Antonio Matera, pittore scultore filosofo naif ed anche di sinistra

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On lunedì 31 marzo 2008 at 5:18 PM

Si chiama Antonio Matera l’artista filosofo naif che vive nelle campagne assolate della Briatico Vecchia più arcaica, a poche centinaia di metri dall’antico borgo distrutto dal terremoto del 1783. Matera è il residente di Briatico più isolato per abitazione di tutto il comune, la sua casa è costruita in una vallata, tra secolari alberi d’ulivo, in un frutteto di quelli più completi e biologici, tra aranceti, alberi di pompelmi, pesche merendelle, albicocche, melograni, limoni e banani che d’inverno si seccano per il gelo e in primavera riprendono a vivere come per incanto.
La sua arte spontanea di pittore e scultore nasce qui, tra queste terre sapientemente coltivate, accanto ad ogni specie d’animale. Prima allevamenti con un cavallo pony, maiali, oche, tacchini, papere, mucche ed “oggi solo galline, cani, topi e gatti”, sottolinea sua moglie Elisabeth… “I calabroni, le vespe li evitiamo con trappole pensili contenenti una soluzione d’acqua, aceto e zucchero…”. Antonio Matera, classe 1951, collocazione politica molto, ma molto a sinistra, vive con sua moglie Frauke Elisabeth Krieger, tedesca di Heidelberg, paese poco lontano da Stoccarda. Elisabeth è figlia di medico tedesco, trapiantata in Calabria nel 1983, innamorata di Antonio e della filosofia di vita di Antonio, che è calabrese, figlio di calabresi di Briatico. Dalla casa sperduta di Antonio ed Elisabeth, nell’isolata vallata di contrada Gatto, da sempre non si vedeva il mare, poi grazie, o per colpa, dell’opera di scavo nelle cave della Cemensud, la vallata di fronte ha cambiato completamente orografia. Casa Matera, e la sua contrada Gatto, oggi ha anche una bella vista panoramica sul mare della Costa degli Dei ed è cambiata pure la ventilazione sulle coltivazioni. Ma questi sono solo piccoli graffi dell’uomo sulla terra, fortunatamente dopo l’opera di sfruttamento e d’estrazione, il cementificio bonifica la vallata con riporti di terra e piantando giovani ulivi.


Tre figli, due maschi ed una femmina, Antonio Matera inizia da tempo a dipingere i suoi mille gatti colorati di contrada Gatto su vecchie antiche tegole delle dirupate case di campagna, su tavole di nodoso legno, su tutto, poi inizia ad impastare l’argilla che scivola dalle stratigrafie della contrada, inizia a fare delle bellissime opere, ma si accorge anche che con l’argilla, con la terra, quando si sbaglia si può correggere, rimpastare, rifare. Invece lui desidera altro, vuole tirare fuori, le forme che pensa, dal di dentro della materia utilizzata ed allora cambia proprio materia, scolpisce le grandi pietre arenarie, il calcare, i sassi della sua terra. Dalla scultura in pietra Antonio Matera passa poi a lavorare la radica d’ulivo, difficile e durissima, anche questa sotterranea, intima. Dalle radici dei secolari ulivi di Gatto fa uscire sculture raffinatissime, opere uniche che raffigurano polene di navi antiche, nudi di donne, Cristo nelle sue espressioni più forti della Passione, nel misto di sofferenza, sopportazione e contemplazione, espressività di volti sempre in tensione.

C’è stato pure il tentativo di scolpire il sapone di casa, quello fatto con l’olio d’oliva vecchio e la soda caustica, ed i risultati anche quì eccezionali, “ma le sculture purtroppo - ci confida Antonio - sono state recentemente mangiate dai topi”. Bassorilievi, altorilievi, sculture a tutto tondo, levigate, lucidate, trattate e protette semplicemente con gomma lacca diluita al sole con un risultato finale passionale, intimo, con le sculture dai colori e dalle mille tonalità calde dell’ambra.

