Tutto il mare di Cariati

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On lunedì 31 gennaio 2011 at 8:30 AM

Domenica 30 gennaio, alle ore 11.00, e in replica il sabato successivo alle 18.00, andrà in onda su Rete 4 la trasmissione televisiva “Pianeta mare” con una puntata dedicata a Cariati. Il programma di Mediaset, diretto da Marzio Carlessi e condotto da Tessa Gelisio, dedicato a tutto ciò che il mare rappresenta e può insegnare, è stato registrato nella cittadina jonica calabrese nello scorso mese di ottobre, con la collaborazione della gente di Cariati. La puntata segue il consueto format, che, tra l'altro, prevede la partecipazione attiva della gente del luogo, oltre ad una esercitazione, una sfida, una sorta di gara effettuata per il raggiungimento dell'obiettivo finale. In questa puntata tutta cariatese, in particolare, è stato posto in rilievo il cantiere dei locali maestri d'ascia (Cantieri Navali dello Jonio del maestro Antonio Montesanto), noto in tutto il Sud Italia per la sapiente costruzione delle imbarcazioni in legno, che, per l'occasione, è stato trasformato in set televisivo, con la partecipazione degli alunni delle scuole; in evidenza il lavoro in mare degli addetti del settore, con la partecipazione della conduttrice Tessa Gelisio ad una battuta di pesca su un'imbarcazione di una famiglia della tradizione marinara (gli Alterino). Non sono mancate interviste a tanti esperti pescatori locali, a donne della comunità del mare e l' incursione nella cucina tipica, con la preparazione della cosiddetta "ghiotta", la squisita zuppa di pesce che costituisce uno dei piatti "forti" della tradizione gastronomica cariatese. Alla realizzazione della puntata hanno collaborato, tra gli altri, la Società Cooperativa Pescatori Cariati, associata a Lega Pesca e la scrittrice Assunta Scorpiniti, studiosa dell'identità marinara.
Franco Vallone

Festival di Sanremo, 61 anni e dimostrali!

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On at 8:24 AM

Davvero? Ormai è opinione comune che non invecchierà mai.
Con l’edizione 2011, il Festival dovrà dimostrare, ancora una volta, di vivere un’eterna giovinezza. Come conservi il suo appeal ever green, è presto detto: a colpi di scoop, spontanei e creati a tavolino, ripetuti e corretti, nuovi e vecchi, da due mesi a questa parte. Su tutti e tutto, stavolta non domina incontrastato il potere del conduttore.
Quest’anno tocca a Gianni Morandi tenere alta la bandiera della canzone italiana, con contorno di protagonisti sul palco dell’Ariston, curato nella struttura piena di giochi di luci come negli anni passati. Anche senza la presenza di interpreti dalla personalità prorompente, dalla voce potente e dal carisma assicurato. La manifestazione vive nel riflesso dello spettacolo che ruota attorno ad essa. Pareri quasi unanimi trovano l’appuntamento eccessivo, forzato, per via dell’estensione alle cinque serate. L’ex ragazzo di Monghidoro dovrà dimostrare di godere incondizionatamente del favore del pubblico, di essere divertente, scherzoso, esuberante. Quel che si dice, un perfetto padrone di casa.
Il carrozzone andrà avanti sulla scia della scaletta, che dovrebbe sembrare improvvisata anche se non lo è affatto. Forse non ci saranno gli intermezzi con galleria e platea poco graditi allo spettatore, che segue da casa, abituato allo stile delle trasmissioni che quotidianamente ruotano attorno alla kermesse canora più famosa del mondo.
A Sanremo, sono tutti disponibili. Interviste e dichiarazioni fioccano come neve in montagna. Tutti hanno da dire e ridire su qualcosa, a cominciare dalle previsioni sui primi tre classificati. Per il momento, non sono arrivate sonore smentite sulla rosa dei candidati, forse per scaramanzia nessuno include il proprio nome nell’elenco dei più papabili. Come nessuno aspetta di essere ripescato magari all’ultimo momento, con buona pace del motivo presentato, debole nel testo e scarso nella musica. Sanremo vive di look arditi, effetti speciali, scenografie inusitate e personaggi con messaggi incorporati. Vedere Rania di Giordania, bella come il sole e buona come il pane, pronta a parlare del contributo dato alla causa dei bambini bisognosi, appena lo scorso anno. Anche Susan Boyle è stata, a modo suo, una regina, passata dai fornelli di casa ai microfoni della ribalta internazionale, grazie alla sua voce straordinaria. E chi se ne frega se non ha il fisico asciutto, le unghie finte e i capelli infoltiti con toupet. Anche l’Antonella nazionale, sempre lo scorso anno, non ebbe quel che si dice il fisico del ruolo, ed apparve in carne come non avrebbe dovuto. Ma si sa che la tv è fatta di apparenze: in effetti, ingrassando impietosamente, dà conferma della buona salute di cui gode una persona. Si dice che parecchi si siano sottoposti a dieta ferrea nelle ultime settimane, per arrivare all’appuntamento con la Città dei Fiori in forma smagliante, rischiando di collassare. Mai, però, nel bel mezzo della propria esibizione. Sul palco, reggono a meraviglia, tensione e tenzone. Ma basta una domanda birichina durante un’intervista per mandare all’aria no comment e buona educazione. Naturalmente accuse di travisamento e smentite si sprecano fino a quando non intervengono di brutto quei buontemponi delle iene per dimostrare che non si tratta di uno scherzo, neanche se fosse Carnevale. Sanremo è umorale come una prima donna sul viale del tramonto. Né aiuta la temperatura, quasi sempre fredda con il supporto della tramontana, o la pioggia concentrata apposta per rendere indimenticabili le cinque giornate. Perché non è vero che la sfida è sul palco e finisce lì. Si svolge ovunque, anche oltre frontiera, con i più snob che scelgono Montecarlo come base del lancio che li aspetta, verso un orizzonte luminoso o nell’orbita spaziale più nera. Quanti ne sono passati dall’Ariston in 61 anni di note! Quanti sono ancora alla ribalta sulla scia di un successo mai più bissato. Quanti cercano di vivere di rendita per un anno, forse due. Poi, una volta appeso il microfono al chiodo, smettono di sognare e cominciano a lavorare. Sul serio, però.
In Calabria, quando si dice che uno “ caccia canzuni ” , si vuol significare che l’individuo in questione svolge un’attività che non giova a nessuno, praticamente inutile. Non la pensa allo stesso modo chi si muove nel mondo delle sette note: autori, manager, arrangiatori, ostinati a rincorrere proventi ormai perduti nel settore della discografia nazionale. Il piatto piange per via della crisi mondiale ma anche per mancanza di motivi in grado di restare nella mente di qualcuno per trenta giorni consecutivi. Figuriamoci per intere stagioni! Oggi, chiunque crede di essere autore, mettendo due note sul pentagramma. Ma non è l’accordo tra spazio e rigo a determinare il successo internazionale che fu di Volare. Quanti di noi sono in grado di ricordare il titolo delle canzoni vincitrici delle ultime passate edizioni? Neanche le canzoni che sembravano più orecchiabili delle altre sono entrate nell’immaginario collettivo di una intera nazione. Meno che mai nel patrimonio canoro mondiale. Non si identifica affatto nell’attuale generazione nessun cantautore. C’è una inaudita confusione di ruoli.Tutto passa nel dimenticatoio, a dispetto delle canzoni , in nome delle quali la competizione resiste ed insiste. A far che? A mantenere immutato un semplice, enorme circo mediatico che si chiama spettacolo. E così si confondono sacro e profano. Cioè una Patty Pravo con una Blue Belle del Moulin Rouge,, sinceramente più adatta ad ammiccare a destra e a manca sulla pedana di un locale notturno. O si punta sul lato B o fattore C che dir si voglia, più procace delle stelline che nulla hanno da dire nel mondo delle sette note. Come siamo caduti in basso se siamo costretti a concentrare la nostra attenzione, su certe prospettive. Basse anche loro, si capisce! Meglio puntare altrove e tuffarsi sulla scena complessiva di Sanremo, per avere qualche argomento più nobile di cui parlare. Ad esempio, la performance di un ospite, disposto a promuovere se stesso con un cachet da capogiro. Perché no? Ogni anno è una girandola di voci fra star annunciate e ritiri registrati. Il Festival è ormai nella fascia della terza età. Si dice che ogni tempo viva le sue stagioni si spera sempre migliori di quelle passate. I suoi 61 anni li dimostra, eccome. Anche se registra ascolti da capogiro, per curiosità, e abitudine degli spettatori, non sforna motivi degni di entrare nel prossimo futuro. E allora? Nell’impatto creato, il coro è unanime e si conclude con un augurio generale: lunga vita al Festival! Altrimenti, di cosa dobbiamo parlare?
Emma Viscomi

La Chiesa calabrese si interroga sulla sanità

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: | Posted On giovedì 27 gennaio 2011 at 11:47 AM

Venerdì 28 e sabato 29 gennaio 2011 a Falerna Lido il nuovo convegno regionale

Quest’anno le Caritas diocesane della Calabria, unitamente all'Ufficio della Pastorale della salute, danno appuntamento alla fine di gennaio, per l’annuale convegno regionale su un tema sociale particolarmente interessante ed attuale: l’assise ecclesiale si terrà a Falerna Lido per ascoltare, osservare e discernere sulla sanità calabrese. Da venerdi 28 a sabato 29 gennaio 2011 il tema verrà dibattuto in tre distinte sessioni di lavoro ed avrà come titolo: «Un rinnovato impegno delle Chiese locali per la salute in Calabria».
Nella mattinata di venerdì 28 gennaio, dopo i saluti del presidente della Conferenza Episcopale Calabra mons. Vittorio Mondello, ci sarà la prima sessione sul tema La salute in Calabria tra realtà e prospettive introdotta e moderata dal delegato regionale Caritas don Ennio Stamile. Due le relazioni: quella del sub commissario al Piano di rientro della Regione Calabria Luciano Pezzi su “Piano di rientro e federalismo” e quella del prof. Renato Guzzardi (docente all’Unical e presidente del Nucleo di valutazione dell’Azienda ospedaliera universitaria di Salerno) su “La centralità della persona tra governo clinico e governo economico”.
Nel pomeriggio la seconda sessione moderata da don Giacomo Panizza (condirettore della Caritas diocesana di Lamezia Terme) Sulle sfide e le profezie della comunità ecclesiale per una rinnovata pastorale della salute. Due le relazioni la prima di don Antonio Martello su “Un nuovo approccio alla pastorale della salute”, la seconda di Lidia Pecoriello (responsabile delle cure palliative dell’ASP di Cosenza) su “La fragilità educa all’ascolto, alla cura, all’impegno”. La prima giornata si concluderà con i lavori dei gruppi di studio.
Sabato 29 gennaio la terza ed ultima sessione dall’impegnativo titolo Salute: un piano di rientro anche per la Chiesa? e vedrà confrontarsi in una tavola rotonda, introdotta e moderata dal direttore dell’Ufficio regionale della Pastorale della salute dei vescovi calabresi, don Antonio Martello, esponenti del mondo del volontariato, della professione medica e della politica. Per il volontariato Roberto Petrolino (direttore delle comunità d’accoglienza della diocesi di Reggio Calabria-Bova) che affronterà il problema “Il dolore inabitato: la fragilità mentale”; Danilo Ferigo (responsabile regionale dell’AVO) racconterà l’esperienza del “volontariato ospedaliero”, Annamaria Mancini (primario di rianimazione all’Ospedale di Lamezia Terme) parlerà su “Più salute uguale più dignità” e il consigliere regionale Salvatore Magarò (presidente della Commissione contro il fenomeno della mafia della Regione Calabria) illustrerà le “Infiltrazioni criminali nella sanità calabrese”. Dopo la tavola rotonda, le comunicazioni dei gruppi di studio e le considerazioni conclusive affidate al vescovo mons. Luigi Cantafora presidente della Commissione CEC sulla Caritas e la Pastorale della salute.
Per presentare agli organi di informazione il convegno e i temi in discussione è stata organizzata una CONFERENZA STAMPA che si terrà mercoledi 26 gennaio 2011 con inizio alle ore 11 a COSENZA.
Significativamente è stato scelto quale luogo dove tenere la CONFERENZA STAMPA, l’istituto delle Suore Minime della Passione, fondate da madre Elena Aiello, in via dei Martiri a Cosenza Casale.

