Frammenti di vita e di cronaca cittadina - Ricordo di Antonio Gualtieri a un mese dalla scomparsa

Pubblicato da Andrea Satriani | Etichette: , , , , | Posted On lunedì 21 febbraio 2011 at 8:35 AM

Soverato - Era rimasto in attività fino a 86 anni. Età veneranda, onorata con la presenza dietro il banco del suo esercizio commerciale dalle sette del mattino alle otto di sera. Anche oltre quando la bella stagione lo permetteva. Per residenti, turisti e conoscenti, rappresentava la tappa obbligata di una giornata spesa tra mare, siesta e passeggiate. L’appuntamento si rinnovava ad ogni apertura di stagione balneare. Non sembrava vero, a chi tornava a soggiornare nella Perla dello Jonio, di poter scambiare due chiacchiere tra osservazioni di costume, meriti del governo in carica, comunque ladro, beghe amministrative comunali, e naturalmente opinioni su calcio mercato e campionato appena finito. Eh, già! Perché il grande amore di Antonio Gualtieri era l’Internazionale. Non quella di bandiera rossa e falce e martello. Era la Società sportiva ambrosiana, Inter per i tifosi.

La squadra per eccellenza, nella quale si riconosceva, era quella di Sarti, Burnich, Facchetti, Tagnin, Guarnieri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suarez e Corso, allenati dal grande Herrera. Sosteneva che non c’era altro mago nel regno del pallone. Con quella naturale simpatia che aveva per i fortunati dal sangue caliente nelle vene. Tutte le messe finivano in gloria, anche quando i nerazzurri occupavano posti non proprio alti in classifica. Le magre figure di stagioni più vicine a noi, trovavano consolazione nelle affermazioni degli anni d’oro. Una saudade combattuta a colpi di ricordi esaltanti. La conquista di 18 scudetti, 6 Coppe Italia, 3 Coppe Uefa, 3 Coppe dei Campioni, 2 Coppe intercontinentali, 5 Super Coppe di Lega, 1 Mundialito Club bastavano a riempirgli d’orgoglio la vita, nell’età adulta, come succede a chiunque, quando la realtà quotidiana soverchia i sogni coltivati in gioventù. Ma c’erano le imprese di altri eroi dello sport a tenere alto il tono della conversazione nella storica tabaccheria, al numero 37 di Corso Umberto I , a Soverato marina: il mitico Fangio, il calabrese doc Fanella, i piloti Ascari, il grande Nuvolari. Loro tenevano banco al pari di Sivori e Rivera. Bianconero il primo, rossonero il secondo, ma non importava, perché c’era la classe da ammirare. Andava in visibilio per il sinistro impeccabile del sud americano, per il silenzio operoso del Gianni abatino in quel di Milano, indipendentemente dalla fede calcistica che fu e rimase sempre azzurra e nera. Un segno di distinzione anche nella definizione. Come fu la propagazione del tifo a parenti vicini e lontani. Non nel senso di spazio ambientale, ma di legame di sangue, di primo, secondo e terzo grado. Con lui, cugini e nipoti crebbero a pane, amore e Inter, sempre in primo piano. Non c’era possibilità di scelta con quella squadra nella parte del leone. E pazienza se il vero simbolo fosse modesto, rispetto al cavallino rampante delle strepitose Ferrari. Altro valore aggiunto all’orgoglio nazionale personale. Lo stesso che aveva portato con sé in Argentina nel 1952, quando aveva deciso di scoprire l’altra metà del globo, nell’emisfero australe, molto al di sotto della linea equatoriale. Per andare in cerca di fortuna nel nuovo mondo, si era imbarcato a Genova, sul Conte Verde, uno dei tanti piroscafi che solcavano gli oceani, traghettando uomini, speranze ed illusioni, soprattutto se la terra da raggiungere era l’America dei cecati, cioè di coloro che non videro l’ombra di un peso sotto Peron, tanto meno dopo con i descamisados.
A Buenas Aires non era stato solo. Accanto a sé aveva avuto zii e cugini. Con loro aveva respirato l’aria di casa, ma non a sufficienza, non quanta ne avrebbe voluta nei polmoni. La nostalgia arrivò al culmine nel 1956, quando decise di fare inversione di rotta e tornare a Soverato, per mettere su famiglia e intraprendere una nuova attività. Gli piaceva ricordare le emozioni vissute a bordo del “Toscanelli”, quando riconobbe da lontano la sagoma del Vesuvio, sullo sfondo del Golfo di Napoli. Che differenza con il ricordo tristissimo della Lanterna, annegata, alla partenza, in un mare di lacrime. Agli increduli parenti portò souvenir acquistati in tappe diverse, ognuna con un significato: banjo, bambole catalane, orologi antimagnetici, foulard di seta, modellini di automobili, chili di the aromatizzato.