Franco Vallone

"Noi dobbiamo crederci" - Il docufilm di Felice D’Agostino e Arturo Lavorato

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On giovedì 27 marzo 2008 at 10:02 AM

Pizzo - Giovedì prossimo, alle ore 21,00, nella sala delle proiezioni del museo della Tonnara di Pizzo Marina, ospite del Circolo del Cinema “Lanterna Magica”, presieduto da Vera Bilotta, un evento filmico che riguarda particolarmente da vicino il territorio vibonese graffiato profondamente dalla natura. La presentazione del film “Noi dobbiamo deciderci”, un film documentario sulla tragica alluvione di Vibo Valentia del 3 luglio 2006. Il film è una produzione di Etnovisioni e della società cooperativa Suttvuess di Roma, con la regia di Felice D’Agostino e Arturo Lavorato. Nel press book, curato dalla cooperativa romana, c’è una pagina che ci ha particolarmente colpito. Dopo il prologo e le pagine dedicate all’evento e al soggetto vi è quella dedicata al cast del film. Ed ecco personaggi e interpreti nell’ordine: nel ruolo del Presidente del Consiglio, il Presidente del Consiglio Romano Prodi; nel ruolo del Ministro dei Trasporti, il Ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi; nel ruolo del Sottosegretario agli Interni, il Sottosegretario agli Interni Marco Minniti; nel ruolo del Presidente della Giunta Regionale, il presidente della Giunta Regionale Agazio Loiero; nel ruolo del Capo della Protezione Civile, il Capo della Protezione Civile Guido Bertolaso; nel ruolo di vicepresidente della Giunta Regionale, il vicepresidente della Giunta Regionale Nicola Adamo; nel ruolo di Responsabile della Protezione Civile, il Responsabile della protezione Civile Bernardo De Bernardinis; nel ruolo dell’assessore regionale all’Ambiente, l’assessore all’ambiente Diego Tommasi; nel ruolo di assessore regionale al Turismo, l’assessore regionale al turismo Beniamino Donnici; nel ruolo del Sindaco, il sindaco Franco Sammarco, nel ruolo del popolo degli alluvionati, il popolo degli alluvionati. Un cast davvero speciale prestato dalla politica, dalla pubblica amministrazione ma anche e principalmente dalla piazza e dalla gente vibonese più spontanea, nel ruolo e in rapporto ad eventi ed accadimenti realmente accaduti . Un gioco di ruoli non solo filmico ma anche reale, della vita di tutti i giorni, tra una finzione cinematografica che non è solo finzione perché documento della realtà ed una realtà dei fatti che è fin troppo reale per essere solo finzione. Una sorta di docufilm che attraverso alcune dichiarazioni degli autori chiarisce, di molto, la loro visione nel vedere quello che è giusto far vedere come registi profondi conoscitori di genti e territorio. Ecco un breve esempio: “dichiariamo che il governo Prodi e gli organi competenti dello Stato Nazionale non hanno soccorso come dovuto le popolazioni colpite dall’alluvione, dichiariamo che l’apparato giornalistico televisivo spettacolare si è reso braccio armato – mediatico della rimozione di questa tragedia dalla coscienza civile nazionale (…)”… la denuncia, almeno nello scritto si preannuncia forte e prorompente, a Pizzo, domani sera, vedremo se la comunicazione filmica delle immagini, dei suoni e delle parole riuscirà a fare il resto.

Franco Vallone

L’allestimento de “Le Stanze della Luna” al Calvario di San Leo Vecchia

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On sabato 22 marzo 2008 at 11:06 PM

