Soverato: Ritorno al passato

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On lunedì 20 dicembre 2010 at 10:13 AM

Michele Repice è un tecnico dal cuore tenero.
Non per nulla è architetto di professione ed archeologo mancato di elezione
Risale a parecchi anni fa, l’intenzione di ricostruire, documenti alla mano, vita, morte e miracoli degli abitanti di Soverato Vecchia, insieme di mura e case diroccate sul crinale d’una modesta collina, bagnata alla base dal Beltrame, fiumara secca in estate, travolgente in periodo di piogge, in provincia di Catanzaro.
Per la sua posizione, riporta alla mente Hissarlik la magica altura turca dove Schielmann scavò, convinto di poter dimostrare l’esistenza dei luoghi cantati da Omero.
La collina calabrese non ha mai, o se preferite ancora rivelato, la presenza di reperti risalenti all’ età della pietra o della Magna Grecia, tuttavia nasconde in sé il fascino di un passato abbastanza recente di vite vissute e documentabili ai nostri giorni, come ha, in effetti, dimostrato Repice con la sua ricerca.
Nel 1783 Soverato Vecchia fu colpita da un terremoto, che produsse più danni alle cose che alle persone. Numerose le scosse avvertite: la prima agitò gli animi e diffuse il panico; la seconda mise in fuga gli spauriti e sparuti abitanti; l’ultima ebbe ragione di 25 case, mura di cinta e Palazzo baronale “intraperto”. Unica vittima: Caterina Piperata, bimbetta colta nel sonno innocente dei suoi primi due anni di vita.
A esodo ultimato, nuova dimora divenne la collina prospiciente, superiore in altitudine ma sicuramente inferiore nel numero di abitanti. I fuggiaschi, 302 anime in tutto, tornarono a recuperare cose ed effetti personali nelle case abbandonate, forse anche materiale di risulta ma non poterono riappropriarsi di documenti importanti dei quali furono trovati, anni dopo, pochi frammenti, salvati miracolosamente tra” putrefatte scritture”, alla cui ricerca si era posto un sacerdote di buona volontà. Non rimane, dunque, alcuna traccia di tanti manoscritti che dovevano essere, ma anche essere stati fondamentali per la storia della piccola comunità. Per fortuna, sussiste la Platea, inventario di beni, giurisdizione, censi ed entrate della terra di Soverato del 1650; la Lista di Carico, riguardante i beni della Chiesa del 1784; la Bibliografia dei Baroni Marincola; il Catasto onciario del 1743 e del 1761, fonte principale della ricostruzione scientifica, datata 2006, del tessuto urbano e sociale del sito terremotato.
Si deve a quest’ultimo documento la definizione esatta dell’assetto fisico e comunitario nella realtà virtuale, tracciata, con dovizia di particolari, da Michele Repice nel libro intitolato Soverato Vecchia.

Il nucleo non era casale, ma comune con competenze proprie, nonostante la presenza del Feudatario. Aveva le sue mura di cinta, necessario baluardo di difesa in quella confusione totale e ripetuta che dovette essere, sin dalla notte dei tempi, la litoranea jonica. Un teatro di scontri, scambi, spostamenti e passaggi obbligati di esploratori, avventurieri, eremiti, colonizzatori, pellegrini, uomini in fuga dalla madre patria, navigatori in cerca di pace, sole e civiltà, orde avide di bottino e sangue. Fenici, greci, romani, normanni, albanesi, di tutto e di più, senza dimenticare i saraceni, le cui gesta esecrande rivivono nelle leggende popolari del luogo. La Chioccia dalle uova d’oro, la Campana smarrita, il Fabbro fantasma fanno parte del patrimonio trasmesso oralmente da una generazione all’altra nel valore della tradizione, che fa del concetto d’identità un punto d’orgoglio nel percorso dell’anima sul territorio d’appartenenza, quando si va alla ricerca delle proprie radici.
Il futuro ha un cuore antico, perciò scoprire il passato è fondamentale nella coscienza di ognuno. In clima di globalizzazione, la ricerca condotta tra confini ristretti, diventa espressione di fede, passione e coesione. Ecco i tre elementi dei quali Michele Repice si è servito per la riconquista di una terra conosciuta: fede per trovare; passione per coltivare adeguatamente, con cognizione di causa, con partecipazione attiva, con estremo piacere, il sogno della ricostruzione; coesione per integrazione nel progetto che collega predecessori e posteri nel comune senso della vita.
C’è un motivo per il quale il vecchio nucleo non è definito antico: semplice, non è morto veramente, ma continua a vivere negli interessi, nelle curiosità, nelle frequentazioni, non propriamente ortodosse che lo riguardano strettamente da vicino. Vecchio perché è ancora vivo, perché aspetta una sua proiezione ed è quanto dire presso un popolo che usa verbi senza futuro. Tempo, invece, che si sdoppia, in semplice e anteriore, nell’indicativo, modo della certezza, nella coniugazione dei verbi della grammatica della lingua italiana.
L’autore, con la sua ricerca, rigorosa eppure amorevole, ha localizzato case e chiese, identificato soveratani censiti come cittadini e religiosi, forestieri residenti e non residenti, con fedeltà assoluta rispetto alla trascrizione dei documenti originali.