Prima di emigrare, era stato barbiere e maestro, anzi professore di mandolino. Niente male per uno che aveva antenati partenopei e suonava il sax contralto nella banda cittadina. Anche di questo parlava con i frequentatori del suo locale, che considerò sempre amici, mai clienti, mai avventori. Sia prima, quando li faceva “nuovi”, tagliando e rasando barbe e capelli come si usava allora. Sia dopo, quando porgeva loro sigarette, riviste e giornali. Salone da figaro e tabaccheria erano luoghi dove parlare di tutto e di tutti, cum grano salis. Chi andava fuori di testa, era pregato di accomodarsi fuori. Figuriamoci se qualcuno dimenticava il bon ton. Correva il rischio di non metterci più piede. Ai giovani, insegnava le buone maniere, con il contributo di adulti e anziani, soprattutto maestri, presidi e professori, nel ruolo specifico di educatori, al di fuori dell’orario scolastico. Quante proteste tra chi stentava a riconoscersi dopo il taglio dei capelli alla Mascagni! Quanti rimproveri all’incauto genitore che avrebbe voluto acquistare Diabolik per il proprio figlio non ancora nell’età della ragione! Al diavolo gli affari se qualche permaloso si autoescludeva da quella sorta di cenacolo cittadino, dove l’arrivo di un personaggio veniva vissuto come evento collettivo.
Quando Soverato era il salotto buono della costa jonica, da Gualtieri andavano attori, cantanti, giornalisti e calciatori. Indescrivibile la gioia di “ servire” Sandro Mazzola e Giacinto Facchetti, arrivati in zona, quando i giallorossi di casa nostra militavano in Serie A. Al baffuto Sandrino, fece un appunto che merita di essere ricordato: non gli perdonò di aver detto che la pluridecorata Inter era venuta a giocare in un “pollaio”, alludendo al Ceravolo di Catanzaro. Una caduta di stile che un campione come lui non avrebbe dovuto mai e poi mai fare. Che diamine! Niente di tutto questo con Aldo e Gino Maldera. Due ragazzi d’oro. Con loro era piacevole fare osservazioni tecniche da acuto osservatore. Se è vero che tutti gli italiani sono mister in poltrona, a Gualtieri chiunque riconosceva il merito di essere allenatore d’elezione. Lui sì che sapeva inventare schemi, tattica e posizioni. Persino il gioco a zona, quando il catenaccio era l’arma vincente di un “certo” Trapattoni e il freddo Liedholm non era ancora trainer dei diavoli meneghini o dei lupi capitolini. Sì, era un grande intenditore di calcio. Un mister ante litteram, capace di bloccare le intemperanze caratteriali dei protagonisti del calcio moderno. Nel centro storico di Soverato, si racconta un aneddoto che ebbe per protagonista il marito della sorella Eleonora, Giuseppe Viscomi. Questi sapeva della passione che suo cognato aveva per Amedeo Amedei, formidabile centravanti, soprannominato Fornaretto di Frascati. Quando vide le fattezze del giocatore, riprodotte in un poster gigante, non ci pensò due volte ad imbrattarle con generose pennellate di schiuma da barba montata a neve. L’insolito tiro mancino andò ben oltre le conseguenze di uno scherzo paesano: un’inimicizia giurata, cancellata, per fortuna, dalla nascita del primo nipote.
Di calcio parlava a lungo con Emanuele Giacoia, la voce più calda e più bella di Tutto il calcio minuto per minuto. Un incubo quella trasmissione radiofonica, la domenica pomeriggio, quando il nostro uomo se ne stava con la radiolina all’orecchio e la schedina in mano, pronto a registrare il 13 miliardario che tutti aspettavano. Dovette accontentarsi di molti 12 popolari, sufficienti a recuperare le quote necessarie a impiantare nuovi sistemi:1 X 2 , perché non provare a indovinare, anziché ragionare? Neanche per idea. La schedina non era un passatempo per dilettanti, era un lavoro che durava tutta la settimana. Solo che il gioco non valeva la candela. Guai a ricordarglielo. La gioia era nell’attesa, nella combinazione d’una cassaforte rimasta ostinatamente chiusa sino alla fine.
Che verve mise nei discorsi per lo scandalo delle scommesse! Che rabbia provò per il brasiliano Renato che aveva il pallino delle donne e non del pallone! E che ira per l’ottavo re di Roma, il divino Falcao che si rifiutò di calciare il rigore contro il Liverpool, la notte in cui sfumò all’Olimpico l’occasione di portare sui sette colli la Coppa dei Campioni. L’equivalente della Champions League dei nostri giorni, ma vogliamo mettere in conto il significato dell’originaria definizione? Anche su Cassano, di recente, aveva detto la sua, con lucidità e acume, riconoscendo al ragazzo piedi buoni, ma la testa...E che sconquasso la comparsa di Tinto Brass, in cerca di sigari da sfoggiare in bocca come un boss dell’Avana! E meno male che non conosceva le pellicole con cui il regista aveva portato sullo schermo l’erotismo dei nostri tempi attraverso l’interpretazione di attrici spregiudicate. In Argentina, non si entrava in un cinematografo senza cravatta al collo, ricordava. Figuriamoci se fosse stato consentito di vedere sederi e tette a tutto campo e in primo piano. Cinema e teatro devono puntare sui sentimenti, non su posizioni da kamasutra, diceva. Falso moralismo, il suo? No, espressione pura e forte del comune senso del pudore.