I Germanesi in una mostra a Cariati

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , | Posted On at 10:24 AM

Lo scrittore Carmine Abate ritrova alcuni protagonisti delle sue opere nell’esposizione di antropologia visiva curata da Assunta Scorpiniti

Non c'è cosa più bella, per uno scrittore, riconoscere, per strada e tra la gente, persone e personaggi, protagonisti e comparse di un proprio romanzo, di un personale racconto, di uno scritto. É come in un incontro d'amore, un ri-solcare profondamente le proprie pagine ed è questo quanto è realmente successo a Carmine Abate, scrittore calabrese di successo, che ha potuto incontrare alcuni suoi personaggi, leggere le strade lontane da casa e i tanti percorsi calabresi ritrovati attraverso gli sguardi ri-incontrati nelle immagini di una mostra di antropologia visiva, fotografica e documentaria, curata dalla scrittrice e ricercatrice Assunta Scorpiniti e dal titolo i “Germanesi”. La mostra di Scorpiniti ripercorre le “Storie e le immagini della Calabria altrove, tre generazioni di emigrati nel cuore dell’Europa” e continua, in questi giorni, ad essere al centro dell’attenzione di studiosi, dei tanti visitatori e degli studenti delle scuole con esposizione permanente nel centro storico di Cariati, nelle sale dell’antico palazzo vescovile. La mostra- dicevamo- è stata recentemente visitata anche dallo scrittore Carmine Abate, che vi ha ritrovato temi (e icone) a lui cari, tracce vive e presenti nelle sue opere a partire da “Il muro dei muri”, opera d’esordio come narratore, pubblicata per la prima volta in tedesco nel 1984, in italiano, da Argo editore nel 1993 e riproposta da Mondadori nel 2006, e avente per protagonisti proprio gli immigrati italiani in Germania. La mostra, inaugurata nell’ambito di alcune iniziative realizzate in collaborazione con la locale sezione Fidapa, è costituita da numerosi pannelli aventi per soggetto una ricca e inedita collezione d’immagini relative, appunto, all’emigrazione calabrese in Germania che, nel caso specifico, viene indicata come fenomeno-simbolo dei movimenti migratori dal Sud dell’Italia e da ogni Sud del mondo, nel suo forte riferimento all’attualità dell’immigrazione nel nostro Paese.Frutto della lunga esperienza dell’autrice a diretto contatto col mondo delle migrazioni e, in particolare di studi accurati sull’emigrazione calabrese in Germania, che hanno già avuto come esiti varie pubblicazioni, tra cui il volume Calabria altrove. Storie, emozioni, sogni e ricordi di emigrati di tre generazioni (Cosenza, Progetto 2000, 2005), è ispirata ai temi dell’accoglienza, della solidarietà e del dialogo tra i popoli. La stessa autrice, vera narratrice della terra di Calabria, ha all’attivo numerose pubblicazioni e realizzazioni di carattere etno-socio-antropologico, e ne illustra il significato storico: “A partire dall’Accordo bilaterale siglato nel 1955, che ha consentito l’ingresso di forza-lavoro italiana nel grande paese tedesco, intenzionato a rinascere dopo le devastazioni della seconda guerra mondiale, c’è stato un esodo massiccio, che ha portato migliaia di nostri lavoratori nelle miniere del bacino carbonifero della Ruhr, nei cantieri stradali della Vestfalia, o nelle grandi industrie del Baden Württemberg; negli anni Sessanta, sono arrivate le mogli, successivamente i figli e oggi, in condizioni di stabilità e integrazione sociale la terza generazione di calabresi nasce lì in Germania”. Tutto questo, con i suoi risvolti umani, socio-culturali e i fatti di costume, è raccontato, “con” le immagini e “attraverso” le immagini, con l’obiettivo, spiega la curatrice, “di dare un ulteriore contributo alla conoscenza di una storia finora ignota ai più, o rimasta nella cerchia familiare; una vera e propria epopea che rischia di essere dimenticata col ricambio generazionale”. L’intento è anche quello di “descrivere lo sguardo positivo che, con reale desiderio di progresso, i nostri emigrati, i primi costruttori dell’Europa dei popoli, hanno rivolto sulla nuova realtà con cui il passaggio migratorio li ha portati a confrontarsi contribuendo ai processi di sviluppo socio-economico”. Il percorso fotografico, modulato, tra memoria e presente, sulle tre generazioni di calabresi in terra tedesca e accompagnato da brani tratti dalle loro testimonianze, propone, infatti, il mutamento di condizione da “gasterbeiter” (“lavoratori ospiti”, ritratti in suggestive immagini in bianco e nero) a cittadini europei, oggi integrati nei paesi ospitanti e, in molti casi, partecipi della vita civile e sociale; un’attenzione particolare è stata riservata al vissuto dei ‘figli’ dell’emigrazione (uno “specchio” delle mode e del costume anni Settanta), al ruolo delle donne in emigrazione e al fenomeno dell’immigrazione dai paesi extracomunitari e dell’Est europeo che oggi tocca da vicino i nostri paesi: “Le ‘carrette’ del mare di oggi – commenta ancora la Scorpiniti - sono cariche di speranza come una volta i nostri treni, per questo ho dedicato questo racconto alle nuove generazioni perché possano recuperare il senso della storia comune e una maggiore consapevolezza civile, fondamentale per vivere, operare e confrontarsi in una società complessa com’è quella di oggi”. La mostra è stata presentata presso l’Istituto di Cultura Italiana a Bruxelles ed esposta in numerose località della Germania, nell’area di Stoccarda, dov’è molto forte la presenza italiana.
Franco Vallone

Il 4 febbraio Giornata della Memoria a Briatico

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On at 8:08 AM

Una giornata dedicata al ricordo della Shoah, un'occasione per celebrare il Giorno della Memoria, anniversario dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, che si commemora ogni anno, un appuntamento fisso per tutti coloro che non intendono dimenticare la grande tragedia del secolo scorso. Quest'anno anche l''Amministrazione Comunale di Briatico ha organizzato, per venerdì 4 febbraio e presso l'aula magna del Centro di Formazione Professionale Anap Calabria, una interessante iniziativa celebrativa che non vuole avere soltanto una valenza di tipo commemorativo ma che, nei suoi intendimenti, vuole rileggere profondamente un periodo così tragico della storia e del passato. Il titolo scelto per il convegno di Briatico è : "Giornata della memoria, per non dimenticare". L'evento storico culturale prevede la presenza di numerose autorità civili e religiose, tra gli altri sono attesi il vescovo della diocesi, mons. Luigi Renzo; il prefetto di Vibo Valentia, Luisa Latella; il questore di Vibo Valentia; il presidente dell'Amministrazione Provinciale Francesco De Nisi; il sindaco di Briatico, Francesco Prestia; di Tropea Adolfo Repice; di Parghelia, Maria Brosio; di Zambrone, Pasquale Landro; di Cessaniti, Nicola Altieri; il presidente del Consiglio del Nucleo Industriale di Vibo Valentia, Pippo Bonanno; il consigliere provinciale, Gianfranco La Torre e il senatore Francesco Bevilacqua. L'appuntamento è per le ore 9,30 con il saluto delle autorità presenti, alle ore 10.15 è invece prevista l'apertura ufficiale dei lavori del convegno da parte del presidente del Consiglio Comunale di Briatico, Carlo Staropoli e, a seguire, gli interventi dell'antropologo Luigi M. Lombardi Satriani; di Giancarlo Mancini, docente di storia della medicina presso l'Università di Tor Vergata; di Galileo Violini, docente presso l'Università della Calabria e delegato dal rettore per i rapporti internazionali; di Alessandro Gaudio, docente di letteratura italiana presso l'Unical; del consigliere regionale Alfonsino Grillo e dell'assessore Regionale alla Cultura, Mario Caligiuri. A moderare i lavori il docente di storia e filosofia, Tommaso Fiamingo. Durante la giornata, sempre nei locali dell'Anap Calabria, verrà allestita una mostra di arti visive degli allievi del Liceo Artistico di Vibo Valentia, coordinati dal docente Giancarlo Staropoli.
Franco Vallone

Guglielmo Satriani, il medico e l'uomo amante del mare

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On martedì 25 gennaio 2011 at 9:01 AM

Il medico Guglielmo Satriani, classe 1952, scomparso prematuramente qualche giorno fa a Briatico, ha voluto tra sue ultime volontà, prima dell'ultimo saluto in chiesa, essere “portato alla sua marina”. Un volere mirato, un vero estremo atto d'amore verso uno dei suoi luoghi preferiti. Guglielmo Satriani nella sua vita, con la marina e con le barche, con la pesca e con il mare, ha avuto sempre un legame forte e viscerale. Lui, semplicemente Guglielmo, il medico, discendente della nobile antica famiglia dei Satriani, era un uomo di grande cultura. E al di là della sua professione - lavorava come direttore sanitario presso una struttura geriatrica di Monterosso, la casa protetta Villa delle Rose, e come guardia medica a Briatico - Satriani era una persona buona, amata da tutti, sensibile, modesta come poche, amante della grande storia raccontata dai libri e delle tante storie più piccole e sconosciute e da recuperare, dei misteri e delle conoscenze dell'astronomia, del fascino della simbologia araldica e delle ricerche genealogiche di tante famiglie nobiliari del vibonese. Tra i suoi tanti amici di sempre, quelli più "amici amici", l'avvocato Giacomo Franzoni, Antonio Ventrice, Giacomo Vallone e Pasquale Borello, con loro amava passare la domenica mattina, in un appuntamento fisso con sane discussioni in piazza, tra una passeggiata e l'altra, a parlare solo del più e del meno come traccia di consuetudine. Lui il dottore, umile e modesto, era il saggio del gruppo, con l'inseparabile sciarpa rossa al collo, con la sua filosofia di vita che affascinava i grandi e affabulava i piccoli. Ed ora, come tiene a sottolineare Antonio Ventrice, “piazza IV Novembre sente tanto l'assenza di Guglielmo, e, purtroppo, non potrà mai più essere la stessa piazza”.
Franco Vallone

Mino Reitano sempre presente nel cuore della gente

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , | Posted On lunedì 24 gennaio 2011 at 8:35 AM