Ed ecco tornare alla ribalta nomi e cognomi, possedimenti, qualifiche e mestieri, dopo 223 anni passati sotto silenzio. Informazioni preziose ed esatte per un mosaico curato nei minimi particolari. Persone singole e nuclei familiari affiorano dalle pagine del libro per tornare al numero civico di case edificate al computer, in base a rilievi trigonometrici, tuttora possibili su fondamenta, mura e muri in piedi e pericolanti.
E pare di vedere uomini piegati dalla fatica e donne dalle vesti lunghe, intenti al riordino di orti e giardini poco distanti dall’originario focolare. La ricostruzione è in planimetria, con rilievi in altezza e proiezione tridimensionale. Una realtà virtuale perfettamente inserita in quel che rimane del vecchio sito, danneggiato dal terremoto sicuramente, ma ancor di più da ragazzi camuffati da Indiana Jones negli anni successivi al disastro. Non dagli adulti che avevano inaugurato, in tempi non sospetti, la stagione delle escursioni archeologiche sotto la guida di don Giorgio Pascolo, parroco sensibile ed illuminato di Soverato Superiore anche ai nostri giorni.
Correva l’anno 1977 quando si verificò il primo ritorno alla casa del padre sotto impulsi religiosi, cioè la celebrazione di messe in suffragio dei defunti sepolti a SoveratoVecchia.
In quell’occasione era stata presa d’assalto la Chiesa di Santa Caterina, resa “agibile” dall’entusiasmo dei partecipanti al grande rientro. Di anno in anno, tra un’escursione e l’altra, è cresciuto, nel tempo, il varo di un progetto esteso alla zona di Poliporto, Vigne Nuove, San Nicola, Trento e Trieste e naturalmente anche alla Necropoli sulla strada bloccata dai romani al tempo delle Guerre puniche, per impedire che Annibale ricevesse approvvigionamenti e rinforzi per il suo esercito, accampato poco lontano in un luogo detto Piana sanguinaria, in ricordo di battaglie cruente. Il selciato romano è visibile in alcuni tratti sempre, in altri solo quando la sabbia dell’arenile è asportata dalle mareggiate.
Provenienti da Soverato Vecchia: una pala d’altare con marmi policromi, un fonte battesimale, un crocifisso d’argento dorato e un crocifisso ligneo, oggi custoditi nella Chiesa Matrice dell’Addolorata di Soverato Superiore. C’è anche chi parla di corredi funerari, corone di madreperla, finimenti di vestiari e oggetti femminili vari finiti tra le mani di collezionisti privati.
Il problema di tutelare ciò che è pubblico, compresi eventuali rinvenimenti in tombe dentro e fuori le mura, esiste. Gli scavi sono, allo stato attuale, in fase di progetto. Scontato l’interesse dell’Amministrazione comunale, guidata da Raffaele Mancini. Per il Sindaco rappresentano una causa da sposare per ovvi motivi di carattere storico-archeologico, nel respiro più ampio della odierna politica economica che riconosce alla zona forte connotazione e vocazione turistica, nonostante il limite obiettivamente riconosciuto della strutture alberghiere con pochi posti letto, ai quali si aggiungono, per fortuna, seconde case, appartamenti in affitto e residence nel territorio che si apre a ventaglio lungo il Mare Jonio. Si tratta di saper utilizzare al meglio uomini e risorse, compatibilmente con gli oneri finanziari necessari alla realizzazione del progetto di cui si discute da anni.
Il testo, edito da Rubettino, Calabria Letteraria Editrice, nella sezione Ora et Labora, è una bellissima sintesi storico-sociale, condotta come si accennava prima, con il rigore tipico di chi è abituato a far quadrare calcoli matematici su volte, travi e pilastri, ma anche con la speranza di aver creato un ponte ideale fra presente e passato per dare nuovi impulsi al futuro.
Il senso della vita, del resto, è tutto un continuo divenire dove noi siamo perché altri prima di noi sono stati: padri, nonni, antenati. Il coinvolgimento è totale. Forse siamo al primo esempio letterario del genere nel Bacino del Mediterraneo.

Soverato ha una sua storia che va dall’anno Mille ai nostri giorni. Niente male per una realtà salita alla ribalta dopo secoli passati sotto silenzio e custoditi in archivi palpitanti di umanità. Merita di venire alla luce. Magari con un progetto di natura scolastica, dal momento che siamo tutti propensi alla rivalutazione del territorio d’appartenenza. La scuola per prima, evoca a sé il diritto alla scoperta ed informazione. Come da copione, in fatto di programmi riconosciuti dal Ministero della Pubblica Istruzione.
Non solo elenchi e rilievi catastali, ma anche episodi toccanti di amicizia e fedeltà nel testo. Come il caso di Ilario Crasà, che in mancanza di bara, si caricò sulle spalle le spoglie di Caterina Tropea, figlia di un suo amico e la trasportò dalla collina Superiore alla Vecchia, per farla riposare per sempre accanto alla casa dov’era nata.
Altro particolare inedito: la messa in vendita del paese per ben due volte avanzata e respinta, grazie al buon senso dimostrato dai consiglieri quasi all’unanimità ( 9 su 10 ), apertamente contrari all’insano progetto.
E siccome tutto il mondo è paese, ecco un punto di contatto tra le vergini soveratane in Capilly e le vergini fiamminghe in Beghinoff, per nulla propense al matrimonio ma votate esclusivamente alla vita monacale.
E se si pensasse anche al gemellaggio con Bruges, dove le beghine si specchiavano sulla superficie delle acque del Lago dell’Amore? Un controsenso, certo, per loro. Non per chi si reca in Belgio, ogni anno a marzo, per partecipare al Reismarket, Borsa definita il passaparola del turismo internazionale.
Soverato, da una eventuale e auspicabile partecipazione, avrebbe tanto da guadagnare.
Emma Viscomi

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