In uscita il nuovo libro di Padre Maffeo Pretto

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On domenica 23 dicembre 2007 at 8:30 PM

"Il Feudo di Briatico dal IX secolo al 1806"

Padre Maffeo Pretto dopo essersi interessato per anni di religiosità e pietà popolare, di fenomeni migratori, di lavoro e imprenditoria nella società meridionale, di rapporti sociali amicali, quasi a sorpresa, esce con questo saggio storico sul paese che lo ospita ormai da decenni. Il volume, dal titolo “Il Feudo di Briatico dal IX secolo al 1806” è un vero e proprio scavo nella memoria più interessante del paese di Briatico inquadrato in un contesto più ampio, nell’ambito del comprensorio vibonese. Ma come nasce questo interesse così profondo per questi luoghi in padre Pretto? Siamo alla fine degli anni settanta, Padre Maffeo, prete missionario scalabriniano veneto, con vari gruppi di ragazzi e giovani del comprensorio di Briatico e Favelloni di Cessaniti, impara a conoscere questo lembo di Calabria, analizza e studia profondamente il territorio del vibonese, viene accompagnato tra contrade, ruderi, campagne e siti archeologici appena graffiati. Sono terreni raschiati superficialmente dalle zappe e dagli aratri dei contadini che vedono uscire fuori incomprensibili segni d’altre vite passate. “Straci” li chiamano loro, sono cocci, pietre apparentemente insignificanti, pezzi di ceramica, monete piccolissime di bronzo, vasetti, ma anche ossa umane, alcune volte teschi e scheletri interi. Loro, i contadini, superstiziosi e timorosi, pensano a vecchi cimiteri, ad antichi saraceni, a soldati e cavalieri uccisi in modo cruento, ma anche ad antichi tesori nascosti e vincolati da fantasmi e rossi folletti. Padre Maffeo nel suo girovagare con i suoi ragazzi rispetta sempre quanto incontrato per le strade del suo percorso e per questo diventa un vero e proprio punto di riferimento del sapere popolare, del racconto orale, grande estimatore delle potenzialità che ognuno possiede. Questo suo spontaneo modo di fare crea un filo rosso tra lui e la gente che incontra.
Padre Maffeo chiede con curiosità e la gente pian piano si apre, risponde e apre a padre Maffeo le porte di casa, mostrando le immagini, anche quelle più personali, della propria famiglia, le lettere di emigrati lontani, gli scarabattoli con le icone della propria devozione, i santini della religiosità utilizzati a protezione personale, le foto dei parenti riposte nelle vetrine, al riparo dalla polvere, tra bomboniere e bicchierini da rosolio o quelle più vecchie e ingiallite conservate nei bauli o nei cassetti. Un vero e proprio gran tour, una ricerca direttamente sul campo della vita, del quotidiano. Da qui partono ricerche particolari, mai superficiali, sempre ricche di sorprese e scoperte inedite. Padre Maffeo, in compagnia dei suoi ragazzi, prende contatti con la gente, in particolare con quella più umile e spontanea, contadini, pastori e pescatori, impara e si appropria dei termini dei loro dialetti più stretti e arcaici, dialoga continuamente, comunica con loro e con i loro ricordi, apprende tradizioni, usanze, costumi, segreti. Nomi, luoghi, cose, memorie si configurano sempre di più in una vera storia del territorio. Padre Maffeo Pretto da prete missionario veneto diventa un originale calabroveneto.Pretto continua poi il lavoro di ricerca nella ricca biblioteca del Centro Studi Scalabrini da lui stesso fondata e costituita, cerca elementi di confronto bibliografico, analizza testi antichi, manoscritti, testimonianze da fonti documentali in archivi e altre biblioteche.
Un vero e proprio scavo non invasivo ma conoscitivo nella memoria di Briatico, delle sue frazioni e di tutto il comprensorio. La prima fase della ricerca, già nei primi anni ottanta, nel 1983 si concretizza con “Briatico - Memoria di un paese della Calabria a duecento anni dal terremoto del 1783”, una grande mostra di documenti, reperti, materiali e immagini, che viene allestita, con la preziosa collaborazione dello storico locale Domenico La Torre , presso la sala convegni dell’Anap Ciso di Briatico. In questa mostra tutto un patrimonio culturale esce fuori prorompente da archivi privati di nobili e da cassetti impolverati di gente comune. Foto d’epoca, pergamene, lettere autografe di personaggi storici importanti, un cannone, pietre dell’aria, manoscritti di archivi ecclesiastici, frammenti di reperti archeologici di tutte le epoche, di embrici, cocci di vasi e anfore, ossidiane lipariche e selci raccolte e recuperate sul campo dai soci della locale sede dell’Archeoclub d’Italia.
La mostra ha un successo enorme, permette, a briaticesi e non, di guardarsi dietro, nel tempo, e dentro la propria identità. La gente di Briatico percepisce che possiede una propria storia che va oltre il loro immaginario collettivo che arriva ad una indefinita epoca dei saraceni. La collaborazione con i giovani continua, le ricerche su libri e antichi documenti d’archivio sono sempre più approfondite, si configura una storia, una cronologia che parte dalla preistoria, dal paleolitico e dal neolitico, per passare al periodo greco e romano e medievale. Il territorio di Briatico mostra la sua stratigrafia che nasconde, in ogni sua parte, i tesori della propria memoria.
A Padre Maffeo arrivano segnalazioni da molte campagne del circondario, s’identificano e si schedano chiesette rurali, mura di conventi e monasteri, angusti anfratti ipogei, tasselli policromi di mosaico romano, necropoli e mille altre tracce archeologiche di tutte le epoche storiche. Briatico con il suo antico sito di Briatico Vecchio, con la torre d’avvistamento a difesa della costa, con lo scoglio d’Ulisse, peschiera della Galera a Sant’Irene e con il Mulino della Rocchetta alla marina ha una memoria del territorio ben più antica che scende nella storia più profonda.
Questo primo volume traccia un approfondito percorso di quasi mille anni, un escursus storico che parte dai primi documenti ritrovati del IX secolo, scritti in greco, che citano la città di Briatico, fino alla fine della società feudale nel 1806.
Dopo aver letto questo volume sarà utile fare un giro del territorio circostante, in particolare attorno a Briatico Vecchia, salendo per la strada che conduce a San Cono per poi scendere a Potenzoni, San Costantino, San Leo e, come in una sorta di sindrome di Stendhal, si riusciranno a vedere altre cose, “si animeranno vicende profonde della realtà psichica e si riattiverà la vitalità della sfera simbolica personale. E il viaggio diventa pure, nella sue soste tanto attese nella città antica sognata, un'occasione di conoscenza di sé”. Si vivranno e si vedranno le antiche descrizioni della città con il castello, i conventi, le strade di selciato e le tante povere case affumicate, e la vita nella diruta Briatico Vecchia riprenderà a scorrere grazie al recupero della memoria di queste mille pagine, di questi mille anni.
Franco Vallone