L’eterno ragazzo di Fiumara, nonostante i 64 anni, spiccati verso i 65 e diventati immutabili nell’eternità, è sempre presente nella mente della gente. Al teatro Fellini di Rozzano, in provincia di Milano, tempo fa, fu allestito uno spettacolo di tutto rispetto, come si conviene per un figlio famoso del sud d’Italia. Il rilievo fu dato dalla semplicità degli schemi, dalla successione logica del racconto di vita in chiave di violino, strumento suonato a meraviglia dalle mani di Mino, allievo al Conservatorio di Reggio Calabria in tenera età, diplomato presso lo stesso quando non indossava più i calzoni corti ed era nota la partecipazione sua e dei fratelli alle spese di casa, in corale trasporto d’altri tempi. Ottima fattura, se così si può dire, dello spettacolo dunque a più voci, idoneo a riproporre successi mai dimenticati in due ore circa di piacevole ascolto e applausi assicurati. Lo scopo degli organizzatori fu palese: ritrovarsi insieme, artisti e spettatori, lungo il percorso artistico del cantante, senza trascurare l’aspetto umano del ragazzo, sul finire degli anni ’60, e dell’ uomo adulto, in quelli successivi. La maturazione sulla scena rispettò la realtà della carriera, esplosa sulla base del talento naturale, coltivato davanti allo specchio d’acqua dello Stretto, esportato in Europa, con lunga permanenza in Germania e frequentazione, in tempi non sospetti, degli Scarafaggi inglesi, tradotti in Beatles, prima ancora che Michelle, Yesterday, Let be fossero cantate in ogni continente. Nella Città della Fata Morgana, il complesso di Beniamino e i suoi fratelli suonava quando ancora non si era concretizzata l’idea di andare a sbarcare il lunario altrove. Per i calabresi, l’emigrazione è una professione, necessaria e sofferta, con un unico pensiero fisso: tornare a casa nel più breve tempo possibile. Idem per i Reitano. Insieme intrapresero un cammino che li portò in giro per il mondo, con molti rientri, soprattutto estivi, per manifestazioni varie e feste di piazza, gremite fino all’inverosimile da chi desiderava ascoltare la viva voce del giovane nato in quel di Fiumara e considerato, a ragion veduta, idolo locale di ogni paese.Uno sceneggiatore accorto non avrebbe potuto scrivere trama migliore da affidare alla direzione di un regista delicato e sensibile. Con Mino, stettero alla ribalta i suoi fratelli e non per meriti inferiori. Soltanto con compiti diversi, per il bene comune, concretizzato in belle canzoni, grandi successi e pane assicurato anche per seconda e terza generazione. Ed ecco i musicisti Reitano, quattro come i Moschettieri del Re, con l’aggiunta di D’Artagnan: Franco, maggiore per età, alla pianola; Gegè, secondo a lui per nascita, al sax; Domenico, a seguire sempre per lo stesso motivo, alla chitarra; Antonio, ultimo della numerosa nidiata, alla batteria. Il gruppo era granitico, con oneri ed onori equamente distribuiti, in nome del cantante, sempre prodigo di sorrisi e atti di bontà, interprete esuberante e appassionato di motivi confezionati in famiglia. Proprio così! Fatti in casa, sotto l’egida del solerte Franco, la mente che coordinava tutto e tutti nel ruolo di primus inter pares.
Testi e musica andavano di pari passo. Nacquero così Gente di Fiumara, Avevo un cuore, Il tempo delle more, Ciao vita mia, E se ti voglio, La mia canzone, Meglio una sera, Una chitarra cento illusioni, in ordine sparso nella colonna sonora che merita di essere ascoltata ancora. Dai favolosi Anni ’60 in poi, partecipò a Castrocaro, Cantagiro, Festivalbar, Sanremo e Canzonissima. Mino gareggiò con Gianni Morandi, Claudio Villa, Massimo Ranieri, Lucio Dalla, Iva Zanicchi, ecc., ad armi pari sul piano canoro, sciupato in parte dall’atteggiamento volutamente avverso, per partito preso insomma, di certi critici, che adesso cercano di guadagnare le simpatie perdute presso il grande pubblico, con elogi osannanti fuori tempo massimo. Per loro stessi, intendiamoci, non per la gente comune, che ha sempre apprezzato i buoni sentimenti, la genuinità delle intenzioni e la tenacia dimostrata in quasi 50 anni di onorata carriera, senza interruzioni di sorta, perché Mino, quando non appariva in Italia, si esibiva in Australia, Canada, Stati Uniti e Sud America. Nel 2010 avrebbe festeggiato le nozze d’oro con la musica, traguardo invidiabile al quale pochi accedono nel mondo delle sette note. Il suo segreto? Aver fatto propria l’armonia del pentagramma. Nella sua generosità, offrì ad altri, brani fra i migliori della discografia italiana. Ornella Vanoni non si lasciò sfuggire un’occasione formidabile per la sua carriera. Ancora oggi, Una ragione di più è elemento cardine del repertorio di ogni suo concerto. C’è anche un altro pezzo che non conosce tramonto tra i più piccini: La sveglia birichina, vincitrice dello Zecchino d’oro.
L’orchestra diretta dal maestro Giuliano Cavicchi e composta da 12 elementi, propose l’anno scorso un programma di 22 motivi, cantati da una voce femminile ed una maschile, scelte nel panorama di ultima generazione: Micaela Foti, forte del successo conquistato nella trasmissione condotta da Antonella Clerici e intitolata Ti lascio una canzone; Tiziano Orecchio, terzo a Sanremo nel 2006, nella sezione Nuove proposte, con Preda innocente. Si farà ancora qualcosa per ricordare il cantante di casa nostra a livello di manifestazioni pubbliche e spettacoli canori? O si delega tutto alla memoria della gente di fiumara, che ha un cuore per cantare indipendentmente dal tempo delle more, con in mano una chitarra e cento illusioni?
Emma Viscomi

Invito al Presidente Napolitano per celebrare a Catanzaro il nome "Italia" nato in Calabria

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On at 8:27 AM

Nel contesto delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità nazionale

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il 7 gennaio scorso ha aperto ufficialmente a Reggio Emilia le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, rendendo omaggio al tricolore nazionale, nato in quella città proprio il 7 gennaio del 1797. A quanto pare, non è prevista alcuna visita di Napolitano in Calabria per rendere omaggio pure al nome “Italia” nato oltre tremila anni fa tra il Golfo di Squillace e il Golfo di Lamezia (come affermano antichi scrittori, come Aristotele).
Per ovviare a questa grave lacuna organizzativa, il presidente dell’associazione culturale “Calabria Prima Italia” di Catanzaro, avv. Giovanni Balletta, e il responsabile dell’associazione culturale “Università delle Generazioni” di Agnone (Isernia), Domenico Lanciano, hanno scritto al Capo dello Stato per sensibilizzarlo alla necessità di una visita in Calabria proprio per evidenziare, dopo la bandiera, la sacralità del nome Italia.
Con lo scopo di farli promotori dell’invito ufficiale, la lettera è stata inviata per conoscenza pure al presidente della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti, all’assessore regionale alla cultura Mario Caligiuri, alla presidente della Provincia, Wanda Ferro, all’assessore all’istruzione, Giacomo Matacera, nonché ai sindaci di Squillace, Guido Rhodìo, e di Lamezia Terme, Gianni Speranza.
Le due associazioni culturali auspicano che il presidente Napoletano possa essere accolto, entro questo anno 2011, al teatro Politeama di Catanzaro con un apposito concerto dell’Orchestra provinciale che, denominato “Concerto d’Italia” oppure “Concerto dell’Unità” o “Concerto della Repubblica”, possa avere poi luogo ogni anno a data fissa (preferibilmente ogni due giugno, Festa della Repubblica) e magari trasmesso in mondovisione. Entrambe le associazioni, inoltre, chiedono alle Istituzioni destinatarie della lettera-appello di impegnarsi per la massima valorizzazione del nome Italia, che vale come una importante risorsa morale, culturale ma anche turistica per tutta la Calabria e, in particolare, per il territorio della provincia di Catanzaro. E per una maggiore e migliore visibilità di questo territorio, le associazioni hanno scritto anche alla trasmissione di Rai Tre “Alle falde del Kilimangiaro” (condotta da Licia Colò) perché descriva in un apposito servizio televisivo i luoghi della prima Italia, pure dal momento che un’indagine nelle scuole ha dimostrato che il 95% circa degli studenti non sa dove e quando sia nato il nome Italia e il resto della popolazione lo ignora addirittura per il 98%.
Tra le iniziative già avanzate, nei decenni precedenti ai principali enti calabresi, troviamo la proposta della “Maratona d’Italia” che possa unire idealmente i due mari, da Squillace a Lamezia, passando, anno dopo anno con percorsi diversi, da tutti i paesi dell’istmo, Catanzaro compresa. Sarebbe, inoltre, utile realizzare un “Museo della Prima Italia” comprendente la sezione omerica con il passaggio di Ulisse, la sezione mitologica e la tradizione dei “sissizi” (cioè le mense comuni) i quali, istituiti da re Italo (molto prima della guerra di Troia, nel secondo millennio a. C.), si diffusero in tutta l’area del Mediterraneo come prima forma di democrazia partecipata. Insomma, attraverso l’operazione di valorizzazione della Calabria come “Prima Italia” si dovrebbe mostrare al mondo quale e quanta civiltà questo nostro territorio abbia prodotto, pure perché il popolo calabrese possa ritrovare l’orgoglio delle origini per un presente ed un futuro davvero migliori.
Dr. Domenico Lanciano

La scomparsa di Rita De Luca Bagnato

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On venerdì 21 gennaio 2011 at 9:53 AM

Nata a San Giovanni in Fiore, Rita De Luca Bagnato ha vissuto per oltre quarant'anni a Briatico dove si era sposata, dove viveva e dove scriveva. Tracciava le sue poesie in silenzio Rita De Luca Bagnato, una poesia forte e prorompente, che urlava e che negli anni ha fatto soffermare, sui suoi versi, tanti critici letterari, altri poeti, grandi scrittori come Sharo Gambino, giornalisti come Domenico Zappone e cultori dell'arte calabrese come Emilio Frangella. Ieri mattina la poetessa De Luca Bagnato si è spenta a Cosenza, ma per l'ultimo saluto, e per sempre, ritorna nella sua Briatico. Poetessa, paroliere, membro di tante accademie e della commissione del Premio di poesia e fiaba che si tiene ogni anno a Briatico, da sempre collaboratrice appassionata di “Calabria Letteraria” la Bagnato è inclusa in numerose antologie letterarie ed ha ottenuto diversi riconoscimenti per la poesia. Ha pubblicato "Lacrime allo specchio", per l'editore Rebellato, e successivamente “Il segreto dell'aquilone”. Lo scrittore Sharo Gambino mettendo a confronto le due pubblicazioni colse il grado di maturità artistica raggiunto dalla poetessa. Ecco un frammento tratto dal testo critico di Gambino: “Ne "Il segreto dell'aquilone" versi di riflessione sulla condizione femminile e sull'aspirazione della donna ad avere riconosciuto il suo ruolo attivo nella società... La De Luca Bagnato ha affinato le naturali, istintive capacità d'analisi, e di sintesi, ma anche sul piano creativo, perché s'è liberata di talune sovrabbondanze romantiche e s'è accostata, con più convinzione e partecipazione, alla storia, al reale quotidiano sociale entro cui ha affondato più salde radici. (…) Confesso di aver stentato a ritrovarla qual era nella mia memoria in questa sua nuova raccolta poetica (“Il segreto dell'Aquilone” ndr) e mi domandavo cosa poteva esserle accaduto, quale dolorosa esperienza poteva averle spento quasi del tutto il sorriso nei versi ora tutti improntati a pessimismo, a sofferenza, a delusioni, nei quali ricorre spesso il richiamo alla morte, fine soprattutto di speranze e del senso di giustizia. Ho cercato. Ed ho trovato le chiavi di lettura per arrivare alle origini di questo stato d'animo, di tanta tristezza. Esse non stanno nei fatti autobiografici quanto invece all'esterno, nelle tragedie degli altri e che influiscono sul nostro stato d'animo e ci condizionano nostro malgrado. Una realtà che fiacca e disperde le forze della nostra speranza ed alimenta invece la sfiducia in un positivo divenire dell'umanità, che viaggia nel degrado e non le riesce di trovare la via dell'ascesa, catturata, impigliata tra i pruni spinosi d'una dantesca selva popolata di fiere dal vello maculato di vizi e peccati”.
Franco Vallone