Briatico - Venerdì Santo, sono appena passate le diciotto, siamo nella soglia tra la luce e il buio, tra il tramonto e la notte, quando l’antico calvario, icona della Passione di Cristo, viene allestito dai soci dell’Associazione Migrans di Briatico con fasci di palme e ulivo. Nella nicchia centrale del calvario alcuni fiori rossi e viola, come la tradizione più antica prevede. Ai margini del rudere, poco lontani, ci sono ancora i resti abbandonati e silenziosi del borgo di San Leo Vecchia. Il Calvario, l’antico manufatto, a metà strada tra San Costantino di Briatico e la nuova San Leo, viene illuminato da decine di piccoli lumini rossi. Per la realizzazione di questa operazione culturale de “Le Stanze della Luna” è stata ripulita la zona, a cura del comune, da rovi ed erbe alte. È già buio quando il vecchio calvario illuminato da una luce rossa, fioca ma suggestiva, riprende vita, in un’ambientazione, altamente simbolica, che può servire anche a sensibilizzare al recupero dell’identità del più antico calvario a tre croci del territorio di Briatico. All’iniziativa, patrocinata dal Comune di Briatico, attraverso l’Assessore alla Cultura, Agostino Vallone, ha voluto essere presente un emigrato di Briatico a Torino, Tommaso Prostamo, con la sua macchina fotografica in mano e i suoi tanti ricordi dentro, ma anche l’antropologo dell’università la Sapienza, Luigi M. Lombardi Satriani e la psicologa Cristina Tumiati che ha consegnato simbolicamente, alla nicchia centrale del calvario, la copia di un antico testo, un “Orologio della Passione” che si recitava in vernacolo proprio nella zona di San Leo Vecchia, un documento recuperato nel ‘900 dall’illustre folklorista Raffaele Lombardi Satriani di San Costantino di Briatico. Ed ecco come Luigi Maria Lombardi Satriani ha parlato, per l’occasione, della funzione e del valore antropologico dei calvari: “I calvari segnavano proprio la fine dell’abitato, erano costruiti al termine del paese, ed è una posizione significativa perché così i calvari si pongono tra l’esterno e l’interno, e, rappresentando il ricordo della passione e morte di Cristo, possono essere visti come una sorta di tomba paradigmatica del Cristo. Ma Cristo, a sua volta, è morto paradigmatico, perchè Cristo muore e attraverso la sua resurrezione tutta l’umanità risorge, questo è anche il senso liturgico, il senso cristiano della risurrezione di Cristo. I calvari costituiscono una sorta di protezione simbolica di tutto l’abitato rispetto alle negatività, ai pericoli. Come le mura recintavano lo spazio abitato proteggendolo dai rischi realistici c’è anche la necessità di proteggerli da un rischio simbolico della negatività. Il Cristo e il calvario costituiscono la protezione massima per l’abitato. Anche a San Costantino, al termine del paese, vi era posto il calvario, come anche a Briatico e in tanti altri paesi, poi, naturalmente, l’espansione urbanistica molte volte supera questo, nel senso che va in crisi il modello urbanistico, e quindi anche la griglia di protezione. Dovendone dare una lettura antropologica, come abbiamo fatto Mariano Meligrana ed io nel volume “Il Ponte di San Giacomo” in cui proprio esplicitamente parliamo di questa dimensione di tomba paradigmatica del Cristo, posso dire che il Calvario costituisce una linea di demarcazione, è la protezione massima. Stabilisce una sorta di ”al di qua e al di là”. Divide lo spazio dove c’è la legge, la comunità, la città da uno spazio dove c’è il disordine. Nell’architettura tradizionale dei nostri paesi e nella topografia simbolica i calvari assumono un significato fondante, di grandissima valenza, quindi costituiscono anche una testimonianza, oltre che architettonica, anche di quella che era la cultura tradizionale dei nostri paesi. Il mascherone con la lingua di fuori, con le corna, ad esempio, ha per il territorio una funzione apotropaica, contro il male, contro l’invidia, contro il malocchio. Il calvario ha una funzione ancora più complessiva, di protezione, di tutto lo spazio. Rende lo spazio del paese - di fronte a questo calvario c’era appunto San Leo Vecchia - uno spazio abitabile senza pericolo, senza pericolo simbolico”.


Franco Vallone

Potenzoni o Potenzioni di Briatico?

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On venerdì 21 marzo 2008 at 2:20 PM

Perché non si controllano i cartelli di indicazione dei paesi prima di installarli sulle strade?