L'UFO di Vibo Valentia

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On at 7:23 PM

Vi ricordate il caso dell’avvistamento Ufo sui cieli di Vibo Valentia. Era il 2004 e un’intera famiglia, che abita nei pressi della fontana Scrimbia, vide nel cielo, sopra il Duomo di San Leoluca, una serie di luci colorate roteare ad altissima velocità. Quella famiglia effettuò alcune concitate riprese video e fotografiche che, ad una successiva lettura, misero in evidenza anche la presenza di un grande disco posizionato al buio. L’avvistamento fu registrato anche da una coppia di professionisti che preferirono rimanere nell’anonimato. Le foto mostrarono anche una traiettoria di volo del grande oggetto volante. A Vibo, da quel momento, arrivarono esperti da tutt’Italia per studiare il fenomeno, poi tutto cadde nell’oblio. A distanza di qualche anno scopriamo che l’Aereonautica Militare si interessò dell’avvistamento di Vibo Valentia ed oggi abbiamo i risultati ufficiali. Il Reparto Generale Sicurezza dell’Aereonautica Militare tra gli avvistamenti O.V.N.I., oggetti volanti non identificati, dell’ottobre 2004 mette al numero 1 con orario “21.00 ore locali” un avvistamento di un oggetto “ovale” di colore “bianco che durante il movimento diventava viola, giallo e arancione”, velocità “discontinua”, direzione moto “Ovest con movimenti zig-zagati in tutte le direzioni”, quota “altissima”, condizioni meteo “sereno” (…).
L’esperto più noto che arrivò a Vibo per studiare il fenomeno si chiama Mauro Panzera. Pugliese, serio funzionario della Pubblica Amministrazione, Consigliere Nazionale del MCU e Coordinatore Regionale per la Puglia del Centro Ufologico Nazionale, Panzera in questi giorni è in edicola con un nuovo libro scritto a più mani con altri esperti dell’Ufologia nazionale. Il volume “Ufo in Italia 1977 – 1980 La grande ondata” è stato scritto da Solas Boncompagni, Franco Mari, Mauro Panzera, Franco Marcucci, Lucio Artori ed Enrico Baccarini, con la prefazione dello studioso di fama internazionale Roberto Pinotti (presidente del Centro Ufologico Nazionale). Il gruppo di studio della S.U.F. ha estratto dal proprio archivio una selezione di ben 272 casi segnalati nel periodo che va dal 1977 al 1980 riportando dati, disegni e fotografie in un volume di 464 pagine dal titolo “Ufo in Italia 1977 – 1980. la grande ondata”, stampato dalla Corrado Tedeschi Editore in Firenze e in vendita presso tutte le edicole. L’esperto Panzera spiega tra l’altro: “Una buona parte degli avvistamenti ufologici è causata da fenomeni naturali non ben individuati o non conosciuti dai testimoni. La rimanente parte della casistica, diciamo un buon 10 %, è costituita da ciò che viene definito “l’osso duro”, in quanto al di fuori da qualsiasi schema interpretativo. La seria disciplina ufologica si occupa in particolar modo di questa percentuale di fenomeni, cercando di acquisire tutti i dati testimoniali, effettuare una trascrizione casistica temporale e classificatrice, cercare di confrontare casi simili e, dove possibile, dare un’ulteriore risposta interpretativa”. La Sezione Ufologica Fiorentina è riuscita a documentarsi su una grande quantità di fenomeni ufologici, avvenuti nel territorio italiano dall’inizio del XX secolo fino ai nostri giorni e contenuti in un vasto archivio costituito da circa undicimila casi. L’andamento della casistica ufologica italiana, dal 1947 ad oggi, mostra alcuni picchi che vengono definiti “ondate”, ossia dei periodi in cui il numero di avvistamenti è notevolmente superiore alla media. Una di queste ondate allunga il suo vertice verso la fine del 1978.. Gli anni presi in considerazione dal volume furono pieni di grandi cambiamenti per il fenomeno ufologico: dalle aperture delle istituzioni, i contatti tra lo Stato Maggiore Italiano dell’Aereonautica ed il CUN (Centro Ufologico Nazionale), fino al tentativo di disciplinare la materia in seno all’ONU. Un capitolo descrive l’evidenza fisica del fenomeno UFO, la quale si manifesta nelle sue diverse caratteristiche, come forma, dimensioni, movimento, effetti sull’ambiente o sui testimoni, e, pur prendendo atto che l’ufologia non è riconducibile a parametri uniformi, fa sì che risulti difficilmente sostenibile una tesi che neghi l’evidenza dei suoi fenomeni. All’interno del volume si prende accuratamente in esame il problema degli Ufo-Solar, sorta di palloni in polietilene inventati negli Anni Settanta al fine di avvicinare i ragazzi ad un esperimento di fisica. Viene poi esaminato il fenomeno abductions, i presunti rapimenti alieni, secondo un’analisi antropologica e descrivendo anche i “retroscena mitologici”, attraverso una sequenza temporale che passa attraverso lo studio della Bibbia, dell’Età Antica, degli incubi e dei succubi del Medio Evo, e dell’Età Moderna, fino alla teoria parafisica dello scienziato ufologo Jacques Vallèe. Nel capitolo della casistica vengono trattati anche alcuni casi “calabresi”, avvistamenti avvenuti a Motta San Giovanni (RC), San Giovanni in Fiore (CS), Catanzaro, Reggio Calabria e sullo Stretto di Messina nel periodo oggetto dello studio, 1977- 1980.

Franco Vallone

Natale a Potenzoni

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On giovedì 13 dicembre 2007 at 2:13 PM

Da qualche giorno una bella locandina stellata, dalle tonalità blu, azzurre e oro, campeggia sui muri del vibonese. È un manifesto della comunità di Potenzoni, guidata da Padre Lorenzo Di Bruno, parroco del paese, che invita a partecipare al “Natale a Potenzoni” edizione 2007.
Anche quest’anno il piccolo paese, frazione di Briatico, accoglie con delle iniziative comunitarie e di animazione culturale. Tra le interessanti iniziative una mostra di presepi con concorso denominato “Più bel Presepe” e un “Concorso della Poesia di Natale”.
Per quanto riguarda il concorso poetico, il regolamento prevede che la poesia debba essere consegnata in duplice copia; una copia in busta chiusa con nome ed indirizzo, l’altra in carta libera senza riportare i propri dati. Il premio per il primo classificato di ogni concorso sarà di 400,00 euro, per il secondo classificato 300,00 euro e per il terzo 200,00 euro. Una medaglia verrà consegnata a tutti i partecipanti dei due concorsi. La quota di partecipazione è di 10,00 euro.
La mostra dei presepi, già aperta al pubblico dall’8 dicembre, sarà visitabile, tutti i giorni, dalle ore 16,30 alle 20, 30. Il prossimo16 dicembre avrà inizio la tradizionale “Novena di Natale” con suoni e canti per le vie del paese, mentre giorno 23 è prevista una tombolata per tutti gli anziani del paese. La tombolata aperta a tutti si svolgerà, invece, il 26 dicembre e sarà affiancata da un buffet e da uno spettacolo di karaoke. Il programma di “Natale a Potenzoni 2007” prosegue poi con la premiazione dei partecipanti ai concorsi, prevista per il 30 dicembre, e si concluderà, con la chiusura delle feste di Natale, il 6 gennaio, con una zeppolata e una “curuijjiata”, se così si può dire.
Al di là del programma ufficiale voluto da Padre Lorenzo, per tutti coloro che si troveranno a passare per Potenzoni, vogliamo segnalare un’ulteriore “Mostra di Presepi Artigianali”, aperta al pubblico, presso la famiglia Calzone.
Franco Vallone

A Nicotera Marina l'incontro di Maria col mare

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On martedì 11 dicembre 2007 at 10:18 AM

Un grande sentimento popolare, una forte religiosità che riaffiora e traspare prorompente nel giorno speciale della festa. La processione della madonna Immacolata dell’otto dicembre per le strade della Marina di Nicotera diventa ogni anno un evento che si rinnova nel rito e che attira tantissima gente proveniente da tutta la Calabria.
Un rituale antico, arcaico e marinaro, che vede la madonna solcare le strade del borgo, una processione devozionale che evidenzia successivamente e improvvisamente un luogo soglia, un vero e proprio simbolico confine, in cui la madonna viene consegnata alla comunità dei pescatori. Pescatori secolari, scalzi, rudi, prorompenti, che prendono la madonna in consegna al grido collettivo di “viva Maria, viva Maria” e la portano in mare, in acqua e in processione, portata a spalla, per quell’incontro speciale della Vergine Maria con il mare, con il loro mare di sempre.
Quest’anno a Nicotera Marina il tempo è stato veramente inclemente: acqua da tutti i lati, pioggia e mare che s’incontravano, un mare grigio e marrone, in burrasca, minaccioso, e da sopra il cielo una pioggia battente che ha voluto bagnare tutto e tutti. La gente, i fedeli, i pescatori, con la madonna velata da un grande telone, trasparente e svolazzante al vento, hanno voluto effettuare ancora una volta, come vuole l’antica tradizione, il rito processionale. Lo stesso di sempre anche con i tuoni che si confondevano con i botti, con i lampi che si confondevano con i bagliori dei fuochi d’artificio, con l’acqua del mare che si confondeva con l’acqua piovana.
Franco Vallone

La Calabria di Escrivà tra presente e memorie

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On lunedì 3 dicembre 2007 at 2:25 PM