San Donato di Ninea (CS)

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On at 8:56 AM

Piccolo nel formato. Grande nel passato. È San Donato di Ninea. Denominazione aggiunta e necessaria per ricordare la fondazione voluta da Ninevo, capo dei colonizzatori enotri, di cui parla Ecateo di Mileto, nella Descrizione della terra, nel V secolo a.C. L’antico popolo italico conosceva bene l’istmo tra Jonio e Tirreno, lungo direttive di marcia necessarie a scongiurare il periplo della penisola calabrese. La frequentazione del tratto che va da Sibari a Laos, passando per Esaro, Rosa, Varco e Palombaro, assicurò traffici utili in ogni tempo. Greci, romani, bizantini, normanni, svevi, angioini, aragonesi e perfino austriaci, trovarono nel sottosuolo salgemma, quarzo, mercurio, rame, cinabro, combustibili fossili, oro e argento. Lo sfruttamento dei vari filoni andò avanti per secoli, in quella parte del territorio definita dal Saraceni Conca dei metalli o California d’Italia. Documenti del passato illustrano nei dettagli le leggi da rispettare in materia di scavi. L’immane fatica dei minatori era a vantaggio degli sfruttatori, che pure dovevano versare a chi di dovere tributi e gabelle. Quando la portata delle estrazioni non assicurò adeguati profitti, furono abbandonate sia le miniere sotterranee che quelle a cielo aperto, caratterizzate da gradinate percorribili ancora oggi, in località poco distanti dal paese.

Oggi San Donato punta su risorse naturali e artistiche per farsi largo nel panorama turistico della Regione. Il Parco del Pollino gli appartiene. L’ambiente che ne circonda l’abitato è integro nella sua identità geografica, dovuta alla varietà altimetrica; difatti, passa da 180 a 1987 metri sul livello del mare. Acquaformosa, Lungro, Altomonte, San Sosti, Grisolia e Verbicaro si aprono a ventaglio sulla cornice naturale che comprende le frazioni di Policastrello, Ficara, Vallo Marino e Arcomanno. Pietraie e boschi sono esposti al sole dell’estate e alle intemperie dell’inverno insieme a pascoli e pinnacoli di rocce nude e scoscese. La parete più impervia è sul versante sinistro della Valle dell’Esaro. Ed è lì che si scoprono ripetuti passaggi su speroni verticali di natura calcarea. Pini loricati caratterizzano il Cozzo del Pellegrino, raggiungibile con buone scarpinate. Al Cozzo dell’Orso si arriva lungo il tracciato della vecchia ferrovia. La straordinarietà del panorama in cima si scopre dietro un costone di roccia che si staglia contro il cielo. Ed è subito mare, da Scalea a Palinuro. La Cresta di Vallescura si lascia alle spalle faggi e ontani prima di aprirsi sulla visione magica dello Jonio, a oriente, e del Tirreno, a occidente. Nella Catena della Mula si possono ammirare candide superfici di insospettabili nevai in pieno agosto. Ed ecco la sorpresa di cavalli allo stato brado, lanciati al galoppo. Per i geologi, non hanno segreti i fenomeni carsici dei dintorni. Dentro le grotte, appassionati studiosi aprono le pagine del grande libro della natura, scritto in ere lontane milioni di anni. Qui l’orogenesi è comune alle più ardite e spettacolari montagne del Trentino.
Tra i luoghi da visitare, c’è l’Antro di san Vito, utilizzato in passato come sepolcro durante i riti della Settimana di passione. Sopra uno dei due altari affiorano affreschi dedicati al martire cristiano, al tempo di Diocleziano. Sull’altro, una piccola cupola fa da tabernacolo. Nella piccola grotta, dedicata a Maria Vergine, ci sono dipinti a tempera di carattere religioso. In altre grotte sono evidenti schemi abitativi ricorrenti nelle civiltà rupestri mediterranee. Ciò che resta dell’antico Castello è adibito a case private, mentre mura di cinta e torre di guardia sono quasi completamente distrutte.

La Chiesa parrocchiale dell’Assunta, conosciuta anche come Chiesa della Terra, si erge in località Motta, espressione equivalente alla morfologia del luogo, costituito da materiale franoso. Di struttura romanica, piccola ma ben conservata, ha subìto rifacimenti tra il ’500 e il ’600. La pianta è rettangolare con abside a tre navate e pietra rustica a vista. Il prospetto principale, rivolto a valle, sovrasta l’abitato ed ha un bel portale con architrave, decorato con volta a strombatura unica inserita nella trabeazione. La stessa presenta tre lesene dall’ evidente funzione divisoria. Le nicchie delle due sezioni laterali sono prive di statue ma arricchite da paraste. La sezione centrale culmina con frontone ribassato di forma semicircolare, rosone cieco e lunette laterali. La ricongiunzione delle lesene con il basamento dà all’insieme una scansione armonica singolare, estesa a nicchie e portale. Non c’è un campanile vero e proprio, cioè un corpo a se stante; difatti, sul lato destro, si ergono le celle della torre campanaria, modanate e chiuse da lesene. Pochi gradini compongono la scalinata d’accesso con unico passamano a destra. Sempre a destra dell’ingresso, all’interno si trovano soppalco e coro. Il soffitto, di legno tinteggiato, conferisce al luogo di culto l’atmosfera giusta dei secoli passati. Mille per l’esattezza, dal momento che esiste dal X secolo. Nella tela esposta sopra l’altare maggiore, si riconoscono i caratteri propri della pittura di Mattia Preti. Al grande Cavaliere calabrese s’ispirò il pittore, che qualcuno identifica in Tommaso Fasano, nell’illustrare la Gloria di Maria Assunta in cielo, in risalto tra giochi di luce chiaroscurali. Un tempo vi era pure custodita una croce processionale d’argento, lavorata a sbalzo e a bulino, della seconda metà del ’400, realizzata da maestranze di Scuola meridionale. Statue di santi e confessionale sono del ’600.

L’arcipretura della S.S. Trinità, detta anche Chiesa Madre del Casale, si trova nel centro storico. Risale al XVI secolo. Presenta una sola navata e un’unica cappella ducale sulla destra, riconoscibile dallo stemma degli Ametrano, posto sulla lastra sepolcrale. Soppalco per organo e battistero sono all’ingresso. Il coro è dietro l’altare maggiore. Dispone anche di alloggio e sacrestia, più recinto scoperto, destinato all’ossario nei secoli passati. Il campanile, oggi in linea con il prospetto principale, ha tre campane e un orologio da torre. L’ affresco di san Pietro con le chiavi in mano è accanto al fastoso altare barocco di legno intagliato e dorato, sul quale spicca il quadro ad olio della Madonna del Rosario. Lungo le pareti laterali, abbellite con colonne dai capitelli corinzi sono allineati dedicati a Maria Immacolata, san Francesco di Paola e san Pasquale. Croci, statue e fonte battesimale, fanno parte del patrimonio sacro certamente più consistente nei secoli passati. Sull’arco in pietra di tufo scolpita della facciata barocca, spicca lo scudo con gli stemmi nobiliari delle famiglie Caracciolo e Sanseverino, che ebbero in feudo l’ampio territorio.

Il Santuario di san Michele è alle pendici di un’altura frequentata sin dal V-VI secolo. Si trova a un paio di chilometri dal centro abitato e consiste in due grotte comunicanti. Vi si accede attraverso un passaggio angusto. Le colonne accanto ad uno dei due altari fanno pensare al baldacchino edificato in epoche remote. Il culto dell’Arcangelo, introdotto nell’Italia meridionale dai Longobardi, è documentato su una parete dall’iconografia classica di Lucifero che soccombe sotto la spada dell’Angelo vendicatore. Su un altro affresco si indovina l’immagine della Madonna con in braccio Gesù Bambino.

L’itinerario religioso tocca altri luoghi di culto, famosi soprattutto in epoca medievale. La Cappella di san Donato sorge nella Frazione Pantano. È il cuore dell’ identità culturale e storica del paese. Costruita nel 1704, fu ingrandita nel 1893 e abbellita dagli Americani nel ’900. La facciata ha carattere essenziale. L’ingresso è sormontato da tre nicchie ad arco. All’interno troviamo due navate, divise da colonnato e sacrestia. Il centro è dominato dal grande dipinto ad olio su tela del Santo patrono, in gloria sul panorama del paese ai suoi piedi. Preziosi affreschi sono venuti alla luce durante occasionali lavori di restauro. Si tratta di 5 cicli pittorici su 2 diversi strati del X, XII e XIII secolo. Ora è premura di tutti farli tornare all’originario splendore.
L’antichissima Chiesa del Salvatore è nella frazione di Policastrello. Il primo intervento restaurativo voluto da Tommaso Vescovo di san Marco, è del 1346. Il bel portale ogivale in pietra finemente lavorata, è sormontato da una finestrella circolare e due piccole nicchie laterali. Sopra l’altare maggiore, è esposta la statua della Madonna del Rosario. Ai lati della nicchia con fastigio che la contiene, si trovano due belle tele, dipinte da pittori rimasti sconosciuti. Un pulpito del ’700, di pregevole fattura, sovrasta un bel confessionale intagliato. Nella quarta cappella di destra sono illustrati episodi della vita di san Francesco di Paola. Un affresco pregevole è dedicato all’Ultima Cena. Da segnalare anche lo splendido Crocifisso ligneo del ’600. Volendo arricchire le proprie conoscenze si può andare in visita all’Oratorio di santa Domenica per ammirare 5 affreschi del ’500. Di altri luoghi di preghiera restano tracce evidenti perfino su mura domestiche. L’oratorio di San Leonardo è diventato civile abitazione nel 1940. La memoria vivida dei cambiamenti succeduti nel tempo riguarda la Chiesa del Carmine, demolita nel 1960, in località Piazzetta, dove oggi si trova la statua della Madonna. Altre realtà religiose sono purtroppo scomparse definitivamente, travolte da eventi naturali. Come non pensare all’Oratorio di san Cristoforo, perduto per sempre nell’omonimo rione franato?
In questo borgo, tra i più significativi d’Italia, cultura, sapori e profumi s’incontrano piacevolmente nella Festa d’autunno, giunta quest’anno alla XX edizione, con la rinomata Sagra della Castagna.
Emma Viscomi

