Scherzi di Carnevale

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , | Posted On mercoledì 9 marzo 2011 at 8:21 AM

C’era una volta un vecchio povero in canna, con molti anni sul groppone.
Un bel giorno, anzi, un brutto giorno, decise che era arrivata l’ora di passare a miglior vita, senza compiere gesti sconsiderati. Naturalmente non disse nulla ai suoi che gli volevano un bene dell’anima, non per questione di cuore, nel senso che sentivano forte il legame di sangue, ma per ragioni di pancia. Era lui, il grande patriarca a sfamare, in tempo di magra, l’intera famiglia. Come? Accumulando, in estate, viveri utili nella brutta stagione. L’inverno era lungo e freddo. Non dava scampo a chi voleva mangiare. Quando le provviste volgevano al termine, non restava che aprire la cascia (cassa) che conteneva la provvista di fichi secchi. I frutti, così abbondanti in agosto e settembre, conservavano là dentro caratteristiche insperate. Si arricchivano di tartaro (zucchero) nelle ciurme (sacchetti) di tela grezza. Non perdevano lo spessore, lucido e nero, sulle stecche di canna su cui erano stati infilzati dopo essere stati infornati. Diventavano unici nel sapore indotto con l’aggiunta di noci, mandorle, nocciole e giurgiulena (semi di sesamo). Volendo completare il gusto con i necessari aromi, si ricorreva pure a cannella e chiodi di garofano. Spezie ideali per una perfetta farcitura, di intuibile eredità araba, come il retaggio di tante altre buone leccornie tradizionali. Il consumo assicurava, da una parte, la sopravvivenza dei parenti, dall’altra, la voglia di essere il geloso custode dell’insolito tesoro. La combutta per la successione non aveva luogo se non dopo l’accompagnamento dell’avo al cimitero. Era lungo il percorso che si scatenava la faida per assicurarsi il titolo di degno erede del defunto, compianto per interesse e non per amore. A chjiavi de’ hjichi toccava all’autore del pianto più lungo. Proprio così! Il lamento era uguale per tutti, monotono e cadenzato da una sola interrogazione, sintetizzata in poche parole: «Nannu, nannu, duvi dassasti a chjiavi de’ hjichi?».«Nonno, nonno, dove hai lasciato la chiave dei fichi?». E via di questo passo.
Naturalmente il pover’uomo, ormai nell’aldilà, non era più in grado di fornire spiegazioni. Giaceva immobile nella bara, in attesa di sepoltura. Ma poiché anche quella costava, si decise, una buona volta per tutte, di incenerirlo su una pira. La caccia alla chiave, proseguiva, in modo intelligente, a fuochi spenti, quando si raccoglievano, le ceneri ormai fredde, non per gettarle in mare o disperderle nel vento, ma per cospargerle attorno al tronco degli alberi di fico che si dimostravano ancora più generosi l’anno dopo, quando toccava al più abile interprete del dolore della famiglia, trovare un altro nascondiglio.
La leggenda fin qui raccontata, si ricordava in Calabria, con un corteo funebre notturno, naturalmente burlesco, per le vie del paese, in onore del babbu (fantoccio) da bruciare tra la legna del falò, allestito nella piazza principale. La sceneggiata coinvolgeva grandi e piccoli, in processione dietro al pupazzo che rappresentava il cadavere del nonno. Per dimostrare il proprio cordoglio, bastava intabaccarsi in capi neri, che rendevano meglio l’idea della partecipazione alla finta contrizione. Dal corteo erano escluse le donne, forse perché impegnate seriamente a piangere la perdita dei loro uomini in circostanze davvero dolorose. Il giorno fissato per il funerale era il Mercoledì delle Ceneri, primo appuntamento quaresimale; dunque, secondo la logica della religione cattolica, fuori tempo massimo, rispetto a giovedì e martedì grasso, adatti a ridere e impazzire come mai nel resto dell’anno. La festa, considerata eredità pagana del passato, doveva necessariamente essere esclusa dal tempo dedicato allo spirito. Bisognava rinunciarci per assecondare il rito cristiano. Fu così che, nel corso degli anni, la singolare manifestazione passò sempre più in secondo piano fino a scomparire del tutto dagli aspetti leggeri e ridanciani del Carnevale nostrano.
Oggi, la tendenza comune è di dare vita a sfilate a tema. Una volta è il Settecento ad essere rappresentato da cicisbei e dame per le strade. In un’altra ci si trasferisce idealmente a Rio, con ballerini impegnati a ritmo di samba su palchi innalzati per l’occasione. Quest’anno, ovunque, è la volta del Continente africano con il Bunga Bunga in primo piano.
Al momento di andare in macchina con il giornale, non possiamo dire nulla delle sfilate calabresi più originali. Possiamo solo documentare quanto è successo negli anni passati. Tanto, per l’attualità, basta e avanza la realtà, molto più forte della fantasia. Con tutto quello che succede attorno a noi, giorno dopo giorno, ormai è Carnevale tutto l’anno!
Emma Viscomi

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