È uscito. Un nuovo, interessante, racconto della nostra terra è quello che emerge dalle pagine del volume «La Calabria di Escrivà. Un vero e proprio viaggio sulle tracce del fondatore dell’Opus Dei», della giornalista e scrittrice Assunta Scorpiniti, da poco pubblicato dalla casa editrice cosentina «Progetto 2000». Si tratta di un percorso tra i luoghi e la memoria dello storico viaggio compiuto nella nostra regione dal santo spagnolo canonizzato nel 2002 da Giovanni Paolo II: san Josemarìa Escrivà, che, per gettare le fondamenta del lavoro apostolico nel Sud d’Italia, vi giunse nel 1948 a bordo di una vecchia Aprilia modello 438, in compagnia del rettore della chiesa romana di Santa Cecilia, Umberto Dionisi, di don Alvaro del Portillo (sarà il suo successore), dell’avvocato spagnolo Alberto Taboada e di un giovane professore calabrese, Luigi Tirelli Barilla.
Una ricostruzione puntuale, resa con ampi riferimenti ai nostri paesaggi, consuetudini e tradizioni, al senso religioso dell’epoca e al contesto socio-culturale della Calabria contadina del secondo dopoguerra, a cui l’autrice fa seguire il racconto delle espressioni, dei sentimenti e delle storie di vita legate alla diffusione tra la gente calabrese del rivoluzionario messaggio di Escrivà: santificando il lavoro e la normale vita di ogni giorno è possibile una «santità a portata di tutti», e, quindi, la perfezione del cristiano.
Tutto ciò ha impegnato per tre anni la scrittrice e giornalista che, in una sorta di «viaggio nel viaggio», si è messa sulle tracce del fondatore dell’Opus Dei per cercare testimonianze, memorie e tentando di stimare con cognizione, obiettività, e, soprattutto, oltre ogni pregiudizio e le idee, spesso sbagliate, sull’Opera (com’è abitualmente chiamata) da lui fondata nel 1928 e che oggi, fra gli 85 mila fedeli sparsi nei cinque continenti, annovera molti «figli» calabresi (la Calabria è anche la regione d’Italia con il maggior numero di strade, piazze, strutture pubblici e sacre immagini e lui dedicate).
I vari aspetti del racconto e dell’indagine sono indicati nella prefazione, recante la prestigiosa firma di Joaquìn Navarro-Valls: «L’autrice del libro – scrive l’ex portavoce di papa Woityla - ha dato prova di un eccezionale intuito per una singolare capacità di ricostruzione ideale della presenza di un santo in una regione italiana piuttosto lontana da quella spagnola dell’Aragona.…dalle interviste, avute con i figli spirituali di San Josemarìa, la nostra amica calabrese ha saputo cogliere i valori essenziali, le buone qualità, le virtù umane che egli predicò e praticò e le siamo grati per le parole amabili, i giudizi discreti e le sorridenti battute dell’uomo che Dio aveva scelto per ricordare ai nostri giorni terreni la speranza cristiana di trasformare questo mondo in un’anticamera del Cielo».
Assunta Scorpiniti ha recentemente incontrato Navarro-Valls a Roma, al quale ha consegnato il volume e con cui si è intrattenuta in un amichevole colloquio, oltre che sui contenuti del testo, sugli anni trascorsi dallo stesso Navarro-Valls accanto a Giovanni Paolo II e sulla sua idea, positiva, della Calabria e dei calabresi. Della nostra regione, la Scorpiniti ha parlato anche con il Prelato dell’Opus Dei, mons. Javier Echevarrìa, che, in un altro incontro avvenuto nella casa prelatizia di viale Bruno Buozzi, le ha rivelato particolari inediti del legame che con essa aveva il fondatore dell’Opus Dei, manifestando apprezzamento per l’indagine svolta e il viaggio compiuto sulle tracce del santo spagnolo dalla giornalista e scrittrice calabrese.
Un itinerario, spiega lei stessa nell’introduzione al volume, nato da un grande amore per la propria terra e da una forte esigenza di capire che, attraverso la sua scrittura, diventa un racconto della Calabria: «Mi piace stare con la gente, ascoltarla e dare voce alle sue storie, che il più delle volte non sono storie di eroi o di grandi personaggi, ma d’individui che con il loro vissuto ci offrono delle chiavi di lettura di questo tempo e di quello appena trascorso, ma anche dei fenomeni, di una cultura, della società; di una fede, come in questo caso, con l’uomo sempre al centro».
Il volume appena pubblicato, illustrato da due album fotografici, è diviso in varie sezioni: «Verso El Padre», con la genesi del libro; poi la memoria del viaggio, ricostruita con la testimonianza raccolta dalla viva voce di quel giovane professore, e cioè Tirelli Barilla, che, tra l’altro, è stato il primo italiano dell’Opus Dei ad essere ordinato sacerdote ed ha seguito con affettuosa partecipazione il lavoro dell’autrice; quindi gli itinerari e gli incontri con corregionali delle più diverse condizioni e situazioni, nel contesto del «viaggio nel viaggio» svolto in andata (Scalea, Amantea, Paola… fino a Reggio Calabria) e al ritorno (Soveria Mannelli, Rogliano, Rende… ), da cui sono scaturite le storie e la descrizione di un cammino di fede considerato da una visuale antropologica; infine, la presenza di famiglie e persone «amiche» del santo spagnolo nel più ampio contesto regionale (c’è anche il racconto di un «miracolo» calabrese avvenuto nella zona di Roggiano Gravina) e nell’ambito del lavoro apostolico che continua e si fa sempre più importante.
Il tutto è reso nello stile che contraddistingue la scrittura di Assunta Scorpiniti e il suo ormai lungo racconto delle tante Calabrie (dei paesi, delle tradizioni, dei migranti, della solidarietà, delle donne e della cultura della terra e del mare…), pubblicato nei suoi libri, su riviste e sulle pagine culturali dei più importanti quotidiani regionali: uno stile che, come afferma il critico letterario Pasquino Crupi, armonizza in originale sintesi, narrativa, giornalismo e saggistica.

Il volume « La Calabria di Escrivà » scritto da Assunta Scorpiniti e pubblicato dall’Editoriale Progetto 2000 sarà presentato in anteprima nazionale a Cosenza, il prossimo 5 dicembre, presso Cinema Teatro Italia, alle ore 17.30. La manifestazione, organizzata dalla Biblioteca Civica di Cosenza, dall’Accademia dei Fiumi e dall’Istituto Culturale Universitas Vivariensis, si svolgerà nell’ambito della Settimana Regionale delle Biblioteche promossa dall’Assessorato alla Cultura della Regione Calabria. Oltre a quello dell’Autrice, ci saranno gli interventi di mons. Domenico Crusco (Vescovo della diocesi di San Marco Argentano-Scalea), del prof. Pasquino Crupi (critico letterario e storico della letteratura calabrese), dell’editore Demetrio Guzzardi, del prof. Alberto Torresani (Docente di Storia della Chiesa presso l’Università della Santa Croce di Roma), del dott. Luigi Altomare (Segretario Generale del Campus Biomedico di Roma).

Franco Vallone

Zeppola… non solo dolce

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On lunedì 26 novembre 2007 at 6:11 PM

La ricetta più comune vuole che la zeppola debba essere preparata con un chilo di patate bollite, ottocento grammi di farina, lievito di birra, sale, acqua tiepida e uva sultanina, anche se per molti i zippuli sono semplici, povere frittelle di sola farina impastata con un poco di sale e lievito. In tutta la Calabria si usano preparare, con la scusa e in nome della devozione e della tradizione, nel periodo festivo tra Natale e Capodanno.
Il termine arriva, secondo il glottologo tedesco Gerhard Rohlfs, dal periodo tardo latino e rimanda a “dolce fatto di pasta e miele”. Lo studioso Luigi Accattatis, nel Vocabolario del Dialetto Calabrese, traduce in diversi modi la parola zeppola: zippula, grispella, pittula, mentre in altre aree della Calabria il nome varia in pittulèlla, coculeja, grispelluzza, pittulilla, pittula, grispella, pittulicchia, curuicchia o grispedda. Per Cofaccino, in omaggio alle consuetudini tradizionali calabresi, le zeppole “sono santificate dal costume dei romani, e dai lieti auspici della famiglia, che esso vi annette. Le inaugura il pater familias nella vigilia di Natale tenendo un po’ la padella sul fuoco quando si comincia a friggerle, oppure gettando nell'olio caldo il primo pezzetto di pasta a questo uso preparato. Questo impasto viene di volta in volta sapientemente accoppiato a elementi più nobili che conferiscono, a piacimento, un sapore dolce o salato.
Molti detti popolari calabresi ricordano che, arrivato l'otto dicembre, il giorno dell'Immacolata, bisogna iniziare a impastare e friggere le prime zeppole: "A 'Mmaculata a prima padejata" oppure "A 'Mmaculata ogni casa na padejata". Quando anche i detti scandivano un virtuale calendario, questi modi di dire sulle zeppole servivano come soglia, per delimitare l'inizio del tempo della festa. Per altri queste sconosciute zeppole arrivano dal periodo dei Saraceni, in realtà è probabile che provengano da culture più antiche e lo dimostrano le tante forme arcaiche di lavorazione che ancora oggi si portano appresso. Zeppole dolci e salate, di farina e di patate, zeppole di San Giuseppe, zeppole a vento, zeppole di Carnevale, di Natale… sono tante le variazioni sul tema zeppole, con uva passita di zibibbo, con miele, con zucchero, o con le sarde o acciughe salate. Un’antica ricetta calabrese, recuperata in un manoscritto, la vede fritta con un ripieno di ricotta caprina, fresca o salata.

