci sia piena e attiva consapevolezza, a tutti i livelli istituzionali, del significato delle celebrazioni per questo storico anniversario: e cioè, della necessità di farne occasione di riflessione seria e non acritica”.
Antonino Picciano

Unità 2061 - Questione meridionale ?... No, Questione economica! E’ ora di dire “basta!”

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On at 8:25 AM

Il popolo meridionale deve cominciare a dire davvero “basta!” alle denigrazioni e alle spoliazioni perpetrate a suo danno in 150 anni di occupazione e sfruttamento. Ed oggi più che mai l’ipotetico “basta!” potrebbe significare persino boicottare i prodotti del Nord Italia. Forse bisognerebbe fare come per la criminalità organizzata: colpire al cuore economico il sistema. Forse bisognerebbe par-lare il medesimo linguaggio di questo Nord “nemico del sud”. Soltanto così la protesta del Sud potrebbe cominciare ad avere effetto. Finché la cosiddetta “questione meridionale” resta soltanto a livello di analisi sociologica, di tema culturale, di rivendicazione storica e assenza politica il Sud non riuscirà a risolvere alcuna delle numerosissime problematiche conseguenti all’ingiusto asservi-mento al Nord. Bisogna guardare in faccia la realtà: il Sud dal 1860 è peggio di una colonia!
Infatti, ne abbiamo avuto prova nei giorni scorsi, in occasione delle celebrazioni ufficiali dei 150° della cosiddetta Unità d’Italia, a ridosso del 17 marzo. Il Sud è stato quasi totalmente oscurato dalla RAI, la quale, come servizio pubblico era tenuta a coprire una informazione ed una evidenza nazionale. Invece, il Sud non soltanto è stato ancora una volta marginalizzato ma addirittura ignorato. Il popolo meridionale non sarebbe esistito in questo tipo di manifestazioni unitarie se non ne avesse accennato, sebbene in modo usualmente liturgico e rituale, il Presidente Napolitano nel suo discorso alle Camere riunite. Il negazionismo del Sud ha assunto proporzioni indecenti!
L’Università delle Generazioni fa, quindi, appello ai “Fratelli Padani” e ai loro rappresentanti politici-governativi affinché si avvii un processo di riconciliazione sociale, politica, culturale ed e-conomica con il Sud, poiché, altrimenti, si corre il rischio di inasprire ancora di più la divaricazione e, comunque, in modo tale che le nuove generazioni meridionali potrebbero rivoltarsi veramente con conseguenze negative per tutti. Infatti, nel Sud comincia ad emergere una nuova sensibilità umana, sociale e principalmente storica sulla propria condizione e persino al Nord l’onestà intellet-tuale di alcuni potrebbe aiutare il popolo meridionale a riconquistare la dignità usurpata. Ci vorrebbe un’altra “spedizione dei Mille” ma, questa volta, per riconciliare i “fratelli d’Italia”.
Obbiettivo dell’Università delle Generazioni così come di altri movimenti spontanei o di associazioni è ancora e sempre quella di puntare ad una completa “riconciliazione” ed “armonizzazione” tra le mille e una Italia. L’augurio è quello di poter avere un 2061, cioè il 200° anniversario dell’Unità d’Italia, fra 50 anni, con tale obbiettivo pienamente o almeno parzialmente raggiunto, ma si deve lavorare tutti insieme per progredire in modo “strategico”, specialmente nel contesto della globalizzazione. La storia ha il respiro lungo e, quindi, l’auspicio è proprio quello di impegnarsi al superamento graduale ma concreto delle cose che ancora ci dividono per rafforzare ciò che ci unisce. La pace e la concordia sono beni assolutamente prioritari, anche per l’economia!
Domenico Lanciano

Successo dell'Imineo Day alla Marina di Pizzo

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On at 8:18 AM

Marina di Pizzo, 20 Marzo 2011, una serata piovosa nella notte soglia di primavera accoglie Giuseppe Imineo, l'ultimo cinematografato di Calabria. Ripreso, sin dal suo arrivo, dalle telecamere della Rai calabrese e dagli scatti di Tommaso Prostamo del circolo fotografico di Torino, Imineo appare emozionato, commosso dalla piacevole sorpresa di trovare un pubblico davvero numeroso. La sala conferenze del Museo della Tonnara infatti è gremita da tanta gente arrivata da tutta la provincia di Vibo e oltre per un evento culturale dedicato al protezionista di mille sale, un vero e proprio Imineo Day ideato, organizzato e realizzato dal Circolo del Cinema "Lanterna Magica" di Pizzo e da "Le Stanze della Luna" di Vibo Valentia. La serata si apre con le immagini di Imineo ripreso a Tropea, un'intervista effettuata dal ricercatore Salvatore Libertino di Tropeanews, poi lo scorrere delle immagini si interrompe su un fotogramma, un bel primo piano del volto di Imineo che rimane fisso sullo schermo cinematografico come simbolica scenografia, per tutta la serata. Ad aprire i lavori il presidente del Circolo Lanterna Magica, Antonietta Villella. Legge la lunga e affascinante storia di Giuseppe Imineo, dagli inizi con i vecchi proiettori a carboni, alla prima sala cinema da gestire, alle serate del cinema all'aperto, sotto le stelle, alla chiusura dei tanti cinema della provincia, alla notte magica del Festival Internazionale del Cinema di Venezia. Vera Bilotta, di Lanterna Magica, interviene con interviste in sala, da Imineo risposte mature, colte, piene di grande umanità e di simpatiche esperienze che lasciano trasparire un cinematografaro modesto, buono, tanto appassionato del cinema. In sala l'assessore al Turismo della Provincia di Vibo Valentia, Gianluca Callipo, il sindaco di Filogaso, Giuseppe Francesco Teti; Magda Primerano, vera esperta di cinema in forza al Circolo di Pizzo; Eugenio Attanasio, Presidente della Cineteca della Calabria; Teresa Landro del Circolo del Cinema di Parghelia, numerosi altri cultori e amanti della settima arte. La serata continua, si procede alla cerimonia di consegna a Giuseppe Imineo di una targa e una pergamena, poi, dopo l'intervento del sindaco di Filogaso, arriva il momento delle letture delle numerose testimonianze pervenute per l'occasione, dalla lettera dell'Assessore regionale alla Cultura, Mario Caligiuri a quella di Giovanna Gravina Volontè, figlia di due grandi attori e da anni curatrice de “La Valigia dell'Attore”, dall'attrice italonewyorkese Lucia Grillo a Caterina Sorbilli, dalla regista Donatella Baglivo a Loredana Ciliberto, dell'Università della Calabria e poi, ancora, Laura Caparrotti, attrice con antiche radici calabresi che vive ed opera in America. La serata prosegue e si conclude con la proiezione del docufilm di Valerio Jalongo dal titolo “Di me cosa ne sai”, un prezioso documento filmico che vede tra i protagonisti proprio Giuseppe Imineo mentre, in viaggio con lo stesso regista, racconta per le strade del vibonese, da Pizzo a Papaglionti e Francavilla Angitola, le sue appassionanti avventure fatte di luce proiettata su uno schermo bianco.
Franco Vallone