Le discussioni più nobili venivano fuori con Gigi Peronace, il manager che aveva ingaggiato Charles in Inghilterra per trasferirlo alla Juventus dell’Avvocato. Un peccato mai perdonato. Quel piccolo, dannato “uomo del sud”, per giunta concittadino, non aveva privilegiato a dovere la squadra tanto amata. Con Alberto Testa, paroliere di pietre miliari (Grande,grande, grande, Un anno d’amore, E…, Ta ra ta ta ta tatta) della musica italiana, parlava di mode e tendenze, subentrate con il contributo di Beatles e Rolling Stones, ostinatamente tradotti in termini dispregiativi. Che nomi! Scarafaggi e pietre rotolanti, bah! Lui era rimasto alle delicate serenate del dopoguerra, quando la ricompensa naturale consisteva in una bicchierata sotto il balcone della ragazza di turno omaggiata. Consolava allora, il pensiero di sentimenti profondi, di amori destinati a durare tutta la vita. Come quello coltivato per la moglie Angelina, compagna di vita, ma anche di lavoro, soprattutto nei mesi estivi, quando c’era bisogno di aiuto in tabaccheria, rimasta pressoché uguale per oltre mezzo secolo. Non aveva senso cambiare: il futuro ha o non ha un cuore antico?
Cosa rimane oggi di Antonio Gualtieri tra la gente che l’ha conosciuto e amato? Certamente un buon ricordo, ma anche lo sgomento di non trovarlo più al suo posto, negli anni che verranno. Il vuoto che si avverte, dà il senso della precarietà della vita, delle cose che cambiano inesorabilmente, degli uomini che passano, del futuro che incede, della continuità in chi vive. Adesso è il figlio Pietro a mandare avanti l’attività. Lui rappresenta il presente che guarda al futuro con Antonio junior, suo figlio, attaccatissimo al nonno che non c’è più. Tocca a lui dare un senso a questa storia, reggere il filo diretto con chi l’ha preceduto, custodire valori che non sono solo quelli bollati. Foscolo avrebbe parlato di amorosi sensi, convinzione sublime, intima, profonda, condivisa in pieno anche da chi scrive. Ad Antonio senior erano dovuti, per ovvi motivi. Lo dico con cognizione di causa. Perché? Era mio zio...
Emma Viscomi

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