È quanto si chiedono gli abitanti di Potenzoni, piccola frazione di Briatico, obbligati a vedere, da anni, distorto il nome del loro paese in Potenzioni. Anche una semplice “i” può fare la differenza in fatto di identità, visto che la segnaletica serve o dovrebbe servire per indicare, per indirizzare, per segnalare…


Franco Vallone

L’antico Calvario di San Leo vecchio s’illumina della propria memoria

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On giovedì 20 marzo 2008 at 4:01 PM

Briatico - Oggi Venerdì Santo dell’Anno Domini 2008, nella soglia simbolica tra il tramonto e la notte, l’antico calvario, icona della Passione di Cristo, riprenderà per un attimo a rivivere ancora ai margini del dirupo borgo di San Leo Vecchio. L’antico manufatto si trova ancora oggi posizionato nei pressi di una fontana a metà strada tra San Costantino di Briatico e la nuova San Leo. L’idea e la realizzazione di questa inedita operazione culturale è dello scenografo Franco Vallone che con “Le Stanze della Luna” allestirà il vecchio calvario illuminandolo con decine di rossi lumini accesi. Un’ambientazione suggestiva e altamente simbolica atta a sensibilizzare al recupero dell’identità del più antico calvario a tre croci del territorio comunale di Briatico. All’iniziativa, patrocinata dal Comune di Briatico, attraverso il sindaco Andrea Niglia e l’Assessore alla Cultura Agostino Vallone, sarà anche presente la psicologa Cristina Tumiati che consegnerà alla nicchia centrale del calvario la copia di un antico testo recuperato, grazie anche ai materiali contenuti nella ricerca di tesi di laurea di Giuseppina Prostamo. Si tratta di un Orologio della Passione che si recitava in vernacolo proprio nella zona del calvario e tra Potenzoni, Briatico Vecchia e San Costantino di Briatico. Nel passato già il folklorista Raffaele Lombardi Satriani aveva ritrovato, recuperato e studiato varie versioni del testo e lo studioso P. Maffeo Pretto aveva sottolineato il simbolismo profondo e il valore dell’Orologio della Passione, una formula di preghiera popolare antichissima nata in Germania nel 1300 e diffusa in Calabria attraverso Sant’Alfonso de Liguori e il Beato Angelo di Acri. Un linguaggio arcaico e pieno di simbolismi dei nostri antenati che raccontava, in dialetto, ad ogni ora una stazione della Passione di Cristo.