Dolci o salate, calde o fredde, le zippule vengono sempre preparate nel cavo della mano dove, come in uno scrigno, vengono poggiate per essere formate prima di essere immerse nell'olio d'oliva bollente o nello strutto fumante. Curioso notare come in molti paesi della Calabria sia ancora oggi naturale preparare le zippule nella stessa identica e arcaica forma di come si prepara da centinaia di anni, nei paesi di lingua tedesca, il famoso brezel (dal lat. Brachium) tipico pane di forma particolare (due braccia conserte) che secondo la tradizione porta fortuna, auspica felicità e buone nove.
Franco Vallone

Il Vescovo Luigi Renzo bandisce i pianoforti, vietati i concerti di musica non sacra… ecco le nuove norme per le chiese della diocesi

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On at 2:54 PM

Per la festa di Santa Cecilia, dello scorso 22 novembre, il vescovo di Mileto, Nicotera, Tropea, monsignor Luigi Renzo, regala una bella sorpresa ad esecutori di musiche “profane” sia vocali che strumentali, anche classiche e sinfoniche, musicisti, cantanti di cori, e a tutti gli appassionati di musica. Le nuove norme per i concerti negli edifici di culto di tutta la diocesi entreranno in vigore, in tutte le chiese, a partire dal prossimo 2 dicembre, prima domenica di Avvento. Nella nota, in premessa, il vescovo Renzo sottolinea come “in questi ultimi tempi si sono moltiplicate, da parte di enti e di privati, le richieste di organizzare nelle chiese concerti corali e/o strumentali. Purtroppo, aggiunge, non sempre ci si è attenuti alle norme della Chiesa che disciplinano questa materia. Così, ad esempio, in qualche chiesa è stato ammesso l’uso del pianoforte, esibizione di bande musicali, di orchestre di musica sinfonica: si tratta di manifestazioni del tutto contrarie alla santità del luogo sacro. Le chiese, cioè, non possono considerarsi semplici “luoghi pubblici”, disponibili per riunioni di qualsiasi genere. Sono luoghi sacri in modo permanente, destinati per loro destinazione e benedizione al culto divino. (…)”. Il Vescovo passa poi alle disposizioni pratiche: “ Nel luogo sacro sia consentito solo quanto serve all’esercizio e alla promozione del culto, della pietà, della religione, e vietato qualunque cosa sia aliena dalla santità del luogo. Da ciò ne segue che si consente di aprire la porta della chiesa certamente ad un concerto di musica sacra o religiosa, ma la si deve chiudere ad ogni altra specie di musica. Non è legittimo, prosegue ancora la nota, programmare in una chiesa l’esecuzione di una musica che non è di ispirazione religiosa e che è stata composta per essere eseguita in contesti profani precisi sia che si tratti di musica classica o sia contemporanea, o anche di alto livello popolare”. A conclusione delle “Norme” dettate da monsignor Luigi Renzo una lista di disposizioni pratiche da far osservare su tutto il territorio diocesano di Vibo Valentia e provincia. Ecco una per una le disposizioni: “(1) è esclusa nelle chiese l’esecuzione di musiche “profane”, sia vocali che strumentali, anche classiche e sinfoniche. (2) Potranno essere ammesse esecuzioni di musiche sacre o comunque religiose in forma di concerto solo per modum actus, con il permesso dell’Ordinario diocesano. Non sono consentiti invece concerti di musica di altro genere e con strumenti non abilitati per la liturgia (pianoforti, concerti bandistici, canti folkloristici e simili). (3) la richiesta per ottenere il permesso va rivolta, per iscritto e per tempo, dal parroco (non da associazioni, ecc.) all’Ordinario e deve recare il programma dettagliato dei brani da eseguire con il nome degli autori. L’Ordinario concederà il permesso dopo aver sentito il parere della Commissione diocesana per la musica liturgica. (4) L’ingresso deve essere libero e gratuito. (5) Gli esecutori e i fruitori dovranno avere un comportamento conveniente al carattere sacro del luogo controllando espressioni troppo fragorose del plauso ed altri commenti”. Fin qui le nuove norme illustrate dal vescovo. In una zona povera di strutture culturali, auditorium, sale concerti e teatri, come quella della provincia di Vibo Valentia, queste norme priveranno tutto il territorio dell’opportunità di assistere anche ai più seri concerti di musica classica o sinfonica. Appare strano, ai nostri occhi, come un vescovo impegnato culturalmente come monsignor Luigi Renzo possa aver deciso improvvisamente di far attuare queste dure norme di regolazione suggerite “anticamente” dalla Congregazione per il Culto Divino. Ancora più strano appare il voler privare il territorio, nei tempi non prettamente liturgici, degli spazi “chiesa” che fino ad oggi hanno svolto una importante funzione sociale, di recupero, di cultura, di incontro. Che poi il pianoforte sia uno strumento da bandire dalle chiese, ostile alla religione e alla religiosità, offensivo al sacro, questo è tutto da discutere. La Chiesa farebbe bene a seguire la storia che cambia, la società che si modifica, la cultura che muta, nel rispetto reciproco delle diversità e delle varietà della vita. A Giovanni Paolo II tutto questo forse non sarebbe andato proprio giù…
L’immagine con il pianoforte a coda, nero, raffinato, serio come tutti i pianoforte a coda che si rispettino, si riferisce alla chiesa di San Cosma e Damiano di Bivona ed è stata scattata proprio ieri sera. Il nero pianoforte a coda è posizionato proprio accanto all’altare, alla Croce, al Cristo, non dà fastidio a nessuno, anzi… Ma adesso ci chiediamo: dopo la nota dello scorso 22 novembre diramata dal vescovo di Mileto, Nicotera, Tropea, monsignor Luigi Renzo a tutte le chiese della diocesi, che fine farà questo pianoforte? Le nuove norme per i concerti negli edifici di culto entreranno in vigore, prorompenti e improvvise, in tutte le chiese, a partire dal prossimo 2 dicembre, prima domenica di Avvento e tra l’altro proprio il 2 dicembre a Vibo Valentia è previsto un importante concerto in una delle chiese della città. Come si ricorderà nella nota il vescovo Renzo tra sottolinea tra l’altro “come in qualche chiesa è stato ammesso l’uso del pianoforte, esibizione di bande musicali, di orchestre di musica sinfonica: si tratta di manifestazioni del tutto contrarie alla santità del luogo sacro. Le chiese, cioè, non possono considerarsi semplici “luoghi pubblici”, disponibili per riunioni di qualsiasi genere. Sono luoghi sacri in modo permanente, destinati per loro destinazione e benedizione al culto divino”. Il Vescovo nel passare poi alle disposizioni pratiche scrive testualmente al punto b: (…) Non sono consentiti i concerti di musica di altro genere (se non sacra o religiosa) e con strumenti non abilitati per la liturgia (pianoforti, concerti bandistici, canti folkloristici e simili). Ai posteri l’ardua sentenza, ma non solo ai posteri… al mondo musicale e culturale vibonese prima di tutto e subito.
Franco Vallone

Oh Bregantini portami via

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On giovedì 8 novembre 2007 at 2:34 PM

Certe volte sembra proprio che non ci sia limite al peggio in Calabria. Anche quello che non ti aspetteresti mai, in quanto irragionevole ed evidentemente in contrasto con ogni speranza di crescita e miglioramento, in Calabria sembra potersi realizzare con incredibile semplicità. La notizia della promozione ad Arcivescovo Metropolita di Campobasso e conseguente trasferimento di Mons. Bregantini, uomo simbolo della lotta della chiesa alla n'drangheta, ha letteralmente spezzato la più importante tra le poche e già precarie sicurezze dei tanti gruppi giovanili, famiglie per bene, associazioni religiose e non, che da tanti anni si oppongono alla criminalità calabrese affiancati e sospinti dalla prodiga figura paterna di Mons. Bregantini.
Di fronte a questi favori gratuiti alla criminalità della locride e di tutta la Calabria in generale, viene spontaneo pensare a questa terra come abbandonata da Dio oltre che dallo Stato e da un numero sempre maggiore di giovani alla ricerca di un futuro senza l'ombra di soprusi o compromessi.
Qualcuno potrà dire che questa è l'ennesima sfida per la dura gente di Calabria; altri penseranno che il futuro senza Bregantini sarà un ottimo banco di prova per testare la coesione di una rete di associazioni anti-criminalità così pazientemente costruita negli anni dallo stesso Monsignore. Una cosa è certa: la n'drangheta non sospettava di poter ricevere aiuti di tale portata addirittura dal Papa e non trascurerà sicuramente, nel perseguimento dei suoi piani criminali, il fatto che uno dei suoi più acerrimini nemici sia stato improvvisamente estromesso dalla scena.
E allora non ci resta che aspettare e sperare. Sperare che quella rete, così pazientemente tessuta, tenga nonostante l'allontanamento del buon pescatore; sperare che qualcuno in un auspicabile momento di lucidità e lungimiranza possa ripensare a quanto disposto e rimettere le cose a posto migliorandole qualora possibile.
Nel frattempo godiamoci l'ultima lezione di Mons. Bregantini, che di fronte all'annuncio del suo trasferimento ha saputo mantenere un contegno e una pacatezza che in una situazione del genere sono prerogative di una persona assolutamente eccezionali. Quanti avrebbero saputo mantenere un profilo umile e propositivo come quello tenuto dal Bregantini di fronte al pericolo che qualcosa di assolutamente inopportuno possa stravolgere tutto il lavoro fatto in anni di tenace e pericolosa lotta alla criminalità organizzata?
Quella di questi giorni è stata un'ulteriore dimostrazione, se ce ne fosse stato ancora bisogno, della grandezza di quest'uomo, al quale personalmente non posso che sentirmi legato come un figlio al proprio padre.