L'Idea Mimmo Rotella

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , | Posted On mercoledì 19 gennaio 2011 at 8:55 AM

Catanzaro inizio del nuovo millennio: è il freddo gennaio di undici anni fa, precisamente il 22 gennaio del 2000, il grande artista Mimmo Rotella è davanti alle Poste centrali di Catanzaro per ri-inaugurare, a distanza di mezzo secolo, una sua opera d'arte, un grande mosaico decorativo del periodo neo-geometrico che è appena stato restaurato e che abbellisce la facciata del Palazzo delle Poste. Dietro l'angolo un operaio prepara l'ultima fase del recupero impastando del cemento grasso per la gettata finale che servirà, a breve, ad accogliere la firma dell'artista. Ci sono i politici, c'è il sindaco e il presidente della Provincia, ci sono gli impiegati delle Poste, il pubblico affezionato, gli amici della Fondazione... per iniziare si attende l'arrivo della troupe televisiva della Rai per le riprese dell'evento “firma”. La troupe però, forse per il traffico, tarda ad arrivare. Il tempo passa, è tardi e ci sono in programma altri momenti celebrativi e di rito, una piccola grande conferenza del maestro. Rotella guarda l'orologio, il cemento fresco è già posato e lisciato sul posto, ma rischia di indurirsi troppo. Mimmo Rotella si guarda attorno, ci nota, vede che riprendiamo con una videocamera digitale e decide di affidarci, in esclusiva, le immagini dell'evento firma. Ci chiede di filmare. Rotella prende in mano il pezzo di ferro predisposto dall'organizzazione e traccia, una ad una, le lettere che compongono il suo cognome. La sua erre tanto caratterizzante, la o, una ti, una e, due elle ed una a.

Pochi attimi dopo, tra gli applausi dei convenuti, la sua preziosa firma è già incisa sul fresco cemento che indurendosi diventa parte dell'opera d'arte del cinquanta, del duemila, per sempre. Poi, terminata la firma, una piccola indecisione sulla data da apporre accanto al nome, decide di scrivere 50, l'anno della prima inaugurazione e, dopo un trattino, 2000, l'anno del recupero, della pulizia, del restauro e della rinascita dell'opera stessa ma anche della grande mostra allestita nelle sale del Complesso del San Giovanni, nella sua città. In effetti le decorazioni “rotelliane” delle facciate esterne delle Poste di Catanzaro e di Cuneo sono del 1949, un importante anno che vede Rotella inventore della poesia fonetica, denominata con un neologismo privo di senso dallo stesso artista “Poesia epistaltica”, un mix artistico sperimentale e culturale inedito, un metodo espressivo alternativo, un insieme di parole, alcune completamente inventate, di suoni, di fischi, di numeri, di rumori urbani e iterazioni onomatopeiche. Dopo la ri-inaugurazione arriva il momento delle parole, della memoria, dei ricordi ed anche della commozione. Rotella ringrazia tutti, ringrazia la sua città e ripercorre alcune tracce della sua vita, parla del suo lavoro appena ri-firmato: “L'opera del '50 corrisponde al periodo neo geometrico, allora ero disegnatore presso il ministero delle poste di Roma, dopo di che abbiamo preso il volo, siamo stati negli Stati Uniti, in Francia, abbiamo cominciato ad avere delle nuove esperienze fino a quando c'è stata l'illuminazione di un'idea”. L'Idea Rotella.
Franco Vallone

Premio Internazionale Limen Arte, la cerimonia di premiazione a Vibo Valentia

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On venerdì 14 gennaio 2011 at 9:27 AM

Il Premio Internazionale Limen, promosso dalla Camera di Commercio di Vibo Valentia, si conferma, anche quest'anno, uno dei più importanti eventi culturali in Calabria. Giunto alla sua seconda edizione, il Premio Limen è un importante veicolo di promozione del territorio attraverso l'attrattiva del messaggio estetico dell'arte, con percorsi di lettura e decodificazione di linguaggi che spesso, ai più, appaiono tanto stravaganti e incomprensibili. Limen Arte intente dare al territorio una sorta di guida, di un vero e proprio approccio didattico e pedagogico nei confronti dell'arte contemporanea. Come ha sottolineato il commissario della Camera di Commercio di Vibo Valentia, Michele Lico, “con Limen Arte si propone l'arte come luogo di incontro e di relazione, dove sviluppare un'etica del confronto, del dialogo e dell'integrazione, dove potenziare l'offerta culturale, sociale ed economica del territorio partendo da una comune contemporaneità che, sebbene diversamente interpretata e diversamente comunicata dalle varie anime che interagiscono - artisti da un lato e osservatori dall'altro- trova proprio nell'arte uno spazio privilegiato libero da qualsiasi possibilità di contrapposizione e dove solo ciò che ha valore sopravvive al tempo". La mostra del Premio Limen è davvero ben organizzata, curatissima nei particolari di allestimento, con le sale espositive all'interno del prestigioso Palazzo Comunale E. Gagliardi di Vibo Valentia e con l'autorevole presenza, all'inaugurazione, del critico d'arte Vittorio Sgarbi. La mostra che si è aperta l'11 dicembre ha registrato la presenza di tantissimi i visitatori, autorevoli le firme esposte, bello e raffinato il catalogo curato da Aleph Arte di Lamezia Terme e stampato da Romano Arti Grafiche di Tropea. Il catalogo contiene tra l'altro interessanti testi critici di Giorgio Di Genova –direttore artistico del Premio-, Toti Carpentieri, Claudio Cerritelli, Enzo Le Pera e Nicola Miceli. Le sezioni della mostra sono varie e suddivise in moduli espositivi, "L'opzione monocromatica: dal tutto bianco al tutto nero", con la presenza di autori come Angelo Savelli, Giulio Turcato, Augusto Sciacca, Max Marra, Maria Baldan, solo per fare qualche nome, vi è poi la sezione "Artisti Italiani" con artisti del calibro di Nik Spatari, Giovanna Fra, Lorenzo D'Angiolo, Stefano Tonelli ed altri; quindi la sezione "Artisti Stranieri" con artisti del calibro di Gabriela Bernales, Emil Ciocoiu, Greta Frau, Pierre Hamon, Fathi Hassan, Fukushi Ito, Nataly Maier, Shuhei Matsuyama, Mikulas Rachlik, Tetsuro Shimizu e Zhu Ye. Per la sezione scultura segnaliamo la presenza, tra gli altri, di Filippo Malice, Claudio Capotondi, Cesare Baccelli. Interessanti, e da seguire nei prossimi anni, le presenze della sezione "Calabresi Emergenti" con Maurizio Cariati, Pasquale Maria Cerra, Antonello Curcio, Francesca De Bartolo, Pasquale De Sensi, Elena Diaco Mayer, Salvatore Falbo, Alejandro Garcia, Andrea Grosso Ciponte, Alessandro Lato, Elda Longo, Mario Loprete, Vincenzo Marsiglia, Marcello Montoro, Giuseppe Negro, Fabio Nicotera, Katia Perna, Ernesto Spina, Sonia Talarico e Luca Valotta. Il Premio Internazionale Limen Arte della Camera di Commercio di Vibo Valentia è giovane ma è partito alla grande e con tutte le carte in regola per divenire il punto di riferimento ufficiale dell'arte contemporanea in Calabria. Sabato 15 gennaio, la cerimonia di premiazione del prestigioso evento nelle sale di Palazzo Gagliardi, alle ore 17.00. La mostra si chiuderà invece il prossimo 23 gennaio.
Franco Vallone

Il Santuario della Madonna della Grotta di Bombile (RC)

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On at 8:24 AM

La facciata, intagliata nella roccia bianca di arenaria, fa parte del fianco dritto di un costone aperto sul versante sud di Bombile, piccolo centro di 49 anime nel comune di Ardore, in provincia di Reggio Calabria. Per diritto ecclesiastico, fa parte della Diocesi di Gerace. In origine fu rifugio di monaci ed eremiti. Solo nel XV secolo si aprì al culto della Vergine Maria. Testimonianze brevi e concise recano la firma di monsignore Ottaviano Pasqua e del canonico penitenziario Giuseppe Antonio Parlà. Entrambi concordano con le verità contenute nelle epigrafi lette all’interno della costruzione. Una reca la data del 1508. Si trova sulla barretta della statua venerata dai fedeli sin dall’anno della collocazione sotto la volta ricavata all’interno della nuda roccia. La devozione nacque sulla scia di leggende di uomini di terra e di mare, decisi a dimostrare perpetua riconoscenza alla loro protettrice, una volta scampati a peste e tempeste, ma fu l’immancabile carro di buoi a portare il simulacro votivo nel luogo più adatto.
Gli animali, miti e pazienti, conclusero il loro viaggio davanti all’antro naturale presente nella roccia. Un altare bellissimo, in marmo policromo, completo di colonne e lesene, accolse nel 1749 il bianco di Carrara che abili mani di allievi della Scuola di Antonello Gagini, se non lo stesso Maestro, avevano trasformato nella figura a tutto tondo di Maria Santissima e Gesù Bambino con colomba bianca in mano. In corso d’opera, divenne indispensabile avere a disposizione sufficienti risorse idriche. Ancora una leggenda narra che acqua freschissima e purissima sgorgò da una sorgente che continua a fornire utili approvvigionamenti anche ai nostri giorni. A nulla valse il tentativo dei monaci basiliani di custodire la preziosa statua all’interno del loro convento, nei pressi del centro abitato. Un successivo quanto mai almeno nei modi inspiegabile trasferimento la riportò nel romito sito originario.
Ai lati del Santuario, furono ricavati due ampi spazi, adibiti a deposito e foresteria. Gli alloggi dei monaci consistevano invece in piccole celle. Una sola era ampia, annerita da umidità e forse anche da fiamme, caratterizzata dalla scritta 1571, definito in testi storici “ numero lucente di materia che dà vista di oro massiccio”. Le grotte dei piani superiori erano senz’altro migliori: areate, asciutte e salubri, garantivano una vita di preghiera ma anche di sacrifici inerenti alla vita monastica. Arrivare lassù non era impresa di poco conto. Non lo è neanche ora con 144 gradoni distanziati in modo da rendere percorribile il dislivello di 28 metri rispetto all’abitato di Bombile, a sua volta a 260 metri sul livello del mare. Impraticabilità o no del territorio, il Santuario fu per secoli uno dei più frequentati e famosi della Locride. Consacrato nel 1625, fu rimaneggiato in seguito fino ad avere una sola navata. L’aggiunta di due cappelle laterali dedicate una a Gesù Crocifisso e l’altra alla Madre Addolorata, fu decisa nel 1891, quando il portale d’ingresso fu completato con colonne corinzie dagli inconfondibili capitelli di foglie d’acanto. Secondo la tradizione, ai fedeli, arrivati davanti al Santuario per la prima volta, spettava il compito di far sentire il suono dell’unica campana, alta sulla roccia e priva di batacchio, a colpi di sassi, monete o pezzi di ferro. Solo così potevano garantirsi la certezza di ripetere il pellegrinaggio negli anni successivi. L’appuntamento era fissato per il tre maggio, ma le veglie cominciavano tre giorni prima, con riti religiosi e divertimenti pagani. Mistico e profano culminavano in liturgie, tarantelle e scialate, con l’immancabile consumo di cagli, nzuje e mostaccioli.