Corto “Così”, sperimentazioni di regia di Loredana Ciliberto

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On at 10:53 AM

Così” è un lunghissimo cortometraggio creato, in qualità d’autrice, produttrice e regista, da Loredana Ciliberto. Un corto che dura due minuti e diciassette secondi, 2.17 che sono veloci e virati da un seppia che non rimanda a nessun finto antico. 2.17 che sono fatti di una storia o meglio dello sfiorarsi di due storie all’interno di una storia appena sfiorata. Attori: lei Emilia Brandi, lui Ernesto Orrico. In Così entrano nella stessa inquadratura solo tre volte. “Così” parte con un attore che non viene citato nei titoli di coda: è un gatto che fugge con la sua paura da una sedia che poi è “l’alternativa allo stare in piedi degli uomini”. Il gatto fugge ed inizia il film con il vuoto rimasto sulle sedie posizionate davanti alle tende di una porta - balcone. Continua Così con particolare di una antica voluta in pietra scolpita, ancora sedie e tavoli rotondi in un vuoto locale, il ricco boccascena di un teatro da cui esce simbolicamente dalla finzione il Lui per entrare nella vita reale, ma è un Lui che è ancora nel corto della Ciliberto ed è quindi una uscita dalla finzione nella permanenza di un’altra finzione. Ricchi divani imbottiti, un centro storico bellissimo, un paesaggio che scorre, ancora sedie, questa volta rotte e abbandonate. Da questo momento è un veloce susseguirsi di discese e salite, ascensori, scale e strade. Un cancello chiuso, filo spinato, segni e simboli mentali. La percezione forte di due vite che camminano, corrono, ma che si sfiorano più volte senza incontrarsi. Il ritmo della musica, C’etait ici di Yann Tiersen, incalza, toglie il respiro, libera e accoglie in un crescendo fino alla fine. Le riprese sono di Costantino Sammarra, il montaggio dello stesso Sammarra e di Loredana Ciliberto. Assistente al montaggio Elisa Ianni Palarchio.
Ma vediamo di conoscere meglio l’autrice di Così: Loredana Ciliberto, nata a Jacurso (CZ) nel 1972, è laureata in Discipline delle Arti Musica e Spettacolo ed ha conseguito un Master post laurea in Operatore della Comunicazione Visiva. Lavora presso Città dei Ragazzi del Comune di Cosenza, dove si occupa di progettazione, organizzazione e realizzazione delle attività legate alla cinematografia, del coordinamento delle attività con le scuole e con gli adolescenti ed è direttore artisitico e organizzativo del concorso video under 18 “Corti in Città”, giunto alla quarta edizione. Collabora con il Corso di Laurea in Dams dell’Università della Calabria in qualità di “Esercitatore didattico” e Cultrice della Materia in “Semiotica degli Audiovisivi”. È responsabile della segreteria di redazione di Fata Morgana, quadrimestrale di cinema e visioni curato da un gruppo di docenti del Dams (Pellegrini Editore). Ha insegnato “Linguaggio Audiovisivo” e “Arte della Cinematografia” rispettivamente presso l’Istituto Professionale “Federico Fellini” di Torino e l’Istituto d’Arte “Colao” di Vibo Valentia. Ha collaborato con la rivista Duel, mensile di cinema e cultura dell’immagine, con Duellanti, con Calabria Ora, Il Quotidiano, Le Calabrie, Il Domani, L’Inserto di Calabria e Mezzoeuro e alla redazione del catalogo 2005 del Festival “Strade del Cinema” di Aosta. Ha scritto la prefazione al volume di Franco Vallone Cura progetti di “Educazione all’Immagine” all’interno delle scuole ed ha lavorato sul set del film per la televisione Tempo perso di Fulvio Paganin, in qualità di assistente di studio, e sul set del cortometraggio Ad Hipponion di Lucia Grillo, come organizzatrice generale della produzione. Ha lavorato nella progettazione e organizzazione di numerose rassegne cinematografiche, all’interno dell’Università della Calabria e con numerose associazioni private e dal 2003 è responsabile delle attività legate al cinema nell’evento “Moda Movie”. Dal 1997 al 1999 ha vinto quattro borse di studio della Scuola Estiva di Alta Formazione dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.
Franco Vallone

Decima edizione di una Passione Vivente con una sempre maggiore sperimentazione teatrale

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On martedì 18 marzo 2008 at 11:34 AM