La cultura e l'immagine calabrese andrà a Duisburg

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On mercoledì 7 novembre 2007 at 2:43 PM

C&C, Cataldo e Carmine, accoppiata vincente in questo mondo culturale calabrese, che poi le due c rimandano a due grossi artisti, Cataldo Perri e Carmine Abate diventa quasi superfluo dirlo. C&C un grande musicista e un grande scrittore, si ritrovano a lavorare assieme per un progetto culturale ambizioso, la cui formula è inedita e vincente: Cataldo Perri chitarra battente e voce, con Nicola Pisani e il suo sax soprano con Piero Gallina al violino, Enzo Naccarato alla fisarmonica, Pasquale Ascione al basso e Leonardo Vulpitta alle percussioni, si amalgama culturalmente con lo scrittore Carmine Abate che diventa, per l’occasione, attore del suo libro “La festa del ritorno” leggendo brani che si scoprono scene reali, tangibili, fisiche, in chi, in sala, ascolta.
Cataldo Perri a “La Festa del ritorno” ha dedicato una canzone omonima nel cd Bastimenti, mentre Carmine Abate nel suo ultimo libro romanzo, “Il mosaico del tempo grande” di Mondadori, racconta di Bastimenti e di Cataldo Perri. Un vero e proprio, è il caso di dirlo, scambio culturale. Ma raccontiamo ancora della fredda caldissima serata di quella Lorica, incastonata sulle montagne della Sila, in provincia di Cosenza. Qui l’inverno è arrivato già, si sente dalla temperatura che sfiora i tre gradi appena. Fuori dal villaggio è tutto bosco e buio, dentro il villaggio animato di luci, tanti gazebo accolgono il passante e lo inebriano di vino, di braciole, di pane e salciccia, di funghi e castagne, mente nella grande sala auditorium un pubblico numeroso ascolta, con passione e passionalità, le note e le parole di Cataldo e Carmine.
Tanti i libri di Abate in vendita, da “I Germanesi”, edizioni Rubbettino, ai tanti romanzi pubblicati per Fazi e Mondadori: Il ballo tondo (1991 e 2000) , Tra due mari (2002), La moto di scanderberg (1999)… La musica di Cataldo Perri intanto affascina, richiama, come una antica sirena innamorata, con una ritmica dall’identità tutta calabrese strapiena di contaminazioni, con sonorità arabe, orientali, argentine, con il tango, le ballate, le serenate e le tarantelle tutte riunite in una cosa sola. Cataldo suona, canta, poi silenzio e subentra la voce di Carmine Abate che racconta, poi di nuovo Cataldo… Una Calabria che mostra la sua cultura, una Calabria che si oppone a quella stereotipata immagine che troppe volte esce fuori carica di ‘ndrangheta, di delitti, di intrallazzo politico ed è proprio la Calabria della cultura che deve essere portata in giro per il mondo.
Lo avevamo fatto alcuni anni fa per le strade lontane di New York, quando organizzammo nella Grande Mela uno degli eventi culturali più interessanti, con la presentazione presso la Pace University di volumi sull’emigrazione Calabrese, con il sottoscritto, con lo stesso Cataldo Perri, Enzo Naccarato e Piero Gallina, con la giornalista, oggi al TG2 Rai, Gabriella Capparelli, con Filippo Curtosi, Pino Ceravolo, e gli italoamericani di successo Sandy Auriti (direttore Mondadori a New York) e Dominic Procopio (evento Columbus Day), con la mostra del Museo dell’emigrazione Calabrese “Giovanni Battista Scalabrini” di Francavilla Angitola e Migrans, e la mostra dei raffinati ori di Gerardo Sacco al municipio di Brooklyn.
Dopo le esperienze internazionali di Carmine Abate e quelle di Cataldo Perri a Buenos Aires, Singapore e in altri cento angoli del mondo oggi vogliamo ritornare a portare la nostra Calabria con la sua immagine più positiva a Duisburg, tra le strade violate, graffiate della città tedesca, lo facciamo con un progetto ambizioso, con un programma tutto ancora da costruire assieme ad artisti, uomini di cultura e le istituzioni politiche e culturali della regione. Con l’associazione Migrans Onlus, Cataldo Perri e il suo gruppo musicale, Carmine Abate, il gruppo dei Non solo Tango, e tanti altri intendiamo portare avanti questo progetto e chiediamo alla Regione Calabria, al presidente Agazio Loiero, all’assessore alla cultura, Sandro Principe, allo spettacolo, Nicola Adamo e alle cinque Province, una forma di collaborazione per concretizzarlo nel modo più autorevole. Una richiesta aperta, un auspicio, un modo per far parlare e mostrare quella Calabria che forse da fuori troppo spesso non si vede. Da queste colonne lanciamo infine un appello all’antropologo Vito Teti ed al suo impegno civile affinché, da protagonista, faccia parte di questo gruppo di intellettuali ed artisti che intendono riscattare l’immagine della nostra terra in quella piazza segnata dalla barbarie di pochi calabresi che non possono e non devono essere l’immagine della Calabria.

Franco Vallone

La Mater Lacrimarum di Dario Argento, halloween, Ognissanti e due novembre

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On mercoledì 31 ottobre 2007 at 10:32 AM

Tra tradizione e mode culturali
Tempo buio, tetro, scuro, cupo, è il tempo dei morti, della memoria, della ricordanza ma anche di streghe, esoterismo e di mistero. Il regista Dario Argento, quello dell’horror più forte, non poteva trovare data migliore per presentare il suo ultimo film “La terza madre”. Un’antica urna incatenata ad una bara viene rinvenuta per caso e dissotterrata da alcuni operai lungo la strada che limita il cimitero di Viterbo. L’urna contiene un’antichissima tunica e alcuni oggetti appartenenti a Mater Lacrimarum, la Terza Madre. Unica sopravvissuta delle Tre Madri, le tre potenti streghe che dalla notte dei tempi spargono terrore e morte, Mater Lacrimarum si nasconde da secoli a Roma. Il suo risveglio scatena una serie di eventi misteriosi e terribili: il Male torna ad oscurare la città. Sarah Mandy (Asia Argento), giovane studiosa di restauro e collaboratrice, oltre che compagna, di Michael Pierce, curatore del Museo di Arte Antica di Roma, viene coinvolta nell’escalation di violenza che si svolge ad un ritmo sempre più frenetico. Sarah cerca di sfuggire ma non può, è la Terza Madre ora che la cerca, Sarah non sa che sua madre Elisa era una potente strega bianca uccisa brutalmente da Mater Suspiriorum, la strega di Friburgo. Aiutata dallo spirito della madre, da un’importante studioso di esoterismo, Guglielmo De Witt, e dal Commissario Enzo Marchi, capisce che non può fuggire ma deve affrontare il pericolo… In questi giorni di fine ottobre anche per le strade calabresi è facile vedere negozi, pasticcerie e bar con le vetrine stracolme di oggetti, gadget e dolci tutti rigorosamente di colore arancio e tutti aventi come tematica halloween, la festa, esportata da alcuni anni dagli Stati Uniti, che pone le sue antiche radici nel periodo della civiltà celtica. Ricordando le strade di Manhattan in questi stessi giorni, alcuni anni fa, quando un nostro amico entrando in un negozio della Grande Mela ne uscì dopo aver speso ben duecento dollari di soli gadget dedicati alla festa di halloween. L’uomo si rese conto, dopo l’uscita e la spesa, di aver comprato oggetti molto vicini alla cultura calabrese tradizionale. Zucche sdentate, cappellacci neri, candele di cera colorata… Non tutti ricordano che proprio in questo periodo, alcuni anni fa, vi erano anche da noi delle tradizioni per la ricorrenza della festa di Ognissanti e per la celebrazione dei defunti straordinariamente simili alla festa di oltreoceano. Ultimi giorni di ottobre, uno e due di novembre, un periodo a cavallo tra due mesi per ricordare nella nostra tradizione Cattolica, nel nostro calendario, che è festa dedicata a tutti i Santi e a tutti i nostri predecessori che oggi non ci sono più. Nel vibonese, come in altre zone della Calabria, abbiamo dimenticato, da anni, molte abitudini, tradizioni e usanze, legate certamente alla festa di halloween originaria che ha sicuramente riferimenti diretti con la giornata di Ognissanti e con quella dei morti del 2 novembre. Anche da noi, in questo periodo, vi era l’usanza di mettere, a sera, sul tavolo di casa un piatto ricolmo di cibo, con un pezzo di pane e una bottiglia di vino, un boccale d’acqua ed anche un mazzo di carte da gioco. Tutto questo per rifocillare i defunti che proprio in questo periodo, secondo la credenza popolare, di notte, vagano nel mondo dei vivi. In alcuni paesi della provincia di Vibo e nella vicina confinante provincia di Reggio Calabria, si usava raccogliere la cera che si scioglieva sulle lapidi dei cimiteri dai lumini votivi. Questa cera recuperata veniva fusa in delle forme, costruite con la canna, o in altri contenitori vegetali, cipolle, peperoni o piccole zucche, con un nuovo stoppino posizionato all’interno. Queste vecchie-nuove candele riciclate venivano poi utilizzate nelle “sere dei morti”, tra ottobre e novembre. Si girava per le strade del paese, si bussava alle case dei compaesani per chiedere qualcosa per i “beniditti morti”. In cambio si ricevevano dolciumi, qualche monetina o, molto più spesso, giuggiole, corbezzoli, sorbi, fichi secchi, castagne bollite, noci e nocciole. Altra usanza diffusa, tutta calabrese, era quella di andare in giro con delle grosse zucche svuotate e intagliate a forma di cranio sdentato, illuminate da una candela posizionata all’interno. Queste zucche dette “teste di morto” legano perfettamente e simbolicamente la nostra cultura tradizionale a quella di halloween e all’antichissima memoria celtica. Si andava in strada a raccogliere piccoli regali di parenti, amici e conoscenti, sempre in nome dei benedetti morti e successivamente si posizionavano le “zucche-teste di morti” sulle finestre delle proprie case, per illuminare, con la loro luce fioca, le notti più buie dell’anno. Sempre in Calabria, in questi giorni, è ancora oggi facile assaporare un particolare dolce bicolore dall’intenso profumo, confezionato con pasta di cannella, denominato proprio “ossa di morti”. Sono i dolci della devozione e del ricordo, sono elementi di una vera e propria alimentazione della memoria e dell’anima che ci permettono di recuperare le tradizioni più arcaiche, quelle che detengono la nostra identità culturale.

