Effetti macroeconomici e politiche fiscali per il turismo

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , | Posted On mercoledì 16 febbraio 2011 at 3:18 PM

La recessione c’è stata. La crisi dura ancora. Non tira nemmeno aria di ripresa per il futuro.
Hai voglia a pensare positivo: qui, o si svolta o si muore. Per mancanza di ossigeno, ovvero di introiti, garantiti con l’arrivo di turisti. Per aumentarne la presenza, occorre che l’Italia si muova su due fronti. Con iniziative dirette alle tasche degli italiani, il primo. Con interventi a favore delle imprese, il secondo.
Le manovre di questa politica, necessaria quanto provvida, non sfuggono ai dirigenti di Confcommercio, Confturismo e Ciset, che partono dall’analisi costi-benefici e mirano alla riduzione dell’IVA per i comparti della ricettività e dei pubblici esercizi, senza dimenticare la disparità di trattamento subìta da agenzie di viaggi e tour operator.
Da anni ormai il settore chiede attenzione a Governo e Parlamento anche per fronteggiare l’offerta dei paesi europei, diretti concorrenti dell’ Italia. Per non parlare di quelli non comunitari, che si affacciano prepotentemente alla ribalta mondiale, potendo beneficiare di clima favorevole tutto l’anno e bassissimo costo della manodopera.
La riduzione dell’IVA è ritenuta di fondamentale importanza anche per servizi di spiaggia e discoteche. Non solo, dunque, per l’occupazione intensiva. Il turismo, da una aliquota unica e ridotta non può che trarre vantaggio. Indubbi i benefici della stessa applicata all’attività delle agenzie di viaggio, che svolgono un ruolo determinante nella commercializzazione all’estero del comparto turistico interno al nostro paese.
A Bruxelles, già nel 2002, fece strada l’idea di esentare dall’imposta servizi e pacchetti acquistati da clienti non comunitari e fruiti all’interno dell’Unione.
Entro il 2010, si sarebbero dovute stabilire regole precise in materia, in modo che le 27 sorelle, assemblate nella bandiera azzurra, potessero competere fra loro, avendo condizioni fiscali identiche. L’aliquota ridotta sarebbe un incentivo di notevole rilevanza per il turismo, che tutto sommato regge, fra tanti settori un tempo produttivi ed ora in carenza di ossigeno.
L’Italia non ha infrastrutture adeguate per agevolare il movimento turistico internazionale e nazionale. Il traffico collassa su ogni strada.
La rete ferroviaria non è all’altezza del sistema francese. L’Agenzia del Turismo, ex Enit, non è operativa al punto di promuovere le bellezze di casa nostra nel mondo. Non ha finanziamenti adeguati, né gode di una buona intesa con le varie regioni.
Da anni si sente parlare di destagionalizzazione, ma neanche il progetto dei Buoni Vacanza, diventato decreto nel 2008, ha risolto il problema. All’Osservatorio Nazionale del Turismo, si chiede di svolgere un’azione attenta e rigorosa nella lettura di dati statistici da diffondere con rispetto delle scadenze, in collaborazione con Istat e Comitato di Garanti, costituito anche dalle imprese.
Altre esigenze avvertite a livello europeo: controllo, trasparenza e confronto dei prezzi delle attività turistiche, e naturalmente sostegno, in seno Eurofin, delle richieste avanzate per l’IVA, cioè la riduzione al 10%.
La Confturismo non nasconde le sue preoccupazioni per presente e futuro. Perciò chiede al Governo provvedimenti coraggiosi. Con un costo contenuto attorno a 519 milioni di euro da parte dello Stato, il segmento turistico toccherebbe 100 miliardi all’anno, utili a promuovere l’immagine dell’Italia e a portare il livello occupazionale alla storica cifra di 3 milioni di persone.
La manovra fiscale determina variazioni di prezzo e di quantità, nel gioco costante della domanda e dell’offerta.
Va da sé che l’aumento di presenze generi aumento di ricavi, guadagni e investimenti. Le attrattive sono ovunque, a macchia di leopardo. Tra palazzi, chiese, musei, terme, pinacoteche, siti archeologici, parchi, non sempre valorizzati a dovere, c’è anche la voce eventi: mostre, festival, sport, spettacoli, dove tutto è da vedere con quel che ne consegue.
L’aumento delle presenze equivale ad aumento di ricavi e profitti, e di conseguenza, di possibili, auspicabili, necessari investimenti per migliorare servizi e strutture. Alla solita litania, recitata con cadenze ripetute, non si può fare orecchio da mercante. C’è l’indotto che aspetta, mentre l’economia generale muore.
Non si direbbe, ma il rinnovamento più recente, risale a Italia ’90. Vent’anni portati male; difatti, sembrano più di 60…
Emma Viscomi

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