Briatico – Due i grandi palchi allestiti in Piazza IV Novembre, oltre a quello stabile, per un teatro del sacro che vuole raccontare, ancora una volta, la Passione del Cristo con i colori più forti del linguaggio popolare. Decimo anno per una sacra rappresentazione partecipativa che nel tempo è diventata, sempre più, raffinata nella recitazione dei tanti attori e comparse, interpreti e personaggi, impegnati nell’opera sacra briaticese che oggi si configura come spazio di sperimentazione teatrale. La tantissima gente che la piazza di Briatico ha ospitato per quest’occasione ha seguito una rappresentazione dinamica che si spostava continuamente su spazi scenici differenti. La gente, partecipe e parte integrante dello spettacolo, si muoveva in massa e al buio, mentre le luci di scena illuminavano a giorno i palchi e le grandi scenografie tridimensionali, i suoni d’effetto e le musiche suggestive, riprese dal film “The Passion of the Christ” di Mel Gibson, accompagnavano la drammatica e concitata recitazione. Una recitazione che in alcuni momenti è diventata simultanea sui diversi palchi, quasi a lambire inconsapevolmente nuove sperimentazioni teatrali d’avanguardia. L’organizzazione di quest’evento è stata curata dall’Oratorio San Nicola, con la supervisione dello scalabriniano Padre Salvatore Monte, il patrocinio è stato concesso dal Comune di Briatico con il sindaco Andrea Niglia e l’assessore alla cultura, Agostino Vallone. La regia dello spettacolo è di Francesco Veterale con l’aiuto di Francesco Massara. Le scenografie sono state realizzate da Massimo Francica, Cristiano Santacroce e Angelica Simone. Tanti i nomi dei personaggi e interpreti che meritano tutti di essere citati per questa fatica arrivata oggi alla decima edizione. Alcuni tra gli interpreti sono stati veramente bravi nell’affrontare la parte assegnata, il difficile palco e il numeroso pubblico. Primo fra tutti lo stesso Francesco Veterale nei panni di Pilato, Tersilia Noccioli nei panni di Maria, Rocco Morello nella parte di Barabba e Tommaso, al secolo Francesco Massara. Ma vediamo di conoscere i nomi degli altri personaggi e interpreti: Gesù, Filippo Calafati; Giuda, Domenico Conocchiella; Caifa, Raffaele Napoleone; Nicodemo, Lorenzo Di Bruno; Filppo, Antonio Russo; Quintilio, Francesco Staropoli; Giovanni, Simone Prostamo; Pietro, Domenico Patania; Maria Maddalena, Eleonora Borello. Tantissimi i personaggi sui tre palchi ricordiamo Mariella Matera con la sua Maria Cleofa, Giuseppe Melograna, Salvatore Napoleone, Giuseppe Melluso, Carmelo Mazzitelli, Franco Accorinti, Francesco Garrì, Salvatore Natale, Francesco Satriani, Giuseppe Maccarone, Domenico Bonaccurso, Francesco Audino, Salvatore Bruzzese, Luca Spinella, Nicola Cutellè, Gianluca Forelli, Andrea Granato, Cosimo Vallone, Domenico Melluso, Francesco Pata, Gianmarco Borello, Francesco Melana, Andrea Mangano, Alfonso Vallone e Filippo Natale. Interessante la presenza della voce fuori campo con diversi interventi in dialetto e, dopo il corteo processionale per le vie che conducono al calvario del rione Baracconi, la scena della crocifissione e resurrezione che si è svolta a Solaro, la zona alta di Briatico un poco distante dalla piazza. Tra le novità di quest’anno la collaborazione dell’antropologo P. Maffeo Pretto che ha voluto suggerire alla regia l’utilizzo, all’interno dell’opera, di stralci dell’Orologio della Passione, una formula di preghiera popolare antichissima nata in Germania nel 1300 e diffusa attraverso Sant’Alfonso de Liguori e il Beato Angelo di Acri in Calabria. Il linguaggio dei nostri antenati che raccontava in vernacolo ogni ora una stazione della Passione di Cristo era stato recuperato nei paesi di Briatico, San Leo, San Costantino e Potenzoni dal folklorista di San Costantino, Raffaele Lombardi Satriani. Appuntamento per il 2009 con l’undicesima edizione della Passione Vivente mentre Francesco Veterale, il regista dell’evento, pensa alla possibile messa in scena, per l’estate, di una commedia brillante con “attori” di Briatico e frazioni.

Franco Vallone

Il regista Valerio Jalongo in Calabria per girare il “Film Bianco”

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On giovedì 13 marzo 2008 at 2:41 PM

Valerio Jalongo è un regista cinematografico che cammina per le strade calabresi. È arrivato qualche giorno fa nella nostra regione, dopo aver effettuato le riprese al Nord, per i sopralluoghi a Sud, alla ricerca di luoghi e personaggi per il suo “Film Bianco”, un film prodotto da Ameuropa International e Istituto Luce. Un’inchiesta, un’indagine, che, come in un giallo, ruota attorno ad una domanda provocatoria: “che cosa è successo al cinema italiano?” Dal dopoguerra alla metà degli anni Settanta non c’è manuale di storia del cinema mondiale che possa prescindere dall’enorme contributo dei cineasti italiani. Poi improvvisamente, tutto cambia. Com’ è potuto succedere? A questi interrogativi risponde il regista: a differenza d’altri misteri italiani senza soluzione, qui non ci sono cadaveri, né stragi, né - forse - servizi deviati; non ci sono state indagini di polizia né della magistratura e neanche prime pagine dei giornali. Tra i tanti misteri di quegli anni cruciali e difficili, questo, se non è il più importante, certo è il più trascurato. Questa domanda ci guida in un percorso ricco di testimonianze preziose e di riflessioni originali: da Monicelli a Wim Wenders, da Ken Loach a Theo Angelopoulos, ai direttori dei maggiori festival di cinema in Europa, da Morandini a David Puttnam, da storici del cinema a politici come Castellina, Veltroni, Andreotti che con il cinema hanno avuto rapporti molto stretti, passando per quasi tutti i registi italiani, da Maselli a una nuova generazione di registi italiani divisa tra la lotta per la sopravvivenza e la tentazione di lavorare in America.