Franco Vallone

“Sinuosità” di Pietro Fantasia

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On giovedì 25 ottobre 2007 at 11:33 AM

Con il patrocinio del Comune di Vibo Valentia, assessorato alla Cultura e dell’Amministrazione Provinciale di Vibo, presso i locali dell’Archivio di Stato di via Palach di Vibo Valentia si terrà una mostra tutta particolare del pittore Pietro Fantasia dal titolo “Sinuosità”. Fantasia, artista di Lagonegro, da anni residente a Vibo, ha al suo attivo numerosi allestimenti espositivi in Italia, a Messina, Bari, Firenze, Lecce, Piacenza e all’estero, in importanti gallerie d’arte e sedi istituzionali con presentazioni e recensioni critiche, tra l’altro, del critico d’arte Franco Luzza e Teodolinda Coltellaro, del preside Giacinto Namia, dei giornalisti Giuseppe Sarlo, Giuseppe Orefice, Domenico Mobilio e Antonio Preta, della scrittrice Francesca Viscone, dei pittori Enotrio Pugliese e Michele Licata, di monsignor Onofrio Brindisi e dello scrittore Sharo Gambino. Quelli che il pittore Pietro Fantasia espone nelle sue tele, in questa mostra dal titolo “Sinuosità”, sul tema dell’erotismo, sono i segni della memoria che riaffiorano prorompenti e improvvisi nello spazio metaforico. Sono semplici piccioni, pesci, galli, buchi della chiave e mille altri simboli che rimandano ad un significato altro. Sono i segni di una sessualità velata e di un erotismo mascherato tra la normalità delle forme più comuni, caricati da profonde concettualità di un mondo oppresso da tabù, preconcetti e falso perbenismo. Un mondo, quello dipinto da Pietro Fantasia, molte volte sbirciato con velato rossore attraverso i simbolici buchi della chiave o i piccoli squarci di giornale, che si aprono su una tematica per molti difficile da affrontare.Fantasia è reduce di una importante donazione, una sua grande opera pittorica è stata recentemente consegnata, svelata dal sindaco della città, Franco Sammarco, alla sede della Società Operaia. La mostra “Sinuosità” si concluderà il 30 novembre.
Per ulteriori informazioni si può visitare il sito dell'artista.

Franco Vallone

Era tutto già scritto

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On lunedì 22 ottobre 2007 at 2:17 PM


Tutto come al solito, stesso identico copione ripetuto fino alla noia, il tutto in un uno scenario in cui la Giustizia e lo Stato appaiono ormai privi di ogni credibilità.
E’ di pochi giorni fa la notizia che la procura di Catanzaro ha avocato l'inchiesta "Why Not" sul finanziamento illecito ai partiti, truffa e abuso d'ufficio. Il procuratore generale facente funzioni, Dolcino Favi, avrebbe tolto a De Magistris la titolarità dell’inchiesta in quanto giudicato “incompatibile” nel procedimento legato alla richiesta di trasferimento cautelare d'ufficio che è stata fatta nei suoi confronti dal ministro della Giustizia Mastella direttamente coinvolto nella stessa inchiesta.
Molti non si scandalizzano più di fronte a fatti annunciati come questo e ciò è un segnale preciso ed inconfutabile del degrado morale a cui si è arrivati oggi in Italia.
A riguardo, spesso, si sentono accuse rivolte ad una società civile italiana incompiuta o addirittura inesistente. Chi di noi non ha mai pensato che la causa di tutto possa essere trovata nella nostra pseudo società civile, nella sua latitanza o corruzione? Una società "civile" che con troppa facilità scambia l’interesse comune con la speculazione di pochi eletti?
Se ne dà la colpa ad un'unità di Italia troppo tardiva, ad un patrimonio genetico tutto italiano, a qualunque cosa possa giustificare il fatto che solo in Italia possano accadere cose del genere.
Una cosa è certa, una nazione in cui la sicurezza del giudizio e della pena non sono uguali per tutti, non è una democrazia. Sembra che da noi cose bestiali e vergognose possano essere perpetrate alla luce del giorno ed allo stesso tempo non generare in seno ai cuori un benché minimo segno di malumore o d'impegno sociale affinché certe cose non abbiano più a ripetersi.
Su, diciamolo con tutta onestà, quanti di noi, appresa una qualunque notizia che abbia a che fare con la Giustizia, con lo Stato ed in una parola col POTERE, non sono portati in modo automatico ad affiancarle immagini di patti segreti, truffe all’italiana, raccomandazioni, fiumi di soldi, omicidi ed insabbiamenti?
A me capita di continuo. Forse mi si dirà che sono uno di quei tanti pazzi che vedono complotti ovunque, come se questo non fosse il paese delle stragi, della mafia, delle relazioni acclarate tra criminalità ed istituzioni, dei conflitti d’interesse, del potere ad ogni costo! Allora, forse, mi si dirà che ciò è normale visto che sono figlio di questa m... di società civile italiana e che di conseguenza non posso aspettarmi niente di meglio!
Siamo ormai arrivati al punto che tendiamo a cercare in noi stessi, nel nostro essere italiani, nel nostro stesso patrimonio genetico la causa e la giustificazione di qualunque stortura del mondo che ci circonda.
Il capo è una testa di c...? Che ci vuoi fare, lui sta lassù è normale, lo faresti anche tu al suo posto!
I ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più accattoni? Così va la vita, l’importante è che tu appartenga alla prima categoria o che, altrimenti, non ti ponga troppo spesso certe domande (per la tua salute psichica certo)!
La giustizia non è uguale per tutti? E chi lo dice? Dove sono le prove? E comunque, pensi davvero sia facile prendere decisioni importanti, trovarti sempre tra mille fuochi e non doverti mai sporcare le mani per arrivare alla migliore soluzione possibile?
La politica non è più il luogo deputato al bene pubblico, ma una casta di privilegiati ed intoccabili professionisti, dediti a procurarsi specchietti per le allodole per sviare gli sguardi (qualora ce ne fosse ancora la necessità) dai loro giochetti personali? Ma figliolo, chi ti ha messo in testa queste cose? Come puoi dire che la politica è solo per pochi visto che hai ancora il diritto di voto e puoi iscriverti liberamente a qualunque movimento politico?
Le facce sono sempre le stesse? Vuol dire che quelle personcine hanno lavorato bene e che sono amate e di conseguenza ricambiate col voto!
Ecco, sono queste le domande che milioni di persone si fanno ogni giorno in Italia e queste le risposte che si sentono dare (o che addirittura si danno ormai da sole) da televisioni, giornali, pulpiti e piazze.
Una valanga di domande legittime in un paese allo sbando e con l’acqua alla gola, dove poter lavorare, avere una casa e fare un figlio sono diventati i veri sogni proibiti della maggioranza delle persone. Ebbene con cosa si risponde a queste domande?
Sono finiti i tempi della speranza e delle promesse con tanto di firma su contratto (lo hanno capito anche quelli lassù): alle favolette non ci crede più nessuno.
Il problema, tuttavia, non si pone: il più è fatto, l’opera di rincoglionimento totale della società italiana è ormai completa; oggi ci si può permettere tutto, calpestare la dignità delle persone, ignorare l’appello dei deboli, rispondere a qualunque domanda con una sequela infinita di luoghi comuni e con le peggiori idiozie che la mente umana possa produrre. La gente comune (la maggioranza) è abituata, ormai, alle tonnellate di m... che giornalmente le piovono addosso dalle stanze del potere occulto e non. E qualora qualcosa dovesse sembrare troppo assurdo per essere spiegato nel modo consueto, si potrà sempre ricorrere alla più folgorante delle risposte, la più micidiale nelle sue conseguenze ed implicazioni, quella per cui tutto anche il peggiore dei crimini può trovare la sua naturale motivazione nel nostro “essere italiani”. Quando una discussione, qualunque essa sia, termina con la frase “D’altro canto siamo in Italia” vuol dire che la discussione è finita, che più in là è bene non andare, quelle parole rappresentano le nostre moderne colonne d’Ercole. Siamo così barbaramente abituati a farci del male che la nostra autostima ha raggiunto la sua più bassa espressione proprio in questa frase che meglio di qualunque altra esemplifica il malessere del nostro mondo. Un mondo senza speranza. Ce l’hanno rubata, l’hanno prima tradita e poi ce l’hanno portata via, un pezzo alla volta, giorno dopo giorno ci hanno abituati a dare per scontato che non siamo altro che “Italiani”.