L’interruzione arrivò per tutti il 28 maggio 2004. Un crollo di grosse dimensioni si abbattè alle ore 12,30 sul Santuario. La roccia sovrastante si sbriciolò in una infinità di materiale fino all’altezza di 10 metri. Diverse persone, appena uscite dalla Chiesa, assistettero incredule al disastro ecologico di enorme portata, per fortuna, senza vittime.

Il recupero dell’opera del Gagini, rimasta miracolosamente intatta, mobilitò uomini e mezzi, laici e religiosi. Finalmente tre anni dopo, la difficile impresa andò a buon fine. Oggi si trova a Bombile, nella Chiesa Parrocchiale dello Spirito Santo con una bellissima novità: la testa coronata di Gesù e Maria, con una preziosa creazione di Gerardo Sacco.
Emma Viscomi

Scompare Pasquale Merlino, storica icona di Briatico

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On mercoledì 12 gennaio 2011 at 2:12 PM

E' scomparso, all'età di ottant'anni, Pasquale Merlino, personaggio briaticese d'altri tempi, persona affabile, disponibile e cordiale con tutti. Calzolaio figlio del mastro calzolaio del paese con bottega accanto al lavatoio, Merlino in gioventù era emigrato al nord e, successivamente, era rientrato a Briatico. Socializzava facilmente Pasquale Merlino e si prestava, con piacere, ad essere immortalato in scatti fotografici e riprese con, sullo sfondo, le bellezze della sua Briatico. Alcune volte intratteneva i turisti nell'area della marina con le sue storie, era un vero raccontatore di fatti e di memorie inedite. La sua immagine, la sua fisicità, i suoi baffi, icona di identità meridionale, è stata ripresa e pubblicata più volte da reporter, troupe televisive, giornalisti stranieri di passaggio. Modesto, amico di tutti, aveva anche un suo luogo preferito Pasquale Merlino, amava da sempre lo spiazzo attorno alla vetusta torre Rocchetta, alla Marina di Briatico, stava spesso accanto alla sua auto verde ad osservare, per intere ore, il mare, sotto il suo personale e ombroso albero di acacia o ad un vicino pino marittimo. Oggi l'albero di acacia e il pino marittimo non ci sono più alla marina e nemmeno quel simpatico omone tanto fotografato da turisti, viaggiatori e reporter a caccia della tipicità del Sud. La foto più emblematica della sua figura resterà sicuramente quella scattata intorno al 2000 da Ilona Witten e pubblicata sull'autorevole guida turistica in lingua tedesca Kalabrien, delle edizioni Dumont di Colonia, scritta e curata dalla stessa Witten nelle edizioni italiane e tedesche. La bella foto, solare e colorata di estate, lo ritrae di spalle Pasquale, mentre ammira la sua antica torre della memoria, costume a righe, paglietta in testa, abbronzatissimo e mani sui fianchi, fiero della sua appartenenza e delle sue origini briaticesi, come sempre.
Franco Vallone

L’evoluzione urbana ed architettonica nella comunità Arbëreshë di Caraffa

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On lunedì 10 gennaio 2011 at 3:35 PM

Ha avuto luogo il 28 dicembre a Caraffa il dibattito sulle emergenze architettoniche ed urbanistiche del centro del catanzarese.
Vi hanno preso parte, il sindaco del piccolo centro Antonio Migliazza, l’assessore comunale alla cultura Luigi Comi, il responsabile dell’U.T.C ., arch. Vito Migliazza e i Relatori arch. Rosario Chimirri, la prof. Cettina Mazzei e l’arch. arbëreshe Atanasio Pizzi.
Il tema è da considerarsi di importanza storica, infatti il dibattito ha rappresentato il segmento che chiude quell’ideale cerchio che avvolge tutte le pertinenze arbëreshe.
Per la prima volta si è posta l’accento su quel sistema di spazi, strade e abitazioni che hanno e consentono a tutti i popoli de mondo di esprimere se stessi e migliorarsi attraverso i canali della lingua della socializzazione dei costumi e delle arti.
È stato tracciato un itinerario logico-storico, in merito alle dimore albanofone, ritenendole di importanza essenziale poiché identificative rispetto le genti autoctone.
Si è trattato l’argomento gjitonia, avvolto sino ad oggi da una miriade di teoremi che non hanno mai avuto nulla a che spartire con il modus vivendi degli albanofoni.
Si è parlato dello stato di abbandono in cui versa il piccolo centro storico della Provincia del Catanzarese che rappresenta proprio per questo un tesoro di valore inestimabile.
Sono Stati identificati un numero considerevole di Katoi, nelle tipologie facilmente databili ai periodi sismici e pre sismici che hanno visto interessato il centro storico, sistemi di edificazione del primo, del secondo, del terzo periodo in oltre sono stati posti all’attenzione degli amministratori una serie di manufatti che possono dare un aiuto inestimabile a chi come me da anni si occupa di queste tematiche.
Durante il dibattito si sono delineate le direttive e le possibilità economiche che il piccolo centro potrebbe perseguire per mettere alla ribalta il patrimonio che sino ad oggi non è mai stato opportunamente valorizzato perché, a torto , ritenuto di importanza minoritaria.
Come i forni, i camini e i tanti oggetti di uso comune che vi sono contenuti e ricoperti da decenni di incuria, o il preziosissimo frantoio collocato proprio all’interno del perimetro storico che attende da anni di poter raccontare e segnare la storia economica di questo centro.
Caraffa di Catanzaro è stato, secondo le sequenze migratorie a tutte note, uno dei primi insediamenti di Calabria primato cui ne ha aggiunto un altro, quello di intuire che se oggi si parla una lingua e si scandiscono una miriade di tradizioni queste hanno ragione di essere, perché hanno avuto un sito dove crescere e continuare a rimanere vive nei contesti e nelle menti degli albanofoni.
Tutti i popoli con le loro architetture e i loro sistemi urbanistici hanno lasciato segni indelebili per essere identificati, mi chiedo perché sino ad oggi si è prevalentemente valorizzato altro nel mondo di arberia, non considerando il patrimoni edilizio come in altri territori italiani.
Interi centri storici albanofoni di provincie più fortunate sono divenuti dei luoghi ove esprimere valori e metodologie architettoniche che non ci appartengono, Caraffa può ritenersi fortunata per non aver seguito questa tendenza e comunque ha davanti a se una strada che ha l’opportunità di non scegliere e aggiungere così un nuovo primato, in altre parole quello di essere l’unico centro albanofono con tipologie edilizie recuperate adeguatamente e con rispetto, rendendole disponibili alle generazioni e alle gjitonie del futuro.
Arch. Atanasio Pizzi

Calabria Erotica - Il nuovo libro di Sharo Gambino …come rosso vino e carne di capra bollente

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On at 10:00 AM

Calabria Erotica, questo volume che sta per uscire per la Città del Sole Edizioni di Reggio Calabria è l’ultimo libro di Sharo Gambino. L’ultimo lavoro di quel grande autore calabrese di Vazzano, di Serra San Bruno, della Calabria, del mondo intero, del Sharo con l’acca dopo la esse per essere ancora più precisi. Altre “cose” piccole e grandi forse usciranno in futuro, altri appunti, altri scritti che il maestro voleva dare alle stampe. “Cose” postume di Sharo Gambino, scrittore noto dappertutto, Sharo Gambino, personaggio della cultura inter-nazionale trattato non sempre bene dagli ambienti culturali, universitari e letterari calabresi. Corrado Alvaro, Saverio Strati, Fortunato Seminara, Mario La Cava, Leonida Repaci, Francesco Perri, Antonio Altomonte, Raoul Maria De Angelis e… Sharo Gambino... a pensarci bene bastano le dita delle mani per contare i veri personaggi della letteratura calabrese. Il libro, con la copertina firmata da una figlia dello scrittore, Rossana, e la revisione e correzione dei testi curata dalla figlia Marinella, ora è (quasi) pronto, anche se Sharo Gambino, purtroppo, non c’è più da più di due anni. Tempo fa, tanto tempo fa, Gambino, in uno degli annuali incontri, che poi in effetti erano “mangiate di carne di capra bollente”, per onorare l’onomastico di don Peppino Scopacasa, a Spadola, ci aveva confidato di voler scrivere sul tema dell’erotismo tutto calabrese dopo aver letto e presentato, con una preziosa introduzione, il volume Dire tutto senza dire niente, pubblicato anni addietro per i tipi della Mongolfiera Edizioni di Doria di Cassano Ionio. Tutto questo succedeva accanto ad un’allegra compagnia di strani poeti, musicisti, cultori e artisti popolari delle Serre vibonesi, davanti al carnale vino rosso del Poro e al famosissimo, annuale come l’onomastico di Don Peppino, pentolone di carne di capra bollente, rossa, piccante, selvatica, erotica e calabrese. Roma, anni ottanta: lo studio dell’artista Enotrio Pugliese, in via Sebino, è appollaiato ancora un piano al di sopra del quinto piano, segnato al citofono del condominio come ultimo piano. Lui, il grande maestro della pittura solare, è il “raccontatore” ufficiale dei colori e della luce dell'intero Sud. Enotrio ci parla ancora una volta della scrittura calabrese e della grande stima per l’amico Sharo di Serra San Bruno. Enotrio è fortemente deluso da come lo scrittore viene trattato, culturalmente, da alcuni docenti universitari. Parla di Gambino come “uno degli scrittori più importanti del Sud” e ritorna spesso a parlare di lui raccontando della Calabria e dei calabresi, del mare di Pizzo, del Vizzarro, di Vazzano, del tonno sott’olio e dei calabresi emigrati. Non è casuale che il grande pittore ritornando alla terra e al buio per sempre abbia chiesto di essere accompagnato, per il suo ultimo viaggio, da sole sette persone primo fra tutti il suo grande amico Sharo. Grande infinita stima la sua verso una persona grande e modesta nel contempo e da sempre. La scrittura di Gambino, molto spesso ingiustamente dimenticata, meriterebbe invece di essere discussa, riletta, solcata in profondità nelle università calabresi e italiane ed invece, come per molte altre cose calabresi, solo le università straniere di oltreoceano percepiscono, valorizzano e si arricchiscono culturalmente con la scrittura di Gambino. Avevamo incontrato Sharo Gambino nella sua Serra San Bruno. Alle pareti della sua casa tante grandi tele di amici pittori, di Mico Famà di San Costantino Calabro, di Berenice Russo Amoruso di Cirò Marina, dello stesso Enotrio Pugliese… sculture bellissime e slanciate agli angoli della stanza, mentre al centro campeggiava un giovanile e misterioso autoritratto. Sharo Gambino, antico pittore passato ad altra arte, «per non sporcare con i colori» sottolineava. Un linguaggio più pulito, quello della scrittura, ma che forse può lasciare segni ancora più colorati della pittura. Gambino ci raccontava, con una straordinaria profondità, dei ricami che la vita riserva, degli itinerari sorpresa che essa ci può presentare all’improvviso. Sharo ci narrava di un suo speciale incontro con il grande attore Vittorio Gassman e del successivo contatto culturale con Paola Gassman e Ugo Pagliai, figlia e genero dell’attore, personaggi famosi che ha poi rincontrato a Soriano Calabro e al castello di Vibo Valentia per realizzare una simbiosi tra parola e racconto, tra scrittura e dizione, tra attori e personaggi, autori e protagonisti. Un recupero improvviso del sognatore e del realizzatore, del segno astratto e del reale, della visione e della tangibilità. «Vittorio Gassman - ricordava Gambino - lo conobbi proprio in occasione dei Premi Chiaravalle. Gli demmo il premio per il suo bellissimo libro Un grande avvenire alle spalle. Ricorderò sempre quella serata con la sua imponente presenza. Poi Gambino aggiunge: qualche tempo dopo dovevano presentare il mio libro Fischia il sasso. Si scelse per l’occasione il relatore Emilio Argiroffi e a Taurianova andammo a trovare il senatore per gli ultimi dettagli organizzativi. Dopo aver parlato con Argiroffi, andammo a salutare Cesare Berlingeri, che mi aveva promesso pure una tela. La sorpresa nel trovare nella sua casa proprio Paola Gassman e Ugo Pagliai… ed oggi loro leggeranno la mia scrittura. Che strano, persone che pensi non incontrerai mai poi li ritrovi all’improvviso sul tuo cammino, addirittura due volte!. Ora che Sharo Gambino non c’è più vogliamo ancora ricordare, continuiamo questo viaggio tra le cose di casa Gambino: una bellissima e preziosa acquaforte di Enotrio raffigurante una capretta, riporta a matita, sotto la scritta prova d’autore, questa straordinaria dedica: a Sharu Gambinu dispettusu e tostu comu na crapa. Pizzo, 1983. Poco più sotto una cornice contorna un pezzo di carta con una dedica del 1977: Caru Sharu, ca ti lu dicu a tia, di quando mi ndi jivi i stu paisi, nommu m’astutu chjanu i cardacia mi nzonnu, penzu e ciangiu n’ calabrisi. Sharo Gambino ha collaborato con la Rai, con la sede regionale della Calabria, dal 1960 fino a qualche anno fa, quando, con il giornale radio di cui era redattore Franco Martelli, ha avuto la possibilità di intervenire con appuntamenti fissi, interviste ad Annarosa Macrì e con una rubrica che si titolava proprio “Firmato Sharo Gambino”. Da sessant’anni a questa parte il nome di Sharo Gambino è stato legato sempre alle più importanti iniziative culturali con scoperte importanti ed inedite prese di posizione, tanti scoop giornalistici e racconti sempre bellissimi e affascinanti.
Franco Vallone