Ma “Film Bianco” non è solo un documentario fatto di testimonianze illustri, di analisi storico-politiche e d’immagini gloriose del cinema del nostro passato. E’ anche un viaggio in presa diretta nella vita dei giovani autori, attori e produttori che fanno o tentano di fare cinema oggi in Italia. Il quadro che ne esce, a volte è “drammatico” ma a volte è anche comico. Forse una forma strisciante di guerra mondiale è in corso da anni: è una guerra per il controllo della produzione e della distribuzione di immagini, in un mondo in cui l’immagine è l’essenza di ogni comunicazione, di ogni transazione economica, insomma la più alta e sottile forma di esercizio del potere. In questa “guerra” gli autori, i cineasti, i creatori di immagini sono sempre più spesso tenuti ai margini, soggiogati ai maggiori interessi dei proprietari dei sistemi di trasmissione. Come andrà a finire? È presto per immaginarlo, ma nell’indagare questo percorso, “Film Bianco” vuole dar conto di una pagina rimossa della storia italiana recente, e per una volta provare a raccontarla attraverso le vicende del cinema, in quella che vorremmo che fosse un piccolo tassello di un’inchiesta sulla nostra identità culturale di cui pensiamo il nostro paese abbia grande necessità.

Intanto Valerio Jalongo è passato per Pizzo, ha incontrato il presidente di “Lanterna Magica” Vera Bilotta ed ha voluto conoscere Giuseppe Imineo, l’ultimo cinematografaro della Calabria. Con Giuseppe ha effettuato, per giorni interi, un interessante tour filmato per le strade di Briatico, Serra San Bruno, Papaglionti, San Marco e San Cono, Cessaniti, Tropea, Pizzo e i tanti altri paesi del vibonese dove Imineo proiettava e proietta i film direttamente in piazza, sui teli svolazzanti al vento. Imineo ha raccontato al regista e alla macchina da presa la sua lunga storia con le sue piccole storie, ha illustrato le tante sale cinema ormai chiuse o abbattute, ha riacceso ancora una volta la magica luce dei proiettori di film ormai senza casa.

Franco Vallone

Le tre alte ciminiere sono state abbattute

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On venerdì 7 marzo 2008 at 10:15 AM

Da anni erano il simbolo indiscusso della città di Vibo Marina. Le tre storiche ciminiere del cementificio “Cemensud” (ex Cementi Segni) si riuscivano a vedere da molto lontano, fumanti giorno e notte, erano anche il simbolo più emblematico del lavoro, dell’industria, in una realtà dove lavoro significava solo terra, mare o cementificio. Le tre alte ciminiere hanno svettato sul cielo azzurro e molte volte plumbeo di Vibo Marina per tanti anni. I pescatori di Briatico, ma anche quelli di Parghelia, Pizzo ed altri luoghi vicini, le utilizzavano, osservandole dal mare, come punti di riferimento per le loro coordinate di pesca e di posizione della barca. Con le ciminiere che sbucavano assieme a Tropea dall’altro lato si era posizionati su un preciso punto riconosciuto sempre pescoso. Ma le ciminiere erano anche il simbolo del fumo perenne, del funzionamento continuo di giorno e dei turni di notte, erano simbolo oscuro dei tanti ammalati di silicosi che hanno avuto soltanto la colpa di poter lavorare con il cemento. Ora, una dopo l’atra, le tre alte ciminiere sono state definitivamente abbattute, con una speciale gru, molto più alta delle stesse ciminiere, che le ha demolite, a strati, dall'alto verso il basso. Per prime sono state abbattute quelle in cemento armato, poi per ultima quella più bella e più antica costruita in rossi mattoni cotti. In un’epoca dove l’interesse per quella che si definisce archeologia industriale è in forte aumento era interessante poter dedicare, come una sorta di monumento alla memoria e ai posteri, la ciminiera più antica affinché potesse testimoniare e raccontare la storia della cementeria e dei suoi tanti operai, che ebbe inizio nell'immediato dopoguerra. Una ciminiera "musealizzata" con tanto di attrezzi originali, foto d’epoca e trenino trasportatore, aperta alla cittadinanza.
Franco Vallone