Potenzoni festeggia San Francesco di Paola

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On at 9:49 AM

A cinquecento anni dalla morte del Santo, oggi (domenica 21 Ottobre) a Potenzoni di Briatico è festa grande dedicata a San Francesco di Paola a cinquecento anni dalla morte del Santo. Per l’occasione una reliquia di un frammento d’osso del Santo è stata portata in chiesa assieme ad un antichissimo crocifisso. Nella preghiera stampata sul retro del santino, distribuito in questi giorni in chiesa, si legge testualmente: “O grande nostro protettore, S. Francesco di Paola, noi di Potenzoni siamo orgogliosi perché sei voluto venire a restare tra noi dopo il disastroso terremoto che ha distrutto la tua chiesa nel piccolo convento…” La scultura lignea che raffigura San Francesco di Paola che si venera a Potenzoni di Briatico a guardarla da vicino, così lucida, restaurata da poco, con la figura del santo che indossa degli strani alti zoccoli, sembra quasi non essere antica, invece è, realmente, una interessante e preziosa scultura del XVI secolo, vale a dire scolpita solo pochi anni dopo la morte di San Francesco. Il paese di Potenzoni, proprio grazie ad un grande convento del 1550, intitolato a San Nicola dei Minimi fondato da Padre Giovanni Schiavo da Tropea, conserva una delle prime immagini di San Francesco di Paola. I minimi di San Francesco di Paola, i cosiddetti “paolotti”, che gestivano questo antico convento, circuitarono attivamente a Potenzoni fino alla distruzione della struttura, avvenuta a causa del violento terremoto del 1783 che distrusse anche il vecchio abitato di Briatico. Ogni anno in ottobre a Potenzoni si festeggia in modo devozionale San Francesco di Paola, la chiesa di “Santa Maria di Potenzono”, ricordata già nell’elenco delle chiese del Feudo di Briatico del 1310, conserva ancora quella preziosa statua lignea di San Francesco di Paola proveniente dal “cummentu” a cui la gente è particolarmente legata da devozione popolare che è spontanea fede e religiosità profonda. San Francesco era nato a Paola il 27 marzo 1416, morì il 2 aprile 1507 a Plessis-les-Tours, vicino Tours in Francia dove fu sepolto, era un Venerdì Santo ed aveva 91 anni e sei giorni. Già sei anni dopo papa Leone X nel 1513 lo proclamò beato e nel 1519 lo canonizzò; la sua tomba diventò meta di pellegrinaggi, finché nel 1562 fu profanata dagli Ugonotti che bruciarono il corpo; rimasero solo le ceneri e qualche pezzo d’osso. Queste reliquie subirono oltraggi anche durante la Rivoluzione Francese; nel 1803 fu ripristinato il culto. Dopo altre ripartizioni in varie chiese e conventi, esse furono riunite e dal 1935 e 1955 si trovano nel Santuario di Paola; dopo quasi cinque secoli il santo eremita ritornò nella sua Calabria di cui è patrono, come lo è di Paola e Cosenza. Quasi subito dopo la sua canonizzazione, furono erette in suo onore basiliche reali a Parigi, Torino, Palermo e Napoli e il suo culto si diffuse rapidamente nell’Italia Meridionale, ne è testimonianza l’afflusso continuo di pellegrini al suo Santuario, eretto fra i monti della costa calabra che sovrastano Paola, sui primi angusti e suggestivi ambienti in cui visse e dove si sviluppò il suo Ordine dei ‘Minimi’.

Franco Vallone

Murat, Ciak a Pizzo si gira il re d’autunno

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On martedì 16 ottobre 2007 at 5:18 PM

Giorno 14 ottobre nel castello di Pizzo si è svolto un convegno promosso dall’associazione murattiana, presieduta da Giuseppe Pagnotta, nel giorno della commemorazione della fucilazione di re Gioacchino Murat con successiva messa celebrata presso la chiesa matrice di San Giorgio dove il re è sepolto. Alla presenza del sindaco sono intervenuti autorevoli storici. Ha chiuso gli interventi Achille Concerto, autore del copione che dovrà essere utilizzato per il film “Gioacchino Murat re d’autunno”. Concerto è intervenuto anche quale portavoce della produzione “Stile D’Epoca”, dell’architetto Giuseppe Bruzzese e della regista Donatella Baglivo di “Ciak 2000” . Lo stesso, dopo un breve escursus storico su Gioacchino Murat, ha annunciato alla città l’inizio della lavorazione del film. In mattinata, intanto, si era tenuto un incontro programmatico tra la produzione e la troupe della regista Donatella Baglivo ed erano stati ultimati i sopralluoghi per le scene con il direttore della fotografia. Alle domande dei presenti il portavoce, nonché autore del film, ha specificato che il personaggio Murat è stato da lui rivisitato oltre che sotto il profilo storico anche sull’aspetto psicologico dell’uomo lasciando intravedere un Murat patriota del risorgimento italiano antilitteran. Sulle domande riguardanti la trama lo stesso Concerto ha preannunciato una successiva conferenza stampa che entro il prossimo mese verrà tenuta da produttore, regista e autore. Riserbo assoluto per i luoghi, oltre che a Pizzo, dove verranno girate le scene e per quanto riguarda gli attori principali, mentre per quanto riguarda tutti gli altri attori e comparse lo stesso ha precisato che è intenzione, sia della produzione che della regia, di utilizzare al meglio tutte le risorse del territorio calabrese e che a tal proposito oltre alle location saranno al più presto a mezzo stampa pubblicate le richieste per i provini. Il convegno si è concluso con l’intervento del sindaco di Pizzo il quale ha elogiato l’iniziativa esprimendo la collaborazione sua e dell’amministrazione.