“La scenografia nel presepe” di Giulio Pettinato

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On at 9:55 AM

Si chiama Giulio Pettinato, è calabrese di Vibo Valentia Marina dove è nato nel 1955, da due decenni vive e lavora in provincia di Roma, nella fascinosa Castel Gandolfo tanta cara ai Papi. Da anni Pettinato è attivo in ambito internazionale nel campo della scenografia di interni e vanta collaborazioni con enti e strutture pubbliche e private. Tra l'altro ha realizzato preziose decorazioni ed "interventi d'arte" per tantissime abitazioni private ma anche per uffici, alberghi, chiese e teatri. In tre edizioni del "Festival di Spoleto" ha curato, con successo, esposizioni tematiche sulla scenografia, poi ancora una carriera costellata di prestigiosi allestimenti scenici al Teatro Rendano di Cosenza, per "I cantori di Brema" di Gaetano Panariello e successivamente al Teatro Argentina di Roma, ai Percorsi Musicali di Castel Gandolfo e per l'importante installazione scenico-scultorea di "Connessioni Mediterranee", opera del compositore greco Nikos Filaktos, al Fringe Festival di Edimburgo. Un artista completo Giulio Pettinato, che spazia continuamente dalla scenografia alla decorazione, dalla scultura alla pittura, con ben cinquanta esposizioni personali curate in mezzo mondo.
Ora Giulio Pettinato, da qualche anno, si occupa in modo speciale del periodo di Natale con interventi di vera e propria presepistica non convenzionale. Ogni presepe diventa quindi spazio scenico nel quale individuale, focalizzare, mettere in evidenza spazi rimodellati dalla fantasia, dal tramandato popolare e popolaresco. Pettinato prende dalla tradizione e trasferisce all'arte, illumina teatralmente lo spazio del racconto di Natale, lo rende prospetticamente funzionale alla scena e al palcoscenico, anima e inserisce sceneggiature nei quadri d'azione, crea, in modo assai originale, veri e propri frame, fotogrammi filmici.

La sua concettualità operativa la scrive e la descrive bene Masina Carravetta nella presentazione in catalogo: "Che il sistema dei consumi abbia preso il sopravvento sul sistema dei valori è cosa ormai tristemente assodata. Il nostro tempo sembra minato dall’ossessione dell’utile , dal culto del profitto, dall’emarginazione di ogni persona non funzionale, non produttiva. Forse per tutte queste ragioni una mostra di Giulio Pettinato, che coniuga tradizione, talento scenografico e poesia , può attrarre tutti coloro che cercano una zona franca nel turbine natalizio. Le scenografie presepiali di Pettinato, esposte in questi giorni, interpretano, con delicatezza e stupore, il tema dell’attesa, della famiglia, della nascita. Momenti ai quali siamo tutti profondamente legati e nei quali cerchiamo di identificarci incessantemente, anno dopo anno, anche quando la vita ci trasforma e ci indurisce".
Franco Vallone

Il 5 gennaio “Giornata dell'Anziano” a Briatico

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On martedì 4 gennaio 2011 at 2:12 PM

La Giornata dell'anziano 2011, una bella iniziativa sociale organizzata dalla Comunità Parrocchiale con il patrocinio dell'amministrazione comunale di Briatico. Una manifestazione che si svolgerà il prossimo 5 gennaio nei locali della Scuola media di Briatico. La “Giornata” prevede, nel programma ufficiale, un primo momento di accoglienza e socializzazione di tutti gli anziani del paese, dove a porgere gli auguri e i saluti, saranno il dinamico parroco della chiesa di San Nicola, don Salvatore Lavorato, e il sindaco di Briatico, Franco Prestia. Alle ore 11.00 verrà celebrata la Santa messa presso la chiesa Matrice e successivamente, alle ore 12,30, verrà offerto a tutti gli ospiti invitati un pranzo comunitario, allestito sempre nei locali della scuola media. A seguire è prevista tanta animazione con la collaborazione dell'Oratorio San Nicola. L'appuntamento è occasione per ritrovarsi, stare insieme e passare una giornata, bella e divertente, all'insegna dell'amicizia, dell'incontro, della socializzazione e della condivisione. Un modo per rivedersi, tutti assieme, ritrovarsi e passare del tempo, sostando, ricordando e ritemprando lo spirito, per poi riprendere il nuovo anno con rinnovato vigore. Intanto, proprio in questi giorni di festività natalizie, prosegue l'opera dei tanti volontari impegnati a distribuire tutti gli inviti personali, direttamente agli invitati e casa per casa.
Franco Vallone

Natale a Soverato tra novità e tradizioni

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On at 9:16 AM

Dicembre. Andiamo, è tempo di presepi, di strade illuminate, di abeti addobbati.
In questo periodo, l’allegria non è solo prerogativa dei più piccoli. Appartiene a tutti, indipendentemente dall’età. Come i ricordi. Per gli anziani, è l’occasione giusta per rievocare i begli anni andati, quando bastava trovare in tavola un piatto caldo per respirare l’aria della festa. Il rito delle visite ai parenti cominciava la Vigilia della Notte santa. Le donne non partecipavano ai doveri di rappresentanza, né prendevano parte ai discorsi degli uomini seduti attorno al braciere: troppo impegnate in cucina a preparare muruneddhi, zippuli, copete e pignolate. L’aria profumava di cose buone e genuine. Per fortuna, ancora oggi, è possibile gustare queste delizie dal momento che certe tradizioni non sono andate perdute. A Soverato e dintorni, anche le giovani signore si cimentano ai fornelli con risultati apprezzabili. La sfida culinaria si basa sui consigli di nonne, suocere e mamme, affatto gelose dei segreti del mestiere.

Non sono solo farina, olio e vino gli ingredienti necessari per decretare il successo dei muruneddhi. Occorre anche un tocco di classe, cioè, l’impronta dei polpastrelli sull’impasto sagomato a mo’ di cilindro e schiacciato sul fondo di un crivello. Quanto alle copete, guai a non rispettare l’amalgama tra miele, gocce d’acqua e semi di sesamo, utilizzati anche per le giurgiulene. Altre proporzioni servono per ottenere gustosi zippuli a base di farina di castagne o ceci, e con l’aggiunta qualche volta di miele o acciughe diliscate. Il pomeriggio va bene per la lievitazione. La sera per frittura e consumazione. Si va da una casa all’altra con la scusa di giocare a tombola e mercante in fiera. Ma che fine ha fatto il cilaro? Molto in voga fino a cinquant’anni fa, si identificava con il significato dell’antica voce verbale cilari, cioè ruzzolare, scivolare, lanciare per terra. Il gioco si svolgeva con tanto di pedana di legno o di cartone e nocciole utilizzate dai partecipanti per colpire bersagli posti a distanza su un qualsiasi piano. Per i maschi andava bene il manto stradale di una via o l’ angolo appartato di una piazza. Per le femmine era il pavimento di casa il luogo deputato. La posta in palio consisteva prima di tutto nello sfoggio di abilità da parte di ciascun giocatore. Se bottino doveva essere, si faceva incetta di spiccioli, oltre che della stessa frutta secca presa di mira nel corso di appassionanti tornei. Poca cosa davvero, ma vogliamo mettere la soddisfazione di sbaragliare gli avversari, soprattutto le rappresentanti del gentil sesso, che non hanno mai avuto nella mappa del loro DNA i geni del cacciatore. Roba da maschi, come le carte a briscola, tresette e scopone scientifico. Le ragazze, oggi come una volta, gradiscono la tombola, certamente più rassicurante, con i numeri estratti segnati da fave secche o bucce di mandarino e la conversazione condotta sotto tono per non infastidire i vicini di gomito. Gli argomenti non mancano neanche davanti alle vetrine di Corso Umberto, durante lo struscio pomeridiano. Ogni anno la manifestazione è diversa. L’anno scorso fu Natale in Corso a riscuotere successo per gli addobbi di vetrine e negozi personalizzati da ogni rivenditore. Anche quest’anno gli alberelli con luci intermittenti e fili d’argento sembrano superati rispetto a decorazioni sofisticate, a novità ricercate. L’ispirazione geniale vince con elementi moderni ma soprattutto inusitati. Di tutto e di più, pur di catturare attenzione, affari ed emozioni. Le illuminazioni, sospese sulle vie principali, rappresentano un appuntamento da rispettare. Sapeva di fiaba la casetta di legno, costruita davanti alla Scuola elementare di Soverato Superiore, per i doni da destinare ai bambini bisognosi. Fino agli Anni ’60, nella Chiesa dell’Addolorata, si allestiva un presepe monumentale con angeli e pastori di vecchia data. Oggi si lavora ugualmente, non solo d’ascia e di martello, per realizzare all’aperto ambienti diversi, magari soltanto circoscritti alla grotta, attorno alla quale radunare adulti e bambini per l’inaugurazione o per una festa collettiva durante le sospirate vacanze di Natale. I Presepi di Quartiere sono arrivati alla VI Edizione consecutiva. L’impegno degli abitanti di Arenile, Bomporto, Caramante, Corvo, Poliporto, Portosalvo, Suvararo e Torrazzo, non conosce ostacoli nel voler vincere a tutti i costi la palma della vittoria con opere originali o tradizionali, non importa. La sfida è nella gioia e nella partecipazione alla festa più bella dell’anno, sotto l’insegna della stella cometa da accendere sulla capanna di Gesù Bambino.