Destinazione Calabria destinazione Paradiso

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On giovedì 6 marzo 2008 at 4:20 PM

Potrei affermare che nessun spagnolo sappia dove si trovi la Calabria. Purtroppo da noi non si sente parlare molto di questa regione italiana, ma dopo un soggiorno di due settimane nella vostra regione posso affermare che tutti dovrebbero visitarla! Ora so che l’Italia non è solamente Firenze, Venezia, Roma e Milano. L’Italia offre questo e molto di più… come la Calabria! Appena sono arrivata a Nicotera, il piccolo paese che mi ospita tramite l’Associazione “Giovani per l’Europa”, impegnata negli scambi transazionali per l’istruzione e la formazione continua, ho constatato l’amabilità e l’ospitalità dei suoi abitanti, ed anche quella di altri paesi che ho avuto modo di visitare durante questo periodo, Vibo Valentia e la sua provincia. Per Nicotera e per Vibo Valentia stesse considerazioni: buona gente, bella città, bel castello, mercato incantevole per le strade e bellissimo duomo. Quest’accoglienza è molto importante per una persona che si reca a studiare e a lavorare in un altro Paese, come nel mio caso. Sono spagnola e mi trovo in Calabria per imparare la lingua italiana e per fare uno stage come giornalista in un’emittente televisiva di Reggio Calabria dove andrò sabato prossimo. Ma sono qui anche per imparare la cultura italiana: ho constatato come gli italiani hanno a cuore gli stranieri. Di questi luoghi la cosa che mi ha meravigliato di più è la perfetta comunione fra il mare e la montagna. La magia del suono del mare mentre si guarda la vicina montagna, un mare d’acqua trasparente e sabbia bianca… è stato veramente affascinante, ogni sera, durante le lezioni d’italiano svolte all’interno del Castello dei Ruffo di Nicotera, poter guardare il tramonto coricarsi sulle sette isole dell’arcipelago delle Eolie. Ogni sera era un panorama diverso e questo effetto è riuscito a portare via con se tutte le mie preoccupazioni e paure per questo stage, in un viaggio a senso unico…senza ritorno. Il cibo è un altro aspetto che apprezzo molto dell’Italia ma questo non l’ho scoperto qui lo sapevo già da molti anni. In queste due settimane solo una cosa mi è mancata: i mezzi di trasporto per potersi spostare da un paese all’altro della provincia di Vibo Valentia… Ho bisogno di un’auto per tutto! Ma non ci sono orizzonti neanche troppo lontani, né nelle distanze né nella vita. Qui sono io. Questo sabato come dicevo andrò a Reggio Calabria e spero tanto di poter trovare lo stesso calore, affinché la mia esperienza possa continuare ad essere bellissima. Così fra tre mesi potrò ritornare in Spagna innamorata della Calabria, dei suoi paesaggi, dei panorami, della gente e del cibo! Non lo sapevo prima di arrivare qua, ma la destinazione del mio stage, come dice una canzone di Laura Pausini, è il paradiso.

Patricia Lozano Duque


Ho ricevuto lo scritto di Patricia Lozano Duque, collega giornalista spagnola, che in questi giorni si trova nella nostra regione, a Nicotera, per apprendere la lingua italiana e per uno stage giornalistico presso un’emittente televisiva calabrese. Patricia ha 29 anni, da sette anni è giornalista, ha studiato all’Università di Malaga, bella città dell’Andalusia nel sud della Spagna. Dal 2001 ha lavorato a “Radio Malaga FM”, successivamente presso le emittenti televisive “Costa Sur TV” , “RTB Radio Television Benalmadena” e presso la nota Agenzia di stampa internazionale “EFE”. Ultimamente ha lavorato per l’emittente televisiva nazionale “Tele 5”. Oltre al lavoro di redazione giornalistica ha scritto e presentato numerosi programmi televisivi spagnoli.

Franco Vallone