Franco Vallone

Preti pretini e pretoni

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On mercoledì 10 ottobre 2007 at 10:22 AM


S’intitola “Il clero della diocesi di Mileto – 1886/1986” ed è una vera e propria storia sociologica del clero della diocesi di Mileto scritta dal di dentro ma senza alcun condizionamento, smascherando all’occasione colpe e riscoprendo, allo stesso tempo, pregi e qualità. Una lettura e una riscrittura effettuata seguendo antichi inediti carteggi, testimonianze documentarie scritte e orali. Storie ordinarie e straordinarie di preti, atti d’amore verso la Chiesa e opere sociali proiettate dalle chiese sul territorio. Sono tanti e improponibili i detti popolari del vibonese sui preti. Detti popolari forti per far capire, senza ombra di dubbio, distanze e preclusioni. Ma quale tipo di visione poteva esserci sul territorio della diocesi di Mileto, quale rapporto tra i fedeli e i preti, al di là del momento liturgico della messa? Lo studio di Don Filippo Ramondino, appena uscito in libreria per la casa editrice Qualecultura diretta da Francesco Tassone, analizza cento anni della millenaria storia della diocesi di Mileto. Cento anni di preti, pretini e pretoni, uomini poveri, modesti, devoti o potenti e nobili che hanno fatto della loro vita la vita della Chiesa di Cristo. Come scrive il vescovo Domenico Tarcisio Cortese nelle pagine di presentazione del volume “il prete è una vita chiamata, consacrata, donata perché con la sua dedizione totale ed esclusiva, gioiosa e generosa, possa servire la Chiesa “popolo di Dio” nella dimensione evangelica del servizio sulle orme di Cristo, che non è venuto per essere servito, ma per servire donando tutta la sua vita fino alla morte di croce”. I preti gruppo, i preti persone, la vita del prete, c’è proprio tutto in queste interessanti pagine. E in queste pagine abbiamo incontrato un’altra frase importante, di quelle che bisogna sottolineare di rosso: “il prete esprime la vitalità e la fecondità della comunità cristiana, mentre la comunità è il riflesso e lo specchio della dedizione e dell’amorevole cura del clero” e poi, in un rimarcare ancora più forte: la crisi della vocazione è sempre crisi della comunità”.
Don Filippo Ramondino, attraverso questo prezioso cofanetto contenente due raffinati volumi, sapientemente curati nella veste grafica da Adhoc, sfiora e approfondisce, nei cento anni di vita e di storie che vanno dal 1886 al 1986, un percorso umano e istituzionale, un percorso composto dal clero diocesano calabrese.
Molti dei protagonisti di questa storia forse appaiono per la prima volta in un libro stampato, i loro nomi sono contenuti sicuramente nei libri manoscritti ecclesiastici conservati negli armadi delle chiese, libri dei morti, libri dei battezzati, libri dei matrimoni, o negli appunti “ai posteri”. Migliaia di pagine che hanno fermato per sempre altre storie laiche e personali, sacralizzato storie d’amore, ultimi giorni terreni, attimi di eternità, giorni unici, importanti, felici, tristi. Giorni da ricordare, giorni da dimenticare, memoria e dimenticanza. Giorni, mesi, anni che formano un intero secolo tra ben più vasti millenni. Questi preti raccontati oggi non ci sono più ma si ritrovano tutti assieme nel dizionario bio-bibliografico di Ramondino per raccontare ancora con le loro vite-servizio. Nel vasto archivio della diocesi di Mileto Filippo Ramondino scava in profondità per far parlare i documenti inediti, quelli più nascosti, quelli che sembravano normali, poco interessanti per altri. Da questa certosina ricerca riaffiora un vero universo, una storia complessa dove l’azione e l’impegno del clero, l’associazionismo cattolico, i preti con le stellette, la formazione ecclesiastica escono fuori tra forti resistenze culturali tipiche di calabresi e meridionali, e poi asperità territoriali e geografiche, emigrazione, isolati curati di piccole chiese di campagna lontani da tutto. Dopo i cenni storici della diocesi di Mileto, Ramondino passa ai dati biografici dei vari vescovi. Ma la parte interessante viene dopo, quando si apre alla lettura la tematica del come sono state affrontate, dai vari preti in ambito locale e diocesano, le svolte epocali, i catastrofici eventi naturali e i grandi globalizzanti fenomeni sociali, i tanti ripetuti terremoti, le carestie, l’emigrazione, le povertà e la fame, le guerre. Tutto questo ha avuto una forte e naturale influenza anche sulla diocesi di Mileto, sulla Chiesa locale, sulla profonda religiosità delle persone e sulle dinamiche dell’ambiente sociale e culturale.


Nel primo volume don Filippo Ramondino affronta il tema della formazione del clero nella diocesi di Mileto, la storia più antica, quella millenaria, con il personale insegnante, le varie classi di studio, la formazione dei preti del primo novecento in questa vasta e popolosa diocesi di Mileto. Prima del secondo capitolo un inframezzo di trentadue pagine di immagini e didascalie fanno letteralmente immergere il lettore in questo mondo riportato oggi in bianco e nero dalle foto d’archivio che ritraggono i tanti alunni del seminario vescovile, i momenti di ricreazione nell’atrio del seminario, i superiori e gli alunni, il cortile, il refettorio, i palazzi austeri, il Convitto Filangieri, e poi ancora altre icone del tempo passato, immagini del terremoto del 1908, il seminario estivo di Nao, quello sulla spiaggia di Sant’Irene di Briatico, la cappella del seminario di Mileto, lo studio, i dormitori, i momenti di svago, le ordinazioni sacerdotali, le foto di gruppo e gli attimi fermati dei momenti importanti come potevano essere la messa in posa di una prima pietra, i pellegrinaggi, gli esercizi spirituali, le vestizioni, le consacrazioni, le visite pastorali, l’ingresso in diocesi, le processioni e il congresso catechistico.
Momenti, attimi, particelle iconografiche di un mondo complesso che sfiora, penetra, s’incontra e vive profondamente con l’esterno e con la gente. Il secondo capitolo s’intitola “Identità e ministero pastorale prima del Concilio Vaticano II”, i temi trattati le tensioni sociali del clero, l’associazionismo, l’emigrazione, i preti con le stellette nelle due grandi guerre mondiali, il sostentamento economico, le chiese e l’abitazione dei parroci, l’impegno parrocchiale nel dopoguerra, l’impegno sociale e assistenziale, la disciplina ecclesiastica. Si passa subito dopo al capitolo successivo con il dopo concilio Vaticano II. Un capitolo che tratta le crisi, la contestazione, la crisi delle vocazioni e dell’identità, lo smembramento della diocesi e il problema della sede diocesana, il tramonto di istituzioni e tipologie clericali, i curati di campagna, la riforma liturgica, l’impegno pastorale, sfide di un tessuto sociale malato e imborghesito, il consiglio presbiterale, quello pastorale e gli organismi interdiocesani.
Le conclusioni sono, a nostro parere, una preziosa chiave di lettura per tutto il lavoro, consigliamo di leggerle prima di iniziare a leggere lo stesso libro. Il secondo volume del cofanetto è un dizionario bio bibliografico del clero della diocesi nello stesso spazio temporale trattato nel primo volume e quindi i due volumi si supportano sapientemente a vicenda. Presentato dal vescovo emerito di Lamezia Terme monsignor Vincenzo Rimedio, il volume propone le tante esperienze sacerdotali del secolo scorso, quali trattate con un profilo soddisfacente quali con dati minimi a causa di inesistente documentazione. Da Acquario Girolamo di Arzona a Zupo Nicola di Mileto, centinaia di preti, pretini e pretoni. Preti, tutti diversi l’uno dall’altro ma tutti fedeli in Cristo.
Franco Vallone


Appello per la Giustizia e la Legalità in Calabria

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On venerdì 28 settembre 2007 at 9:39 AM


Vorrei porre la vostra attenzione sulla spinosa questione del PM De Magistris della Procura di Catanzaro. In questi giorni si sta assistendo all'ennesimo tentativo da parte dei poteri forti d'impedire che vengano allo scoperto gli stretti rapporti che legano politica e criminalità organizzata in Italia ed in Calabria in particolare.
La scabrosa vicenda di questo PM, su cui pende una richiesta di trasferimento per aver solo tentato di scoperchiare quello che potremmo definire il nostro moderno "vaso di Pandora", dovrebbe sicuramente essere un argomento di riflessione e di discussione.
I riferimenti in rete al fatto non mancano!
Per chi si sentisse offeso e sdegnato da questa ennesima dimostrazione che in Italia la Legge NON è uguale per tutti, è possibile sottoscrivere una petizione online per la Giustizia e la Legalità in Calabria.

Un punto di riferimento per tutti

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On mercoledì 29 agosto 2007 at 3:38 PM


Ciao a tutti,
oggi, ripensando ad una delle ultime discussioni estive al Centro Studi "Amici della Calabria", mi è venuto in mente che un blog potesse essere un modo estremamente semplice e veloce per condividere notizie, idee, documenti e quant'altro tra tutti i componenti del Centro Studi e non solo.
Sparsi come siamo in tutta la penisola, Internet può essere per noi il mezzo più veloce ed economico per tenerci in contatto e scambiarci notizie e commenti che riguardino non solo la vita del Centro Studi, ma qualunque aspetto interessante relativo alla nostra terra.
La speranza è che questo blog diventi un punto di riferimento per tutti noi e per quanti (calabresi e non, migranti e non) siano interessati a conoscere ed approfondire aspetti e problematiche della nostra Calabria.