A scuola si vivono giornate frenetiche già prima dell’Immacolata per recite con poesie, canti e balli da eseguire davanti allo stuolo di parenti commossi fino alle lacrime. Poco importa se all’ultimo momento si registra la defaillance di chi non sente il fuoco sacro dell’arte e si rifiuta di salire alla ribalta per raccogliere applausi e consensi.
Il Pala Riverso è preso d’assalto in occasione della Fiera di Natale, per concerti (ultimo ad esibirsi, in ordine di tempo, Max Gazzè), o per il veglione di san Silvestro con Dj di RTL. Uno spettacolo insolito riguarda i giochi di luci, musiche e colori delle Fontane danzanti, ammirato presso l’Acquario comunale, dove non poteva mancare un originale presepe subacqueo
E veniamo al 31 dicembre con i tradizionali botti accesi sul golfo di Squillace, illuminato a giorno prima e dopo l’attimo fuggente, ovvero il momento zero, linea di separazione tra 2010 e 2011. A Soverato, per l’addio all’anno vecchio, si preferisce la movida della notte bianca da trascorrere in compagnia di amici e conoscenti, passando da un ritrovo e all’altro, finché i tradizionali brindisi non lasciano il posto al consumo di latte e cornetti nei bar rimasti aperti. Nell’Ottocento, grandi e piccini si svegliavano con le note della strina, canto augurale portato in giro al ritmo scandito dal sazen, arnese di ferro usato per frantumare pietre di sale. Nel Novecento, alla secolare consuetudine musicale subentrò la distribuzione di soldi e dolciumi. Ai nostri giorni i pargoli poltriscono a letto, con accanto i doni trovati sotto l’albero la notte del 24. La figura nordica di Babbo Natale trionfa a spese della vecchia Befana, che non scende più come una volta sulle case a cavallo di una scopa spelacchiata. In compenso resistono altre tradizioni. Per esempio, le nenie degli zampognari, al seguito della statua di Gesù Bambino che il primo gennaio lascia la Chiesa parrocchiale per entrare nelle case dei residenti. La tradizione è antica e per fortuna non dà segni di cedimento. Quando gli abitanti erano poche centinaia, godevano più a lungo della presenza del parroco e del Bambinello con tanto di riccioli, abbigliamento in seta e testa coronata. Adesso il rituale della visita è molto rapido ma ugualmente ben accetto, in segno di devozione.

Nel giorno dell’Epifania la destinazione è contrada Turrati, dove il parroco, don Giorgio Pascolo, celebra la messa in aperta campagna. Sul far della sera, si torna in paese al suono delle zampogne. L’appuntamento corale si conclude in chiesa con il Te Deum di ringraziamento, mentre fuori i fuochi d’artificio mescolano scoppi e colori al rintocco allegro delle campane. La festa popolare si concluderà con l’estrazione del biglietto vincente della Lotteria legata a Soverato Shopping. Per conoscere il fortunato vincitore, bisognerà aspettare la fine di gennaio. Auguri a tutti!
Emma Viscomi

* Ci scusiamo per la tardiva pubblicazione dell'articolo.

Il Tesoretto di Soverato

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , | Posted On at 9:10 AM

Correva l’anno 1915 quando in località Sopralupo di Soverato, un colpo di vanga provvidamente assestato da Giovanni Maida, rivelò la presenza del vaso di terracotta che aveva custodito, per secoli e secoli, 32 monete d’argento di età ellenistica.
Il contadino, ragionevolmente compreso nell’emozione del momento, coltivò l’idea di avere tra le mani un piccolo tesoro. Poiché non sapeva né leggere né scrivere, si consultò subito con un dotto del paese. Successivamente incaricò il figlio Giacomo di stabilire contatti con chi di dovere per trarre profitto dall’insolita scoperta. Il giovane, calzolaio per mestiere e consigliere comunale per passione, mise da parte suole e tacchi, prese carta, penna e calamaio e scrisse alla Soprintendenza Calabra per gli Scavi di Reggio Calabria. La risposta ai quesiti posti arrivò puntuale con dovizia di spiegazioni nei particolari. La firma in calce era del direttore, «signore illuminato», inviato nella Città dello Stretto, dal Governo centrale di Roma capitale. Rispondeva al nome di Paolo Orsi. Cominciò così lo scambio epistolare tra lo scrivano soveratese, scolarizzato dalla frequenza alle classi elementari, ed il grande nume tutelare dell’Archeologia meridionale. A fare da tramite tra i corrispondenti, furono i Carabinieri del Regno d’Italia, incaricati di eseguire indagini sulla quantità dei pezzi ritrovati, da esaminare negli uffici reggini, unitamente al vaso, purtroppo ormai irrimediabilmente ridotto in cocci, e a consegnare, a contenzioso risolto, il premio spettante al fortunato scopritore, precedentemente invitato ad esprimere, in piena libertà e consapevolezza, la propria volontà di scelta tra i lotti indicati.
Tra il Maida, che giustamente reclamava i suoi diritti e il Sovrintendente che altrettanto giustamente si dichiarava pronto a soddisfare ogni richiesta, purché sancita a rigor di legge, si mise a fare da terzo incomodo Costantino Chiefari, con pretese e testimonianze considerate fuori tempo e fuori luogo e quindi definitivamente respinte con prove documentate. Il carteggio che ne seguì, fu essenziale, inalienabile nel dipanare l’intrinseca questione attorno all’oggetto del contendere. Ora è tra le pagine del libro intitolato Il tesoretto di Soverato nei documenti di Paolo Orsi, pubblicato da Calabria Letteraria Editrice. Il testo, curato da Angela Maida ed Eliana Iorfida, ha avuto lunga e meticolosa gestazione: sei anni di appassionato lavoro, portato a compimento anche da Raffaele Riverso, grazie all’intervento finanziario dell’Amministrazione comunale di Soverato, che ha dato ancora una volta prova di apertura e sensibilità verso la cultura e la valorizzazione territoriale, nella persona del sindaco Raffaele Mancini e dell’assessore Salvatore Riccio.
Alla realizzazione del progetto ha contributo la dottoressa Simonetta Bonomi della Soprintendenza ai Beni Culturali della Regione. La pubblicazione, presentata nella sala conferenze dell’Acquario di Soverato, con tavole esplicative e di completamento, vuole essere un omaggio alla significativa figura di Paolo Orsi, primo sovrintendente della Calabria e ideatore del Museo Nazionale della Magna Grecia, nel 150.mo anniversario della nascita. La raccolta dei documenti è uno spaccato di interessi soggettivi individuali nell’ambito storico della scoperta, ridotta quanto si vuole nelle dimensioni, ma non per questo meno importante nel concetto, di per sé universale, come testimonianza oggettiva di insediamenti abitativi risalenti al periodo che va tra IV e I secolo a.C. nel circondario di Soverato, documentati anche in altre sedi e altri modi.
Già nel 1979, l’allora sovrintendente Elena Lattanzi, riferendosi all’area di Mortara, parlava di
« contesto di eccezionale interesse » da tenere sotto controllo. Ancora prima, esattamente nel 1926, il professore Salvatore Marino Mazzara, funzionario della Soprintendenza, suggeriva di considerare archeologica la stessa e di estendere la massima attenzione anche alle attigue Spina Santa e Mangiafico, per evidenti tracce nel sottosuolo e per reperti venuti alla luce casualmente. Andando ancora indietro nel tempo, si approda ai primi decenni del ’900 con numerosi ma meno noti rinvenimenti, attestati da Vincenzo Sangiuliano, direttore delle Scuole Professionali Marittime. A don Gnolfo e Domenico Caminiti sono riconosciuti altri meriti, essendo stati autori di scoperte e studi approfonditi tra il 1971 ed il 1984.
Il tesoretto in questione è dunque argomento di interesse e attualità . Lo studio delle monete è condotto con rigore scientifico dall’archeologo Alfredo Ruga. In rilievo su di esse, spiccano animali reali e figure mitologiche. Si tratta di aquile, chimere, pegasi, eccetera, comuni alla numismatica di Taranto, Velia, Metaponto, Kroton e Locri, polis con diritto di battere moneta. Il saggio, inserito nel testo e presentato da Manuela Alessia Pisano, guida alla conoscenza di Paolo Orsi, intento a tessere, in tempi non sospetti, i presupposti per la rivalutazione, conoscenza e tutela del patrimonio da ricercare nei siti compresi tra Pollino e Stretto di Messina. L’esposizione dei contenuti, la puntigliosità del linguaggio sono note di colore aggiunte al coraggio manifestato da Giovanni Maida nel contrapporsi all’autorità, rappresentata nello specifico dall’illustre Archeologo di Rovereto. La diatriba sul merito della scoperta e l’assegnazione del premio di riconoscimento arrivò a termine, con buona pace di tutti i contendenti, sulla base dei principi stabiliti dallo Stato, detentore del bene e contemporaneamente debitore nei confronti dell’occasionale scopritore. La tradizione orale fece il resto con fantasticherie alimentate dalla viva voce dei concittadini soveratesi, i quali, 95 anni dopo il ritrovamento, avranno l’opportunità di ammirare tutte e 32 le monete ritrovate. Dove? Nelle sale espositive del Museo Scolacium di Roccelletta di Borgia, diretto dalla dottoressa Maria Teresa Iannelli. Per la prima volta, saranno finalmente visibili, in luogo appropriato, certamente consono alla storia di tutto il circondario, entrambi i lotti: uno messo a disposizione dalla Sezione Numismatica del Museo di Reggio, e l’altro gentilmente concesso dal privato, attuale proprietario della quota parte, ricevuta per il ritrovamento, e successivamente acquisita. L’appuntamento è dalla seconda metà di dicembre al 18 gennaio 2011. Adesso l’auspicio è di andare avanti, con interventi programmati e sistemici. Urge, ad esempio, la realizzazione di apposite carte attingendo ad archivi storici e materiale bibliografico. Attraverso l’azione congiunta di assessori locali, provinciali e regionali, possono essere raggiunti, in luoghi che hanno portato alla luce sepolcri e corredi funerari, altri ambiziosi risultati, sotto l’egida della Soprintendenza e con il contributo fattivo del Gruppo archeologico intitolato a Paolo Orsi , fondato nel 2005 da Angela Maida, che lo dirige tuttora.
Allora i volenterosi si definivano amici ed erano in pochi. Tra viaggi culturali, scavi entusiasmanti e ricerche appassionate, in 5 anni, sono diventati 50 soci.
Emma Viscomi